Scuola

La scuola che verrà: i limiti e i problemi

in Ora di Alternativa by
Proviamo a far luce, insieme a Valerio Camporesi, sui limiti e i problemi della scuola. Ma anche a immaginare come sarà nel prossimo futuro.

Forse mai come in questo periodo si parla così tanto di scuola: lo si fa sull’onda dell’emergenza e dei pesanti dubbi su ciò che accadrà a settembre, tanto da riempire spesso le prime pagine dei giornali. L’emergenza Covid-19 ha fatto venire al pettine i tanti nodi irrisolti e i limiti del sistema Italia (come la Sanità). Nel caso della scuola, ha messo in luce in modo improcrastinabile i limiti e le difficoltà di un sistema gravato da miliardi di euro di tagli e da nessuna, o scarsa, considerazione in sede politica.

Trovare fondi per la scuola appare oggi un’impresa titanica, laddove ne sono stati stanziati molti di più per altre cause, sempre più importanti, sempre più indifferibili, o a volte già perse (come per Alitalia). La scuola all’ultimo posto, potremmo dire per rovesciare – in modo ahimè ben più realistico – uno slogan oggi ricorrente.

A differenza di altre volte, però, c’è qualcosa di diverso. O la scuola riparte, e riparte sul serio, oppure il Paese si fermerà, e non sarà una fermata breve. Non è possibile infatti immaginare milioni di famiglie impossibilitate a lavorare a causa di una scuola che non c’è, né milioni di studenti che, confinati nelle loro case, saranno destinati ad accumulare ritardi incolmabili nei programmi e nella didattica, con danni irreparabili per i destini individuali e collettivi.

Per fare ripartire la scuola occorre però un cambio di paradigma, a partire da una centralità non più solo esternata verbalmente ma praticata nei fatti, iniziando dalla restituzione di tutti quei fondi tagliati; a partire dai famosi tagli ”lineari” della non rimpianta ministra Gelmini.

Senza di ciò la scuola non ripartirà, perché le misure di distanziamento non potranno essere applicate in classi di venticinque o trenta alunni, così come le altre norme. C’è voluto il Covid-19, forse, per fare emergere la realtà delle aule sovraffollate, in cui i docenti non sono in grado di fare lezione. A volte ci vuole un evento forte per illuminare le cose.

Dovremmo smettere di dire che la scuola può ricominciare con tutta quella serie di misure.

Quelle misure infatti non saranno mai adottate per il semplice fatto che non sono realizzabili in strutture scolastiche: dalle mascherine al distanziamento, dagli alunni fermi sei ore sui propri banchi, sui quali dovrebbero consumare anche la propria merenda, fino alle ineffabili barriere di plexiglas. Perché non dire la verità? La scuola deve ripartire con le modalità tradizionali perché è l’unico modo di fare scuola, dai tempi dei tempi: alunni (nel numero giusto), un’aula, un insegnante. E invece no: dalle lezioni nei parchi a quelle nelle piazze, nei teatri o in strutture non meglio specificate, che i presidi dovrebbero (con quali poteri?) individuare, è stato tutto un profluvio di immagini, narrazioni, discorsi irrealistici.

Non si può non riconoscere l’oggettiva difficoltà di chi ha dovuto e deve prendere decisioni in campo scolastico partendo dalle indicazioni degli organismi sanitari non sempre chiare e coerenti. Però vorremmo più ragionamenti seri, basati sulla realtà: ad esempio (e a proposito di tagli), non sarebbe forse questa l’occasione per ripristinare le ore di compresenza alla scuola media? Si trattava infatti di uno spazio che funzionava benissimo, circa quattro ore a settimana in cui la classe veniva divisa in sottogruppi ognuno dei quali assegnato ad attività specifiche e ad hoc (recupero, potenziamento), purtroppo eliminato dalla riforma Gelmini che altro non era che un corposo piano di tagli generalizzati.

Crediti immagine di copertina: Roel Dierckens

Roberto Piumini per Occhiovolante

in Approcci educativi/Protagonisti/Spunti di lettura by
Roberto Piumini
Si chiude in questi giorni il più lungo esperimento didattico (involontario) che la scuola italiana abbia conosciuto. Riceviamo e con gratitudine pubblichiamo due poesie di Roberto Piumini su questo difficile periodo.
Il virus venne, misteriosamente,
e si attaccò, fattivo e silenzioso,
al gran corpo di noi, bruciando fiato
a molti, spaventandoci, filando,
attorno a noi, un bozzolo d’attesa,
sfocata e ottusa, immobile sorpresa.
La macchina mondiale ha scricchiolato,
in un dubbioso brivido, di sé,
e, come feti acerbi, ha generato,
più che di norma, nuove povertà.
Feroci, pronti a prendersi il primato,
si accendono i vaccini, qua e là.

I morti è gente quieta: 
il loro dire, è solo il nostro eco, e loro assenza
è il mancamento della nostra vita,
loro silenzio è la nostra voce
taciuta in faccia al mondo.
I morti sono, sotto la loro quieta apparenza,
l’ansiosa lena del nostro futuro,
la reticenza di felicità,
il sogno balbettante e solitario
che ci guasta la veglia; i morti sono,
l’alta pazienza, la consolazione,
attorno al nostro lamento d’amore.

Roberto Piumini http://www.robertopiumini.it/ è nato a Edolo (BS) ed è autore saggista e traduttore.
Ha scritto racconti, romanzi, fiabe e poesie per bambini, ragazzi e adulti, pubblicati per i maggiori editori italiani ed esteri. È autore di testi per opere musicali e teatrali, trasmissioni tv (L’Albero Azzurro), radiofoniche (Il mattino di zucchero) e cartoni animati. Per Librì Progetti Educativi ha realizzato I giochi coraggiosi (2011) https://www.occhiovolante.it/2017/leggere-un-gioco/ , Batticuore e altre emozioni (2012) e Lo zio diritto (2007)

credits immagine: https://www.rsi.ch/rete-due/programmi/cultura/laser/Incontro-con-Roberto-Piumini-4289465.html

Maratona letteraria: gli insegnanti leggono Pinocchio

in Approcci educativi/Esperienze digitali/Spunti di lettura by
Il 30 maggio dalle ore 15.00 va in scena la prima maratona letteraria dedicata a Pinocchio, il più famoso burattino del mondo e a tutti i docenti d’Italia.

82 insegnanti, provenienti dalle regioni di tutta Italia, leggeranno i 36 capitoli di Pinocchio in versione integrale. La maratona letteraria è un evento straordinario – in diretta YouTube Premiere – per riscoprire un grande classico della letteratura italiana e mondiale.

L’iniziativa nasce da Librì Progetti Educativi come un ringraziamento verso tutta la classe docente italiana così straordinariamente provata nei lunghi mesi di chiusura scolastica. Ma anche per porre in risalto un aspetto mai troppo sottolineato: il grande legame relazionale e affettivo tra docente e studente, fondamento della relazione educativa.

Per l’occasione, il professor Franco Nembrini – pedagogista, insegnante e volto noto della televisione, nonché uno dei massimi studiosi italiani di Dante e Collodi – ci racconta il valore di leggere oggi Le avventure di Pinocchio

Il bello della grande letteratura è che è in grado di rispondere a qualunque tipo di domanda. I testi letterari infatti non sono – come certa critica vorrebbe, e ahinoi troppi manuali scolastici insegnano – cadaveri di cui fare l’autopsia. Sistemi chiusi in se stessi di cui cercare solo le corrispondenze interne, per ricavare al massimo le “intenzioni dell’autore”.

No, un testo letterario è una creazione viva, che ha la straordinaria capacità di dare risposte sempre nuove a seconda delle domande poste dal lettore.

I grandi scrittori hanno una grande esperienza dell’umano. E per questo io posso interrogarli e scoprire nella loro esperienza qualche elemento che può illuminare la mia.

Come dice, con altre parole, uno dei massimi studiosi di letteratura del nostro tempo, Tzvetan Todorov, nel suo prezioso pamphlet La letteratura in pericolo:

Siamo tutti fatti di ciò che ci donano gli altri: in primo luogo i nostri genitori e poi quelli che ci stanno accanto; la letteratura apre all’infinito questa possibilità e ci arricchisce, perciò, infinitamente, per cui il mondo reale diventa più ricco di significato e più bello.

Collodi, con le sue “Avventure di Pinocchio”, si concentra sull’infanzia, con l’idea che se vogliamo costruire un mondo migliore dobbiamo ricominciare dai bambini; e nel parlare ai bambini ritrova, consapevolmente o meno, quell’immagine del mondo che lui stesso da bambino aveva respirato, quello della tradizione cristiana, che ha dato forma alla civiltà occidentale.

In fondo questo ritorno all’infanzia, e al linguaggio fantastico e simbolico che la caratterizza, è sempre un ritorno alle origini, un ritorno alle sorgenti della vita e del linguaggio stesso.

Le cose più grandi e più importanti non si imparano attraverso complicati ragionamenti ma con l’immediatezza di un’immagine in cui sia descritta, fotografata, un’esperienza reale.

In questo forse il compito della letteratura in generale e della letteratura per i bambini in particolare, è più grave che in passato: si tratta di aiutarsi a riconoscere e ad affrontare le domande fondamentali dell’esistenza cioè le domande sul senso delle cose, sul loro destino”.

Per seguire l’evento in diretta basta connettersi su  www.maratonapinocchio.it o cliccare qui: https://youtu.be/rd2Rrw8Gt2s

Vi aspettiamo sabato 30 maggio 2020 dalle ore 15:00!

Rientro in classe a settembre? Come parlarne ai bambini

in Approcci educativi by
I consigli di Giulia Ammannati, psicologa psicoterapeuta, per prepararsi al rientro in classe a settembre e “riabbracciare” i più piccoli dopo l’emergenza legata al Covid-19.

In televisione, in rete, nelle nostre parole: il coronavirus è ovunque. Anche nelle vite dei bambini che – al pari degli adulti – improvvisamente hanno perso la loro routine quotidiana. Scuole chiuse, parchi chiusi, niente più passeggiate o giochi all’aria aperta con gli amici, né tutte quelle attività che scandiscono la loro settimana. Ora che siamo entrati nella cosiddetta “fase 2”, ci prepariamo però a riprendere la vita di sempre e soprattutto al rientro in classe a settembre.

In attesa delle direttive della ministra dell’Istruzione, e per capire come e perché parlare ai bambini di questa situazione, abbiamo contattato la dottoressa Giulia Ammannati. Psicologa psicoterapeuta, che recentemente ha realizzato un vademecum ricco di utili consigli per insegnanti e genitori, oltre che partecipare a servizi di ascolto.

Ancora non sappiamo come avverrà il rientro a scuola, ma quali consigli possiamo già dare agli insegnanti per riabbracciare i loro piccoli studenti?

In questa nuova fase molti sono ancora i dubbi e gli interrogativi, in particolare sui bambini e sul rientro a scuola. Credo che sarà fondamentale dedicare un tempo all’esperienza che abbiamo vissuto, non facendosi prendere dalla paura di dover recuperare.

Sarebbe molto rischioso far finta che nulla sia accaduto, o peggio ancora cercare di dimenticare. Più che ai programmi scolastici rimasti in sospeso, sarà importante dare voce ai timori e alle preoccupazioni che i bambini portano con sé. Alle loro domande, al loro punto di vista, cercare di farli sentire abili e responsabili. Tenendo sempre in mente che ognuno di loro può aver sperimentato vissuti soggettivi molto diversi, a seconda delle emozioni che ha respirato in questo periodo.

Non dobbiamo dimenticare che i bambini e gli insegnanti durante questa didattica a distanza si sono “sperimentati”, reinventati. E hanno acquisito moltissime conoscenze e abilità. È proprio da qui che sarà importante ripartire.

È giusto che l’insegnante racconti ai più piccoli quello che sta accadendo? E qual è il modo migliore per farlo?

È molto importante prendersi del tempo per parlare di ciò che sta accadendo. I bambini non aspettano le spiegazioni degli adulti per interpretare il mondo, ma si creano una loro personale idea.

Per questo è fondamentale parlare con loro, anche per evitare che si creino idee sbagliate e confuse. I bambini percepiscono sempre le emozioni che circolano tra gli adulti, colgono i sentimenti, le preoccupazioni e tutto ciò che cerchiamo di nascondere.

Quindi non dobbiamo avere timore a parlare con loro in modo chiaro e diretto dell’esperienza che stiamo vivendo, ricordandoci di dire sempre la verità. A questo proposito sarà importante adeguare il linguaggio all’età cercando di trasmettere speranza e serenità, poiché è difficile aiutare e rassicurare gli altri se siamo eccessivamente preoccupati o spaventati.

Credo che l’insegnante abbia un ruolo fondamentale in questo momento, soprattutto per quei bambini che non hanno avuto lo spazio per parlare di quest’esperienza con altri adulti di riferimento.

Soprattutto in alcune regioni, sono state settimane piene di paura, che hanno coinvolto anche i bambini. Cosa potrà fare un insegnante per cercare di riprendere nel migliore dei modi tutte quelle trame che fanno di tanti studenti isolati una vera classe?

Sappiamo quanto le relazioni sperimentate con gli insegnanti e con il mondo dei pari siano fondamentali per lo sviluppo affettivo ed emozionale. Dopo l’isolamento vissuto da tutti a causa dell’emergenza una prima e importante sfida per gli insegnanti al rientro in classe sarà quella di ricostruire un clima di serenità e fiducia, in se stessi e negli altri.

Con la didattica e le amicizie a distanza, le interazioni dei più piccoli sono cambiate andando così a interrompere un normale processo evolutivo. Gli insegnanti potranno aiutare gli studenti promuovendo forme di cooperazione, di ascolto, di comprensione e di scoperta delle nuove regole di comportamento, fornendo a ciascuno gli strumenti necessari per riprendere l’apprendimento lì dove era stato interrotto.

Considerando la difficile situazione, in attesa di settembre, può suggerirci uno sportello d’ascolto o qualche iniziativa di sostegno utile a grandi e piccoli? Ci sono state moltissime iniziative sia a livello regionale che nazionale, in rete è possibile trovare vari servizi di ascolto gratuiti. Tra questi segnalo l’iniziativa dell’Ordine degli Psicologi della Toscana, a cui sto partecipando insieme a molti altri colleghi, quella del Ministero della Salute che ha messo a disposizione un numero verde nazionale per il supporto psicologico di tutta la popolazione e il Telefono Azzurro che ha aperto una sezione sul sito dedicata al coronavirus.

Questo è un periodo emotivamente molto faticoso sia per i grandi che per i piccoli. Pensando proprio a questi ultimi, consiglio nel caso dovessero insorgere paure consistenti o ad esempio difficoltà a dormire o a giocare, di non sottovalutarle e di consultare un professionista. Alcune scuole inoltre hanno attivato sportelli di ascolto online per famiglie, genitori e insegnanti.

Quindi il mio consiglio è di informarsi presso il proprio Istituto Comprensivo se è presente questa possibilità di supporto.

Crediti copertina: I Giochi Coraggiosi, scritto da Roberto Piumuni e illustrato da Marco Somà.

La geografia: una materia da rimettere al centro

in Approcci educativi by
Cecilia Caproni ci racconta la sua esperienza di insegnante e il modo in cui la geografia può dare agli studenti importanti strumenti operativi

Riportare la geografia al centro del discorso didattico non è un’impresa da poco. Negli ultimi anni sono comparsi diversi articoli che ne denunciano la marginalità all’interno del bagaglio di conoscenze e competenze che i ragazzi organizzano lungo il percorso scolastico.

La domanda che mi pongo, a partire dalla mia personale esperienza di insegnante, è: “quali strumenti operativi può dare la geografia a ventisette ragazzi di una periferia complicata, spesso cruda, che li fa crescere così tanto rapidamente rispetto ai loro coetanei?”.

Se la geografia, come tassello del vasto mosaico della “cultura”, serve alla sopravvivenza personale, non basta dirlo! Si deve anche dimostrare ogni giorno ed è indispensabile che i ragazzi innanzitutto sentano che la materia con cui lavorano sia calda e attuale.

Percorso in aula

Il percorso in aula si apre con quella che chiamiamo pillola d’attualità; sollecitando la loro curiosità, espongo la principale notizia dal mondo, della settimana. Ci serviamo della LIM per trovare articoli, saggi, video-testimonianze: tutto quel materiale che ci aiuti a focalizzare l’argomento. Nascono così meravigliose e intricate mappe di gesso e ardesia: dalla notizia di una scoperta scientifica, di un’epidemia, di un costume in diffusione globale, di un’iniziativa sociale con adesioni crescenti, iniziamo a dare forma ai territori da cui quella proviene.

La mappa si può espandere anche tramite semplici domande che sollecitino l’immaginario collettivo: “Cos’altro sapete del Perù?”, “A cosa pensate se dico cultura orientale?”, “Come immaginate sia il deserto?”.

Gruppi cooperativi

Verificata la fondatezza delle informazioni, attraverso il fact-checking, i ragazzi – organizzati in gruppi cooperativi – si confrontano, si scambiano informazioni, discutono, collaborano. Si costruisce attraverso queste esperienze di partecipazione un senso adeguato di comunità e una percezione positiva di sé stessi, in quanto stimolati, ascoltati, inclusi.

Grazie a questa prima fase di lavoro, diamo una vera e propria tridimensionalità al territorio: ci serviamo di carte geografiche semplificate o mute, per collocare a livello spaziale immagini, parole e persino piccoli oggetti che racchiudano fatti, costumi, tradizioni, cibi, dinamiche economiche, caratteristiche climatiche e ambientali, popolazioni… In questo modo, le carte diventano “vive” e fanno da supporto alle clip che i ragazzi si costruiscono interiormente.

È necessario inserire queste clip in una trama di sequenze poi organizzate a loro volta nel “film” verbale dell’esposizione, perciò individuiamo le connessioni tra gli aspetti peculiari dell’area geografica considerata. Per farlo, riporto all’attenzione dei ragazzi gli “indizi” inseriti all’interno della carta geografica, avviandoli alla loro sistematizzazione.

Scoprendo ad esempio che esistono diverse tipologie di cereali, la cui coltivazione può essere legata o meno al fenomeno della monocoltura, rileviamo l’incidenza socio-economica che questa ha sulla popolazione locale e sugli attori esterni, generando particolari condizioni di povertà o sviluppo, dunque di urbanizzazione.

La sfida

A ciò si arriva attraverso il momento ludico della sfida: i ragazzi, ancora divisi in gruppi, devono appuntarsi quanti più nessi di causa-effetto possibili creando dei piccoli “temi”, elicitando il pensiero logico e il pensiero divergente, con associazioni originali e punti di vista inediti.

Si ritorna finalmente assieme per commentare i nessi tematici, argomentandone la validità, in modalità “dibattito”.

I “temi” vanno a costituire i passaggi di un primo testo informativo collettivo sui cui lavorare per l’esposizione individuale.

Il ragazzo può progettarne individualmente l’ampliamento, attraverso gli artefatti della sua creatività.

Un caso si è sviluppato dalla realizzazione di un bellissimo dipinto incentrato sulla figura della geisha. Stimolata non solo dall’abilità e dagli interessi di una mia alunna, ma anche dalle conoscenze acquisite sul Giappone, con la contestualizzazione geografica e artistica effettuata grazie al contributo dell’insegnante di arte, in un’ottica interdisciplinare.

Opera di narrativa

Un altro esempio è stato fornito dall’elaborazione critica di un tema, approntata da un piccolo gruppo di studenti, a partire da testimonianze tratte da opere di narrativa: una presentazione argomentativa è quanto hanno realizzato circa il fenomeno degli uragani e la sua incidenza nei confronti delle fasce sociali più deboli della popolazione americana, traendo spunti di riflessione dalla lettura di alcuni capitoli del libro di Jesmyn Ward, “Salvare le ossa”, imbastendo un confronto empatico col vissuto della protagonista, loro coetanea.


Un percorso didatticamente specifico può dare, in questo modo, ai ragazzi, il senso liberatorio della possibilità espressiva e al tempo stesso la consapevolezza che le proprie capacità debbano crescere con gradualità, grazie a radici solide, coltivate con impegno e coraggio, sottraendo spazio a quei processi di “falsa crescita”, messi inconsapevolmente in atto in seguito a richieste incongruenti dell’esterno: anche questi piccoli tentativi di educazione culturale possono essere utili ad invertire la propria rotta interiore.

Credits foto copertina: Sam Klein

La comunicazione prima e dopo il Coronavirus

in Approcci educativi/Tavola Rotonda by
Come cambia la comunicazione ai tempi del Covid-19: ne parliamo con la professoressa Benedetta Baldi.

Un virus inaspettato e dal nome sinistramente evocativo ha fatto irruzione in maniera inaudita nelle nostre vite. L’emergenza legata al Coronavirus (Covid-19) ha creato un cambiamento radicale nel nostro modo di vivere e, conseguentemente, nel nostro modo di comunicare e stare con gli altri.

Nelle aziende si è messo in atto lo smartworking, finora poco utilizzato nel nostro Paese; Pubblica Amministrazione e musei si stanno sempre più appoggiando ai social. E nelle scuole di ogni ordine e grado è partita – anche se in maniera non uniforme sul territorio – la didattica a distanza.

Nella scuola italiana, a livello tecnologico, è stato fatto un improvviso salto in avanti nell’uso di social e piattaforme on-line, che molti già auspicavano.

Suona dunque profetico un celebre aforisma di Kafka: “Da un certo punto in là non c’è più ritorno. È questo il punto da raggiungere”.

Per capire insieme agli insegnanti e agli educatori che seguono Occhiovolante cos’è accaduto e cosa potrebbe accadere, in ambito scolastico, abbiamo rivolto qualche domanda alla professoressa Benedetta Baldi.

La professoressa è Presidente del Corso di Studio in Scienze Umanistiche per la Comunicazione dell’Università di Firenze e Coordinatore del Master in ‘Pubblicità istituzionale, comunicazione multimediale e creazione di eventi’.

Prima di tutto, grazie per averci dedicato un po’ del suo tempo. In queste settimane, insegnanti di ogni ordine e grado si sono dovuti “reinventare” docenti a distanza per continuare la didattica. Come pensa che gli insegnanti – ma anche i bambini e i ragazzi – abbiano risposto a questo nuovo modo di fare scuola?

La familiarità con i mezzi di comunicazione digitali ha senz’altro facilitato la maniera di affrontare una contingenza così imprevista e drammatica. Certo, gli insegnanti e gli studenti hanno dovuto abituarsi ad un utilizzo del digitale più intenso, complesso e con nuove finalità. Rispondendo in generale in maniera efficace.

Tuttavia, l’intera comunicazione, non solo quella scolastica, risente di un disagio generale legato al fatto che negli esseri umani l’interazione in presenza, l’esperienza diretta e il coinvolgimento attivo sono essenziali dal punto di vista cognitivo.

Gli insegnanti mirano a riprodurre queste condizioni. Cercando di superare le differenze culturali e socio-economiche per cui ancora il 33,8% delle famiglie non ha un computer.

Quali consigli può dare, da esperta sulla comunicazione, agli insegnanti per utilizzare al meglio gli strumenti della didattica on-line?

In molte aree dell’insegnamento, le tecnologie multimediali hanno da tempo favorito nuove modalità di apprendimento, come nel caso delle lingue. Inoltre l’impiego di strumenti digitali per aumentare e compensare le conoscenze mostra che è possibile realizzare forme di collaborazione all’apprendimento, anche non in presenza.

Le potenzialità offerte dai mezzi digitali e dai social sono molte, come la possibilità di combinare oralità, materiali scritti e immagini in attività di tipo collaborativo.

In questa prospettiva, la comunicazione degli insegnanti dovrebbe tendere a privilegiare cultura e umanità che sono alla base di una scuola che mira a promuovere le capacità di ricerca e la curiosità dell’apprendente.

Gli alunni di tutta Italia si sono ritrovati improvvisamente lontani dalle aule, dagli insegnanti, dai compagni, dai gesti quotidiani. Secondo lei come possiamo aiutarli nello studio e sostenerli a livello emotivo in questo momento?

Come ricorda Dehaene nel suo bel libro “Imparare”, l’apprendimento si basa su capacità cognitive di cui disponiamo dalla nascita che dobbiamo parametrizzare sulla base delle esperienze e delle informazioni che riceviamo.

Apprendere non è imprimere sulla ‘cera molle’, in maniera arbitraria, ma attivare questa ricca dotazione e la plasticità cerebrale degli apprendenti, al fine di sviluppare conoscenze e abilità, quali scrittura e lettura, calcolo e matematica.

Il primo compito della scuola è favorire una modalità attiva da parte del discente, con una comunicazione impegnata a stimolarne la ricerca personale. Il rischio maggiore è legato alle distorsioni soggettive, autoreferenziali che questi mezzi consentono: lo studente deve essere educato ad un uso consapevole della discussione e del ragionamento online.

Quando saremo usciti dall’emergenza, cosa rimarrà di tutta questa esperienza nella didattica?

Il ritorno nella classe tradizionale sarà un momento emozionante, per tutti. La mancanza di socialità è il vero punto debole del processo a cui assistiamo. L’interazione tra persone crea la situazione e il contesto, cioè quell’insieme di contenuti e informazioni, implicazioni, ipotesi e conoscenze, emozioni, che solo lo scambio reale riesce a generare.

Questi sono gli aspetti che la lezione a distanza o l’interazione tramite mezzi digitali riducono drasticamente, anche se non completamente. Resterà forse l’esperienza di questa comunicazione ridotta, piuttosto che aumentata, visto che qui la tecnologia non si aggiunge alla comunicazione ordinaria, potenziandola, ma la sostituisce.

Si sarà fatto tuttavia un esercizio critico di particolari tipi di comunicazione artificiale, per quanto nati dall’uomo.

Crediti foto di copertina: uncoolbob

La scuola che manca

in Ora di Alternativa by
Insegnanti, alunni, genitori: insieme a Valerio Camporesi, parliamo di una scuola che manca come luogo di dialogo e confronto.

Cos’è successo nella scuola italiana all’indomani della chiusura per il Covid-19? Si susseguono sulla stampa e in rete racconti diversi, ma forse con alcuni tratti in comune, il primo dei quali è il disorientamento. La scuola non era preparata a una simile evenienza, e sconta con l’ovvia difficoltà la situazione attuale: sono le problematicità ben note (alunni che non dispongono degli strumenti per la didattica a distanza, collegamenti che non sempre funzionano), in cima alle quali metterei la mancanza del rapporto diretto.

È possibile fare lezione senza guardare in faccia gli alunni, rinunciando a quelle dinamiche relazionali tra docenti e discenti costruite nel tempo e, spesso, con fatica? Se, come molti sostengono, il lavoro di un insegnante è anche attoriale (nel mio caso, insegno Storia ricorrendo spesso a piccole rappresentazioni sceniche in classe), può svolgersi a distanza? Verrebbe da dire di no, che il massimo che si potrà fare sarà tenere in qualche modo il filo di una comunicazione e, solo in minima parte, di una didattica. Forse, alla fine, conterà più di tutto non aver fatto sentire soli gli alunni, aver creato uno spazio di dialogo e di confronto in mezzo all’isolamento forzato che stiamo vivendo.

Eppure, nonostante i limiti e le difficoltà evidenti fin dall’inizio, nel corpo docente si è manifestata – non in tutti, non sempre – un’ansia da prestazione talvolta strisciante, talvolta debordante: nelle chat tra docenti era una gara a voler fare, un mettersi in prima fila a mostrare che si stava lavorando, che si era pronti, anche laddove i dubbi e il disorientamento apparivano più che legittimi.

Un’ansia che forse viene da lontano, da quella delegittimazione sociale profonda, instillata da decenni di narrazioni qualunquistiche veicolate anche da ministri (il noto Brunetta, secondo il quale gli insegnanti guadagnavano anche troppo, visto che “lavorano mezza giornata”), da percezioni svalutative di una professione difficile e nella quale il tempo passato a scuola costituisce di norma la metà di quello lavorativo effettivo (tra lezioni da preparare, compiti da correggere e riunioni). Una percezione e una narrazione che, tristemente, rischiano oggi di rafforzarsi, laddove gli eroi (giustamente) conclamati sono altri, lasciando nell’ombra tutti gli altri lavoratori che, pure, stanno continuando a lavorare (come gli insegnanti).

Anche le prime parole del ministro sono apparse significative: un voler mettere le mani avanti, fin da subito, un dire che “la scuola sta lavorando, è tutto come prima”, come se la scuola avesse una tara da correggere, una colpa da espiare, qualcosa che non permettesse di dire fin da subito: no, non sta andando come prima, la situazione è complicata.

Il rischio è che questo scenario si ripeta, magari rafforzato, quando si faranno i conti di questa crisi e si vedrà che, a fianco dei tanti caduti in miseria, ci sono i “privilegiati”, quelli che – come gli insegnanti – godono di uno stipendio fisso visto ormai come un privilegio e non, come dovrebbe essere, un diritto. Lo stipendio più basso d’Europa, eroso da tagli decennali, palesemente incongruo, ma tant’è.

La scuola però è fatta soprattutto dagli studenti, allora è lecito chiedersi: che tracce lascerà in loro quest’evento che qualcuno ha già definito periodizzante, tale da incidere profondamente nei modi di vivere e di pensare? Anche qui si sono susseguiti analisi e responsi, alcuni ai limiti della profezia. Non avendo doti profetiche, mi limito a dire: non so.

Mi preoccupa però l’effetto che il distanziamento sociale provoca negli studenti: che effetto avrà la rinuncia forzata a quel luogo di socialità e di incontro che è il mondo della scuola, con tutti i suoi contrasti e le sue dinamiche a volte anche conflittuali (tra alunni e insegnanti, tra alunni stessi)? Mai come adesso ci si accorge di quanto la scuola non sia solamente un’istituzione dispensatrice di nozioni, bensì in primo luogo un luogo di vita indispensabile, e la sua assenza rischierà di pesare. Nel momento in cui la scuola tornerà a vivere si troverà di fronte – forse – alunni ancora più disorientati, deprivati di quelle funzioni emotive che solo la relazione con gli altri può dare.

L’ultima riflessione riguarda la scuola che manca ai genitori, agli insegnanti, ma anche agli studenti: è forse questa la base da cui ripartire per darle più valore e legittimazione, per farla ricominciare con qualche stereotipo in meno, in primo luogo quello sulla scuola brutta e noiosa per definizione. Se fosse così brutta e noiosa, non mancherebbe così tanto!

Scopriamo la Democrazia Affettiva®

in Approcci educativi/Tavola Rotonda by
La Democrazia Affettiva: teorie e buone pratiche per fare della scuola uno spazio in cui tutti stanno bene.

La Democrazia Affettiva: teorie e buone pratiche per fare della scuola uno spazio in cui tutti stanno bene.

Molti studenti, piccoli o grandi che siano, associano alla scuola una sensazione non gradevole. Spesso raccontano di convivere ogni giorno con l’ansia e con la paura di essere continuamente misurati, cosa che li porta a sentirsi non all’altezza di quello che viene loro richiesto o addirittura poco intelligenti.

Di contro molti docenti, anche quelli più disponibili a mettersi nei panni dei loro alunni, sono convinti che sia normale che le prove della vita, compresi compiti a scuola e interrogazioni, debbano creare un po’ d’ansia.

Alcuni affermano che, anzi, sia salutare il disagio che gli studenti lamentano, perché mette loro addosso la giusta tensione che li aiuta a mantenere la concentrazione.

Poi succede che qualcuno fa due conti e si accorge che ci sono studenti che soffrono di attacchi di panico, o si bloccano di fronte a un esame, o abbandonano la scuola. E questo succede sempre prima nel percorso che noi adulti abbiamo immaginato per aggregarli al nostro gruppo. C’è poi un altro piccolo problema: la scuola non è ancora un posto per noi.

È un luogo di noi e loro. Noi che ci lamentiamo della fatica che ci fanno fare loro. Loro che si lamentano della fatica che noi facciamo fare loro.

Il progetto della Democrazia Affettiva, che immagina la scuola come uno spazio affettivo nel quale sia possibile sperimentare quanto è bello e interessante fare, imparare e stare insieme, cerca di dare una risposta alla domanda di relazione che ci rivolgono i ragazzi e alla domanda di minore fatica che viene dai docenti nello svolgimento del loro compito.

Questa figura, che disegna un circolo virtuoso, spiega bene cosa succede di solito nella relazione educativa, ma propone anche un cambiamento fondamentale nel modo di stare insieme.

Nella maggior parte dei casi gli adulti partono dall’idea che una Buona Educazione sia la base per creare una Buona Relazione.

Quindi intervengono correggendo, indirizzando, dando regole, perché pensano che i bambini (e i ragazzi) vadano prima di tutto educati e che questo risultato debba essere raggiunto nel minor tempo possibile e senza nessun cedimento.

I bambini mostrano di non gradire quello che noi proponiamo loro. Noi pensiamo che piangeranno un po’, ma poi si abitueranno (visto che non hanno alternative).

In questo lavoro faticosissimo per noi, e doloroso per loro, si creano due effetti collaterali:
  • Il primo è la rottura dei vincoli di fiducia.
  • Il secondo è un attrito che inizialmente vinciamo con piccole dosi di forza, ma che nel tempo diventa paralizzante.

Il circolo diventa invece virtuoso se cambia il nostro punto di partenza (e si sovrappone a quello dei bambini, che manifestano fin dalla nascita un gran desiderio di stare con noi). Una delle regole che si dà la Democrazia Affettiva è che nessun obiettivo da raggiungere vale un peggioramento della relazione.

Se, attraverso scelte culturali, noi stiamo con i nostri giovanissimi e giovani compagni di apprendimento con pazienza, intelligenza e generosità, succede quello che vediamo nella figura, perché sappiamo che se il punto di partenza con loro è avere una buona relazione (che loro imparano attraverso l’esperienza diretta), il risultato sarà soddisfacente per tutti.

Infatti una buona relazione fa fare poca fatica, rende piacevole lo stare insieme, produce una buona educazione, fa sì che l’apprendimento sia piacevole per tutti.

* Codice identificativo MIUR: 31568 – https://sophia.istruzione.it

Articolo di Renato Palma, Lorenzo Canuti, Giulia Lensi, Anna Maria Palma, Gianni Spulcioni.

Quando torneremo a scuola sarà tutto diverso

in Maschile singolare by
Quando torneremo a scuola sarà tutto diverso.

Quando torneremo a scuola. Sarà settembre, probabilmente, e troveremo i bambini un po’ cresciuti. Ho letto da qualche parte che la “Sindrome Italia” colpisce 80.000 badanti. Sono spesso persone, le badanti, che per assistere i nostri anziani lasciano i loro figli nel Paese di origine. Ovviamente questi figli nel frattempo crescono, fanno esperienze e così, quando la famiglia si riunisce, le madri scoprono quanta vita non hanno perso.

Ecco, quando torneremo, troveremo bambini molto cresciuti.

Avranno imparato molto, anche senza di noi; forse non le stesse cose, ma molto e tra questo molto ci saranno pure cose interessanti. Nulla a che vedere con la Sindrome Italia, ovviamente, ma avremo, tutti, l’occasione di capirle un po’ di più, le badanti, i loro figli e tutto quel pezzo d’Italia che diversamente ci lasciamo scivolare accanto. Non mi sembra poco.

Quando torneremo a scuola, sarà tutto diverso.

Ci verranno in mente le chat con le colleghe e i colleghi. Quelli che ci hanno scritto, ovviamente, ma anche quelli che non si sono fatti sentire. Ci sarà un solco, tra gli uni e gli altri e sarà un solco inevitabile e duraturo.

Perché la scuola è una comunità, certo, ma una comunità la valuti soprattutto nei momenti di crisi.

Allora saluteremo tutti, ovviamente, ma sapremo esattamente chi ci ha dato una mano e chi ce l’ha solo chiesta, una mano. E tutto questo scambio di mani sarà un piacere, dopo tutti questi mesi di paura. E neanche questo mi sembra poco.

Quando torneremo a scuola, sarà tutto diverso.

Torneremo carichi di applicazioni web. Avremo imparato a girare video, gestiremo un sacco di strumenti online, proprio come i famosi digital native. Lo sappiamo tutti che non esistono e che è solo un modo per dividere la popolazione umana tra chi fatica a fare una rampa di scale e chi corre la maratona.

Quando torneremo, non dico che sapremo fare tutti tutto, ma che sapremo fare un po’ di più, sì. E allora, quelli che corrono la maratona, digitalmente parlando, sentiranno il fiato sul collo e vedranno farsi sotto quelli che fino a poco prima faticavano anche a salire una rampa di scale. E li vedremo non proprio contenti di queste novità portate dal virus.

E questo mi sembra poco, ma mi è piaciuto scriverlo lo stesso.

Quando toneremo a scuola, perché torneremo prima o poi, sarà tutto diverso.

Vedremo i bambini scambiarsi le matite e percepiremo il pericolo. Vedremo i bambini venirci incontro per un abbraccio e anche lì percepiremo il pericolo. E a ogni colpo di tosse, a ogni starnuto percepiremo il pericolo, perché tra i danni del virus che ci tiene in casa in questi giorni c’è anche questo: un colpo all’idea che abbiamo dello stare insieme.

Non è poco, ma non è neanche tutto. Perché impareremo, magari, che il rispetto verso gli altri passa anche da una mascherina da indossare quando si ha il raffreddore. Non per proteggersi dagli altri, ma per proteggere gli altri.

Quando torneremo a scuola, ecco, forse posso dirla così, sarà tutto diverso se avremo imparato a proteggere gli altri. Restate a casa.

L’istruzione contro il sonno della ragione e dell’anima

in Ora di Alternativa/Spunti di lettura by
L’importanza dell’istruzione, secondo Valerio Camporesi, che veicoli sentimenti nelle nuove generazioni

“Il sonno della ragione genera mostri”, si è soliti dire con riferimento alle aberrazioni del Novecento, e in particolare al Nazismo e alle atrocità da esso commesse.

Atrocità attribuibili – si dice – a una perdita di contatto con la facoltà razionale e a una forma diffusa di ignoranza. Una mancanza di conoscenze, tale da far sì che un intero popolo abbia assecondato il progetto hitleriano di sterminio e di schiavizzazione di interi popoli.

C’è senz’altro molto di vero in questa affermazione, se la associamo appunto a una forma di obnubilamento della razionalità. Se però la intendiamo come un richiamo alla necessità di diffondere la conoscenza e l’istruzione come unico e principale antidoto al pericolo di derive collettive tragiche, allora è la memoria storica stessa a imporre una riflessione e un approfondimento.

Al tempo dell’avvento del Nazismo, la Germania era una delle nazioni più avanzate e progredite dal punto di vista dell’istruzione e dell’università. Così come la Germania guglielmina, principale artefice dell’immane massacro del primo conflitto mondiale, era stata indiscutibilmente il paese numero uno in Europa.

Come fu possibile, allora, lo scivolamento verso il baratro?

È che l’istruzione, la diffusione dei saperi, le conoscenze, cui tanto spesso e tanto giustamente ci richiamiamo quando parliamo di scuola, non sembrano essere garanzie assolute nei confronti della discesa verso l’abisso. Sarebbe necessario tener presente che la cultura e l’istruzione sono valori neutri, vuoti di per sé. Disponibili per essere riempiti di contenuti positivi o negativi.

Fu proprio il grande sviluppo della scienza e della tecnica tedesche con il conseguente primato raggiunto negli armamenti in Europa una delle spinte decisive che condusse la Germania verso le due guerre mondiali: non erano forse il prodotto dell’avanzato grado di sviluppo delle scuole e delle università tedesche i gas lanciati contro le trincee nemiche o i missili balistici che terrorizzarono Londra, per non parlare del sistema industriale di morte dei lager? Non erano forse anch’essi il prodotto di una forma di ragione, di razionalità? Non erano il frutto di una civiltà istruita?

Forse, al fondo, dovrebbe essere messo a fuoco il senso della parola istruzione.

Non basta affatto un’istruzione basata sui contenuti, sulle discipline, sulle materie tecnicamente intese; l’uomo di oggi dovrebbe tenere a mente il nostro tragico passato recente per ricordarsi che nelle nostre aule abbiamo almeno altrettanto bisogno di un’istruzione che veicoli i sentimenti umani: non furono e non sono sempre persone ‘ignoranti’ – nel senso comune – a produrre crimini di massa, e il caso della Germania dimostra come più che il sonno della ragione sia stato quello dell’anima ad aver generato mostri.

Quella loro ignoranza fu – ed è tuttora, perché i crimini di massa avvengono anche oggi – prima di tutto un’ignoranza dei sentimenti che si celano nel profondo dell’anima, una mancata educazione alla vita e alla libertà dell’essere uomo.

Anche oggi le nostre civiltà piene di persone istruite partoriscono mostri: lo vediamo dal prevalere assoluto attribuito al dio denaro, in nome del quale è consentito produrre utili sacrificando la vita delle persone, dal quotidiano stillicidio di atti di violenza inaudita o di stupidità efferata, come l’ultima moda dell’attraversare col rosso per sentirsi, una volta tanto, vivi. Coloro i quali progettano questi disastri individuali e/o collettivi sono tutte persone poco istruite?

Ecco allora una funzione alla quale la scuola di oggi dovrebbe adempiere: parlare al cuore degli studenti, offrire loro un senso nelle cose, un senso umano possibilmente, che ognuno – in quanto essere umano – declinerà a proprio modo, e offrire un senso non a parte i contenuti e/o le materie ma utilizzandoli per quello che realmente sono o dovrebbero essere, strumenti di conoscenza e di evoluzione dell’individuo.

Lo sapevano bene i nostri umanisti che, nei testi ritrovati nel buio dei monasteri, vi leggevano il senso (il loro senso) dell’essere umani, i loro ponti per indagare nel profondo della propria anima e trovarci, magari, qualcosa di luminoso. Perché è quel qualcosa che troviamo nel nostro intimo che, alla fine, ci salva e ci protegge, che fa da argine contro i mostri che abitano dentro e fuori di noi.

In copertina: “Il sonno della ragione genera mostri” Francisco Goya

La Scuola come cura e antidoto alla chiusura in se stessi

in Approcci educativi/Tavola Rotonda by
Cinzia Sorvillo ci accompagna in un viaggio alla scoperta della scuola, come antidoto all’iperconnessione e alla solitudine.

Vorrei partire da un bellissimo monologo scritto e interpretato da Lino Guanciale qualche giorno fa alla trasmissione Stati Generali della Dandini, sui ragazzi a scuola.

Il testo si apre con un’immagine, una visione, quella con cui noi adulti dipingiamo molto spesso i nostri ragazzi.

Li avete visti i ragazzi di oggi? I ragazzi che fanno le superiori, quelli delle medie? I bambini delle elementari pure.

Sono tutti sciatti, svogliati, sempre distratti, sembra sempre che non abbiano voglia di fare niente.

C’hanno sempre gli occhi su questi telefonini, le cuffiette alle orecchie, sembrano insensibili a tutto quello che gli sta attorno.

Per molti adulti e docenti, gli adolescenti di oggi appaiono proprio così. Se dovessi usare un’immagine, molto probabilmente la disegnerei anche io così. Una testa china su uno smartphone nello spazio chiuso delle pareti della propria stanzetta e immersa in un cyberspazio in cui si coltiva l’illusione di essere in un mondo pieno di contatti, ma in cui, in realtà, il contatto non c’è. Quanti camminano per strada con gli smartphone, mangiano una pizza ognuno col suo smartphone, giocano, ma ognuno col suo smartphone?! Ragazzi chiusi, immersi in una rete digitale che non consente relazioni se non attraverso il filtro dello schermo.

Ma questa non è la stessa immagine con cui potremmo rappresentare anche il mondo degli adulti? Genitori sempre piegati nello spazio virtuale della rete e conversazioni che si dispiegano nell’etere con la veemenza e l’ardimento di chi si sente potente perché protetto da uno schermo, potente perché non deve reggere lo sguardo dell’altro, l’incontro tra occhi e corpi, potente perché ha il tempo  di progettare risposte, pensieri e non rischia l’inciampo dell’errore, del non saper cosa dire.

Dietro uno schermo ci si sente potenti perché non si corre il rischio del confronto immediato, della domanda e soprattutto dell’imprevedibilità che ogni incontro reale e simmetrico nel tempo e nello spazio porta necessariamente con sé.

Siamo soli, ma con l’illusione di essere iperconnessi.

Nel suo nuovo libro “Le nuove melanconie. Destini del desiderio nel tempo ipermoderno“, Massimo Recalcati dimostra come i dati clinici oggi facciano emergere “nuove malattie psichiche, soprattutto tra le nuove generazioni, che condividono la caratteristica del ritiro, della introversione libidica, della sconnessione dai legami, del ripiegamento depressivo, della fobia sociale. […] Queste forme attuali del disagio contemporaneo sono ‘nuove melanconie’. Si tratta di una sofferenza che ha come tratto fondamentale il dominio della pulsione securitaria su quella erotica, della chiusura sull’apertura, della difesa sullo scambio. Una melanconia senza senso di colpa, senza delirio morale, senza autoflagellazione del soggetto sotto i colpi di una legge spietata; una nuova melanconia che suffraga la spinta della vita ad uscire dalla vita, a rifiutare la contaminazione inevitabile e necessaria della vita”.

Eppure esiste uno spazio, un luogo in cui, nonostante tutto, accadono continuamente incontri reali, uno spazio in cui nonostante gli edifici ormai troppo spesso fatiscenti e nonostante la volontà politica e sociale di distruggerne l’essenza, bambini, giovani, adulti, mamme, papà e anche nonni si incontrano con i loro corpi, i loro volti e le loro geografie.

Questo luogo è la scuola.

La condizione dell’essere studente peraltro attraversa e ha attraversato tutti. Tutti siamo stati in un passato recente o lontano degli studenti e tutti i cittadini di realtà che possano definirsi civili passano attraverso la scuola. Come l’essere figlio è una condizione che appartiene a tutti gli uomini, così quella dell’essere studente segna la vita di tutti e lascia segni che si incuneano sulla nostra pelle, definendone alcuni tratti che diventano parte di noi.

La scuola è quindi un segmento di vita fondamentale. Il luogo in cui avvengono i primi incontri con il mondo esterno alla famiglia, dove la lingua non è più quella intima della nostra casa e della nostra mamma, ma quella ‘straniera’ dell’Altro.

Alla luce di tutto questo, potremmo dunque considerare la scuola come antidoto alla chiusura e alla gabbia della rete?

Sì, ma solo se la scuola continuerà ad essere lo spazio in cui si potrà continuare a mantenere viva e centrale la fiamma dell’ora di lezione (vd. M.Recalcati, “L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento”).

Chi lavora nella scuola, sa quanto oggi l’ora di lezione sia diventata accessoria rispetto a tutto il resto. Scuola azienda e scuola delle competenze (per competenze io non intendo il senso originario e autentico di questa parola che porta in sé un significato splendido, ossia quello di andare insieme, far convergere in un medesimo punto, mirare ad un obiettivo comune, nonché finire insieme, incontrarsi, corrispondere, coincidere e gareggiare insieme, ma quella volontà a volte maniacale di tassonomizzare, quantificare, esplicitare, inglesizzare e imbrigliare in codici e griglie tutto quanto concerne la didattica, persino le ore. Ma anche scuola dell’efficienza e non dell’efficacia, scuola progettificio, scuola immagine e marketing, scuola delle responsabilità amministrative, scuola-documento, scuola delle skills, scuola dello psicologismo patologizzante, insomma, scuola che assomiglia sempre più ad un incubo kafkiano.

Oggi la scuola sembra sempre più assomigliare a un grande ufficio amministrativo che al luogo in cui si incontrano tra loro generazioni e in cui gli studenti incontrano un insegnante che porta con sé e testimonia quella che dovrebbe essere la sua passione.

Eppure i veri miracoli ancora accadono dentro l’aula e accadono proprio quando si chiude la porta e si comincia a fare lezione.

Quando un docente racconta e gli alunni riescono a entrare in quel racconto, quando un alunno si ‘confronta’ col docente e con i suoi compagni, quando si imbastiscono opinioni mediante un dibattito basato sull’ascolto, sulla parola e sulla mediazione dell’insegnante e non nella forma autistica e autoreferenziale del web in cui si vomitano sentenze tout court, quando a scuola un alunno scopre, attraverso la parola del docente, il caleidoscopio multiforme ma ordinato dell’oltretomba dantesco, o la poesia che emana Amore e Psiche di Canova, o la semplicità della legge gravitazionale di Newton, o la magia della genetica, o il mistero dell’universo finito ma dell’espansione infinita; quando un alunno scopre le lettere e i numeri,  impara a leggere da solo e a contare, quando entra nelle pieghe più nascoste e insidiose di un teorema o del pensiero di Kant; ecco, quando accade tutto questo, accade un miracolo e la scuola diventa una cura e un antidoto alla chiusura.

Un miracolo che si dispiega senza spettacolarizzazioni, senza foto, senza marketing e senza il bisogno di griglie e codici che quantifichino e imburocratizzino la lezione, ma solo attraverso due elementi:

  1.  Una profonda conoscenza di ciò di cui si parla
  2. Amore verso ciò di cui si parla.

Questo miracolo tende a far affiorare il desiderio di sapere e la voglia di confrontarsi con i propri compagni, coi docenti e, spesso, anche con i genitori, e non la voglia di chiudersi solo ed esclusivamente nell’autismo del web.

La scuola però purtroppo oggi bada sempre meno a questo aspetto e – in nome di un’innovazione che esecra la lezione classica, la spiegazione, il contenuto e soprattutto la figura del docente come volano di una testimonianza di desiderio – talvolta uccide anche gli insegnanti migliori e spegne anche i fuochi più accesi.

Questo per me però non significa che la scuola del nuovo millennio debba chiudersi alle novità digitali, sarebbe un atteggiamento antistorico e sterilmente nostalgico, tuttavia penso anche che questo mondo nuovo, dentro la scuola, debba essere l’accessorio, lo strumento, il mezzo per meglio amplificare la parola, non deve essere il ‘fine’ della lezione o sostituire la ‘parola’.  

Un giorno, una dirigente che teneva un corso di formazione ai docenti sulla didattica ‘innovativa’, disse che, essendoci nel cellulare già tutto, la voce del docente doveva ‘eclissarsi’ in nome di una didattica del ‘fare’ che permettesse ai ragazzi di risolvere problemi direttamente e senza passare attraverso la parola del docente che spiega, perché per i ragazzi di oggi, il docente che spiega, non è altro che una specie di mummia che fa annoiare e addormentare.

Se è vero che oggi non si può più pensare alla scuola come il luogo dove si trova depositato un sapere che viene travasato dal docente nella testa vuota di un alunno, proprio perché quel sapere oggi circola e sta già tutto dentro al cellulare, è anche vero però che nessun dispositivo potrà mai avere più effetto trasformativo della parola di un docente che conosce la sua disciplina, che non smette mai di studiare e che ama quel sapere, facendotelo toccare e sentire con il suo amore.

Senza quel passaggio, come si può pensare che i nostri ragazzi si orientino nell’oceano del web, che comprendano una pagina di wikipedia o di studenti.it, che sappiano destreggiarsi tra un sito attendibile e uno non attendibile, e che non incappino nelle teorie revisioniste o addirittura negazioniste?

La scuola può diventare un antidoto al mondo solipsistico delle nuove ‘melancolie’ e alla rigidità del pensiero, se sa far ‘incontrare’ persone e sa far incontrare ‘desideri’.

Io vorrei una scuola (soprattutto quelle di periferia, del Nord come del Sud dove, oltre agli spersonalizzanti centri commerciali, non ci sono spazi e punti di aggregazione) dove il docente possa realizzare ore di lezione con i propri alunni, ma anche con altri alunni dell’istituto in base alle sue discipline. Immagino una scuola con docenti che possano realizzare ore di lezione con i genitori per far conoscere Dante o il pensiero di Einstein,  immagino una scuola in cui l’incontro reale  tra docenti e allievi, adulti e bambini, possa essere il cuore acceso e pulsante di tutto questo grande ‘dispositivo’, tanto vituperato ma così essenziale per la vita di tutti noi.

Credits illustrazione: Agnese Innocente da “Scilla e il telefonino” Librì Progetti Educativi, collana Collilunghi.

La teatralizzazione a scuola come supporto alle lezioni

in Attività in classe/Ora di Alternativa/Tavola Rotonda by
La teatralizzazione a scuola può venire in soccorso degli insegnanti, permettendo agli studenti di appassionarsi alle lezioni e superare il “muro” con le materie.

Chi ogni mattina affronta il lavoro in classe si trova di fronte un ostacolo che pare insormontabile: come superare quel muro che separa dagli alunni? Che separa gli alunni dai contenuti che l’insegnante si trova a proporre e che non necessariamente incontrano il favore e l’attenzione degli alunni.

Sì perché la narrazione prevalente (o pericolosamente strisciante) in merito alla didattica vuole (impone?) che si vada incontro ai gusti e alle tendenze degli studenti. Ad esempio, liofilizzando i contenuti, spalmandoli in forme più attraenti, in modo da suscitare il tanto sospirato interesse e, di grazia, un po’ di partecipazione.

Narrazione pericolosa, a mio avviso, perché appiattisce il ruolo di docente, riducendolo a erogatore di un servizio che deve piacere. Invece una delle funzioni della scuola, dovrebbe essere quella di svegliare le parti assopite dell’alunno. I gusti, gli orizzonti e le aperture che a volte giacciono un po’ sepolte. E che con lo sforzo e col tempo – della scuola, appunto – possono riemergere (educere, appunto: tirar fuori da). Un tipo di narrazione sempre più vincente, purtroppo, anche a causa della competizione tra scuole e tra i docenti stessi. Le prime costrette alla corsa ai nuovi iscritti e i secondi chiamati a competere per aggiudicarsi il famoso bonus premiale; le une e gli altri, comunque, chiamati a “conquistare” il mercato, ovvero gli studenti.

Come superare allora quel muro di alterità tra gli studenti e le materie?

Basta guardare negli occhi uno studente per chiedersi: come potrà questo ragazzino dagli occhi assonnati, e che riflettono ancora le ore passate allo smartphone o a giocare a Fortnite, seguire una lezione sulla Guerra dei Trent’anni (che – chissà perché – rappresenta la noia per antonomasia: forse saranno le sue troppe fasi: danese, svedese, ecc.)?

Come potrà un alunno da cui mi separano decenni seguire le mie parole e i contenuti che – bene o male – esse cercano di rappresentare? Più passa il tempo e più mi faccio queste domande. Forse perché il tempo che passa spinge gli uomini (e anche gli insegnanti) a riflettere, a non dare nulla per scontato. Ciò che ha rappresentato una fonte di curiosità e di interesse, finanche passione, per me, non necessariamente potrà esserlo per uno studente di oggi. Studente da cui mi separano – ahimè – decenni e troppi cambiamenti socio-culturali, non sempre positivi. Un cumulo di pregiudizio e di stratificazione socioculturale, insomma, che alla parola scuola risponde: noia, noia, noia. Che fare?

Una risposta per me è stata la teatralizzazione: far rappresentare agli alunni le scene e le situazioni oggetto della spiegazione o della lettura.

Quella della teatralizzazione è stata una risposta istintiva, per me, forse nata da mie precedenti esperienze nel campo, che ha sempre riscontrato un grande interesse. Chiamare gli studenti a teatralizzare, a mettere in scena in forma sintetica e semplificata, ciò di cui si è solo parlato, permette di passare in una certa misura al vissuto, all’esperito e, forse, di superare quel muro.

Di far percepire, per esempio per quanto riguarda la Storia, che altre epoche, altre mentalità, altre abitudini sono esistite davvero e che il nostro, o il loro, non è l’unico né sarà l’ultimo. O che tante storie di cui parlano i testi letterari sono anche le nostre storie, quelle di persone che – come Lancillotto sul ponte della spada – si trovano di fronte a una paura irreale, fantasmatica (due leoni che l’attenderebbero passato il ponte), che sparisce se si ha il coraggio, come fa Lancillotto, di attraversare quel ponte e di constatare, poi, che i leoni non esistevano.

Nel vederli rappresentare quelle piccole scene, nelle mani alzate che fanno a gara per partecipare, mi pare a volte di avere visto occhi meno spenti e, forse, meno annoiati. Meno al di là del muro.

Non che tutto ciò non esponga a rischi e pericoli: nella teatralizzazione della defenestrazione di Praga (la solita, noiosissima, Guerra dei Trent’anni!) mi sono trovato di fronte alla spiacevole intenzione manifestata da un alunno, momentaneamente boemo e protestante, di buttare dalla finestra un suo compagno, altrettanto momentaneamente cattolicissimo rappresentante dell’impero. Ma basta stare attenti alle finestre, e riderci su, tutti insieme, come feci con i miei studenti anche in quell’occasione.

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CHUNG Julien
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