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Ora di Alternativa

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di Valerio Camporesi

Ora di alternativa vuole essere uno spazio libero di riflessioni varie e non catalogabili sul mondo della scuola, con la precisa intenzione di non essere alternativi per forza ma di offrire il punto di vista di un insegnante della scuola media da quasi vent'anni.

La scuola che verrà: i limiti e i problemi

in Ora di Alternativa by
Proviamo a far luce, insieme a Valerio Camporesi, sui limiti e i problemi della scuola. Ma anche a immaginare come sarà nel prossimo futuro.

Forse mai come in questo periodo si parla così tanto di scuola: lo si fa sull’onda dell’emergenza e dei pesanti dubbi su ciò che accadrà a settembre, tanto da riempire spesso le prime pagine dei giornali. L’emergenza Covid-19 ha fatto venire al pettine i tanti nodi irrisolti e i limiti del sistema Italia (come la Sanità). Nel caso della scuola, ha messo in luce in modo improcrastinabile i limiti e le difficoltà di un sistema gravato da miliardi di euro di tagli e da nessuna, o scarsa, considerazione in sede politica.

Trovare fondi per la scuola appare oggi un’impresa titanica, laddove ne sono stati stanziati molti di più per altre cause, sempre più importanti, sempre più indifferibili, o a volte già perse (come per Alitalia). La scuola all’ultimo posto, potremmo dire per rovesciare – in modo ahimè ben più realistico – uno slogan oggi ricorrente.

A differenza di altre volte, però, c’è qualcosa di diverso. O la scuola riparte, e riparte sul serio, oppure il Paese si fermerà, e non sarà una fermata breve. Non è possibile infatti immaginare milioni di famiglie impossibilitate a lavorare a causa di una scuola che non c’è, né milioni di studenti che, confinati nelle loro case, saranno destinati ad accumulare ritardi incolmabili nei programmi e nella didattica, con danni irreparabili per i destini individuali e collettivi.

Per fare ripartire la scuola occorre però un cambio di paradigma, a partire da una centralità non più solo esternata verbalmente ma praticata nei fatti, iniziando dalla restituzione di tutti quei fondi tagliati; a partire dai famosi tagli ”lineari” della non rimpianta ministra Gelmini.

Senza di ciò la scuola non ripartirà, perché le misure di distanziamento non potranno essere applicate in classi di venticinque o trenta alunni, così come le altre norme. C’è voluto il Covid-19, forse, per fare emergere la realtà delle aule sovraffollate, in cui i docenti non sono in grado di fare lezione. A volte ci vuole un evento forte per illuminare le cose.

Dovremmo smettere di dire che la scuola può ricominciare con tutta quella serie di misure.

Quelle misure infatti non saranno mai adottate per il semplice fatto che non sono realizzabili in strutture scolastiche: dalle mascherine al distanziamento, dagli alunni fermi sei ore sui propri banchi, sui quali dovrebbero consumare anche la propria merenda, fino alle ineffabili barriere di plexiglas. Perché non dire la verità? La scuola deve ripartire con le modalità tradizionali perché è l’unico modo di fare scuola, dai tempi dei tempi: alunni (nel numero giusto), un’aula, un insegnante. E invece no: dalle lezioni nei parchi a quelle nelle piazze, nei teatri o in strutture non meglio specificate, che i presidi dovrebbero (con quali poteri?) individuare, è stato tutto un profluvio di immagini, narrazioni, discorsi irrealistici.

Non si può non riconoscere l’oggettiva difficoltà di chi ha dovuto e deve prendere decisioni in campo scolastico partendo dalle indicazioni degli organismi sanitari non sempre chiare e coerenti. Però vorremmo più ragionamenti seri, basati sulla realtà: ad esempio (e a proposito di tagli), non sarebbe forse questa l’occasione per ripristinare le ore di compresenza alla scuola media? Si trattava infatti di uno spazio che funzionava benissimo, circa quattro ore a settimana in cui la classe veniva divisa in sottogruppi ognuno dei quali assegnato ad attività specifiche e ad hoc (recupero, potenziamento), purtroppo eliminato dalla riforma Gelmini che altro non era che un corposo piano di tagli generalizzati.

Crediti immagine di copertina: Roel Dierckens

La scuola che manca

in Ora di Alternativa by
Insegnanti, alunni, genitori: insieme a Valerio Camporesi, parliamo di una scuola che manca come luogo di dialogo e confronto.

Cos’è successo nella scuola italiana all’indomani della chiusura per il Covid-19? Si susseguono sulla stampa e in rete racconti diversi, ma forse con alcuni tratti in comune, il primo dei quali è il disorientamento. La scuola non era preparata a una simile evenienza, e sconta con l’ovvia difficoltà la situazione attuale: sono le problematicità ben note (alunni che non dispongono degli strumenti per la didattica a distanza, collegamenti che non sempre funzionano), in cima alle quali metterei la mancanza del rapporto diretto.

È possibile fare lezione senza guardare in faccia gli alunni, rinunciando a quelle dinamiche relazionali tra docenti e discenti costruite nel tempo e, spesso, con fatica? Se, come molti sostengono, il lavoro di un insegnante è anche attoriale (nel mio caso, insegno Storia ricorrendo spesso a piccole rappresentazioni sceniche in classe), può svolgersi a distanza? Verrebbe da dire di no, che il massimo che si potrà fare sarà tenere in qualche modo il filo di una comunicazione e, solo in minima parte, di una didattica. Forse, alla fine, conterà più di tutto non aver fatto sentire soli gli alunni, aver creato uno spazio di dialogo e di confronto in mezzo all’isolamento forzato che stiamo vivendo.

Eppure, nonostante i limiti e le difficoltà evidenti fin dall’inizio, nel corpo docente si è manifestata – non in tutti, non sempre – un’ansia da prestazione talvolta strisciante, talvolta debordante: nelle chat tra docenti era una gara a voler fare, un mettersi in prima fila a mostrare che si stava lavorando, che si era pronti, anche laddove i dubbi e il disorientamento apparivano più che legittimi.

Un’ansia che forse viene da lontano, da quella delegittimazione sociale profonda, instillata da decenni di narrazioni qualunquistiche veicolate anche da ministri (il noto Brunetta, secondo il quale gli insegnanti guadagnavano anche troppo, visto che “lavorano mezza giornata”), da percezioni svalutative di una professione difficile e nella quale il tempo passato a scuola costituisce di norma la metà di quello lavorativo effettivo (tra lezioni da preparare, compiti da correggere e riunioni). Una percezione e una narrazione che, tristemente, rischiano oggi di rafforzarsi, laddove gli eroi (giustamente) conclamati sono altri, lasciando nell’ombra tutti gli altri lavoratori che, pure, stanno continuando a lavorare (come gli insegnanti).

Anche le prime parole del ministro sono apparse significative: un voler mettere le mani avanti, fin da subito, un dire che “la scuola sta lavorando, è tutto come prima”, come se la scuola avesse una tara da correggere, una colpa da espiare, qualcosa che non permettesse di dire fin da subito: no, non sta andando come prima, la situazione è complicata.

Il rischio è che questo scenario si ripeta, magari rafforzato, quando si faranno i conti di questa crisi e si vedrà che, a fianco dei tanti caduti in miseria, ci sono i “privilegiati”, quelli che – come gli insegnanti – godono di uno stipendio fisso visto ormai come un privilegio e non, come dovrebbe essere, un diritto. Lo stipendio più basso d’Europa, eroso da tagli decennali, palesemente incongruo, ma tant’è.

La scuola però è fatta soprattutto dagli studenti, allora è lecito chiedersi: che tracce lascerà in loro quest’evento che qualcuno ha già definito periodizzante, tale da incidere profondamente nei modi di vivere e di pensare? Anche qui si sono susseguiti analisi e responsi, alcuni ai limiti della profezia. Non avendo doti profetiche, mi limito a dire: non so.

Mi preoccupa però l’effetto che il distanziamento sociale provoca negli studenti: che effetto avrà la rinuncia forzata a quel luogo di socialità e di incontro che è il mondo della scuola, con tutti i suoi contrasti e le sue dinamiche a volte anche conflittuali (tra alunni e insegnanti, tra alunni stessi)? Mai come adesso ci si accorge di quanto la scuola non sia solamente un’istituzione dispensatrice di nozioni, bensì in primo luogo un luogo di vita indispensabile, e la sua assenza rischierà di pesare. Nel momento in cui la scuola tornerà a vivere si troverà di fronte – forse – alunni ancora più disorientati, deprivati di quelle funzioni emotive che solo la relazione con gli altri può dare.

L’ultima riflessione riguarda la scuola che manca ai genitori, agli insegnanti, ma anche agli studenti: è forse questa la base da cui ripartire per darle più valore e legittimazione, per farla ricominciare con qualche stereotipo in meno, in primo luogo quello sulla scuola brutta e noiosa per definizione. Se fosse così brutta e noiosa, non mancherebbe così tanto!

Certificazioni BES e DSA, sono sempre necessarie?

in Ora di Alternativa by
In Italia, i dati ci dicono che forse ci sono troppe certificazioni BES e DSA: servono realmente sempre o si tratta talvolta di scorciatoie per alunni, genitori e scuole?

Mesi addietro parlo con una mamma al ricevimento: la figlia è in prima media, dobbiamo discutere circa il rinnovo del documento BES. L’alunna va bene, non mostra particolari problemi; dalle relazioni della scuola primaria risultava addirittura brillante. Unico neo: non usa il corsivo. Ne parlo con la madre, anche perché le rare volte in cui le ho visto usare il corsivo, lo ha fatto con ottimi risultati. “Mia figlia ha un quoziente intellettivo troppo alto: la psicologa ha sconsigliato di usarlo. Così evita di subire troppo stress”.

Lì per lì faccio fatica a comprendere il connubio quoziente d’intelligenza-corsivo-stress, poi realizzo l’assurda verità e propongo alla madre di cancellarla: documento BES cestinato e alunna che scrive in corsivo meglio di prima, senza finora aver manifestato segni di eccessivo stress.

L’episodio, uno dei tanti che riempiono l’infinita aneddotica scolastica, piena di aspetti paradossali, offre lo spunto per qualche riflessione: pur condannando ogni forma di generalizzazione sulle certificazioni BES e DSA, non si può non constatare la diffusa percezione – da parte dei docenti – di una pratica ormai fuori controllo, soggetta a regole e parametri a volte non chiari.

Alunni certificati per lieve iperattività o scarsa attenzione, alunni certificati per scarsa applicazione allo studio o perché non hanno mai imparato a leggere e a scrivere… e certificazioni che talvolta compaiono “magicamente” al redde rationem dei voti in pagella!

Insomma, ce n’è abbastanza per avere il sospetto che si sia non di rado abusato di una possibilità che invece dovrebbe essere utilizzata solo in alcuni e ben comprovati casi.

Che vi sia una proliferazione indebita di tali certificazioni pare confermato dai dati: come spiegare altrimenti, in molte classi, la presenza di un terzo di alunni certificati?

È forse diventata l’Italia un paese di disgrafici, dislessici o iperattivi affetti da disturbi d’attenzione? C’è forse, dietro a questo scenario, una rappresentazione di alcuni dei mali che affliggono l’Italia e il mondo contemporaneo?

Ci sono l’incapacità, sempre più diffusa, dei genitori a svolgere il proprio mestiere e la tendenza – di fronte ai problemi scolastici – a cercare la comoda scorciatoia della certificazione?

Una scorciatoia comoda per tutti: per l’alunno, il genitore, la scuola che così non deve stare in ansia per l’attesa di un eventuale ricorso contro la bocciatura.

Scorciatoia malefica, perché sottrae l’alunno al proprio compito di realtà, quello vero, far fronte alla realtà delle richieste cui è chiamato.

Malefica perché rafforza quel senso di irresponsabilità, di sottrazione al proprio impegno nel quotidiano, che rischia di creare una generazione di inadatti ad affrontare le – ahimè – inevitabili e numerose difficoltà della vita.

E, infine, scorciatoia che denota la sempre più marcata tendenza alla medicalizzazione della vita e del nostro rapporto con essa, per cui ogni difficoltà o malessere diventa subito patologia da estirpare e non questione da affrontare.

Ma se questo scenario esiste e si sta sempre più espandendo, una responsabilità grave ce l’ha la scuola e chi la governa, incapace di sottrarsi a dinamiche svilenti e prona ad assecondare sempre e comunque quelli che ormai non sono più genitori ma “clienti”; una scuola che a volte sembra aver abdicato ai suoi compiti di insegnare a leggere e a scrivere, obiettivi ormai fuori moda e retrogradi nella scuola dell’empatia e del cooperative learning (verrebbe davvero da rivalutare almeno qualcosa della scuola di prima, che forse garantiva un po’ di più le conoscenze di base).

Sembra urgente, in definitiva, il recupero di una funzione educativa garante dell’evoluzione degli studenti e non di una loro difesa a priori da quegli ostacoli e difficoltà che è compito primario della scuola far conoscere.

E tutto ciò, va ribadito, al netto di quei non pochi casi che meritano il ricorso alle certificazioni e per i quali le garanzie sono non solo legittime ma sacrosante.

Crediti copertina: Ignacio Palomo Duarte

L’istruzione contro il sonno della ragione e dell’anima

in Ora di Alternativa/Spunti di lettura by
L’importanza dell’istruzione, secondo Valerio Camporesi, che veicoli sentimenti nelle nuove generazioni

“Il sonno della ragione genera mostri”, si è soliti dire con riferimento alle aberrazioni del Novecento, e in particolare al Nazismo e alle atrocità da esso commesse.

Atrocità attribuibili – si dice – a una perdita di contatto con la facoltà razionale e a una forma diffusa di ignoranza. Una mancanza di conoscenze, tale da far sì che un intero popolo abbia assecondato il progetto hitleriano di sterminio e di schiavizzazione di interi popoli.

C’è senz’altro molto di vero in questa affermazione, se la associamo appunto a una forma di obnubilamento della razionalità. Se però la intendiamo come un richiamo alla necessità di diffondere la conoscenza e l’istruzione come unico e principale antidoto al pericolo di derive collettive tragiche, allora è la memoria storica stessa a imporre una riflessione e un approfondimento.

Al tempo dell’avvento del Nazismo, la Germania era una delle nazioni più avanzate e progredite dal punto di vista dell’istruzione e dell’università. Così come la Germania guglielmina, principale artefice dell’immane massacro del primo conflitto mondiale, era stata indiscutibilmente il paese numero uno in Europa.

Come fu possibile, allora, lo scivolamento verso il baratro?

È che l’istruzione, la diffusione dei saperi, le conoscenze, cui tanto spesso e tanto giustamente ci richiamiamo quando parliamo di scuola, non sembrano essere garanzie assolute nei confronti della discesa verso l’abisso. Sarebbe necessario tener presente che la cultura e l’istruzione sono valori neutri, vuoti di per sé. Disponibili per essere riempiti di contenuti positivi o negativi.

Fu proprio il grande sviluppo della scienza e della tecnica tedesche con il conseguente primato raggiunto negli armamenti in Europa una delle spinte decisive che condusse la Germania verso le due guerre mondiali: non erano forse il prodotto dell’avanzato grado di sviluppo delle scuole e delle università tedesche i gas lanciati contro le trincee nemiche o i missili balistici che terrorizzarono Londra, per non parlare del sistema industriale di morte dei lager? Non erano forse anch’essi il prodotto di una forma di ragione, di razionalità? Non erano il frutto di una civiltà istruita?

Forse, al fondo, dovrebbe essere messo a fuoco il senso della parola istruzione.

Non basta affatto un’istruzione basata sui contenuti, sulle discipline, sulle materie tecnicamente intese; l’uomo di oggi dovrebbe tenere a mente il nostro tragico passato recente per ricordarsi che nelle nostre aule abbiamo almeno altrettanto bisogno di un’istruzione che veicoli i sentimenti umani: non furono e non sono sempre persone ‘ignoranti’ – nel senso comune – a produrre crimini di massa, e il caso della Germania dimostra come più che il sonno della ragione sia stato quello dell’anima ad aver generato mostri.

Quella loro ignoranza fu – ed è tuttora, perché i crimini di massa avvengono anche oggi – prima di tutto un’ignoranza dei sentimenti che si celano nel profondo dell’anima, una mancata educazione alla vita e alla libertà dell’essere uomo.

Anche oggi le nostre civiltà piene di persone istruite partoriscono mostri: lo vediamo dal prevalere assoluto attribuito al dio denaro, in nome del quale è consentito produrre utili sacrificando la vita delle persone, dal quotidiano stillicidio di atti di violenza inaudita o di stupidità efferata, come l’ultima moda dell’attraversare col rosso per sentirsi, una volta tanto, vivi. Coloro i quali progettano questi disastri individuali e/o collettivi sono tutte persone poco istruite?

Ecco allora una funzione alla quale la scuola di oggi dovrebbe adempiere: parlare al cuore degli studenti, offrire loro un senso nelle cose, un senso umano possibilmente, che ognuno – in quanto essere umano – declinerà a proprio modo, e offrire un senso non a parte i contenuti e/o le materie ma utilizzandoli per quello che realmente sono o dovrebbero essere, strumenti di conoscenza e di evoluzione dell’individuo.

Lo sapevano bene i nostri umanisti che, nei testi ritrovati nel buio dei monasteri, vi leggevano il senso (il loro senso) dell’essere umani, i loro ponti per indagare nel profondo della propria anima e trovarci, magari, qualcosa di luminoso. Perché è quel qualcosa che troviamo nel nostro intimo che, alla fine, ci salva e ci protegge, che fa da argine contro i mostri che abitano dentro e fuori di noi.

In copertina: “Il sonno della ragione genera mostri” Francisco Goya

La teatralizzazione a scuola come supporto alle lezioni

in Attività in classe/Ora di Alternativa/Tavola Rotonda by
La teatralizzazione a scuola può venire in soccorso degli insegnanti, permettendo agli studenti di appassionarsi alle lezioni e superare il “muro” con le materie.

Chi ogni mattina affronta il lavoro in classe si trova di fronte un ostacolo che pare insormontabile: come superare quel muro che separa dagli alunni? Che separa gli alunni dai contenuti che l’insegnante si trova a proporre e che non necessariamente incontrano il favore e l’attenzione degli alunni.

Sì perché la narrazione prevalente (o pericolosamente strisciante) in merito alla didattica vuole (impone?) che si vada incontro ai gusti e alle tendenze degli studenti. Ad esempio, liofilizzando i contenuti, spalmandoli in forme più attraenti, in modo da suscitare il tanto sospirato interesse e, di grazia, un po’ di partecipazione.

Narrazione pericolosa, a mio avviso, perché appiattisce il ruolo di docente, riducendolo a erogatore di un servizio che deve piacere. Invece una delle funzioni della scuola, dovrebbe essere quella di svegliare le parti assopite dell’alunno. I gusti, gli orizzonti e le aperture che a volte giacciono un po’ sepolte. E che con lo sforzo e col tempo – della scuola, appunto – possono riemergere (educere, appunto: tirar fuori da). Un tipo di narrazione sempre più vincente, purtroppo, anche a causa della competizione tra scuole e tra i docenti stessi. Le prime costrette alla corsa ai nuovi iscritti e i secondi chiamati a competere per aggiudicarsi il famoso bonus premiale; le une e gli altri, comunque, chiamati a “conquistare” il mercato, ovvero gli studenti.

Come superare allora quel muro di alterità tra gli studenti e le materie?

Basta guardare negli occhi uno studente per chiedersi: come potrà questo ragazzino dagli occhi assonnati, e che riflettono ancora le ore passate allo smartphone o a giocare a Fortnite, seguire una lezione sulla Guerra dei Trent’anni (che – chissà perché – rappresenta la noia per antonomasia: forse saranno le sue troppe fasi: danese, svedese, ecc.)?

Come potrà un alunno da cui mi separano decenni seguire le mie parole e i contenuti che – bene o male – esse cercano di rappresentare? Più passa il tempo e più mi faccio queste domande. Forse perché il tempo che passa spinge gli uomini (e anche gli insegnanti) a riflettere, a non dare nulla per scontato. Ciò che ha rappresentato una fonte di curiosità e di interesse, finanche passione, per me, non necessariamente potrà esserlo per uno studente di oggi. Studente da cui mi separano – ahimè – decenni e troppi cambiamenti socio-culturali, non sempre positivi. Un cumulo di pregiudizio e di stratificazione socioculturale, insomma, che alla parola scuola risponde: noia, noia, noia. Che fare?

Una risposta per me è stata la teatralizzazione: far rappresentare agli alunni le scene e le situazioni oggetto della spiegazione o della lettura.

Quella della teatralizzazione è stata una risposta istintiva, per me, forse nata da mie precedenti esperienze nel campo, che ha sempre riscontrato un grande interesse. Chiamare gli studenti a teatralizzare, a mettere in scena in forma sintetica e semplificata, ciò di cui si è solo parlato, permette di passare in una certa misura al vissuto, all’esperito e, forse, di superare quel muro.

Di far percepire, per esempio per quanto riguarda la Storia, che altre epoche, altre mentalità, altre abitudini sono esistite davvero e che il nostro, o il loro, non è l’unico né sarà l’ultimo. O che tante storie di cui parlano i testi letterari sono anche le nostre storie, quelle di persone che – come Lancillotto sul ponte della spada – si trovano di fronte a una paura irreale, fantasmatica (due leoni che l’attenderebbero passato il ponte), che sparisce se si ha il coraggio, come fa Lancillotto, di attraversare quel ponte e di constatare, poi, che i leoni non esistevano.

Nel vederli rappresentare quelle piccole scene, nelle mani alzate che fanno a gara per partecipare, mi pare a volte di avere visto occhi meno spenti e, forse, meno annoiati. Meno al di là del muro.

Non che tutto ciò non esponga a rischi e pericoli: nella teatralizzazione della defenestrazione di Praga (la solita, noiosissima, Guerra dei Trent’anni!) mi sono trovato di fronte alla spiacevole intenzione manifestata da un alunno, momentaneamente boemo e protestante, di buttare dalla finestra un suo compagno, altrettanto momentaneamente cattolicissimo rappresentante dell’impero. Ma basta stare attenti alle finestre, e riderci su, tutti insieme, come feci con i miei studenti anche in quell’occasione.

Il (finto) ritorno dell’educazione civica a scuola

in Ora di Alternativa/Tavola Rotonda by
Nasce con un gran pasticcio lo sbandierato ritorno di Educazione Civica tra le materie scolastiche (l’anno prossimo). Serve? A cosa serve? Le riflessioni di Valerio Camporesi

Abolita a suo tempo per ragioni mai chiarite (ma si suppongono finanziare, come sempre accade nel mondo della scuola laddove si decide sulla base delle esigenze del bilancio e non di studi specifici), successivamente riapparsa in forma talmente nebulosa tanto che che nessuno, anche in sede di esame di maturità, sapeva bene di cosa si trattasse (una vera e propria “non materia”, come era stata definita da “La tecnica della scuola”), l’Educazione Civica tornerà – forse – sui banchi di scuola a settembre 2020.

Il parere non vincolante del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione per quest’anno è stato negativo e il neo Ministro Fioramonti ha deciso di dare alle scuole il tempo per organizzarsi. Anche se le scuole, totalmente lasciate nell’incertezza, si sarebbero comunque arrangiate come al solito, tra qualche mugugno e qualche punta di stupore peraltro ormai rassegnata.

Al di là delle question burocratiche, la domanda rilevante è un’altra: l’Educazione Civica, a scuola, serve? A cosa serve? Per dire un chiaro “sì” basta guardare l’attualità, soprattutto gli inquietanti strafalcioni della maggior parte degli utenti dei social media (cittadini con diritto di voto) che, nel commentare la recente crisi politica, hanno dimostrato di conoscere poco o nulla sul funzionamento delle istituzioni del paese in cui abitano. “Non è un governo eletto!” è stato il leitmotiv preferito (e spesso urlato). Peccato che viviamo in Italia e non negli Stati Uniti, dove i governi si eleggono davvero, e che l’Italia sia una Repubblica Parlamentare in cui i governi si fondano sul voto parlamentare.

Peraltro, alla politica ‘da bar’ non si può opporre la politica dei tecnocrati, dei ‘sapienti’ che soli sanno cosa sia il bene comune: in una democrazia il dibattito deve essere aperto, disponibile per tutti, a patto che si sappia però di cosa si sta parlando: di qui l’urgenza di un insegnamento che formi cittadini coscienti di ciò che pensano e di ciò che dicono, perché nessuna scelta e nessuna capacità critica può fondarsi sull’ignoranza.

Ma l’Educazione Civica era ed è necessaria anche per altri motivi: quant’è importante, ad esempio, conoscere i propri diritti (sul lavoro, nella società), in un mondo che tende sempre più a ridurre gli spazi della libertà e del diritto (si pensi alla condizione di molti lavoratori o alle recenti misure restrittive verso la libertà di manifestare)! Quei diritti, per esempio, che la nostra Costituzione garantisce, o meglio dovrebbe garantire, come quello – all’articolo 36 – che sancisce il diritto del lavoratore a una retribuzione “in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla propria famiglia un’esistenza libera e dignitosa” (sic!).

E quanto è importante – in un’epoca di disaffezione diffusa verso la politica, in cui “La politica mi fa schifo” sembra una frase elegante con la quale presentarsi a una persona – far capire invece che la politica è una dimensione rilevante della realtà e della nostra vita quotidiana e che, per usare un vecchio motto, se tu non ti interessi di politica la politica si interesserà a te. La politica non è il chiacchericcio vuoto di mestieranti ma è la gestione della polis e da questa dipendono i nostri ospedali, le nostre scuole, i nostri ponti. Viene quasi il sospetto che sia anche per questi motivi che l’Educazione civica sia stata fatta scomparire, perché avere cittadini che sanno e che pensano è sempre scomodo per chi gestisce il potere.

Certo, ci vorrebbero insegnanti preparati e, soprattutto, una materia con un nome e cognome, con un’ora in più e con un docente titolare: ma, come sempre, in Italia sulla scuola non si spende, e l’attuale formula vaga, approssimativa, per la sua reintroduzione conferma questa regola. Ma è una regola che, con cittadini maggiormente coscienti dei propri diritti e dei propri doveri e del loro vivere entro una polis, forse un giorno potrà cambiare; perché, come si leggeva al primo rigo del mio vecchio libro di Educazione Civica (allora c’era davvero, con tanto di libro di testo), “L’uomo non può vivere isolato”.

Credits immagine: particolare di una illustrazione di Emanuele Luzzati tratta da “La Costituzione è anche nostra”, Edizioni Sonda

Don Milani, oggi: tanto frainteso quanto necessario?

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il maestro, Silei - Massi, Orecchio Acerbo, don milani,
Donmilanismo e celebrazioni agiografiche a parte, l’attualità del Priore di Barbiana nelle parole di Valerio Camporesi, docente, mezzo secolo dopo “Lettera a una professoressa”

Ogni volta che leggo le pagine di Lettera a una professoressa di Don Milani mi commuovo: bastano le note a piè di pagina che spiegano chi fosse Bach, la preposizione sbagliata di a prima media o l’inversione di aggettivo e nome in a pieno tempo per entrare dentro un’Italia diversa che non c’è più, un’Italia minore che chiedeva il riconoscimento del proprio diritto di esistere e d emanciparsi. Un’Italia povera ma vera, fatta di sentimenti umani che oggi sembrano sempre più rari: il passaggio dall’I care all’I like tanto agognato nella società dei socia media suona inclemente, come se in tutti questi anni fosse maturata una frattura insanabile, come se a distanza di cinquant’anni i due mondi non potessero comunicare più.

Eppure Lettera a una professoressa comunica molto anche alla scuola e all’Italia di oggi, a partire dal richiamo alla difesa degli ultimi che esistono eccomi anche oggi: non sono più i ragazzi mandati nei campi come allora ma quelli a cui la scuola ha comunque chiuso la porta per incapacità o indifferenza, quelli che ogni anno si perdono per strada nell’atroce calderone della dispersione scolastica. Certo i termini son cambiati, e non solo per la scomparsa della civiltà contadina: son cambiati i parametri delle fasce più deboli, entro le quali stanno anche i professori sottoposti oggi al dileggio e al discredito collettivo, sminuiti nella loro professionalità e additati qualunquisticamente come fannulloni anche da qualche ministro. Son cambiati, e per fortuna in meglio, tanti aspetti della scuola: gli alunni ripetenti alle elementari sono ormai un lontano ricordo, le nostre aule si sono aperte già dagli anni Settanta agli studenti con handicap, il classismo imperante nella scuola dell’epoca si è forse ridotto. Ma i messaggi del libro restano: la scuola come luogo di amore e non di competizione, di apprendimento che serva anzitutto per emanciparsi e vivere una vita degna, la necessità di dare ascolto anche agli ultimi; tutto questo fa di Lettere a una professoressa un testo quanto mai attuale, per non dire urgente.

Perché di un po’ di anima e di un po’ di amore si ha bisogno sempre nella vita, e più di tutti ne hanno bisogno i bambini e i ragazzi, e ogni insegnante può forse combattere in primo luogo come individuo questa battaglia (sì, lo è) contro la disumanizzazione della scuola, contro la volontà di introdurre anche nelle aule d’insegnamento i principi della vita come competizione ad ogni costo.

La scuola è altro e deve fare altro. La scuola basta a sé.

E di richiami ce ne sono molti anche a livello concreto: dall’importanza decisiva della competenza linguistica – senza la quale non si sarà mai alla pari dei più forti – alla centralità dell’educazione civica, che un recente provvedimento ha forse reintrodotto ma con modalità tutte da verificare. E quanto è importante l’attualità, il saper leggere un giornale, il conoscere il mondo, le questioni dell’oggi. Tutto questo dovrebbe far parte integrante di una scuola viva ora come lo era un tempo quella di Barbiana, una scuola che va difesa dai messaggi collettivi che – dai media al passaparola – diffondono una vera e propria celebrazione della scuola come luogo della noia per antonomasia.

Come sempre, anche il messaggio del Priore e dei ragazzi di Barbiana va attualizzato, fuori – sia detto chiaramente – da ogni donmilanismo e da ogni celebrazione agiografica. E va anche, in alcuni casi, sottratto ad alcuni equivoci che si sono sommati nel tempo, primo tra tutti l’atteggiamento ‘buono’ che l’insegnante donmilaniano sarebbe chiamato ad avere: un insegnante può anche essere severo, come lo era Don Milani (“Disciplina e scenate da far perdere la voglia di tornare“), anzi a volte lo deve, pena il ridursi come una mia collega dichiaratasi seguace di Don Milani dove le mura delle cui classi, però, tremavano dalla confusione. Nella severità a volte necessaria c’è l’amore e, come dicono i ragazzi di Barbiana, “in questo secolo come vuole amare se non con la scuola?“.

Credits immagine: “Il maestro” di Fabrizio Silei e Simone Massi, Orecchio Acerbo editore

Didattica differenziata: dalla teoria alla pratica, mondi lontani

in Ora di Alternativa/Tavola Rotonda by
Sarah mazzetti didattica differenziata
Valerio Camporesi analizza la questione: una didattica differenziata per ogni alunno resta probabilmente un traguardo irrealistico, ma qualcosa si può e si deve fare

Per parlare di didattica differenziata si può partire dalle Indicazioni Nazionali per il curricolo del 2012: “ogni scuola deve pensare al proprio progetto educativo per persone che vivono qui e ora, che vanno alla ricerca di orizzonti di significato. Alla scuola l’arduo compito di praticare l’uguaglianza del riconoscimento delle differenze”. Si capisce fin da qui la complessità del tema, che tocca anche, ma non solo, le questioni degli alunni con handicap o altri deficit (più o meno chiaramente) accertati. Per loro infatti sono predisposti rispettivamente appositi piani educativi personalizzati (PEI) e una certificazione di bisogni educativi speciali (BES). E sono sigle che spesso alle orecchie degli insegnanti suonano come un incubo e che si traducono in quantità di modulistiche da riempire, spesso con fini meramente burocratici.

Ma il tema è molto più complesso e riguarda tutti gli studenti che possono essere inseriti in un’area di svantaggio, sempre più ampia anche a causa degli effetti delle disparità economiche e sociali sempre più marcate.
La scuola ha indubbiamente fatto un suo percorso verso l’elaborazione di una pluralità di forme e contenuti differenziati al fine di raggiungere quelli che – anche in sede di documentazione europea – vengono definiti i grandi obiettivi della scuola: inclusività, intelligenza e sostenibilità. I programmi stessi sono ormai adeguati a questa esigenza, tanto che – a testimonianza di questa ‘flessibilità‘ – anche in sede ministeriale si parla di Indicazioni e non di programmi ministeriali.

Fin qui tutto bene: sorge, in seguito, una domanda: come attuarla davvero, la didattica differenziata? Si può davvero pensare di non trovarsi di fronte alle solite grida manzoniane quando pensiamo alle classi delle nostri scuole, spesso sovraffollate e prive di mezzi e strutture adeguati?

È, questo, uno dei tanti casi in cui alle parole non sempre sembrano corrispondere i fatti che, in parte, hanno preso una piega opposta
Per citare un esempio: le ore di compresenza introdotte negli anni Ottanta, quattro ore assai preziose nelle quali la classe veniva divisa in due o più gruppi differenziati per fasce di livello permettevano che la didattica differenziata venisse svolta davvero. Purtroppo, come è noto, le ore di compresenza sono state eliminate dalla riforma Gelmini.
Spesso si dice riforma, ma si legge “tagli selvaggi finalizzati a ragioni di bilancio” (e di distruzione consapevole dell’istruzione pubblica?).
Di riforma, in effetti, si dovrebbe parlare solo nel caso di una modifica fondata su studi scientifici e valide ragioni pedagogiche, elementi assenti in questa come in molte altre … riforme.

È, invece, questa dell’inclusività, una sfida decisiva per la scuola e la società italiana, se davvero si vuole ridurre la crescente emarginazione degli strati sociali più deboli.

Basti pensare alle esigenze che vengono dal mondo degli alunni stranieri: manca una seria programmazione – con tanto di investimenti – sui laboratori di Italiano lingua 2.
E sono sempre maggiori i condizionamenti che le disparità di ceto sociale determinano sui percorsi di vita degli studenti che trovano sempre più raramente ella scuola un luogo in cui colmare lacune di partenza dovute al loro status sociale.

Non si può far niente, dunque? Niente affatto: ogni scuola è un mondo a sé, con risorse esperienze e persone diverse, e non mancano casi in cui la differenziazione della didattica può essere praticata.
Una parte la può giocare anche il dirigente scolastico, intervenendo nell’organizzare modi e tempi dell’attività didattica e insistendo verso una didattica inclusiva.

Qualcosa (più di qualcosa) può fare l’insegnante: acuire il suo sguardo, per esempio, e saper cambiare di volta in volta. Non tutte le classi sono uguali. Una didattica differenziata per ogni alunno resta un traguardo irrealistico ma un insegnante che ascolta può decidere quali strategie usare.
Banalmente, magari in una classe è meglio non intestardirsi con il Parini (con il dovuto rispetto) ma trovare alternative, leggere insieme qualche pagina del giornale o, magari, vedere insieme un approfondimento sull’attualità.

Perché – una cosa è certa – se la scuola negli anni non è ancora cambiata abbastanza, gli studenti lo sono senz’altro.

Credits immagine: Sarah Mazzetti http://www.bolognachildrensbookfair.com/media-room/photogallery/illustratori-selezionati-2019/9141.html

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