Valerio Camporesi

Valerio Camporesi has 35 articles published.

Nato a Firenze il 25 febbraio del 1970, si è laureato in Lettere con indirizzo storico all'università di Firenze nel 1998. Dal 2001 insegna Lettere alla Scuola Secondaria di primo grado. Nel dicembre del 2014 ha pubblicato il suo romanzo d'esordio, "L'amore al tempo della rete" (Carmignani Ed.). Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati all'interno di raccolte antologiche; un suo articolo è apparso sulla "Antologia" del Lab. Vieusseux nel 2016.

Una riflessione su nuove categorie di Bisogni Educativi Speciali

in Bisogni Educativi Speciali by

Nelle scuole è stata introdotta la categoria dei “plusdotati”, studenti più intelligenti secondo test specifici, inclusi nei BES per i loro bisogni educativi speciali, rischiando concezioni divisive.

Oltre a quella di DSA e di BES (e forse di altre che al momento mi sfuggono) nelle nostre scuole è stata recentemente introdotta un’altra categoria, quella dei ”plusdotati”, ovvero gli studenti che – secondo appositi test – risultano essere più intelligenti (“di un’altra categoria”, verrebbe da dire) rispetto agli altri. Una categoria inclusa in quella dei BES visto che anche i più dotati avrebbero dei bisogni educativi speciali, terminologia con la quale si intendeva invece definire, in linea generale, il caso di uno svantaggio sociale od economico; qui invece si parla di alunni “gifted”, come sono definiti in modo per lo meno discutibile, come se ogni alunno non recasse in sé un dono proprio, particolare: dispiace davvero, questa definizione, che sembra recare tracce di una concezione divisiva se non discriminatoria e gerarchica della scuola e della società.

Una prima osservazione riguarda proprio questa ennesima introduzione di una terminologia che tende a classificare e a separare, giudicandoli particolari, degli alunni: c’è forse uno studente, infatti, che non abbia dei bisogni educativi speciali? Non sono tutti gli studenti dei casi particolari che la scuola, la classe deve riuscire a mettere insieme e a far collaborare? E, soprattutto, è così necessario immettere nel vocabolario scolastico continue definizioni che vogliono rappresentare una casistica di per sé infinita? Perché, infine, non si valuta la capacità degli insegnanti di discernere, capire chi si ha davanti senza dover fare ricorso a tabelle e specializzazioni le più varie? Non sono forse sempre esistiti, nella scuola, i casi speciali a cui si vorrebbe dare – non si sa bene come – una specie di tutela ulteriore?

Burocratizzazione continua

Mentre si va facendo sempre più alta, benché inascoltata, la voce che chiede una sburocratizzazione, ecco – in sintesi – che si vuole tassonomizzare un altro aspetto, da sempre esistito, della vita scolastica.
Vi è poi un problema più di fondo, o meglio più problemi di fondo, il primo dei quali è relativo alla domanda che sorge inevitabile: cos’è l’intelligenza? È davvero misurabile? I già citati test sembrano non dire poi molto, poiché il concetto stesso di intelligenza appare sfumato ed assai poco definibile, esistendo – tra l’altro – una pluralità di forme d’intelligenza, alcune delle quali impossibili da misurare e quantificare, come quella psicologica, quella emotiva, quella relazionale e così via (si veda il bel saggio di U. Galimberti Il mito dell’intelligenza, in I miti del nostro tempo, ed. Feltrinelli). A quale, dunque, dare la prevalenza? E perché solo ad una?

L’altra questione attiene al concetto stesso di scuola: non è che a forza di suddividere gli alunni in categorie a sé stanti si perde uno dei sensi dello stare a scuola, ossia lo scambio, l’ascolto, lo stare tra diversi eppure tra simili? Non è questa una delle missioni principali della scuola da quando esiste? Che poi, va detto, soluzioni miracolose ai bisogni educativi speciali non esistono: l’alunno più dotato (con le sfumature di significato non secondarie di cui sopra) incorrerà talvolta in una certa noia, così come non mancheranno le situazioni in cui gli svantaggiati avranno difficoltà a seguire le lezioni: ma forse è anche all’accettazione di questi fatti come normali e consustanziali alla vita scolastica, alla – si passi – sdrammatizzazione di dinamiche sempre esistite che si dovrebbe guardare.

Credits: Foto di Austris Augusts su Unsplash

La teatralizzazione a scuola come supporto alle lezioni

in Arte, Musica e Spettacolo/Attività di classe by
La teatralizzazione a scuola può venire in soccorso degli insegnanti, permettendo agli studenti di appassionarsi alle lezioni e superare il “muro” con le materie.

Chi ogni mattina affronta il lavoro in classe si trova di fronte un ostacolo che pare insormontabile: come superare quel muro che separa dagli alunni? Che separa gli alunni dai contenuti che l’insegnante si trova a proporre e che non necessariamente incontrano il favore e l’attenzione degli alunni.

Sì perché la narrazione prevalente (o pericolosamente strisciante) in merito alla didattica vuole (impone?) che si vada incontro ai gusti e alle tendenze degli studenti. Ad esempio, liofilizzando i contenuti, spalmandoli in forme più attraenti, in modo da suscitare il tanto sospirato interesse e, di grazia, un po’ di partecipazione.

Narrazione pericolosa, a mio avviso, perché appiattisce il ruolo di docente, riducendolo a erogatore di un servizio che deve piacere. Invece una delle funzioni della scuola, dovrebbe essere quella di svegliare le parti assopite dell’alunno. I gusti, gli orizzonti e le aperture che a volte giacciono un po’ sepolte. E che con lo sforzo e col tempo – della scuola, appunto – possono riemergere (educere, appunto: tirar fuori da). Un tipo di narrazione sempre più vincente, purtroppo, anche a causa della competizione tra scuole e tra i docenti stessi. Le prime costrette alla corsa ai nuovi iscritti e i secondi chiamati a competere per aggiudicarsi il famoso bonus premiale; le une e gli altri, comunque, chiamati a “conquistare” il mercato, ovvero gli studenti.

Come superare allora quel muro di alterità tra gli studenti e le materie?

Basta guardare negli occhi uno studente per chiedersi: come potrà questo ragazzino dagli occhi assonnati, e che riflettono ancora le ore passate allo smartphone o a giocare a Fortnite, seguire una lezione sulla Guerra dei Trent’anni (che – chissà perché – rappresenta la noia per antonomasia: forse saranno le sue troppe fasi: danese, svedese, ecc.)?

Come potrà un alunno da cui mi separano decenni seguire le mie parole e i contenuti che – bene o male – esse cercano di rappresentare? Più passa il tempo e più mi faccio queste domande. Forse perché il tempo che passa spinge gli uomini (e anche gli insegnanti) a riflettere, a non dare nulla per scontato. Ciò che ha rappresentato una fonte di curiosità e di interesse, finanche passione, per me, non necessariamente potrà esserlo per uno studente di oggi. Studente da cui mi separano – ahimè – decenni e troppi cambiamenti socio-culturali, non sempre positivi. Un cumulo di pregiudizio e di stratificazione socioculturale, insomma, che alla parola scuola risponde: noia, noia, noia. Che fare?

Una risposta per me è stata la teatralizzazione: far rappresentare agli alunni le scene e le situazioni oggetto della spiegazione o della lettura.

Quella della teatralizzazione è stata una risposta istintiva, per me, forse nata da mie precedenti esperienze nel campo, che ha sempre riscontrato un grande interesse. Chiamare gli studenti a teatralizzare, a mettere in scena in forma sintetica e semplificata, ciò di cui si è solo parlato, permette di passare in una certa misura al vissuto, all’esperito e, forse, di superare quel muro.

Di far percepire, per esempio per quanto riguarda la Storia, che altre epoche, altre mentalità, altre abitudini sono esistite davvero e che il nostro, o il loro, non è l’unico né sarà l’ultimo. O che tante storie di cui parlano i testi letterari sono anche le nostre storie, quelle di persone che – come Lancillotto sul ponte della spada – si trovano di fronte a una paura irreale, fantasmatica (due leoni che l’attenderebbero passato il ponte), che sparisce se si ha il coraggio, come fa Lancillotto, di attraversare quel ponte e di constatare, poi, che i leoni non esistevano.

Nel vederli rappresentare quelle piccole scene, nelle mani alzate che fanno a gara per partecipare, mi pare a volte di avere visto occhi meno spenti e, forse, meno annoiati. Meno al di là del muro.

Non che tutto ciò non esponga a rischi e pericoli: nella teatralizzazione della defenestrazione di Praga (la solita, noiosissima, Guerra dei Trent’anni!) mi sono trovato di fronte alla spiacevole intenzione manifestata da un alunno, momentaneamente boemo e protestante, di buttare dalla finestra un suo compagno, altrettanto momentaneamente cattolicissimo rappresentante dell’impero. Ma basta stare attenti alle finestre, e riderci su, tutti insieme, come feci con i miei studenti anche in quell’occasione.

Il diritto alla disconnessione

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Cellulare, email, registro elettronico, smartwatch… il panopticon moderno che ci tiene “sempre collegati”

"Scusi prof, cosa c’è domani nel compito di geografia?". Era una domenica, di sera, nel pieno del relax che precedeva il rientro alle fatiche lavorative, e la mail dell’alunno mi spinse a una decisione irrevocabile: disconnettermi. 

Eppure, ricordo ancora la gioia con la quale solo pochi mesi prima ero riuscito a collegare la mia mail personale con quella dell’istituto anche sul cellulare: finalmente anch’io sarei stato in costante aggiornamento con le comunicazioni della scuola!

Cos’erano quei tempi bui, ottocenteschi, in cui per vedere la corrispondenza scolastica dovevo mettermi a sedere al mio computer? Ogni aggiornamento mi avrebbe seguito come un’ombra, sempre, comunque, in ogni luogo, e sarei stato definitivamente moderno e nuovo pure io!

Bastò poco, e quello squillo divenne un incubo: a tavola, al cinema, in vasca da bagno, il mio povero smartphone trillava ovunque: proposte di aggiornamento, comunicazioni urgenti e piangenti delle famiglie, domande sulle interrogazioni, richieste ancor più petulanti di colleghe (uso il femminile non a caso, ma questo sarebbe un altro argomento: perché ci sono così pochi uomini nella scuola?) su scadenze improrogabili anche se di lì a un mese, discussioni infinite nei consigli di classe che ormai si svolgono più via chat che dal vivo, e il mare della nevrosi che dilaga, impetuoso, incessante, fino a farmi mordere il cellulare (una volta è successo davvero).

E io lo ringrazio, quel caro alunno, lo benedico, perché con quella semplice domanda fu in grado di farmi capire quanto stupido fosse stato e quanto poco o nulla fosse necessario essere costantemente collegato, come una macchina, perché è pur sempre questo l’obiettivo che si intravede in tante dinamiche e input che percorrono il mondo della scuola, la riduzione dell’uomo a macchina, a digitatore non-pensante ma sempre collegato: e benedico quell’atto, quella cancellazione, minima protesta contro un mondo che vuole togliere l’aria, lo spazio, la noia (sì, anche quella, intesa come vuoto, come non-fare), e celebro ogni rivolta che nelle nostre aule si compie oggi da parte di chi vuole una scuola fatta di dialogo e di pensieri e non di spazzatura compulsiva.

E, più di questo, il tema di fondo, quel diritto alla disconnessione di cui tutti parlano ma che nelle scuole si fa fatica a mettere in pratica perché a dire ’’no’’ si passa male, per oppositivi, gente a cui non frega nulla, che mette i bastoni fra le ruote. Chi si vuole disconnettere spesso lo fa anche perché così può dedicare più tempo per quella che dovrebbe essere la vera azione dell’insegnante: studiare, approfondire, progettare, riflettere. Tutte cose che si fanno stando connessi con la propria testa, la propria immaginazione, le proprie curiosità intellettuali e non con uno dispositivo elettronico.

Un ultimo, struggente pensiero va al vecchio registro delle circolari, l’ultima delle quali è stata probabilmente firmata dal Manzoni: strumento vetusto, sepolcrale, che fa quasi pena vedere così (quando lo si vede ancora), abbandonato in un angolo delle italiche aule docenti, quello che ti costringeva a fermarti un attimo, a pensare, a firmare (sì, si usava la mano, prima) e che, soprattutto, non ti chiamava mentre eri nella vasca da bagno per sapere cosa c’era nella verifica di geografia!

Sul tema ne avevamo già parlato qui!

La scuola “mammona”

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Non se ne parla molto, ma tra le tante problematiche – per non dire emergenze – della scuola di oggi c’è quella che si potrebbe definire della scuola “mammona”

Cosa si intende per scuola "mammona"? Si intente una scuola che protegge e preserva spesso in modo illimitato e indefinito lo studente da quei 'no' cui, in epoche anche recenti, si era più abituati.  

A livello degli apprendimenti, troppo spesso le famose “insufficienze” vengono mascherate, giustificate e infine arrotondate in sede di valutazione finale, laddove non sempre le giustificazioni reggono e gli arrotondamenti quadrano, se non in ragione di un “lasciar fare” che preservi l’istituto scolastico da logoranti confronti con i genitori e scongiuri l’impronunciabile e terrificante rischio dei ricorsi.

Questo “lasciar fare” si vede bene nella produzione scritta, laddove fin dalla scuola primaria gli errori e gli strafalcioni vengono capiti, giustificati, quasi vezzeggiati in nome di un malinteso senso di libertà, e via via cresce, fino ad arrivare alla scuola media laddove i voti e i giudizi negativi tendono sempre più ad affievolirsi affinché la scuola non diventi quel “noioso ostacolo” di cui ha recentemente parlato Paolo Crepet in una sua recente intervista.

Problema vario, complesso, differenziato a seconda degli ordini di scuola e dei seguenti istituti, ma certamente un problema reale

E se non andava bene la scuola “matrigna”, classista e selettiva, di epoche non troppo lontane, neanche questa sembra corrispondere a quel principio educativo cui dovrebbe essere chiamato chi insegna: infatti, accogliere ed includere non può significare dire sempre “sì”, non mettere mai di fronte a quei problemi e quegli ostacoli che possono o meglio devono caratterizzare il percorso scolastico.

Per citare un esempio concreto, le numerose e talvolta discutibili certificazioni DSA e BES sembrano spesso preservare l’alunno dalle ineludibili richieste che la scuola pone, come quelle relative all’attenzione e alla correttezza ortografica.

“È il suo stile d’apprendimento”, ci si sente troppo spesso rispondere se l’alunno gioca con le forbici durante la spiegazione di Storia o non riesce a rispettare i margini di un foglio, laddove sarebbe invece necessario insistere sull’esigenza di uno sforzo e di un impegno maggiori.

Troppe volte gli aiuti – che in alcuni casi sono giusti e necessari – appaiono esagerati, falsi, sproporzionati, forieri di una trasformazione psicologica che rischia di portare ad eludere il confronto con i problemi, le difficoltà e talvolta anche le frustrazioni come quella di un voto o di un giudizio negativo.

Scuola “matrigna” VS scuola “mammona”

Speculare alla scuola “matrigna” di un tempo, la scuola “mammona” di oggi rischia davvero di creare una generazione non educata a rispondere alle sfide e ai problemi della propria crescita e del principio di realtà che circonda ognuno di noi e al quale la scuola dovrebbe educare.

Chi non ha sofferto per i voti e i giudizi negativi, per le sfide e le richieste che apparivano talvolta impossibili?

Chi, tra i banchi, non ha sperimentato qualche “no”, talvolta ansia, qualche frustrazione?

Ma forse è proprio anche grazie a questi “no” che siamo cresciuti e una scuola che rinuncia a pronunciarli probabilmente non sarà in grado di far crescere i suoi studenti.

Sul tema della scuola ne abbiamo parlato ampiamente, trovi tutti gli articoli qui.

Foto di copertina by MChe Lee on Unsplash

La memoria delle foibe: la correttezza delle fonti storiografiche per una libertà di giudizio.

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La Giornata del ricordo delle vittime delle foibe: le opinioni di un docente di storia per parlarne in classe in maniera laica e partendo dalle fonti storiografiche.

Ero in visita con la mia classe, alcuni anni fa, e ricordo ancora bene l’atmosfera di silenzio che circondava
il memoriale di Basovizza, uno dei luoghi della tragedia delle foibe.

Tutto dava l’idea di un luogo ai margini, di cui non si doveva parlare, ed in effetti per molto tempo è rimasta una tragedia nascosta (anche dalla nostra storiografia, almeno fino agli anni Settanta-Ottanta), quasi dimenticata.

Per questo l’istituzione del Giorno del ricordo, avvenuta con una legge del 2004, non può che essere riconosciuta come un fatto positivo, anche se – purtroppo – la celebrazione di una simile tragedia ha prestato il fianco a indebite strumentalizzazioni tendenti ad un appiattimento se non ad un disconoscimento delle responsabilità di quella guerra spaventosa, alla legittimazione del discorso ”tutti colpevoli, nessun colpevole”, quando invece risultano indubbie le responsabilità ascrivibili alla parte di cui l’Italia era alleata e complice.


Per cercare di capire occorre, anzitutto, ricostruire il quadro storico e geografico.

La prima ondata di violenze si ebbe nel settembre del 1943 nell’entroterra istriano quando, all’indomani dell’8 settembre, le forze popolari croate si diedero alla caccia dei rappresentanti e dei complici del regime fascista in un territorio – l’Isttria – divenuto italiano con la Prima guerra mondiale e che il regime di Mussolini aveva sottoposto ad una politica di italianizzazione forzata con tutti gli strascichi di odio e di rivalsa nella popolazione locale che questa comportò.

Sezione stratigrafica della foiba di Basovizza

Ufficiali, responsabili delle poste, proprietari terrieri e di industrie, tutti furono accomunati dalla caccia all’Italiano: fin da subito emerse infatti la netta caratterizzazione di quegli eccidi, a sfondo per lo più nazionale. Si andava alla ricerca dei gerarchi e dei subalterni ma anche, più semplicemente, degli Italiani, in modo da vendicarsi della recente dominazione fascista e da preparare il terreno per la futura annessione di quei territori alla Jugoslavia di Tito.

Gli Italiani dovevano sparire, e chi restava doveva tenere bene in mente l’esempio ammonitore e sottomettersi senza tanti indugi.

E la stessa cifra nazionalista la ritroviamo nella seconda ondata di violenze, quella dell’estate del 1945, quando all’indomani della fine della guerra in tutta la Venezia Giulia ad essere perseguitati furono prima che i Fascisti gli Italiani in quanto tali, arrivando addirittura a colpire ed uccidere chi il Fascismo l’aveva combattuto: partigiani, membri del CLN, antifascisti inflitrati nella Guardia di Finanza.

A centinaia, forse migliaia, furono uccisi (ma alcuni furono gettati anche da vivi) e gettati nelle foibe, le fosse che caratterizzano il territorio carsico. Su questa contabilità macabra occorre forse riflettere, perché se da una parte risulta evidente la diversa dimensione di questo rispetto ad altri stermini perpetrati durante il tragico 1939-1945, dall’altra non ci si può che rifiutare di aderire ad una prospettiva che riduca gli uomini a cifre per dimostrare questa o quella tesi politica.

Ogni uomo è prezioso in quanto individuo, e non può mai essere ridotto a numero

Anche una persona uccisa è troppo, e la verità, alla fine, è molto semplice: la guerra porta con sé la morte e la distruzione, sempre, e durante un conflitto non c’è parte che si salvi da questa regola tragica. Non è stato forse un crimine il bombardamento di Dresda operato dagli Alleati negli ultimi mesi del conflitto a guerra già quasi vinta e contro una città priva di qualsiasi obiettivo militare?


Si salvi chi può, dunque, ma si salvi comunque la nostra libertà di giudizio!

Libertà di giudizio che non può che partire dalla constatazione che a dare il via a quella tragica catena di eventi fu una parte, e quella sola. Libertà di giudizio che deve servire a rompere il velo di silenzio che ha avvolto i luoghi della tragedia, a causa di una aperta partigianeria da parte di forze politiche della sinistra italiana nei confronti della Jugoslavia di Tito

Violenza porta violenza, e disumanità porta disumanità: è per questo che le guerre non andrebbero mai iniziate e,
nel malaugurato caso scoppiassero, fatte continuare.

Foto copertina: Foibe di Basovizza

Storia in classe: un consiglio pratico per lezioni più interessanti

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Valerio Camporesi, insegnante di Storia e Filosofia, ci racconta la tecnica della “messa in scena”che utilizza per interessare i suoi studenti alla Storia.

Chi insegna Storia si trova di fronte ad un interrogativo che vale per tutte le discipline ma che forse per questa vale ancora di più: come farò ad interessare i miei studenti alla materia? Molto forte è il rischio che il passato di cui si vuole narrare non comunichi più col presente, almeno col loro presente fatto di video e messaggi sulle chat e i canali più vari oltreché – ovviamente – di bisogni, desideri, abitudini e quotidianità che sembrano irrimediabilmente lontani da quelli dei quali l’insegnante è tenuto a parlare.

Facce stanche, annoiate, poco interessate, che tutto vorrebbero fare piuttosto che ascoltare le varie fasi della Rivoluzione francese o le famose guerre d’Italia, quelle del ”Francia o Spagna purché se magna” (questa parola, magna, ha sempre avuto almeno per i miei studenti un gran potere di risvegliare l’attenzione!).

Eppure, come ricordava recentemente in televisione Franco Cardini, chi svolge il difficile mestiere dell’insegnante di Storia è chiamato in primo luogo a stabilire un ponte tra il passato e il presente onde evitare – aggiungo io – il fallimento della propria missione, che è quella di trasmettere dei saperi ma anche quella di stimolare interessi e curiosità.

Che fare, dunque, per raggiungere l’obiettivo e – tra l’altro – evitare la diffusione di contagiosi e pericolosissimi sbadigli nell’ora di lezione?

Da sempre refrattario alle indicazioni dei più vari esperti di pedagogia (spesso generiche e standardizzate), ho attinto dal mio bagaglio individuale un metodo che non è un metodo, ma solo il vecchio gioco del teatro applicato però alla Storia, ovvero la messa in scena in classe di brevi rappresentazioni degli eventi oggetto di studio (naturalmente con la regia del sottoscritto).

È difficile descrivere l’entusiasmo e la gioia che talora affiora negli occhi degli alunni.

Per chi fa questo lavoro con passione non c’è – io credo – ricompensa più grande, ed a molti sarà capitato.

A me è successo appunto (anche se non solo) ogni volta in cui, finita la spiegazione, ho pronunciato la fatidica frase: ”Bene, e adesso facciamo la scenetta”.

Risate, certo, e voglia di sano divertimento – tutto oro per chi come me è convinto che la scuola debba essere seria ma non seriosa, che anche tra le mura degli edifici scolastici possano abitare la gioia e la spensieratezza.

Ma forse non solo: che si trattasse di finire ghigliottinato ai tempi di Robespierre o di essere ripudiato come Ermengarda, è stato almeno fin qui tutto un susseguirsi di mani alzate e ”io, io!”, come se in fondo ci fosse un desiderio reale di entrare in contatto con quelle persone, con quei vissuti così lontani ma che il teatro, questo gioco vecchio quasi come il mondo, ha il potere di far sentire così vicini.

E anche se solo per un attimo, sentirsi Vittorio Emanuele II o Garibaldi può forse gettare un seme, un ricordo, e una consapevolezza: che in fondo le persone di ieri non sono così diverse da quelle di oggi, che il nostro mondo fatto di partite, chat e playstation può forse non essere così irrimediabilmente isolato da tutto quello che lo ha preceduto perché in fondo di esseri umani sempre si tratta.

Sulla teatralizzazione a scuola ne avevamo già parlato qui!

La storia delle riforme scolastiche

in Storia e Filosofia by

Ripercorriamo insieme la storia delle riforme scolastiche italiane

Parlare di riforme della scuola risulta, di questi tempi, quanto mai problematico: la stessa definizione è ormai inscindibilmente legata ai tentativi fatti da tutti gli ultimi ministri di turno di intestarti una ‘riforma’ purché fosse, ovvero tale da rendere associato il proprio nome alla scuola e alla società italiana in modo più o meno imperituro.

Ricerca di visibilità, dunque, che ha portato talvolta a cambiare tanto per cambiare ma, anche e peggio, mere finalità di bilancio che hanno spesso – per non dire sempre – caratterizzato le riforme degli ultimi anni.

Si pensi, solo per fare due esempi, all’eliminazione targata Moratti nel 2003 delle ore di compresenza alla scuola media, spazio assai utile per mettere in pratica le attività di recupero e di potenziamento, o all’eliminazione dell’ora di Educazione civica, prima cassata dall’orario di Lettere e poi reintrodotta due anni or sono in una formula ‘spezzettata’, ovvero distribuita per ogni docente (si fa fatica a crederlo, ma anche gli insegnanti di Matematica o di Educazione fisica, pardon Motoria – anche cambiare i nomi delle materie ‘fa riforma’ – devono valutare le competenze ‘civiche’ degli alunni).

Dicesi riforme, dunque, ma leggesi tagli, come è reso evidente dal fatto che  nessuno dei suddetti cambiamenti è risultato essere l’approdo di uno studio scientifico tale da supportarne il fondamento; sarebbe ben difficile, del resto, dimostrare la ratio della cancellazione delle compresenze o di un serio e vero percorso di Educazione civica.

Un altro aspetto risulta davvero mortificante per l’intero mondo della scuola: Le riforme o cosiddette tali sono state tutte promosse – o meglio imposte – dall’alto, senza alcun reale coinvolgimento di chi la scuola la vive davvero, insegnanti e studenti in primo luogo.

Si pensi, per citare solo uno degli esempi più recenti, all’introduzione dell’alternanza scuola/lavoro negli istituti superiori, realizzata e promossa oltrepassando quell’ascolto di docenti e studenti che forse mai come in questo caso sarebbe stato necessario.

Ci si è chiesti, si è chiesto quanto pesi nel percorso di uno studente la rinuncia a decine di ore di studio in favore di un’attività lavorativa obbligatoria e non retribuita, quanto gravoso possa essere un primo incontro col mondo del lavoro sperimentato in forme spesso caratterizzato da sfruttamento e da condizioni di scarsa e precaria sicurezza, come dimostrato dai recenti, purtroppo non isolati, eventi drammatici?

Vista così, l’espressione ‘riforma scolastica’ non può che suscitare un moto di rifiuto, se non di vera e propria repulsione; e tuttavia sarebbe ingiusto, visto che in un passato più o meno lontano il quadro si è tinto di note molto meno fosche e, in alcuni casi, decisamente apprezzabili.

Come l’introduzione della scuola media unica del 1962 che eliminò il percorso professionale al quale erano, secondo una visione classista, avviati gli appartenenti ai ceti più bassi.

E che dire del un decennio successivo, quando – nel pieno della contestazione e delle spinte verso l’inclusione e la partecipazione – fu attuata l’integrazione degli alunni disabili nelle scuole italiane (primo caso al mondo) ed istituita, con i ben noti decreti delegati del 1974, la rappresentanza di genitori e studenti negli organi collegiali?

Se, all’opposto, il quadro di oggi appare disarmante, è pur sempre possibile formulare un auspicio per il futuro: che le prossime riforme, se vi saranno, non siano solo delle etichette, ma siano tali da intercettare veramente le spinte e le esigenze che vengono dal mondo della scuola, dalla valorizzazione della figura dei docenti alla realizzazione di una scuola veramente inclusiva, nei fatti e non nelle parole: per fare ciò occorrono, però, soldi, almeno tutti quelli che alla scuola sono stati sottratti col nome di riforme; occorre un senso, una direzione, quella che da molto tempo è assente ingiustificata.

L’uso del digitale a scuola

in Storia e Filosofia by

Insieme all’insegnante Valerio Camporesi riflettiamo sull’utilizzo del digitale nelle scuole italiane

È di poco tempo fa la notizia di una scuola pugliese che ha invitato ad iscrivere i propri figli presso altri istituti le famiglie degli alunni che non li doteranno di un dispositivo digitale: o l’iPad o la scuola, dunque, o meglio non c’è scuola senza iPad.

Una relazione pericolosa, alla quale sono seguite reazioni molto polemiche, visti anche i costi di tali dispositivi, e ancora di più ci sarebbe da dire sul messaggio educativo che viene trasmesso, tutto fuori che inclusivo come invece dovrebbe essere in una scuola pubblica italiana.

Ma se si è arrivati a tal punto non lo si deve certo all’uscita estemporanea di una dirigente, bensì al clima ormai diffuso da anni.

Un clima caratterizzato dall’imperativo categorico dell’innovazione: la scuola deve rinnovarsi, ”sennò li perdiamo, i ragazzi di oggi”, viene ripetuto come una mantra ossessivo.

Ma abbiamo riflettuto abbastanza sul concetto di innovazione?

Prima di ogni altra considerazione, verrebbe da chiedersi se si sia riflettuto abbastanza sul concetto di innovazione, associato senza possibilità di equivoci a quello di miglioramento, come se ogni cambiamento fosse per propria natura positivo.

Relazione ancora più pericolosa, che la Storia ha smentito più volte: il Nazismo fu senza dubbio un’innovazione, così come il Fascismo, e sarebbe ben difficili annoverarli tra i fenomeni positivi.

Allo stesso modo – e per  avvicinarci alle nostre tematiche – alcune innovazioni introdotte dalle numerose, troppe, riforme della scuola hanno prodotto solo o per lo più confusione e disorientamento, e talvolta anche danni gravi e irreparabili (valga per tutte la sconsiderata introduzione dell’alternanza scuola/lavoro, che ha sottratto alle ore di studio intere generazioni di studenti, gettati spesso senza tutele dentro una sperimentazione crudele del mondo del lavoro, con esiti talvolta drammatici).

Ma innovazione dev’essere, appunto, e per forza, il “sennò li perdiamo”: peccato però che questa innovazione, oltre che portatrice di quell’ambiguità di cui si diceva sopra, sia anche intesa in un senso unico e incontestabile, quello dell’adeguamento dell’istruzione alle nuove tecniche della multimediaticità imperante.

Cosa fare…

Bisogna insegnare in modo interattivo, coinvolgendo gli studenti a partire dai mezzi virtuali che essi abitualmente frequentano ed in funzione di essi.

Ascoltare, leggere, scrivere, sono azioni che richiedono una presenza attiva, un esercizio del corpo e della mente poco confacente con lo stilema della tecnologia imperante che tende a creare invece quella ”civiltà dell’ozio” evocata dai suoi stessi fautori, e di questo passo diventeranno presto il repertorio stracco e desueto di una scuola retrò additata al pubblico ludibrio da un mondo indirizzato univocamente verso l’orizzonte virtuale e multimediatico.

Quale sarà o potrebbe essere il risultato di un tale processo è ben facile da prevedere, a partire dai dati disarmanti sulle sempre maggiori incapacità degli studenti italiani nel comprendere un testo o nell’elaborare un pensiero in forma ragionata e compiuta, cose a cui si arriva anche e soprattutto con lo sforzo, la pazienza e lo sviluppo dell’attenzione, concedendosi lo spazio e anche la possibilità della noia così aborrita dalla compulsività tecnologica imperante che tende a renderci tutti ‘soldatini’ messi in riga per svolgere compiti altrui.

La proposta diversa, o per meglio dire divergente (in un’epoca in cui chi diverge dal pensiero unico proteiforme è soggetto agli ostracismi più vari, in ogni campo), potrebbe essere quella di una scuola aperta alle nuove tecnologie ed alle possibilità da esse offerte, senza però esserne succube.

Una scuola che non dovrebbe assecondare acriticamente i mondi conoscitivi frequentati dai ragazzi ma integrarli con orizzonti diversi affinché l’uomo non si riduca a quell’essere ad una dimensione già profetizzato.

Perché in fondo sfogliare un libro, darsi lo spazio e il tempo per riflettere, affrontare criticità e problemi, sviluppare il senso del dubbio e l’immaginazione son tutte cose che servono e parecchio allo sviluppo di ogni individuo, e sono tutte cose non possono stare dentro a delle buffe scatole fabbricate da altri.

I “giorni delle memorie”: in ricordo del genicidio dei nativi americani

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Riflettiamo sui “giorni delle memorie”: per dare la stessa importanza a tutte le giornate in ricordo delle tragedie che purtroppo hanno segnato la storia.

La scuola italiana si impegna da anni (esattamente dall’anno scolastico 2000-2001, in virtù della legge n. 211 del 20 luglio 2000 promulgata in accordo con la proposta avanzata dal Parlamento europeo) a celebrare il ricordo della Shoah il giorno 27 Gennaio, data della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz da parte dell’Armata Rossa.

Opera quanto mai meritoria in un mondo che tende a dimenticare in fretta anche le tragedie più efferate. Esercizio tanto più utile e doveroso nella realtà di oggi.

Sempre più orientata verso i miti del consumo e dell’apparire e nella quale riflettere e ricordare rischia di risultare ai più una banale perdita di tempo. Con il conseguente e disastroso rischio di una perdita collettiva del senso del passato.

E il genocidio dei nativi americani?

Anche quest’anno, come tutti gli altri, nell’affrontare questo tema in classe, mi è tornata in mente la stessa domanda: ”E il genocidio dei nativi americani? Come mai non c’è un giorno della memoria anche per loro?”.

Perché i libri dedicano sì e no una pagina allo sterminio di un intero popolo, la cui sola colpa è stata quella di esistere e vivere in territori che gli Americani volevano conquistare, adducendo a motivo il diritto di una specie superiore nei confronti di una inferiore, incapace di costruire ferrovie, strade, città, e di usufruire di quelle così vaste ricchezze (oro, alberi) che solo la nostra civiltà poteva far fruttare?

Perché questa disparità?

Tutti gli anni mi torna il ricordo della risposta che mi diede, circa trent’anni fa ahimè, un mio vecchio professore all’Università:

«perché i Nazisti quello sterminio l’avevano progettato. Un piano premeditato, la creazione di una vera e propria fabbrica della morte che trovò piena attuazione con la Conferenza di Wansee del 20 gennaio 1942, nella quale fu decretata la Soluzione finale».

E quella spiegazione mi sono tenuto, per tanti anni, riportandola anche agli studenti.

Però adesso – ma a dire il vero da tempo – quella spiegazione non mi convince più. Non parlo, ovviamente, della veridicità del fatto: gli Stati Uniti non progettarono a tavolino il genocidio dei Nativi americani, i Nazisti sì. Parlo della domanda successiva: e quindi?

Fatta salva la riflessione storica di cui sopra, giusta, fondata, verissima, perché si continua a considerare un genocidio meno – molto meno – genocidio di un altro?

In che misura una differenza del genere – intellettualmente ineccepibile ma umanamente irrilevante – può giustificare una valutazione così diversi nei nostri libri, nella nostra collettività, nelle nostre coscienze?

Non sarà che sotto sotto alla società occidentale autoproclamatisi libera, buona, aperta e democratica, cova una buona dose di  spirito razzista (e, va detto, profondamente ipocrita) in base al quale le memorie e le persone di cui quelle memorie parlano non sono tutte uguali in quanto lette sempre e solo da una prospettiva, la nostra?

Resta il privilegio di chi, come me, da insegnante, può esercitare il proprio lavoro nella libertà, anche di farsi e fare domanda, la possibilità di esercitare la propria riflessione critica e di stimolarla nelle coscienze degli studenti.

Affinché – forse – proprio a partire dalla scuola si possa fare un passo avanti nel riconoscimento di una vera uguaglianza, nei diritti, nella considerazione, nella memoria, tra tutti gli abitanti del pianeta terra.

Una favola d’amore come inno alla trasformazione

in Affettività e Psicologia/Letture in classe by

Attraverso la Favola d’Amore di Hermann Hesse, Valerio Camporesi ci parla dell’importanza del trasformarsi nella vita e nel mondo della scuola, e dell’amore quale forza inspiegabile, misteriosa, di tensione verso l’altro.

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Facciamo il punto sulla scuola media oggi

in Scuola by
Riflessioni di Valerio Camporesi su quanto emerso dall’indagine della Fondazione Agnelli sulla scuola media.

Ha suscitato una certa eco l’indagine sulla scuola Secondaria di primo grado (evidentemente continuare a chiamarla scuola media non era abbastanza à la page) recentemente pubblicata a cura della fondazione Agnelli: ne emerge un quadro pressoché disastroso, caratterizzato dall’ulteriore perdita di abilità e conoscenze, anche in relazione agli standard europei e dall’accentuarsi di quei divari sociali e regionali già fotografati dalla precedente indagine del 2011.

La scuola media (io continuo a chiamarla così) come un vero e proprio buco nero in cui improvvisamente sembrano piombare gli alunni che, fino alle elementari (Primaria, secondo il nuovo corso terminologico), registrano livelli di apprendimento, almeno in matematica, al di sopra degli standard internazionali.

Sarà veramente così, e se sì, perché?

Sia concesso, come premessa, osservare come ad occuparsi di scuola sia un economista, Andrea Gavosto, fatto assai indicativo di come la scuola sia intesa oggi soprattutto in relazione all’economia e finalizzata ad essa, tanto da assumerne anche il vocabolario (standard, target, ecc.): dobbiamo per forza rassegnarci a questa visione per lo meno unilaterale o è forse possibile valorizzare l’aspetto dell’istruzione come scienza umana in primo luogo e poi, anche e forse, economica?

Venendo ai contenuti dell’analisi, appare evidente che l’esplodere dei divari e delle difficoltà (e anche dei crolli) negli apprendimenti si spiega anche e forse soprattutto col passaggio, a volte un po’ brutale, da una scuola – come quella Primaria – in cui l’alunno viene generalmente più protetto (basti pensare all’assenza delle bocciature) e lo stesso livello delle richieste non fa emergere gli eventuali deficit e lacune, che tuttavia sono già presenti (lo studio evidenzia una differenza in media di 26 punti tra uno studente figlio di laureati e uno studente i cui genitori hanno la licenza elementare).

Il passaggio alla scuola media risulta a volte brutale, si dice.

I tanti insegnanti, le pagelle a volte piene di insufficienze, le scuole non sempre accoglienti: su quest’ultimo aspetto l’analisi della Fondazione Agnelli coglie senz’altro un punto essenziale, ovvero la mancanza di un’offerta formativa puntuale in relazione al recupero scolastico, spesso demandato alla buona volontà e agli spesso esigui fondi a disposizione delle scuole.

Opera quanto mai urgente e meritoria sarebbe quella di dotare ogni scuola degli strumenti e delle modalità che rendessero il recupero un’attività garantita e obbligatoria, con – anche – allungamento del tempo scuola al pomeriggio.

Ma questo, come si sa, richiede finanziamenti, e chi amministra l’istruzione e il paese non è sembrato particolarmente disponibile ad investirle.

Non si insisterà mai abbastanza sulla cecità (anche a livello di ritorno economico, per seguire il taglio di cui si parlava) di tale atteggiamento, manifestato in passato anche con scelte didatticamente disastrose e motivate unicamente dalla necessità di apportare tagli.

Come quella di abolire le compresenze nella scuola media, ore preziosissime in cui la classe poteva essere divisa per svolgere quel lavoro a gruppi di cui la stessa Fondazione Agnelli parla come una delle risposte ad un quadro così problematico. Così come sarebbe importante investire risorse per migliorare le condizioni di lavoro degli insegnanti e il loro spazio di incontro per discutere le problematiche degli alunni e della classe, spazio che nella scuola Primaria esiste (le famose ore di Programmazione) per poi ‘magicamente’ scomparire alle medie, ridotto a fugaci incontri nel corridoio tra professori sempre di corsa.

In questo quadro problematico va aggiunta la particolare fragilità di un’età: la pre-adolescenza, che negli alunni fa spesso esplodere conflitti interiori e non solo, tali da compromettere fortemente l’apprendimento scolastico.
Anche per questo servirebbe la presenza di uno psicoterapeuta, presenza che però ci tocca solo invidiare ai paesi più avanzati e che investono assai più nella scuola, come quelli scandinavi.

Se proprio il fare non è possibile, ma solo il parlare, almeno una cosa si eviti di farla: prospettare, come apparso in un recente intervento su ‘‘La tecnica della scuola”, La crisi della scuola media e il modello tedesco), l’adozione di modelli di scuola che fin dalle medie selezionino gli alunni in base alle loro capacità e competenze, indirizzandoli verso sbocchi professionali reputati a loro adatti.

Modello tremendo, perché cristallizza e dà per definitive attitudini che a 12 o a 13 anni nessuno può ancora ben conoscere.

Ogni strada, nella vita e anche e soprattutto nella scuola, deve restare aperta, nessuna porta chiusa. Mai.

Il difficile rapporto Scuola-genitori

in Scuola by
La riflessione di Valerio Camporesi, insegnante, sul rapporto tra la scuola e i genitori, scritta ben 3 anni fa, appare ancora molto attuale. 

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Lo spirito di imprenditorialità alle medie

in Scuola by
Lo spirito di imprenditorialità e la valutazione degli alunni agli esami di terza media.

A giugno si sono svolti gli esami di terza media (da anni definita un po’ pomposamente scuola secondaria di primo grado) e per fortuna in presenza, anche se soltanto orali come tutti ben sanno. Sarà stato forse per la semi-assenza dell’anno precedente, in cui l’esame si è limitato ad una chiacchierata online, che nel compilare la certificazione delle competenze (a proposito di termini pomposi) mi è risaltata agli occhi una dicitura che avevo dimenticato o che forse avevo voluto dimenticare: spirito di imprenditorialità.

Proprio così, né più né meno, anche se fa effetto a dirlo: un alunno che esce dalla scuola media viene valutato per la sua capacità imprenditoriale, non si sa bene in quale contesto dimostrata (chissà, forse nel gestire lo scambio di figurine o nell’organizzare una festa di successo).

Dopo aver steso un velo pietoso sulle modalità di attribuzione dei voti (assolutamente casuali e privi di senso, perché senso non ne potevano avere), viene da chiedersi da chi e da cosa derivi una simile aberrazione che per qualsiasi persona sana oltrepassa il normale senso del ridicolo.

Per quanto riguarda il chi andrebbe ricercato il nome del ministro a cui attribuire tale gloriosa innovazione, ma è compito da cui mi sottraggo volentieri in quanto il punto sta piuttosto nel cosa, e qui è più facile individuare il soggetto: lo si ritrova per l’appunto in quella intrusione violenta del pensiero unico economicista che attribuisce una valenza preponderante se non assoluta a quell’homo economicus posto da tempo al centro dei modelli collettivi di riferimento e anche dello sviluppo dei processi di conoscenza: perché vivere, perché imparare, studiare, se non per una finalità economica, o meglio imprenditoriale?

A tutto ciò fa da sfondo e da corollario una visione unilateralmente materialistica e utilitaristica della vita, deprivata di ogni senso e di ogni finalità che non siano appunto quelle suggerite o meglio imposte da questo modello unico al cui rispetto e alla cui osservanza si vuole coartare la mente delle persone a partire dall’età più giovane.

Se seguissimo queste ed altre indicazioni ministeriali (e non solo, perché la pressione finalizzata ad orientare la scuola è sempre più vasta), più o meno coercitive, la scuola risulterebbe davvero deprivata delle sue funzioni più proprie che sono quelle di trasmettere saperi e di garantire la possibilità di sviluppo autonomo ed individuale (individuato) di ogni studente, così che ognuno possa, nel rispetto degli altri e della società in cui vive, costruire la propria vita e, perché no, la propria felicità (questa parola non si trova nella certificazione delle competenze); se seguissimo, appunto, perché  – come diceva Cechov, ”Io non ho nessuna fiducia nell’intellighenzia, io ho fiducia nei singoli individui’‘ – alla fine la scuola è (almeno per il momento) da persone, da luoghi e spazi in cui circolano emozioni e materia viva, bollente, che nessuna indicazione ministeriale potrà cancellare, e sta agli insegnanti in primo luogo orientare i propri studenti verso mete e spazi ben più alti di quelli determinati dall’alto.

E sarebbe bello che qualche volta quell’alto ascoltasse e vedesse davvero cosa accade nelle nostre aule, anche in quelle sedi d’esame in cui gli insegnanti assegnano stancamente, sopraffatti dal caldo, voti casuali ai futuri giovani imprenditori di tredici anni; magari, come si diceva un tempo, una risata li seppellirebbe, con grande giovamento collettivo.

Falsi miti della Storia

in Storia e Filosofia by
Con Valerio Camporesi affrontiamo un tema cruciale di grande attualità: i falsi miti della storia

Nel mio lavoro di insegnante di Storia mi è capitato (non spesso, ma neanche così raramente) di imbattermi in affermazioni e proposizioni di temi, da parte dei manuali, assai poco convincenti. Falsi miti, interpretazioni e rappresentazioni che – pur coincidendo spesso con quelle assunte dal sapere e dalla coscienza collettivi veicolati dalla scuola stessa e dai media come il cinema – mostrano, alla verifica dei fatti, grossi limiti di veridicità.

Smontare questi falsi miti o luoghi comuni mi è sempre parso un obiettivo non secondario della mia professione, anche come stimolo all’esercizio di quella intelligenza critica e a quell’apertura verso il dubbio cui spesso ci hanno richiamato i programmi e le indicazioni ministeriali.

La Guerra di Secessione americana

Si prenda, per citare uno degli esempi più significativi, la tanto celebrata missione di civiltà portata avanti dai “buoni” nordisti contro gli schiavisti del Sud durante la Guerra di Secessione americana (1861-1865), vero e proprio totem di una narrazione che ha posto in risalto anche nella cultura di massa figure come quella del “liberatore” Lincoln, assunto a vera e propria icona dello spirito liberale americano.

Un mito diffuso anche dai manuali di scuola e nella cultura di massa, nelle canzoni (chi non ha mai ascoltato o cantato la famosa canzone su John Brown?) come nel cinema, ma un mito appunto.

La realtà, a dire il vero, appare ben altra: nel suo straordinario (per passione, coraggio, lucidità) studio pubblicato per l’Enciclopedia storica de ”La Repubblica” (che a suo tempo coinvolse le maggiori firme della storiografia moderna, italiana e non solo), Raimondo Luraghi – uno dei massimi studiosi del conflitto americano – ci apre gli occhi a una realtà assai diversa, nelle quali a essere prioritarie non furono certo certo le ragioni umanitarie ma quelle politiche ed economiche, e nella quale non si trova granché traccia dello spirito umanitario tante volte associato ai ‘liberatori’, per i quali il permanere della schiavitù negli Stati del Sud non costituiva certo l’argomento decisivo della guerra. Tanto che lo stesso Lincoln arrivò a sostenere che:

 Il mio obiettivo dominante in questa lotta è salvare l’Unione, e non è né salvare né distruggerela schiavitù. Se mi fosse dato di salvare l’Unione senza liberare nessuno schiavo, lo farei; e se potessi salvarla mediante la liberazione di tutti gli schiavi lo farei; e se per salvarla dovessi liberarne alcuni e lasciar stare gli altri, farei anche questo[1].

Ben altre furono le motivazioni e gli scopi di quella guerra, principalmente economici e politici: c’era da confermare l’egemonia politica ed economica del Nord industriale e capitalista contro il ‘barbaro’ mondo del Sud, per giunta contrario al protezionismo economico ad esso imposto dal governo federale al fine di garantire lo sviluppo di quelle fabbriche dove, sia detto per inciso, si sfruttavano i lavoratori senza alcun ritegno e nelle quali, evidentemente, lo spirito umanitario e liberale del civilissimo Nord conosceva una solenne amnesia.

Altri esempi si potrebbero fare, ma qui mi premeva sottolineare soprattutto come oggi, ancor più di prima, sia importante il ruolo dell’insegnante come di colui che mantiene le coscienze vigili, attente, propense a coltivare il dubbio.

Anche davanti alle asserzioni spacciate come verità assolute e inderogabili, ed è puramente voluto ogni riferimento al clima attuale nel quale – a proposito del tema Covid – si è voluta contrapporre una cosiddetta scienza (in verità molto più simile ad un insieme di dogmi monolitici che a quello spirito di ricerca richiamato da Il saggiatore di Galileo) a chi, a torto o a ragione, sosteneva posizioni diverse da quelle ufficiali, tutte accomunate in un fronte antiscientifico, retrogrado e anti moderno: sarà, anche questo, un mito o una verità?


[1] R. Luraghi, La secessione del Sud e la Guerra civile americana, p. 763, in La Storia, ed. L’Espresso, Roma, 2004

Programmi di carattere storico: perché piacciono?

in Arte, Musica e Spettacolo/Storia e Filosofia by
Alessandro Barbero ma non solo: il boom della divulgazione dei programmi di carattere storico

Grazie anche alla presenza di una rete specialistica come Rai Storia, la divulgazione dei programmi di carattere storico sembra avere avuto negli ultimi anni un riscontro sempre maggiore, portando alla ribalta mediatica alcuni presentatori, primo fra tutti lo storico del Medioevo Alessandro Barbero, assurto a  vera e propria icona pop.

Sul web il suo nome è tra i più gettonati, e per dare un’idea del livello di popolarità raggiunto dal medievista, basterà citare la pagina Facebook a lui dedicata: Alessandro Barbero noi ti siamo vassalli. Titolo simpatico, e assai eloquente! Per chi non conoscesse ancora l’illustre storico, ecco una proposta di libri da lui scritti.

Occorre in primo luogo rendere merito a tali programmi di carattere storico, capaci – anche e soprattutto attraverso l’ausilio delle immagini e dei filmati – di restituire agli eventi e ai periodi storici quella concretezza e quella realtà che tanto spesso sfuggono a chi si avvicina alla Storia, finendo poi per allontanarsi e non appassionarsi; questo, proprio a causa di quel limite di astrazione che caratterizza i testi e le spiegazioni degli stessi insegnanti nelle aule di scuola: parole, solo parole, dietro le quali non è sempre facile intravedere la realtà di uomini e tempi lontani ed immedesimarsi in essi.

Le immagini, dunque, ma non solo: conta, eccome, anche la capacità di appassionare che viene trasmessa da molti dei nostri divulgatori, ognuno dei quali si caratterizza peraltro per un proprio stile.

Da quello più enfatico di Barbero (enfasi che non dispiace, visto che nasconde a fatica la passione per la Storia!), a quello più cattedratico del nostro storico forse più famoso, Franco Cardini (ma anche il suo è un cattedratico positivo, sempre arricchito da un approccio umano e coinvolgente, mai pedante o professorale), a quello affabile e colloquiale – al tempo stesso avvincente – di Cristoforo Gorno, che con le sue Cronache dal Rinascimento  riesce a far toccare con mano il fascino e la meraviglia di quel periodo storico così ricco e misterioso.

Interesse per la divulgazione storica, e di questo non si può che essere soddisfatti: ma quali ne sono le cause?

Una, forse, risiede in quel certo livello di coinvolgimento che appare intrinseco alla Storia, specie quella contemporanea, nella passione (anche politica) che la riflessione sugli eventi più recenti porta spesso con sé (si pensi al tema del Fascismo o delle guerre mondiali), suscitando dibattiti e contrapposizioni talvolta anche molto accesi e non solo tra specialisti o appassionati: quante volte tra amici si è discusso non solo di sport ma anche di Storia, e spesso dividendoci anche di più rispetto al calcio? Quante volte, per citare un esempio non facile, si è ascoltata la lamentela di persone del Sud contro il Nord conquistatore, che avrebbe asservito ai propri interessi politici ed economici il Meridione d’Italia, fino a determinarne l’attuale, gravosa condizione? E quante altre si è dovuto ribattere al famoso ”Si stava meglio quando si stava peggio” di nostalgica memoria?

La Storia scalda, provoca discussioni e quindi interesse e forse questo accade perché – nonostante l’odierno appiattimento su un presente atemporale votato solo alle leggi della produzione e del consumo – affiora  più o meno consapevolmente la percezione che il passato sia un ponte col presente, un passato che va dunque indagato e chiarito per avere ragione dell’oggi: a questa esigenza i nostri programmi sembrano rispondere in maniera efficace, e con ampio merito risultano seguiti, tanto da far scaturire reazioni veementi di fronte all’ipotesi di chiusura del canale tematico per eccellenza, Rai Storia appunto, ventilata mesi or sono.

I dubbi e le ombre, quelli non mancano mai: un primo interrogativo riguarda quell’eccesso di spettacolarizzazione che talvolta si avverte e che rischia di far perdere la dimensione umana alla rappresentazione degli eventi e delle persone, a volte un po’ troppo somiglianti ad un grande film hollywoodiano, ad una narrazione che trascura il dolore e la fatica degli uomini di cui spesso le vicende storiche sono intrise e che talvolta la sua riproduzione mediatica rischia di opacizzare.

Un’altra domanda, forse più provocatoria, riguarda la onniscienza che alcuni divulgatori sembrano sottintendere, un dubbio che viene allorquando notiamo lo stesso storico presentare un giorno una puntata su Giovanna d’Arco e un altro una ricostruzione della battaglia di Stalingrado: si può essere così specialisti di tutto? Forse no, ma resta solo una domanda all’interno di un quadro nel quale le luci, per una volta, hanno la meglio sulle ombre.

Giovani e salute mentale: una giornata da ricordare

in Scuola by
Perché è importante parlare in classe di disagio psichico e corretto uso dei social, con la Giornata Mondiale della Salute mentale

Passata (almeno in Italia) quasi totalmente inosservata, il 10 ottobre scorso si è celebrata la Giornata Mondiale della Salute mentale. Istituita nell’ormai lontano 1992 dall’OMS, essa si prefigge di sensibilizzare l’opinione pubblica relativamente al tema dei disturbi mentali e di promuovere lo sviluppo di forme di cura e di assistenza nei vari Stati, che generalmente non dedicano risorse sufficienti ad affrontare una problematica che, stando ai dati Unicef, sta facendosi sempre più grave anche e soprattutto tra i più giovani. Per citare un dato tra i più impressionanti, il 20% dei giovani è affetto da patologie psichiche, e nella fascia d’età 15-19 il suicidio è la seconda causa di decesso.

Tema delicato, quindi, perché chiama in causa parole tabù come disagio psichico e – all’opposto – felicità, termine quasi scomparso dal vocabolario di una società sempre più orientata verso i valori del raggiungimento del successo, dell’immagine e della funzionalità socio-economica dell’individuo.

Colpevolmente ignorata anche dal sottoscritto fino a non molto tempo fa, quest’anno mi sono deciso – per quel moto fulmineo che ogni tanto prende anche l’insegnante – di parlare in classe della Giornata del 10 ottobre, anche attraverso l’ausilio di una striscia assai simpatica con protagonista una coppia di orsi, Milk and Mocha bear, e che – nonostante i miei cinquant’anni suonati, o proprio per quello – seguo costantemente. Per vedere la striscia, basta collegarsi alla pagina Facebook di Milk and Mocha bear.

La strip ideata per celebrare la Giornata ritrae la piccola orsa bianca vittima di bullismo via internet: coperta di insulti e di immagini offensive, l’orsa piange, e solo l’abbraccio del suo compagno orso la protegge. A giudicare dalle reazioni degli alunni, mai – posso dire – tempo fu meglio speso in classe: traspariva dai loro volti il senso di una liberazione, del ”finalmente se ne può parlare”, di una partecipazione e forse anche di un vissuto, come se improvvisamente si fosse messi davanti a grida di dolore mute, inascoltate, un dolore che in molti casi può risultare difficile da sostenere, specie per i più fragili .

I più fragili e i più soli, verrebbe da dire, perché la prima ancora di salvezza – come illustrato dalla striscia e dall’indagine dell’Unicef – è sempre la relazione affettiva, specie in ambito familiare, mancando la quale si aprono le voragini di un abisso difficile poi da risalire. Nell’inchiesta Unicef appare interessante anche la scarsa importanza attribuita dai ragazzi all’uso dei social media per raggiungere un adeguato livello di felicità, mentre un ruolo di primo piano sembra avere la frequenza del gioco all’aperto, pesantemente penalizzato dalle attuali norme di confinamento, il che darebbe molto da riflettere agli assertori così rigidi del lockdown; così come dovrebbe darla la chiusura delle scuole, che recenti inchieste e denunce – come quella del nostro Comitato tecnico scientifico – denunciano come una vera e propria ”emergenza” in ordine al benessere e alla possibilità di evoluzione dei più giovani.

Per tornare al tema della striscia, il bullismo sui social, una delle maggiori fonti di disagio tra i giovani, verrebbe in prima istanza da osservare che gli sfottò e le prese di giro ci sono sempre stati: vero, ma altrettanto vero è che i social media amplificano la potenza di tali messaggi diffondendoli – e per scritto – a un pubblico potenzialmente infinito, tale comunque da creare ansia e soggezione in chi è vittima dell’offesa.

E si potrebbe intravedere una scia lunga, che parte dagli anni Ottanta e prosegue fino ad oggi, fatta di programmi televisivi che hanno sdoganato l’offesa gratuita, imbecille, che hanno premiato e premiano – come neirealitychi si dimostra più cinico, più capace di schiacciare l’altro e di inchiodarlo alla parete del pubblico ludibrio, osannato da una folla sempre più becera e disumanizzata. Proprio questa piaga della disumanizzazione di una società che rischia sempre più di diventare senza volto, vuota, preda di un nichilismo feroce, andrebbe combattuta insieme dalla scuola e dalla famiglia, tutte e due chiamate a educare e – nel caso della famiglia – a far stare quanto più alla larga i propri figli da certe fonti di vero e proprio veleno.

Per affrontare il tema del bullismo e dell’uso dei social, ecco alcuni libri rivolti direttamente alle ragazze e ai ragazzi:
Fabio Leocata, Gentile come te, Librì 2020, le avventure e i problemi di un gruppo di preadolescenti.
Sabrina Rondinelli, Camminare correre volare, Edizioni EL 2008, il bullismo raccontato dalla parte di una bulla.

Immagine di copertina: Zulmaury Saavedra

La scuola al primo posto?

in Scuola by
La riflessione di Valerio Camporesi sull’importanza, oggi, della scuola all’interno della società italiana.

Essendo la nostra una società dell’apparire, da giorni la scuola appare al primo posto sui media e nei dibattiti politici: ma lo è veramente? Lo è senz’altro in quanto a preoccupazione, visto che una falsa ripartenza pregiudicherebbe le sorti non solo del ministro ma forse dell’intero esecutivo: avendo avuto il governo mesi di lavoro a disposizione e non essendo i cittadini più in grado di far fronte a una scuola che non c’è, gli italiani non tollererebbero passi falsi. Pre-occupazione, dunque: ma occupazione? Quanto ci si è occupati veramente della scuola?

Non abbastanza, verrebbe da dire subito, a sentir parlare anche l’ex ministro Fioramonti, che ha più volte denunciato la carenza degli organici, in particolar modo di quello relativo agli insegnanti di sostegno, docenti la cui presenza è ancor più importante e necessaria in questo periodo emergenziale e che invece in molti casi non saranno disponibili alla ripresa della scuola. Non ci si poteva pensare prima, così come per il problema del trasporto degli studenti o per quello della carenza degli spazi? Faceva effetto, in questi primi giorni di ritorno a scuola, vedere i colleghi con i volti velati dalle mascherine, far fatica a sentire le voci “mascherate”. Faceva ancora più impressione sentir parlare di aule Covid, di misure da adottare in caso di sintomi, di un distanziamento che si cerca di attuare ma che, inevitabilmente e almeno in parte, non ci sarà.

È come se un linguaggio diverso, estraneo al mondo della scuola, fosse improvvisamente piombato all’interno delle nostre aule. E lo smarrimento di questi primi giorni è già non poca cosa: cosa sarà dopo, di fronte ai purtroppo prevedibili momenti di confusione, indecisione o – peggio ancora – panico che potrebbero scatenarsi durante il periodo delle inevitabili influenze stagionali? Saranno gli alunni e i docenti, il corpo della scuola tutto, in grado di reggere l’urto?

Il peso, effettivamente, sembrerebbe troppo, e per questo servirebbe – ma presto, molto presto – che le scuole venissero aiutate veramente, per esempio dotandole di personale medico adeguato (il vecchio medico scolastico, che soltanto ragioni di bilancio hanno a suo tempo eliminato). Ma di questo, almeno per ora, non c’è traccia. Eppure se ne avverte il bisogno fin da questi primi giorni, nei quali si intravede come, accanto al problema sanitario, ne possa emergere un altro, non necessariamente secondario: quello di un disagio psichico che la società già manifesta (valga per tutti l’indicatore dell’aumento spropositato del consumo di psicofarmaci). Ecco, di fronte a queste emergenze (purtroppo realistiche), la scuola non può essere lasciata sola e sarebbe bello se questa fosse l’occasione di un’inversione di rotta che mettesse l’istruzione al primo posto non nelle parole ma nei fatti.

Per ora, al di là della buona volontà dei singoli (ministri, sottosegretari, funzionari), si stenta a riconoscere il segno di un cambiamento vero. Prova ne sia la vicenda – davvero imbarazzante – delle elezioni fissate a ridosso della riapertura delle scuole, così da rendere zoppo e problematico il loro cammino fin dall’inizio in quello che si preannuncia come l’anno più tormentato della scuola italiana. Eppure sarebbe bastato poco, cosa costava anticipare l’appuntamento elettorale al 7? Ma sono le ragioni della politica, non la politica che si occupa della polis ma quella che si occupa degli interessi dei partiti e della loro sopravvivenza, a venire sempre prima; e la scuola, almeno per ora, a venire dopo.

La scuola che verrà: i limiti e i problemi

in Scuola by
Proviamo a far luce, insieme a Valerio Camporesi, sui limiti e i problemi della scuola. Ma anche a immaginare come sarà nel prossimo futuro.

Forse mai come in questo periodo si parla così tanto di scuola: lo si fa sull’onda dell’emergenza e dei pesanti dubbi su ciò che accadrà a settembre, tanto da riempire spesso le prime pagine dei giornali. L’emergenza Covid-19 ha fatto venire al pettine i tanti nodi irrisolti e i limiti del sistema Italia (come la Sanità). Nel caso della scuola, ha messo in luce in modo improcrastinabile i limiti e le difficoltà di un sistema gravato da miliardi di euro di tagli e da nessuna, o scarsa, considerazione in sede politica.

Trovare fondi per la scuola appare oggi un’impresa titanica, laddove ne sono stati stanziati molti di più per altre cause, sempre più importanti, sempre più indifferibili, o a volte già perse (come per Alitalia). La scuola all’ultimo posto, potremmo dire per rovesciare – in modo ahimè ben più realistico – uno slogan oggi ricorrente.

A differenza di altre volte, però, c’è qualcosa di diverso. O la scuola riparte, e riparte sul serio, oppure il Paese si fermerà, e non sarà una fermata breve. Non è possibile infatti immaginare milioni di famiglie impossibilitate a lavorare a causa di una scuola che non c’è, né milioni di studenti che, confinati nelle loro case, saranno destinati ad accumulare ritardi incolmabili nei programmi e nella didattica, con danni irreparabili per i destini individuali e collettivi.

Per fare ripartire la scuola occorre però un cambio di paradigma, a partire da una centralità non più solo esternata verbalmente ma praticata nei fatti, iniziando dalla restituzione di tutti quei fondi tagliati; a partire dai famosi tagli ”lineari” della non rimpianta ministra Gelmini.

Senza di ciò la scuola non ripartirà, perché le misure di distanziamento non potranno essere applicate in classi di venticinque o trenta alunni, così come le altre norme. C’è voluto il Covid-19, forse, per fare emergere la realtà delle aule sovraffollate, in cui i docenti non sono in grado di fare lezione. A volte ci vuole un evento forte per illuminare le cose.

Dovremmo smettere di dire che la scuola può ricominciare con tutta quella serie di misure.

Quelle misure infatti non saranno mai adottate per il semplice fatto che non sono realizzabili in strutture scolastiche: dalle mascherine al distanziamento, dagli alunni fermi sei ore sui propri banchi, sui quali dovrebbero consumare anche la propria merenda, fino alle ineffabili barriere di plexiglas. Perché non dire la verità? La scuola deve ripartire con le modalità tradizionali perché è l’unico modo di fare scuola, dai tempi dei tempi: alunni (nel numero giusto), un’aula, un insegnante. E invece no: dalle lezioni nei parchi a quelle nelle piazze, nei teatri o in strutture non meglio specificate, che i presidi dovrebbero (con quali poteri?) individuare, è stato tutto un profluvio di immagini, narrazioni, discorsi irrealistici.

Non si può non riconoscere l’oggettiva difficoltà di chi ha dovuto e deve prendere decisioni in campo scolastico partendo dalle indicazioni degli organismi sanitari non sempre chiare e coerenti. Però vorremmo più ragionamenti seri, basati sulla realtà: ad esempio (e a proposito di tagli), non sarebbe forse questa l’occasione per ripristinare le ore di compresenza alla scuola media? Si trattava infatti di uno spazio che funzionava benissimo, circa quattro ore a settimana in cui la classe veniva divisa in sottogruppi ognuno dei quali assegnato ad attività specifiche e ad hoc (recupero, potenziamento), purtroppo eliminato dalla riforma Gelmini che altro non era che un corposo piano di tagli generalizzati.

Crediti immagine di copertina: Roel Dierckens

La scuola che manca

in Scuola by
Insegnanti, alunni, genitori: insieme a Valerio Camporesi, parliamo di una scuola che manca come luogo di dialogo e confronto.

Cos’è successo nella scuola italiana all’indomani della chiusura per il Covid-19? Si susseguono sulla stampa e in rete racconti diversi, ma forse con alcuni tratti in comune, il primo dei quali è il disorientamento. La scuola non era preparata a una simile evenienza, e sconta con l’ovvia difficoltà la situazione attuale: sono le problematicità ben note (alunni che non dispongono degli strumenti per la didattica a distanza, collegamenti che non sempre funzionano), in cima alle quali metterei la mancanza del rapporto diretto.

È possibile fare lezione senza guardare in faccia gli alunni, rinunciando a quelle dinamiche relazionali tra docenti e discenti costruite nel tempo e, spesso, con fatica? Se, come molti sostengono, il lavoro di un insegnante è anche attoriale (nel mio caso, insegno Storia ricorrendo spesso a piccole rappresentazioni sceniche in classe), può svolgersi a distanza? Verrebbe da dire di no, che il massimo che si potrà fare sarà tenere in qualche modo il filo di una comunicazione e, solo in minima parte, di una didattica. Forse, alla fine, conterà più di tutto non aver fatto sentire soli gli alunni, aver creato uno spazio di dialogo e di confronto in mezzo all’isolamento forzato che stiamo vivendo.

Eppure, nonostante i limiti e le difficoltà evidenti fin dall’inizio, nel corpo docente si è manifestata – non in tutti, non sempre – un’ansia da prestazione talvolta strisciante, talvolta debordante: nelle chat tra docenti era una gara a voler fare, un mettersi in prima fila a mostrare che si stava lavorando, che si era pronti, anche laddove i dubbi e il disorientamento apparivano più che legittimi.

Un’ansia che forse viene da lontano, da quella delegittimazione sociale profonda, instillata da decenni di narrazioni qualunquistiche veicolate anche da ministri (il noto Brunetta, secondo il quale gli insegnanti guadagnavano anche troppo, visto che “lavorano mezza giornata”), da percezioni svalutative di una professione difficile e nella quale il tempo passato a scuola costituisce di norma la metà di quello lavorativo effettivo (tra lezioni da preparare, compiti da correggere e riunioni). Una percezione e una narrazione che, tristemente, rischiano oggi di rafforzarsi, laddove gli eroi (giustamente) conclamati sono altri, lasciando nell’ombra tutti gli altri lavoratori che, pure, stanno continuando a lavorare (come gli insegnanti).

Anche le prime parole del ministro sono apparse significative: un voler mettere le mani avanti, fin da subito, un dire che “la scuola sta lavorando, è tutto come prima”, come se la scuola avesse una tara da correggere, una colpa da espiare, qualcosa che non permettesse di dire fin da subito: no, non sta andando come prima, la situazione è complicata.

Il rischio è che questo scenario si ripeta, magari rafforzato, quando si faranno i conti di questa crisi e si vedrà che, a fianco dei tanti caduti in miseria, ci sono i “privilegiati”, quelli che – come gli insegnanti – godono di uno stipendio fisso visto ormai come un privilegio e non, come dovrebbe essere, un diritto. Lo stipendio più basso d’Europa, eroso da tagli decennali, palesemente incongruo, ma tant’è.

La scuola però è fatta soprattutto dagli studenti, allora è lecito chiedersi: che tracce lascerà in loro quest’evento che qualcuno ha già definito periodizzante, tale da incidere profondamente nei modi di vivere e di pensare? Anche qui si sono susseguiti analisi e responsi, alcuni ai limiti della profezia. Non avendo doti profetiche, mi limito a dire: non so.

Mi preoccupa però l’effetto che il distanziamento sociale provoca negli studenti: che effetto avrà la rinuncia forzata a quel luogo di socialità e di incontro che è il mondo della scuola, con tutti i suoi contrasti e le sue dinamiche a volte anche conflittuali (tra alunni e insegnanti, tra alunni stessi)? Mai come adesso ci si accorge di quanto la scuola non sia solamente un’istituzione dispensatrice di nozioni, bensì in primo luogo un luogo di vita indispensabile, e la sua assenza rischierà di pesare. Nel momento in cui la scuola tornerà a vivere si troverà di fronte – forse – alunni ancora più disorientati, deprivati di quelle funzioni emotive che solo la relazione con gli altri può dare.

L’ultima riflessione riguarda la scuola che manca ai genitori, agli insegnanti, ma anche agli studenti: è forse questa la base da cui ripartire per darle più valore e legittimazione, per farla ricominciare con qualche stereotipo in meno, in primo luogo quello sulla scuola brutta e noiosa per definizione. Se fosse così brutta e noiosa, non mancherebbe così tanto!

Certificazioni BES e DSA, sono sempre necessarie?

in Bisogni Educativi Speciali by
In Italia, i dati ci dicono che forse ci sono troppe certificazioni BES e DSA: servono realmente sempre o si tratta talvolta di scorciatoie per alunni, genitori e scuole?

Mesi addietro parlo con una mamma al ricevimento: la figlia è in prima media, dobbiamo discutere circa il rinnovo del documento BES. L’alunna va bene, non mostra particolari problemi; dalle relazioni della scuola primaria risultava addirittura brillante. Unico neo: non usa il corsivo. Ne parlo con la madre, anche perché le rare volte in cui le ho visto usare il corsivo, lo ha fatto con ottimi risultati. “Mia figlia ha un quoziente intellettivo troppo alto: la psicologa ha sconsigliato di usarlo. Così evita di subire troppo stress”.

Lì per lì faccio fatica a comprendere il connubio quoziente d’intelligenza-corsivo-stress, poi realizzo l’assurda verità e propongo alla madre di cancellarla: documento BES cestinato e alunna che scrive in corsivo meglio di prima, senza finora aver manifestato segni di eccessivo stress.

L’episodio, uno dei tanti che riempiono l’infinita aneddotica scolastica, piena di aspetti paradossali, offre lo spunto per qualche riflessione: pur condannando ogni forma di generalizzazione sulle certificazioni BES e DSA, non si può non constatare la diffusa percezione – da parte dei docenti – di una pratica ormai fuori controllo, soggetta a regole e parametri a volte non chiari.

Alunni certificati per lieve iperattività o scarsa attenzione, alunni certificati per scarsa applicazione allo studio o perché non hanno mai imparato a leggere e a scrivere… e certificazioni che talvolta compaiono “magicamente” al redde rationem dei voti in pagella!

Insomma, ce n’è abbastanza per avere il sospetto che si sia non di rado abusato di una possibilità che invece dovrebbe essere utilizzata solo in alcuni e ben comprovati casi.

Che vi sia una proliferazione indebita di tali certificazioni pare confermato dai dati: come spiegare altrimenti, in molte classi, la presenza di un terzo di alunni certificati?

È forse diventata l’Italia un paese di disgrafici, dislessici o iperattivi affetti da disturbi d’attenzione? C’è forse, dietro a questo scenario, una rappresentazione di alcuni dei mali che affliggono l’Italia e il mondo contemporaneo?

Ci sono l’incapacità, sempre più diffusa, dei genitori a svolgere il proprio mestiere e la tendenza – di fronte ai problemi scolastici – a cercare la comoda scorciatoia della certificazione?

Una scorciatoia comoda per tutti: per l’alunno, il genitore, la scuola che così non deve stare in ansia per l’attesa di un eventuale ricorso contro la bocciatura.

Scorciatoia malefica, perché sottrae l’alunno al proprio compito di realtà, quello vero, far fronte alla realtà delle richieste cui è chiamato.

Malefica perché rafforza quel senso di irresponsabilità, di sottrazione al proprio impegno nel quotidiano, che rischia di creare una generazione di inadatti ad affrontare le – ahimè – inevitabili e numerose difficoltà della vita.

E, infine, scorciatoia che denota la sempre più marcata tendenza alla medicalizzazione della vita e del nostro rapporto con essa, per cui ogni difficoltà o malessere diventa subito patologia da estirpare e non questione da affrontare.

Ma se questo scenario esiste e si sta sempre più espandendo, una responsabilità grave ce l’ha la scuola e chi la governa, incapace di sottrarsi a dinamiche svilenti e prona ad assecondare sempre e comunque quelli che ormai non sono più genitori ma “clienti”; una scuola che a volte sembra aver abdicato ai suoi compiti di insegnare a leggere e a scrivere, obiettivi ormai fuori moda e retrogradi nella scuola dell’empatia e del cooperative learning (verrebbe davvero da rivalutare almeno qualcosa della scuola di prima, che forse garantiva un po’ di più le conoscenze di base).

Sembra urgente, in definitiva, il recupero di una funzione educativa garante dell’evoluzione degli studenti e non di una loro difesa a priori da quegli ostacoli e difficoltà che è compito primario della scuola far conoscere.

E tutto ciò, va ribadito, al netto di quei non pochi casi che meritano il ricorso alle certificazioni e per i quali le garanzie sono non solo legittime ma sacrosante.

Crediti copertina: Ignacio Palomo Duarte

L’istruzione contro il sonno della ragione e dell’anima

in Letture in classe by
L’importanza dell’istruzione, secondo Valerio Camporesi, che veicoli sentimenti nelle nuove generazioni

“Il sonno della ragione genera mostri”, si è soliti dire con riferimento alle aberrazioni del Novecento, e in particolare al Nazismo e alle atrocità da esso commesse.

Atrocità attribuibili – si dice – a una perdita di contatto con la facoltà razionale e a una forma diffusa di ignoranza. Una mancanza di conoscenze, tale da far sì che un intero popolo abbia assecondato il progetto hitleriano di sterminio e di schiavizzazione di interi popoli.

C’è senz’altro molto di vero in questa affermazione, se la associamo appunto a una forma di obnubilamento della razionalità. Se però la intendiamo come un richiamo alla necessità di diffondere la conoscenza e l’istruzione come unico e principale antidoto al pericolo di derive collettive tragiche, allora è la memoria storica stessa a imporre una riflessione e un approfondimento.

Al tempo dell’avvento del Nazismo, la Germania era una delle nazioni più avanzate e progredite dal punto di vista dell’istruzione e dell’università. Così come la Germania guglielmina, principale artefice dell’immane massacro del primo conflitto mondiale, era stata indiscutibilmente il paese numero uno in Europa.

Come fu possibile, allora, lo scivolamento verso il baratro?

È che l’istruzione, la diffusione dei saperi, le conoscenze, cui tanto spesso e tanto giustamente ci richiamiamo quando parliamo di scuola, non sembrano essere garanzie assolute nei confronti della discesa verso l’abisso. Sarebbe necessario tener presente che la cultura e l’istruzione sono valori neutri, vuoti di per sé. Disponibili per essere riempiti di contenuti positivi o negativi.

Fu proprio il grande sviluppo della scienza e della tecnica tedesche con il conseguente primato raggiunto negli armamenti in Europa una delle spinte decisive che condusse la Germania verso le due guerre mondiali: non erano forse il prodotto dell’avanzato grado di sviluppo delle scuole e delle università tedesche i gas lanciati contro le trincee nemiche o i missili balistici che terrorizzarono Londra, per non parlare del sistema industriale di morte dei lager? Non erano forse anch’essi il prodotto di una forma di ragione, di razionalità? Non erano il frutto di una civiltà istruita?

Forse, al fondo, dovrebbe essere messo a fuoco il senso della parola istruzione.

Non basta affatto un’istruzione basata sui contenuti, sulle discipline, sulle materie tecnicamente intese; l’uomo di oggi dovrebbe tenere a mente il nostro tragico passato recente per ricordarsi che nelle nostre aule abbiamo almeno altrettanto bisogno di un’istruzione che veicoli i sentimenti umani: non furono e non sono sempre persone ‘ignoranti’ – nel senso comune – a produrre crimini di massa, e il caso della Germania dimostra come più che il sonno della ragione sia stato quello dell’anima ad aver generato mostri.

Quella loro ignoranza fu – ed è tuttora, perché i crimini di massa avvengono anche oggi – prima di tutto un’ignoranza dei sentimenti che si celano nel profondo dell’anima, una mancata educazione alla vita e alla libertà dell’essere uomo.

Anche oggi le nostre civiltà piene di persone istruite partoriscono mostri: lo vediamo dal prevalere assoluto attribuito al dio denaro, in nome del quale è consentito produrre utili sacrificando la vita delle persone, dal quotidiano stillicidio di atti di violenza inaudita o di stupidità efferata, come l’ultima moda dell’attraversare col rosso per sentirsi, una volta tanto, vivi. Coloro i quali progettano questi disastri individuali e/o collettivi sono tutte persone poco istruite?

Ecco allora una funzione alla quale la scuola di oggi dovrebbe adempiere: parlare al cuore degli studenti, offrire loro un senso nelle cose, un senso umano possibilmente, che ognuno – in quanto essere umano – declinerà a proprio modo, e offrire un senso non a parte i contenuti e/o le materie ma utilizzandoli per quello che realmente sono o dovrebbero essere, strumenti di conoscenza e di evoluzione dell’individuo.

Lo sapevano bene i nostri umanisti che, nei testi ritrovati nel buio dei monasteri, vi leggevano il senso (il loro senso) dell’essere umani, i loro ponti per indagare nel profondo della propria anima e trovarci, magari, qualcosa di luminoso. Perché è quel qualcosa che troviamo nel nostro intimo che, alla fine, ci salva e ci protegge, che fa da argine contro i mostri che abitano dentro e fuori di noi.

In copertina: “Il sonno della ragione genera mostri” Francisco Goya

Il (finto) ritorno dell’educazione civica a scuola

in Scuola by
Nasce con un gran pasticcio lo sbandierato ritorno di Educazione Civica tra le materie scolastiche (l’anno prossimo). Serve? A cosa serve? Le riflessioni di Valerio Camporesi

Abolita a suo tempo per ragioni mai chiarite (ma si suppongono finanziare, come sempre accade nel mondo della scuola laddove si decide sulla base delle esigenze del bilancio e non di studi specifici), successivamente riapparsa in forma talmente nebulosa tanto che che nessuno, anche in sede di esame di maturità, sapeva bene di cosa si trattasse (una vera e propria “non materia”, come era stata definita da “La tecnica della scuola”), l’Educazione Civica tornerà – forse – sui banchi di scuola a settembre 2020.

Il parere non vincolante del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione per quest’anno è stato negativo e il neo Ministro Fioramonti ha deciso di dare alle scuole il tempo per organizzarsi. Anche se le scuole, totalmente lasciate nell’incertezza, si sarebbero comunque arrangiate come al solito, tra qualche mugugno e qualche punta di stupore peraltro ormai rassegnata.

Al di là delle question burocratiche, la domanda rilevante è un’altra: l’Educazione Civica, a scuola, serve? A cosa serve? Per dire un chiaro “sì” basta guardare l’attualità, soprattutto gli inquietanti strafalcioni della maggior parte degli utenti dei social media (cittadini con diritto di voto) che, nel commentare la recente crisi politica, hanno dimostrato di conoscere poco o nulla sul funzionamento delle istituzioni del paese in cui abitano. “Non è un governo eletto!” è stato il leitmotiv preferito (e spesso urlato). Peccato che viviamo in Italia e non negli Stati Uniti, dove i governi si eleggono davvero, e che l’Italia sia una Repubblica Parlamentare in cui i governi si fondano sul voto parlamentare.

Peraltro, alla politica ‘da bar’ non si può opporre la politica dei tecnocrati, dei ‘sapienti’ che soli sanno cosa sia il bene comune: in una democrazia il dibattito deve essere aperto, disponibile per tutti, a patto che si sappia però di cosa si sta parlando: di qui l’urgenza di un insegnamento che formi cittadini coscienti di ciò che pensano e di ciò che dicono, perché nessuna scelta e nessuna capacità critica può fondarsi sull’ignoranza.

Ma l’Educazione Civica era ed è necessaria anche per altri motivi: quant’è importante, ad esempio, conoscere i propri diritti (sul lavoro, nella società), in un mondo che tende sempre più a ridurre gli spazi della libertà e del diritto (si pensi alla condizione di molti lavoratori o alle recenti misure restrittive verso la libertà di manifestare)! Quei diritti, per esempio, che la nostra Costituzione garantisce, o meglio dovrebbe garantire, come quello – all’articolo 36 – che sancisce il diritto del lavoratore a una retribuzione “in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla propria famiglia un’esistenza libera e dignitosa” (sic!).

E quanto è importante – in un’epoca di disaffezione diffusa verso la politica, in cui “La politica mi fa schifo” sembra una frase elegante con la quale presentarsi a una persona – far capire invece che la politica è una dimensione rilevante della realtà e della nostra vita quotidiana e che, per usare un vecchio motto, se tu non ti interessi di politica la politica si interesserà a te. La politica non è il chiacchericcio vuoto di mestieranti ma è la gestione della polis e da questa dipendono i nostri ospedali, le nostre scuole, i nostri ponti. Viene quasi il sospetto che sia anche per questi motivi che l’Educazione civica sia stata fatta scomparire, perché avere cittadini che sanno e che pensano è sempre scomodo per chi gestisce il potere.

Certo, ci vorrebbero insegnanti preparati e, soprattutto, una materia con un nome e cognome, con un’ora in più e con un docente titolare: ma, come sempre, in Italia sulla scuola non si spende, e l’attuale formula vaga, approssimativa, per la sua reintroduzione conferma questa regola. Ma è una regola che, con cittadini maggiormente coscienti dei propri diritti e dei propri doveri e del loro vivere entro una polis, forse un giorno potrà cambiare; perché, come si leggeva al primo rigo del mio vecchio libro di Educazione Civica (allora c’era davvero, con tanto di libro di testo), “L’uomo non può vivere isolato”.

Credits immagine: particolare di una illustrazione di Emanuele Luzzati tratta da “La Costituzione è anche nostra”, Edizioni Sonda

Don Milani, oggi: tanto frainteso quanto necessario?

in Approcci Educativi by
il maestro, Silei - Massi, Orecchio Acerbo, don milani,
Donmilanismo e celebrazioni agiografiche a parte, l’attualità del Priore di Barbiana nelle parole di Valerio Camporesi, docente, mezzo secolo dopo “Lettera a una professoressa”

Ogni volta che leggo le pagine di Lettera a una professoressa di Don Milani mi commuovo: bastano le note a piè di pagina che spiegano chi fosse Bach, la preposizione sbagliata di a prima media o l’inversione di aggettivo e nome in a pieno tempo per entrare dentro un’Italia diversa che non c’è più, un’Italia minore che chiedeva il riconoscimento del proprio diritto di esistere e d emanciparsi. Un’Italia povera ma vera, fatta di sentimenti umani che oggi sembrano sempre più rari: il passaggio dall’I care all’I like tanto agognato nella società dei socia media suona inclemente, come se in tutti questi anni fosse maturata una frattura insanabile, come se a distanza di cinquant’anni i due mondi non potessero comunicare più.

Eppure Lettera a una professoressa comunica molto anche alla scuola e all’Italia di oggi, a partire dal richiamo alla difesa degli ultimi che esistono eccomi anche oggi: non sono più i ragazzi mandati nei campi come allora ma quelli a cui la scuola ha comunque chiuso la porta per incapacità o indifferenza, quelli che ogni anno si perdono per strada nell’atroce calderone della dispersione scolastica. Certo i termini son cambiati, e non solo per la scomparsa della civiltà contadina: son cambiati i parametri delle fasce più deboli, entro le quali stanno anche i professori sottoposti oggi al dileggio e al discredito collettivo, sminuiti nella loro professionalità e additati qualunquisticamente come fannulloni anche da qualche ministro. Son cambiati, e per fortuna in meglio, tanti aspetti della scuola: gli alunni ripetenti alle elementari sono ormai un lontano ricordo, le nostre aule si sono aperte già dagli anni Settanta agli studenti con handicap, il classismo imperante nella scuola dell’epoca si è forse ridotto. Ma i messaggi del libro restano: la scuola come luogo di amore e non di competizione, di apprendimento che serva anzitutto per emanciparsi e vivere una vita degna, la necessità di dare ascolto anche agli ultimi; tutto questo fa di Lettere a una professoressa un testo quanto mai attuale, per non dire urgente.

Perché di un po’ di anima e di un po’ di amore si ha bisogno sempre nella vita, e più di tutti ne hanno bisogno i bambini e i ragazzi, e ogni insegnante può forse combattere in primo luogo come individuo questa battaglia (sì, lo è) contro la disumanizzazione della scuola, contro la volontà di introdurre anche nelle aule d’insegnamento i principi della vita come competizione ad ogni costo.

La scuola è altro e deve fare altro. La scuola basta a sé.

E di richiami ce ne sono molti anche a livello concreto: dall’importanza decisiva della competenza linguistica – senza la quale non si sarà mai alla pari dei più forti – alla centralità dell’educazione civica, che un recente provvedimento ha forse reintrodotto ma con modalità tutte da verificare. E quanto è importante l’attualità, il saper leggere un giornale, il conoscere il mondo, le questioni dell’oggi. Tutto questo dovrebbe far parte integrante di una scuola viva ora come lo era un tempo quella di Barbiana, una scuola che va difesa dai messaggi collettivi che – dai media al passaparola – diffondono una vera e propria celebrazione della scuola come luogo della noia per antonomasia.

Come sempre, anche il messaggio del Priore e dei ragazzi di Barbiana va attualizzato, fuori – sia detto chiaramente – da ogni donmilanismo e da ogni celebrazione agiografica. E va anche, in alcuni casi, sottratto ad alcuni equivoci che si sono sommati nel tempo, primo tra tutti l’atteggiamento ‘buono’ che l’insegnante donmilaniano sarebbe chiamato ad avere: un insegnante può anche essere severo, come lo era Don Milani (“Disciplina e scenate da far perdere la voglia di tornare“), anzi a volte lo deve, pena il ridursi come una mia collega dichiaratasi seguace di Don Milani dove le mura delle cui classi, però, tremavano dalla confusione. Nella severità a volte necessaria c’è l’amore e, come dicono i ragazzi di Barbiana, “in questo secolo come vuole amare se non con la scuola?“.

Credits immagine: “Il maestro” di Fabrizio Silei e Simone Massi, Orecchio Acerbo editore

Didattica differenziata: dalla teoria alla pratica, mondi lontani

in Scuola by
Sarah mazzetti didattica differenziata
Valerio Camporesi analizza la questione: una didattica differenziata per ogni alunno resta probabilmente un traguardo irrealistico, ma qualcosa si può e si deve fare

Per parlare di didattica differenziata si può partire dalle Indicazioni Nazionali per il curricolo del 2012: “ogni scuola deve pensare al proprio progetto educativo per persone che vivono qui e ora, che vanno alla ricerca di orizzonti di significato. Alla scuola l’arduo compito di praticare l’uguaglianza del riconoscimento delle differenze”. Si capisce fin da qui la complessità del tema, che tocca anche, ma non solo, le questioni degli alunni con handicap o altri deficit (più o meno chiaramente) accertati. Per loro infatti sono predisposti rispettivamente appositi piani educativi personalizzati (PEI) e una certificazione di bisogni educativi speciali (BES). E sono sigle che spesso alle orecchie degli insegnanti suonano come un incubo e che si traducono in quantità di modulistiche da riempire, spesso con fini meramente burocratici.

Ma il tema è molto più complesso e riguarda tutti gli studenti che possono essere inseriti in un’area di svantaggio, sempre più ampia anche a causa degli effetti delle disparità economiche e sociali sempre più marcate.
La scuola ha indubbiamente fatto un suo percorso verso l’elaborazione di una pluralità di forme e contenuti differenziati al fine di raggiungere quelli che – anche in sede di documentazione europea – vengono definiti i grandi obiettivi della scuola: inclusività, intelligenza e sostenibilità. I programmi stessi sono ormai adeguati a questa esigenza, tanto che – a testimonianza di questa ‘flessibilità‘ – anche in sede ministeriale si parla di Indicazioni e non di programmi ministeriali.

Fin qui tutto bene: sorge, in seguito, una domanda: come attuarla davvero, la didattica differenziata? Si può davvero pensare di non trovarsi di fronte alle solite grida manzoniane quando pensiamo alle classi delle nostri scuole, spesso sovraffollate e prive di mezzi e strutture adeguati?

È, questo, uno dei tanti casi in cui alle parole non sempre sembrano corrispondere i fatti che, in parte, hanno preso una piega opposta
Per citare un esempio: le ore di compresenza introdotte negli anni Ottanta, quattro ore assai preziose nelle quali la classe veniva divisa in due o più gruppi differenziati per fasce di livello permettevano che la didattica differenziata venisse svolta davvero. Purtroppo, come è noto, le ore di compresenza sono state eliminate dalla riforma Gelmini.
Spesso si dice riforma, ma si legge “tagli selvaggi finalizzati a ragioni di bilancio” (e di distruzione consapevole dell’istruzione pubblica?).
Di riforma, in effetti, si dovrebbe parlare solo nel caso di una modifica fondata su studi scientifici e valide ragioni pedagogiche, elementi assenti in questa come in molte altre … riforme.

È, invece, questa dell’inclusività, una sfida decisiva per la scuola e la società italiana, se davvero si vuole ridurre la crescente emarginazione degli strati sociali più deboli.

Basti pensare alle esigenze che vengono dal mondo degli alunni stranieri: manca una seria programmazione – con tanto di investimenti – sui laboratori di Italiano lingua 2.
E sono sempre maggiori i condizionamenti che le disparità di ceto sociale determinano sui percorsi di vita degli studenti che trovano sempre più raramente ella scuola un luogo in cui colmare lacune di partenza dovute al loro status sociale.

Non si può far niente, dunque? Niente affatto: ogni scuola è un mondo a sé, con risorse esperienze e persone diverse, e non mancano casi in cui la differenziazione della didattica può essere praticata.
Una parte la può giocare anche il dirigente scolastico, intervenendo nell’organizzare modi e tempi dell’attività didattica e insistendo verso una didattica inclusiva.

Qualcosa (più di qualcosa) può fare l’insegnante: acuire il suo sguardo, per esempio, e saper cambiare di volta in volta. Non tutte le classi sono uguali. Una didattica differenziata per ogni alunno resta un traguardo irrealistico ma un insegnante che ascolta può decidere quali strategie usare.
Banalmente, magari in una classe è meglio non intestardirsi con il Parini (con il dovuto rispetto) ma trovare alternative, leggere insieme qualche pagina del giornale o, magari, vedere insieme un approfondimento sull’attualità.

Perché – una cosa è certa – se la scuola negli anni non è ancora cambiata abbastanza, gli studenti lo sono senz’altro.

Credits immagine: Sarah Mazzetti http://www.bolognachildrensbookfair.com/media-room/photogallery/illustratori-selezionati-2019/9141.html

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