Scuola

L’istruzione contro il sonno della ragione e dell’anima

in Ora di Alternativa/Spunti di lettura by
L’importanza dell’istruzione, secondo Valerio Camporesi, che veicoli sentimenti nelle nuove generazioni

“Il sonno della ragione genera mostri”, si è soliti dire con riferimento alle aberrazioni del Novecento, e in particolare al Nazismo e alle atrocità da esso commesse.

Atrocità attribuibili – si dice – a una perdita di contatto con la facoltà razionale e a una forma diffusa di ignoranza. Una mancanza di conoscenze, tale da far sì che un intero popolo abbia assecondato il progetto hitleriano di sterminio e di schiavizzazione di interi popoli.

C’è senz’altro molto di vero in questa affermazione, se la associamo appunto a una forma di obnubilamento della razionalità. Se però la intendiamo come un richiamo alla necessità di diffondere la conoscenza e l’istruzione come unico e principale antidoto al pericolo di derive collettive tragiche, allora è la memoria storica stessa a imporre una riflessione e un approfondimento.

Al tempo dell’avvento del Nazismo, la Germania era una delle nazioni più avanzate e progredite dal punto di vista dell’istruzione e dell’università. Così come la Germania guglielmina, principale artefice dell’immane massacro del primo conflitto mondiale, era stata indiscutibilmente il paese numero uno in Europa.

Come fu possibile, allora, lo scivolamento verso il baratro?

È che l’istruzione, la diffusione dei saperi, le conoscenze, cui tanto spesso e tanto giustamente ci richiamiamo quando parliamo di scuola, non sembrano essere garanzie assolute nei confronti della discesa verso l’abisso. Sarebbe necessario tener presente che la cultura e l’istruzione sono valori neutri, vuoti di per sé. Disponibili per essere riempiti di contenuti positivi o negativi.

Fu proprio il grande sviluppo della scienza e della tecnica tedesche con il conseguente primato raggiunto negli armamenti in Europa una delle spinte decisive che condusse la Germania verso le due guerre mondiali: non erano forse il prodotto dell’avanzato grado di sviluppo delle scuole e delle università tedesche i gas lanciati contro le trincee nemiche o i missili balistici che terrorizzarono Londra, per non parlare del sistema industriale di morte dei lager? Non erano forse anch’essi il prodotto di una forma di ragione, di razionalità? Non erano il frutto di una civiltà istruita?

Forse, al fondo, dovrebbe essere messo a fuoco il senso della parola istruzione.

Non basta affatto un’istruzione basata sui contenuti, sulle discipline, sulle materie tecnicamente intese; l’uomo di oggi dovrebbe tenere a mente il nostro tragico passato recente per ricordarsi che nelle nostre aule abbiamo almeno altrettanto bisogno di un’istruzione che veicoli i sentimenti umani: non furono e non sono sempre persone ‘ignoranti’ – nel senso comune – a produrre crimini di massa, e il caso della Germania dimostra come più che il sonno della ragione sia stato quello dell’anima ad aver generato mostri.

Quella loro ignoranza fu – ed è tuttora, perché i crimini di massa avvengono anche oggi – prima di tutto un’ignoranza dei sentimenti che si celano nel profondo dell’anima, una mancata educazione alla vita e alla libertà dell’essere uomo.

Anche oggi le nostre civiltà piene di persone istruite partoriscono mostri: lo vediamo dal prevalere assoluto attribuito al dio denaro, in nome del quale è consentito produrre utili sacrificando la vita delle persone, dal quotidiano stillicidio di atti di violenza inaudita o di stupidità efferata, come l’ultima moda dell’attraversare col rosso per sentirsi, una volta tanto, vivi. Coloro i quali progettano questi disastri individuali e/o collettivi sono tutte persone poco istruite?

Ecco allora una funzione alla quale la scuola di oggi dovrebbe adempiere: parlare al cuore degli studenti, offrire loro un senso nelle cose, un senso umano possibilmente, che ognuno – in quanto essere umano – declinerà a proprio modo, e offrire un senso non a parte i contenuti e/o le materie ma utilizzandoli per quello che realmente sono o dovrebbero essere, strumenti di conoscenza e di evoluzione dell’individuo.

Lo sapevano bene i nostri umanisti che, nei testi ritrovati nel buio dei monasteri, vi leggevano il senso (il loro senso) dell’essere umani, i loro ponti per indagare nel profondo della propria anima e trovarci, magari, qualcosa di luminoso. Perché è quel qualcosa che troviamo nel nostro intimo che, alla fine, ci salva e ci protegge, che fa da argine contro i mostri che abitano dentro e fuori di noi.

In copertina: “Il sonno della ragione genera mostri” Francisco Goya

La Scuola come cura e antidoto alla chiusura in se stessi

in Approcci educativi/Tavola Rotonda by
Cinzia Sorvillo ci accompagna in un viaggio alla scoperta della scuola, come antidoto all’iperconnessione e alla solitudine.

Vorrei partire da un bellissimo monologo scritto e interpretato da Lino Guanciale qualche giorno fa alla trasmissione Stati Generali della Dandini, sui ragazzi a scuola.

Il testo si apre con un’immagine, una visione, quella con cui noi adulti dipingiamo molto spesso i nostri ragazzi.

Li avete visti i ragazzi di oggi? I ragazzi che fanno le superiori, quelli delle medie? I bambini delle elementari pure.

Sono tutti sciatti, svogliati, sempre distratti, sembra sempre che non abbiano voglia di fare niente.

C’hanno sempre gli occhi su questi telefonini, le cuffiette alle orecchie, sembrano insensibili a tutto quello che gli sta attorno.

Per molti adulti e docenti, gli adolescenti di oggi appaiono proprio così. Se dovessi usare un’immagine, molto probabilmente la disegnerei anche io così. Una testa china su uno smartphone nello spazio chiuso delle pareti della propria stanzetta e immersa in un cyberspazio in cui si coltiva l’illusione di essere in un mondo pieno di contatti, ma in cui, in realtà, il contatto non c’è. Quanti camminano per strada con gli smartphone, mangiano una pizza ognuno col suo smartphone, giocano, ma ognuno col suo smartphone?! Ragazzi chiusi, immersi in una rete digitale che non consente relazioni se non attraverso il filtro dello schermo.

Ma questa non è la stessa immagine con cui potremmo rappresentare anche il mondo degli adulti? Genitori sempre piegati nello spazio virtuale della rete e conversazioni che si dispiegano nell’etere con la veemenza e l’ardimento di chi si sente potente perché protetto da uno schermo, potente perché non deve reggere lo sguardo dell’altro, l’incontro tra occhi e corpi, potente perché ha il tempo  di progettare risposte, pensieri e non rischia l’inciampo dell’errore, del non saper cosa dire.

Dietro uno schermo ci si sente potenti perché non si corre il rischio del confronto immediato, della domanda e soprattutto dell’imprevedibilità che ogni incontro reale e simmetrico nel tempo e nello spazio porta necessariamente con sé.

Siamo soli, ma con l’illusione di essere iperconnessi.

Nel suo nuovo libro “Le nuove melanconie. Destini del desiderio nel tempo ipermoderno“, Massimo Recalcati dimostra come i dati clinici oggi facciano emergere “nuove malattie psichiche, soprattutto tra le nuove generazioni, che condividono la caratteristica del ritiro, della introversione libidica, della sconnessione dai legami, del ripiegamento depressivo, della fobia sociale. […] Queste forme attuali del disagio contemporaneo sono ‘nuove melanconie’. Si tratta di una sofferenza che ha come tratto fondamentale il dominio della pulsione securitaria su quella erotica, della chiusura sull’apertura, della difesa sullo scambio. Una melanconia senza senso di colpa, senza delirio morale, senza autoflagellazione del soggetto sotto i colpi di una legge spietata; una nuova melanconia che suffraga la spinta della vita ad uscire dalla vita, a rifiutare la contaminazione inevitabile e necessaria della vita”.

Eppure esiste uno spazio, un luogo in cui, nonostante tutto, accadono continuamente incontri reali, uno spazio in cui nonostante gli edifici ormai troppo spesso fatiscenti e nonostante la volontà politica e sociale di distruggerne l’essenza, bambini, giovani, adulti, mamme, papà e anche nonni si incontrano con i loro corpi, i loro volti e le loro geografie.

Questo luogo è la scuola.

La condizione dell’essere studente peraltro attraversa e ha attraversato tutti. Tutti siamo stati in un passato recente o lontano degli studenti e tutti i cittadini di realtà che possano definirsi civili passano attraverso la scuola. Come l’essere figlio è una condizione che appartiene a tutti gli uomini, così quella dell’essere studente segna la vita di tutti e lascia segni che si incuneano sulla nostra pelle, definendone alcuni tratti che diventano parte di noi.

La scuola è quindi un segmento di vita fondamentale. Il luogo in cui avvengono i primi incontri con il mondo esterno alla famiglia, dove la lingua non è più quella intima della nostra casa e della nostra mamma, ma quella ‘straniera’ dell’Altro.

Alla luce di tutto questo, potremmo dunque considerare la scuola come antidoto alla chiusura e alla gabbia della rete?

Sì, ma solo se la scuola continuerà ad essere lo spazio in cui si potrà continuare a mantenere viva e centrale la fiamma dell’ora di lezione (vd. M.Recalcati, “L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento”).

Chi lavora nella scuola, sa quanto oggi l’ora di lezione sia diventata accessoria rispetto a tutto il resto. Scuola azienda e scuola delle competenze (per competenze io non intendo il senso originario e autentico di questa parola che porta in sé un significato splendido, ossia quello di andare insieme, far convergere in un medesimo punto, mirare ad un obiettivo comune, nonché finire insieme, incontrarsi, corrispondere, coincidere e gareggiare insieme, ma quella volontà a volte maniacale di tassonomizzare, quantificare, esplicitare, inglesizzare e imbrigliare in codici e griglie tutto quanto concerne la didattica, persino le ore. Ma anche scuola dell’efficienza e non dell’efficacia, scuola progettificio, scuola immagine e marketing, scuola delle responsabilità amministrative, scuola-documento, scuola delle skills, scuola dello psicologismo patologizzante, insomma, scuola che assomiglia sempre più ad un incubo kafkiano.

Oggi la scuola sembra sempre più assomigliare a un grande ufficio amministrativo che al luogo in cui si incontrano tra loro generazioni e in cui gli studenti incontrano un insegnante che porta con sé e testimonia quella che dovrebbe essere la sua passione.

Eppure i veri miracoli ancora accadono dentro l’aula e accadono proprio quando si chiude la porta e si comincia a fare lezione.

Quando un docente racconta e gli alunni riescono a entrare in quel racconto, quando un alunno si ‘confronta’ col docente e con i suoi compagni, quando si imbastiscono opinioni mediante un dibattito basato sull’ascolto, sulla parola e sulla mediazione dell’insegnante e non nella forma autistica e autoreferenziale del web in cui si vomitano sentenze tout court, quando a scuola un alunno scopre, attraverso la parola del docente, il caleidoscopio multiforme ma ordinato dell’oltretomba dantesco, o la poesia che emana Amore e Psiche di Canova, o la semplicità della legge gravitazionale di Newton, o la magia della genetica, o il mistero dell’universo finito ma dell’espansione infinita; quando un alunno scopre le lettere e i numeri,  impara a leggere da solo e a contare, quando entra nelle pieghe più nascoste e insidiose di un teorema o del pensiero di Kant; ecco, quando accade tutto questo, accade un miracolo e la scuola diventa una cura e un antidoto alla chiusura.

Un miracolo che si dispiega senza spettacolarizzazioni, senza foto, senza marketing e senza il bisogno di griglie e codici che quantifichino e imburocratizzino la lezione, ma solo attraverso due elementi:

  1.  Una profonda conoscenza di ciò di cui si parla
  2. Amore verso ciò di cui si parla.

Questo miracolo tende a far affiorare il desiderio di sapere e la voglia di confrontarsi con i propri compagni, coi docenti e, spesso, anche con i genitori, e non la voglia di chiudersi solo ed esclusivamente nell’autismo del web.

La scuola però purtroppo oggi bada sempre meno a questo aspetto e – in nome di un’innovazione che esecra la lezione classica, la spiegazione, il contenuto e soprattutto la figura del docente come volano di una testimonianza di desiderio – talvolta uccide anche gli insegnanti migliori e spegne anche i fuochi più accesi.

Questo per me però non significa che la scuola del nuovo millennio debba chiudersi alle novità digitali, sarebbe un atteggiamento antistorico e sterilmente nostalgico, tuttavia penso anche che questo mondo nuovo, dentro la scuola, debba essere l’accessorio, lo strumento, il mezzo per meglio amplificare la parola, non deve essere il ‘fine’ della lezione o sostituire la ‘parola’.  

Un giorno, una dirigente che teneva un corso di formazione ai docenti sulla didattica ‘innovativa’, disse che, essendoci nel cellulare già tutto, la voce del docente doveva ‘eclissarsi’ in nome di una didattica del ‘fare’ che permettesse ai ragazzi di risolvere problemi direttamente e senza passare attraverso la parola del docente che spiega, perché per i ragazzi di oggi, il docente che spiega, non è altro che una specie di mummia che fa annoiare e addormentare.

Se è vero che oggi non si può più pensare alla scuola come il luogo dove si trova depositato un sapere che viene travasato dal docente nella testa vuota di un alunno, proprio perché quel sapere oggi circola e sta già tutto dentro al cellulare, è anche vero però che nessun dispositivo potrà mai avere più effetto trasformativo della parola di un docente che conosce la sua disciplina, che non smette mai di studiare e che ama quel sapere, facendotelo toccare e sentire con il suo amore.

Senza quel passaggio, come si può pensare che i nostri ragazzi si orientino nell’oceano del web, che comprendano una pagina di wikipedia o di studenti.it, che sappiano destreggiarsi tra un sito attendibile e uno non attendibile, e che non incappino nelle teorie revisioniste o addirittura negazioniste?

La scuola può diventare un antidoto al mondo solipsistico delle nuove ‘melancolie’ e alla rigidità del pensiero, se sa far ‘incontrare’ persone e sa far incontrare ‘desideri’.

Io vorrei una scuola (soprattutto quelle di periferia, del Nord come del Sud dove, oltre agli spersonalizzanti centri commerciali, non ci sono spazi e punti di aggregazione) dove il docente possa realizzare ore di lezione con i propri alunni, ma anche con altri alunni dell’istituto in base alle sue discipline. Immagino una scuola con docenti che possano realizzare ore di lezione con i genitori per far conoscere Dante o il pensiero di Einstein,  immagino una scuola in cui l’incontro reale  tra docenti e allievi, adulti e bambini, possa essere il cuore acceso e pulsante di tutto questo grande ‘dispositivo’, tanto vituperato ma così essenziale per la vita di tutti noi.

Credits illustrazione: Agnese Innocente da “Scilla e il telefonino” Librì Progetti Educativi, collana Collilunghi.

La teatralizzazione a scuola come supporto alle lezioni

in Attività in classe/Ora di Alternativa/Tavola Rotonda by
La teatralizzazione a scuola può venire in soccorso degli insegnanti, permettendo agli studenti di appassionarsi alle lezioni e superare il “muro” con le materie.

Chi ogni mattina affronta il lavoro in classe si trova di fronte un ostacolo che pare insormontabile: come superare quel muro che separa dagli alunni? Che separa gli alunni dai contenuti che l’insegnante si trova a proporre e che non necessariamente incontrano il favore e l’attenzione degli alunni.

Sì perché la narrazione prevalente (o pericolosamente strisciante) in merito alla didattica vuole (impone?) che si vada incontro ai gusti e alle tendenze degli studenti. Ad esempio, liofilizzando i contenuti, spalmandoli in forme più attraenti, in modo da suscitare il tanto sospirato interesse e, di grazia, un po’ di partecipazione.

Narrazione pericolosa, a mio avviso, perché appiattisce il ruolo di docente, riducendolo a erogatore di un servizio che deve piacere. Invece una delle funzioni della scuola, dovrebbe essere quella di svegliare le parti assopite dell’alunno. I gusti, gli orizzonti e le aperture che a volte giacciono un po’ sepolte. E che con lo sforzo e col tempo – della scuola, appunto – possono riemergere (educere, appunto: tirar fuori da). Un tipo di narrazione sempre più vincente, purtroppo, anche a causa della competizione tra scuole e tra i docenti stessi. Le prime costrette alla corsa ai nuovi iscritti e i secondi chiamati a competere per aggiudicarsi il famoso bonus premiale; le une e gli altri, comunque, chiamati a “conquistare” il mercato, ovvero gli studenti.

Come superare allora quel muro di alterità tra gli studenti e le materie?

Basta guardare negli occhi uno studente per chiedersi: come potrà questo ragazzino dagli occhi assonnati, e che riflettono ancora le ore passate allo smartphone o a giocare a Fortnite, seguire una lezione sulla Guerra dei Trent’anni (che – chissà perché – rappresenta la noia per antonomasia: forse saranno le sue troppe fasi: danese, svedese, ecc.)?

Come potrà un alunno da cui mi separano decenni seguire le mie parole e i contenuti che – bene o male – esse cercano di rappresentare? Più passa il tempo e più mi faccio queste domande. Forse perché il tempo che passa spinge gli uomini (e anche gli insegnanti) a riflettere, a non dare nulla per scontato. Ciò che ha rappresentato una fonte di curiosità e di interesse, finanche passione, per me, non necessariamente potrà esserlo per uno studente di oggi. Studente da cui mi separano – ahimè – decenni e troppi cambiamenti socio-culturali, non sempre positivi. Un cumulo di pregiudizio e di stratificazione socioculturale, insomma, che alla parola scuola risponde: noia, noia, noia. Che fare?

Una risposta per me è stata la teatralizzazione: far rappresentare agli alunni le scene e le situazioni oggetto della spiegazione o della lettura.

Quella della teatralizzazione è stata una risposta istintiva, per me, forse nata da mie precedenti esperienze nel campo, che ha sempre riscontrato un grande interesse. Chiamare gli studenti a teatralizzare, a mettere in scena in forma sintetica e semplificata, ciò di cui si è solo parlato, permette di passare in una certa misura al vissuto, all’esperito e, forse, di superare quel muro.

Di far percepire, per esempio per quanto riguarda la Storia, che altre epoche, altre mentalità, altre abitudini sono esistite davvero e che il nostro, o il loro, non è l’unico né sarà l’ultimo. O che tante storie di cui parlano i testi letterari sono anche le nostre storie, quelle di persone che – come Lancillotto sul ponte della spada – si trovano di fronte a una paura irreale, fantasmatica (due leoni che l’attenderebbero passato il ponte), che sparisce se si ha il coraggio, come fa Lancillotto, di attraversare quel ponte e di constatare, poi, che i leoni non esistevano.

Nel vederli rappresentare quelle piccole scene, nelle mani alzate che fanno a gara per partecipare, mi pare a volte di avere visto occhi meno spenti e, forse, meno annoiati. Meno al di là del muro.

Non che tutto ciò non esponga a rischi e pericoli: nella teatralizzazione della defenestrazione di Praga (la solita, noiosissima, Guerra dei Trent’anni!) mi sono trovato di fronte alla spiacevole intenzione manifestata da un alunno, momentaneamente boemo e protestante, di buttare dalla finestra un suo compagno, altrettanto momentaneamente cattolicissimo rappresentante dell’impero. Ma basta stare attenti alle finestre, e riderci su, tutti insieme, come feci con i miei studenti anche in quell’occasione.

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