attività di classe

Sbadiglia la Città: a caccia di storie sonnacchiose anti-noia

in Approcci educativi/Arte in galleria/Attività in classe by
Con Marianna Balducci ci avventuriamo in una nuova attività anti-noia in giro per la città!

La nuova avventura anti-noia di Marianna Balducci, qualche tempo fa avevamo già immaginato un laboratorio che ci portasse a guardarci intorno, “educando lo sguardo“.

Con il freddo che ci circonda e ci intorpidisce e tutto il tempo trascorso tra le mura di casa, capita di sentirsi un po’ come gli animali in letargo. Le giornate iniziano ad allungarsi, ma ancora troppo poco, le occasioni per incontrarsi scarseggiano e, sempre più spesso, siamo costretti a dare forma a porzioni di tempo vuoto, pesante e, diciamolo, noioso… Proviamo con un’attività anti-noia, prima di cedere nuovamente alla sonnolenza invernale.

Proviamo per un momento a fare quello che facciamo di solito insieme in questo appuntamento: capovolgere il punto di vista.

Un’attività anti-noia: a caccia di sbadigli nella città!

Siamo sicuri di essere solo noi quelli annoiati? 

“Erano mesi che nessuno usciva più se non per necessità o per qualche rara eccezione. La Città era sempre più silenziosa, i cittadini impegnati a convivere con nuovi ritmi e presi da nuove preoccupazioni non le prestavano più le attenzioni di un tempo e si limitavano a lanciarle sonnolente occhiate dalla finestra o frettolosi sguardi al rientro dalle loro occupazioni, giusto il necessario per non inciampare in qualche imprevisto. 

La Città ci aveva pure provato a piazzarlo qua e là, qualche imprevisto: un sanpietrino fuori posto, una perdita nel rubinetto della fontana in piazza, un barile da osteria nel mezzo del vicolo… Ma niente. Nessuno notava più nien-te. 

È così che è iniziata ed è stata da subito contagiosa. No, per fortuna, non era un contagio pericoloso, ma di certo sembrava inarrestabile. Di cosa parlo? Di una luuunga, disteeesa, plaaacida, sonnacchiooosa catena di… sbadigli!”

Vi assicuro che questa storia è vera. Se non mi credete, uscite voi stessi a controllare. Vi servirà una macchina fotografica (o un cellulare), una certa conoscenza delle forme tonde e tondeggianti (come andate in geometria?) e una eroica resistenza agli sbadigli che, lo sapete, si appiccicano addosso appena li captiamo anche solo da lontano.

“La Città impigrita sbadigliava continuamente. Qualche volta sembrava accennare un piccolo sforzo a mettere almeno una mano davanti alle sue bocche, come vuole la buona educazione, ma quelle si spalancavano senza preavviso ad ogni angolo. 

Non la si poteva biasimare, in fondo. Non vedendo più nessuno in giro, aveva iniziato ad annoiarsi davvero tantissimo. Prima che i brutti pensieri prendessero il sopravvento (“E se mi avessero abbandonata per sempre?”), aveva deciso che un sonnellino magari le avrebbe fatto pure bene, che la siesta in certi paesi è quasi un’istituzione, che tanto aveva il sonno leggero e presto si sarebbe ripres….zzzzzzzz.”

Mi raccomando, fate piano. Quando vi muoverete per le strade a caccia di sbadigli, siate rispettosi.

A nessuno piace essere svegliato di soprassalto, neppure alle Città.

Il vostro campionario di sbadigli cittadini dovrà essere il più completo e scrupoloso possibile. Ci sono sbadigli di alto profilo come quelli delle facciate delle case piene di finestre, sbadigli tunnel che ti ci perdi dentro tanto sono profondi come quelli delle grondaie, sbadigli minimi come quelli dei tombini che non aprono troppo la bocca per non far cascar dentro qualcuno.

Schedate tutti gli sbadigli urbani che riuscirete a trovare, prendendo appunti su tipologia, qualità e intensità (non dimenticate di scrivere dove li avete incontrati).

Tornati a casa, stampateli per poterli archiviare al meglio e completate le fotografie aggiungendo occhi e dettagli e trascrivendo i vostri appunti. 

“La Città era sicura di aver sognato: un mucchio di piedini e diverse paia di occhi curiosi dotati di strampalati dispositivi l’avevano percorsa in lungo e in largo. All’inizio le erano sembrati molto invadenti e l’avevano fatta sentire un po’ in imbarazzo (sembravano lì a coglierla di sorpresa ogni singola volta che le scappava uno sbadiglio…), ma poi le erano sembrati anche così familiari. Le ricordavano dei cari amici che non venivano a trovarla da un po’. Si era perciò ripromessa che, una volta sveglia del tutto, anche lei si sarebbe guardata intorno con maggior attenzione, per poterli riconoscere e così ritrovare.”

Creare un’ecosfera in un barattolo

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Coinvolgiamo la classe in un divertente esperimento sulla biodiversità: creiamo una vera ecosfera all’interno di un barattolo di vetro

Poter realizzare un’ecosfera in un barattolo e vedere da vicino come si forma e si sviluppa la biodiversità rappresenta per le ragazze e i ragazzi il modo migliore per avvicinarsi a un argomento scientifico così importante e straordinario. È quello che ha fatto uno youtuber inglese specializzato nella realizzazione di ecosfere, terrari, acquari e paludari: un modo diverso per studiare alcuni argomenti scientifici, un’idea che i docenti potrebbero portare con successo nelle classi e nei laboratori scolastici.

Di cosa c’è bisogno per creare l’ecosfera in un barattolo? Terriccio per stagni, sabbia per orticoltura, alcune piante, acqua e naturalmente un contenitore in vetro, tutti elementi facili da procurare e da portare in classe.


Per capire invece come procedere passo passo nella realizzazione, bisogna guardare il video qui sotto:


Il risultato è incredibile: un’ecosfera ricca di biodiversità, che possiamo conservare anche all’interno di una classe, e che possiamo osservare giorno dopo giorno.


Per comprendere meglio l’importanza dell’esperimento e poterlo raccontare agli studenti, abbiamo posto alcune domande alla dottoressa Maria Costanza Andrenelli, geologa e ricercatore presso il CREA-AA Centro di Ricerca Agricoltura e Ambiente – Firenze.

Grazie dottoressa. La prima domanda è quella che qualsiasi studente le farebbe dopo aver visto questo video: com’è possibile creare una simile concentrazione di biodiversità con elementi così semplici?

Come fa ben notare la Commissione Europea “In una manciata di terra (100 g) possiamo trovare un mondo di organismi viventi”: oltre 10.000 specie tra batteri, funghi, insetti, protozoi e nematodi oltre a radici di piante ed ife fungine.

Ci può spiegare qual è il ruolo del terriccio di base?

I batteri di batteri decompositori presenti in abbondanza nel terriccio producono un nutrimento facilmente assimilabile da parte delle piante.

Che tipo di piante potrebbero usare gli insegnanti e gli studenti per realizzare l’ecosfera?

Piante palustri comuni, se si predispone un settore con disponibilità costante di acqua, altrimenti una pianta tipo edera o dicondra, seminata.

Come potrebbero organizzare gli studenti le osservazioni e quali sono gli elementi, secondo lei, più importanti da prendere in considerazione?

Se l’ecosfera prevede solo l’inserimento di piante, allora l’attenzione dovrà essere riposta sullo sviluppo vegetativo della pianta dalla germinazione fino alla fase di senescenza, ma anche sul ciclo vitale giornaliero della traspirazione e respirazione.

Grazie e buon lavoro!

Lettera, busta e francobollo: Natale si avvicina

in Attività in classe by
Una risposta all’abbuffata di DAD: una divertente e semplice attività da proporre per Natale per riscoprire il valore di inviare e ricevere una lettera

Natale si avvicina e – malgrado la difficile situazione che la scuola sta vivendo a causa dell’emergenza legata alla pandemia – si avvicina anche il momento in cui possiamo ritrovare gli affetti più cari. Quest’anno è stato caratterizzato dalla lontananza, a causa dei conseguenti lockdown. La lontananza dalle persone a cui vogliamo bene, dai parenti e dagli amici; la lontananza dai luoghi che frequentiamo abitualmente, dalla classe e dai giardini.

Scriviamo una lettera!

Ecco allora una semplice attività di scrittura per prepararsi nel migliore dei modi all’arrivo delle feste natalizie, e far scoprire ai più piccoli la bellezza di scrivere e ricevere una lettera da una persona cara.

Diciamo subito agli studenti che quest’anno, per Natale, ognuno di loro avrà il compito di scrivere una lettera a una persona. Probabilmente nessun bambino delle nuove generazioni ne ha mai scritta o ricevuta una, e non hanno mai avuto uno scambio epistolare. La comunicazione scritta passa ormai attraverso i social o la posta elettronica. Ma vogliamo mettere la gioia e il mistero di ricevere una comunicazione personale che ha la consistenza, la fisicità e forse anche il profumo della persona cara che ce l’ha inviata?

Un gesto che parla di “noi”

Questa, quindi, è anche un’occasione per scoprire ed esplorare un genere che ha accompagnato grandi e piccoli per secoli, e che nel tempo ha ispirato romanzi e racconti. I più piccoli scopriranno che scrivere una lettera non è come mandare un messaggio, ma è un gesto che ci porta a parlare di noi stessi, a ordinare degli eventi, a dare un punto di vista. Per questo motivo, l’attività qui proposta può essere utilizzata come risorsa per il programma di Italiano.

Non dobbiamo inoltre dimenticare che imparare a scrivere una lettera è stato per molto tempo, fino agli anni Settanta del secolo scorso, una delle competenze che dovevano raggiungere gli scolari alle elementari. I vecchi sussidiarsi sono infatti pieni di esempli epistolari che, se possibile, sarebbe bello condividere con i bambini.

Se questa attività vi piace e la proporrete in classe fatecelo sapere!
Aggiungete un cuore alla mappa della posta di Natale!

Adesso prendiamo carta e penna

Prima di cominciare, ogni studente deve pensare alla (o alle) persona cara a cui indirizzare la propria lettera, che potrà essere un nonno, una zia o un cugino. Una volta fatta la scelta, sarà necessario avvertire questa persona dicendole che per le feste riceverà una lettera, e che a sua volta avrà il compito di scriverne una di risposta. In questo modo, il giorno di Natale, ogni bambina e bambino non avrà solo donato la sua lettera, ma ne avrà ricevuta almeno una tutta per sé da leggere!

Per quanto riguarda la stesura della lettera, spieghiamo agli studenti che si comincia sempre con l’indicazione del luogo in cui è stata scritta (cioè la città o il paese) accompagnata dalla data, da posizione in alto a destra; che è gentile informarsi su come sta il nostro amico di penna; che possiamo raccontare quello che abbiamo fatto, come un fatto divertente o un avvenimento emozionante; che ogni lettera si chiude con i saluti e la firma.

Se vedete che l’argomento interessa i bambini, potete consigliare delle letture di romanzi epistolari adatti alla loro età, da leggere proprio per le vacanze natalizie. Ecco alcuni esempi:

– Il classico di Jean Webster, Papà Gambalunga, che racconta la storia di una bambina orfana e del suo misterioso benefattore.

– Il romanzo di Emanuela Nava, Coccodrilli a colazione che racconta la corrispondenza tra una bambina italiana e un bambino africano.

– Il romanzo di Christine Nöstlinger, Cara Susi, caro Paul, che raccoglie le lettere di due amici lontani.

Giochiamo con i ritratti scomposti

in Arte in galleria/Attività in classe by
Una galleria di ritratti scomposti piena di tanti personaggi fantastici ed emozioni!

Chissà quante volte ci è capitato di imbarazzarci un po’ davanti all’obiettivo quando stavano per farci una foto. Anche se siamo disinvolti, non è scontato prendere subito confidenza con l’occhio fotografico, specialmente se siamo i soggetti di ritratti, di immagini che dovrebbero quindi coglierci a pieno e, in qualche modo, metterci al centro di un ideale palcoscenico, davanti a tutti.

Chi siamo quando veniamo fotografati?

Siamo un po’ noi e un po’ no. Siamo quello che abbiamo voluto mostrare e quello che non siamo riusciti a nascondere. Siamo quello che, a volte, nemmeno sapevamo di essere… ma che il fotografo ci ha rivelato.

Il ritratto fotografico non è solo un genere, è il frutto di un certo tipo di sguardo rivolto verso l’altro, a caccia di espressioni e peculiarità che rendano quel volto interessante. Quando guardiamo il ritratto fotografico di uno sconosciuto ci viene spontaneo iniziare a immaginare chi sia, che gusti abbia, cosa stia provando in quel momento. Iniziamo a familiarizzare con un’intimità immaginata, proprio come faremmo col personaggio di una storia.

Con la nostra ormai consueta pratica di mix tra disegno e fotografia, proveremo questa volta a giocare coi ritratti, mettendoci in scena come veri e propri personaggi, e lasciando che il disegno ci aiuti ad abbandonare le inibizioni e soprattutto a suggerire nuove storie.

Al bando le espressioni fisse e imbarazzate, esorcizziamo la compostezza (soprattutto quella che siamo comunque costretti a praticare, restando a distanza di sicurezza in questi mesi) e cimentiamoci nei ritratti scomposti! Ci trasformeremo in facce completamente nuove, ci mescoleremo i connotati, li ridisegneremo letteralmente per interpretare un ruolo nuovo e posare senza paura davanti alla macchina fotografica o al cellulare dei nostri compagni.

Non è la prima volta che vi invito a indossare quella che, in fondo, è una maschera ma, se in precedenza abbiamo chiamato in causa le maschere tribali e il loro potere evocativo, stavolta ci sarà più utile pensare a quelle del teatro antico.

Dal teatro greco al teatro Noh giapponese, le maschere avevano il compito di rappresentare le emozioni dei personaggi per renderli riconoscibili e leggibili anche a una certa distanza. Che ci fossero dietro uomini o donne non aveva più importanza, il personaggio diventava il fulcro assoluto dello sguardo, tragico o comico che fosse. Nel teatro giapponese addirittura era il modo in cui la luce ricadeva sui profili intagliati della maschera a generare le sfumature della messa in scena.

Come creare le nostre maschere

Proprio come nel teatro, anche nel nostro caso sarà importante esagerare quando affronteremo il primo step ovvero disegnare su uno o più fogli, con un pennarello nero, i connotati dei nostri personaggi. Esatto, non disegneremo maschere complete ma paia di occhi, compilation di labbra, collezioni di nasi: potete dedicare un foglio A4 a ogni pezzo (un foglio per gli occhi, un foglio per le labbra, uno per i nasi).

L’accortezza sarà non disegnarli troppo piccoli perché dovranno sovrapporsi ai nostri (se invece esagerate coi volumi, l’effetto sarà molto divertente!).

Vi lascio qualche foglio disegnato da me che potete stampare e usare per fare delle prove, se non sapete da dove cominciare. Occhi mostruosi, occhi dolci, occhi pazzi, labbra felici, bocche boccacce, nasi importanti, becchi adunchi…

Si potrà decidere anche di disegnare e poi fotocopiare, mescolare e infine distribuire casualmente i fogli con cui giocheremo. I singoli elementi andranno poi ritagliati (non è necessario essere troppo precisi, l’effetto finale sarà un po’ cubista ma comunque efficace) e dovremo scegliere finalmente quali indossare!

Basterà un po’ di nastro adesivo di carta (delicato sulla pelle e comunque da tenere per pochi secondi) da arrotolare dietro ai singoli pezzi che andremo a posizionare sulla nostra faccia… alla cieca! Niente buchi per gli occhi, il rischio di attaccarci sul viso occhi storti e nasi sghembi farà parte del gioco. Sarà lo scatto fotografico a rivelarci quale personaggio abbiamo messo in scena dopo il nostro collage pazzo.

E adesso… fotografiamoci!

Ci si fotograferà a turno (o con la complicità dei grandi coinvolti) e il mio consiglio è di convertire poi le foto in bianco e nero: il bianco e nero neutralizza quanto resta dei nostri connotati reali e ci aiuta a concentrarci sulle forme e sui nuovi segni che il viso ospita. Ne uscirà una galleria di ritratti scomposti a cui dovremmo naturalmente attribuire nomi, titoli e didascalie che potranno poi diventare protagonisti di storie tutte da scrivere o di una mostra di classe.


Approfondimento

Se ti interessa l’argomento e vuoi approfondire con degli strumenti, abbiamo pensato a una selezione per te.

Gli albi illustrati per creare un buon gruppo classe

in Approcci educativi/Attività in classe/Senza categoria by
Tre attività di laboratorio che, partendo dalla lettura di albi illustrati, ci aiutano a impostare un buon gruppo classe fin dall’inizio dell’anno

Durante il lockdown, bloccata come tutti a casa, ho pensato di usare il (poco) tempo libero per approfondire un tema che negli ultimi anni mi ha molto incuriosita: l’uso degli albi illustrati nella didattica.

Mi sono iscritta così a un corso di perfezionamento in “Letteratura per l’infanzia” che mi ha portato ad approfondire l’argomento dal punto di vista letterario, pedagogico e didattico.

Alla fine del percorso di studi ho elaborato una tesina che, partendo dall’uso degli albi illustrati come attivatori emotivi e cognitivi, tenta di fornire strumenti pratici e strategie per affrontare uno dei periodi più delicati dell’anno scolastico: l’inizio.

Il mio lavoro è rivolto alle classi secondarie di primo grado dove insegno italiano, storia e geografia, ma con qualche aggiustamento è sicuramente valido anche per altri gradi di scuola.

La mia tesi parte da un concetto molto semplice, a cui sono arrivata con l’esperienza ma che è anche scientificamente sostenuto, ovvero: si impara meglio e di più, quando in classe c’è un buon clima!

Leggiamo nelle Indicazioni Nazionali per il Curricolo: “Particolare cura è necessario dedicare alla formazione della classe come gruppo, alla promozione dei legami cooperativi fra i suoi componenti, alla gestione degli inevitabili conflitti indotti dalla socializzazione.”

In tanti anni di lavoro a scuola mi sono resa conto di come il gruppo classe influisca in modo forte nell’apprendimento di ciascun membro, trainando, se positivo, alunni in difficoltà, e spegnendo, se negativo, ogni desiderio di stare a scuola!

Ho visto classi eccellenti dove però vigeva un clima freddo senza relazione e dove ognuno pensava a se stesso, così come ho visto classi camminare davvero insieme cercando di  non lasciare indietro nessuno.

Capitare in una buona classe è certo questione di fortuna, ma credo sia indispensabile dedicare una parte dell’anno – la prima – a conoscere i ragazzi, a fare in modo che conoscano i loro compagni e decidere con coscienza quale direzione prendere come gruppo classe.

Il percorso che ho progettato si divide in tre incontri da circa 2 ore ciascuno.

– Il primo incontro si intitola “Chi sono io?” durante il quale, attraverso alcune attività, ogni ragazzo sarà invitato a riflettere su se stesso e a condividere le proprie riflessioni con agli altri.

Nel secondo incontro, intitolato “Io e gli altri”, l’obiettivo è quello di riflettere sui tanti rapporti che si possono impostare in un gruppo classe e più in generale in un gruppo.

Nel terzo incontro, intitolato “La Classe in gioco: regole e obiettivi condivisi per camminare insieme”, i ragazzi saranno invitati a scegliere quale tipo di classe vorrebbero avere e a darsi alcune regole per convivere bene.

Primo incontro: “Chi sono io?”

È la domanda a cui tutti cerchiamo di dare una risposta, per trovare un posto nel mondo e la motivazione per sopravvivere nei momenti difficili.

La scuola secondaria di primo grado è la scuola in cui comincia l’età della metamorfosi, l’età dello sviluppo; i maschi tardano un po’, le femmine di solito anticipano ma i grandi cambiamenti, sia mentali che fisici, cominciano a cavallo di questi tre anni.

Questo periodo della vita non per tutti è uguale naturalmente: c’è chi lo affronta come un momento desiderato in cui finalmente si cresce, si cambia forma, si diventa alti, barbuti, formosi, si diventa grandi…

Per alcuni invece la metamorfosi è una grande fatica: a metà fra l’infanzia e l’adolescenza, questo momento di passaggio è un cambiamento non desiderato che va a complicare magari altre situazioni.

Volenti o nolenti comunque, in questi tre anni avvengono o cominciano cambiamenti importanti nella mente e nel corpo; e in tanti, guardandosi allo specchio, faticano a riconoscersi.

Come aiutare i nostri ragazzi a riconoscere quell’estraneo che da tempo ormai li guarda dallo specchio? Per prima cosa possiamo far notare che quello non è proprio un vero estraneo! In effetti nello specchio ci sono sempre io con le mie caratteristiche, solo un po’ diverso; il primo passo quindi è riconoscere quella parte di me che ancora c’è e che probabilmente ci sarà sempre.

Ecco quindi che l’estraneo non è più tale, ed il compito è più semplice: si tratta di conviverci fino a quando la figura nello specchio diventerà famigliare.

Come traghettare i ragazzi nel conoscere e riconoscere se stessi?

Per riconoscermi e poi conoscermi ho necessità di sapere chi sono ed ecco perciò la domanda che apre il primo laboratorio. Credo che per stare bene con gli altri prima sia necessario stare bene, almeno un po’, con noi stessi, per questo il percorso comincia con un lavoro personale.

Le tre regole

Cominciamo il primo dei tre incontri dedicando un po’ di tempo alla presentazione del progetto in generale con i suoi obiettivi, le sue tempistiche e le sue regole; per riuscire a creare un buon clima in cui tutti si sentano liberi di esprimersi è necessario partire da tre atteggiamenti fondamentali: l’ascolto reciproco, il rispetto e la compartecipazione. L’enunciare queste regole non vuol dire che saranno rispettate sicuramente dai ragazzi, ma riuscire a rispettarle è un obiettivo a lungo termine, da ribadire di volta in volta senza stancarsi. Per realizzare l’attività ci mettiamo in cerchio, che è la più democratica fra le figure geometriche!

Perché usare gli albi illustrati

Dopo la presentazione entriamo nel vivo dell’esperienza dedicando circa 20, 25 minuti alla lettura ad alta voce degli albi scelti dall’insegnante. Nella mia tesi ho dedicato un intero capitolo al perché scegliere gli albi illustrati per cominciare un progetto ma qui, per questioni di praticità, citerò i motivi principali lasciandovi alla lettura di testi completi sulla questione scritti da insegnanti che da anni li usano nella didattica.

Nella mia personale esperienza mi sono resa conto che un albo illustrato, se ben progettato, può davvero essere una porta per entrare in altri mondi e per questo è molto utile all’inizio di un’attività di laboratorio, per introdurre l’argomento. Il “raccontare” in generale, se ben fatto, trasporta l’ascoltatore in un’altra dimensione in cui vi scivola spesso in modo incosciente.

La scelta degli albi illustrati come apertura di un’attività di laboratorio è motivata quindi dalle molteplici capacità di questo genere letterario: parlare un linguaggio profondo e polisemico, che unisce parola e immagine; mostrare punti di vista differenti; avere per ciascuno di noi un significato diverso in base all’esperienza vissuta; parlare in modo trasversale a piccoli e grandi ecc…

Un altro aspetto importante degli albi illustrati è quello di saper creare meraviglia e curiosità, entrambe emozioni che aiutano i ragazzi nel loro processo di apprendimento. Infine, ma non certo per importanza, mi affascina la gratuità del gesto della lettura ad alta voce perché, oltre ad essere dono, è anche creatore di relazione intima e positiva. Nella mia esperienza personale chi ha  potuto essere fruitore di lettura ad alta voce, diventa a sua volta dispensatore di essa creando un circolo virtuoso di dono e relazione.

Per questa parte del percorso (Chi sono Io) ho selezionato alcuni albi che conosco, ma naturalmente potrebbero essercene tanti altri…

“Dentro me”, A. Cosseau, Topipittori, 2008

“Casa di Fiaba”, Giovanna Zoboli e A. E. Laitinen, Topipittori, 2013

“Io sono Io”, Maria Beatrice Masella e J. Muñiz , Il leone verde, 2015

 “A che pensi”, L. Moreau, Orecchio acerbo 2012

Dopo la lettura appoggiamo un cartellone bianco sul pavimento in mezzo al cerchio e chiediamo ai ragazzi di ripetere a voce e poi scrivere alcune immagini, frasi o parole che la lettura ha fatto risuonare dentro di loro.

Dopo qualche minuto di “risonanza” togliamo il cartellone e consegniamo a ciascun ragazzo un foglio A4 con disegnato un omino stilizzato al centro; questo foglio sarà il nostro “attivatore grafico” che servirà ai ragazzi per riflettere su se stessi. Da alcune parti del corpo dell’omino partono delle frecce che terminano in fumetti; all’interno dei fumetti ci sono alcune domande: cos’ho in mente? Cosa so fare? Quali sono le cose che mi danno equilibrio? Ecc…

Una volta spiegata l’attività ogni alunno è invitato a cercarsi “un angolino” della classe dove svolgere, da solo, il lavoro richiesto.

Terminato il tempo del lavoro personale comincia la riflessione nel gruppo. Il lavoro di riflessione su se stessi è di per sé già molto utile ma lo è ancora di più se condiviso con altri e questo per alcuni motivi:

• ascoltando gli altri imparo sempre qualcosa su me stesso

• ascoltando gli altri vedo altri punti di vista.

• nell’ottica di dover condividere con i membri della classe tre anni di scuola, è utile e piacevole conoscere meglio gli altri membri della classe non limitandoci ad una conoscenza superficiale.

Messe in chiaro queste cose e ribadite le tre regole spiegate all’inizio del laboratorio, si comincia il giro di presentazione. 

Concludiamo il primo incontro incollando tutti i nostri “me stesso” su un cartellone che appenderemo in classe.

In copertina “Dentro me”, A. Cosseau, Topipittori, 2008

Esplorazioni nel verde: foglie ai “raggi x”

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Partiamo alla scoperta delle foglie, per imparare a osservare la natura con attenzione e meraviglia.

L’estate per me è la stagione delle vacanze, dello stare all’aria aperta, della libertà, del mare con gli amici, dei giochi fino a tarda sera, dei tempi lenti… L’estate, per me che sono mamma, rappresenta anche un tempo diverso da trascorrere con i miei figli. Mentre l’inverno, la primavera e l’autunno ci tengono chiusi in casa, non tanto per il clima quanto per i tanti impegni lavorativi e non, l’estate ci ferma e ci chiama fuori: e allora stiamo fuori!

Per me, che sono un’eterna curiosa (e anche un po’ iperattiva!), lo “stare fuori” non può ridursi a vivere passivamente gli spazi esterni. Così ogni occasione è buona per osservare, raccogliere, disegnare, catalogare… Naturalmente ho trasmesso questo “vizio” anche ai miei figli e a ogni passeggiata riempiamo la casa di “tesori ritrovati”!

Ho imparato molte cose utili osservando ciò che mi stava attorno con curiosità e attenzione. È per questo motivo che insegno ai miei figli, ai ragazzi e ai bambini che incontro a scuola, a non essere fruitori passivi di quello che li circonda. Nella mia esperienza personale, conoscere e imparare non devono essere azioni delegate alla scuola e ai libri di testo; al contrario, credo che la vera conoscenza si attui proprio attraverso le esperienze positive e meravigliose che si vivono tutti i giorni.

Di conseguenza tutti i laboratori che propongo nelle classi sono sviluppati attraverso una didattica di tipo laboratoriale e basati sull’esperienza attiva; sono creati per meravigliare e per suscitare nei bambini e nei ragazzi il desiderio di “saperne di più”.

Per riuscire a coltivare anche d’estate questo modo di vedere il mondo, ho pensato a un percorso di giochi di esplorazione, per vivere gli spazi del giardino, del parco, del mare, della montagna, della piscina (e chi più ne ha più ne metta!) con un atteggiamento di curiosità e meraviglia, quasi scientifico!

Non solo quindi “guardarsi attorno e giocare”, ma piuttosto “osservare per capire”. Non che la natura sia solo da studiare, o che non si possa godere di un panorama senza disegnarlo o fotografarlo; credo però che conoscere quello che ci circonda sia una delle strade per amarlo e rispettarlo.

Francis Bacon scriveva: “La meraviglia è il seme da cui si genera la conoscenza”, e osservare la natura da vicino non può che suscitare grande meraviglia! I giochi di esplorazione avranno quindi lo scopo di accompagnare voi, i vostri bambini e i vostri alunni durante l’estate, proponendovi attività per imparare giocando e meravigliandosi.

Cominciamo quindi con le Esplorazioni nel verde

La prima che vi propongo si intitola “Foglie ai raggi X”, titolo dell’omonimo percorso del progetto Mani in Gioco. Obiettivo del laboratorio in classe è riflettere, attraverso l’esplorazione sensoriale e la discussione nel gruppo, sulle caratteristiche visibili delle foglie cioè il colore, la forma, le venature e poi creare un libretto con le tracce del lavoro.

Per gli appassionati di albi illustrati, consiglio la lettura di Giocare fuori, di Laurent Moreau, ma anche l’interessante recensione realizzata da Roberta Favia in Teste Fiorite, che introducono perfettamente il tema di cui parlavo prima: stare fuori con uno sguardo curioso e attento. E ora cominciamo!

Per dare continuità alle nostre “Esplorazioni” ho pensato di creare dei file che, stampati in A4, poi piegati in due e incollati fra loro, creino un libretto a cui si possono aggiungere infiniti fogli. Stampate quindi il file “copertina” e “foglie ai raggi x”. Di “copertina” ne stamperete uno per ciascun bambino mentre per il file “foglie ai raggi x” ne stamperete uno per ciascuna foglia a cui vorrete fare i “raggi x”!

Gli altri materiali che serviranno per costruire il libretto e realizzare l’attività sono (fig. 1):

  • Alcune foglie di alberi, cespugli o piante varie… possibilmente raccolte da terra
  • Carta da lucido
  • Colori a cera
  • Carta bianca da fotocopia
  • Colla stick
  • Forbici
  • Matita
  • Pinzatrice

Prendete 2 fogli con lo spazio per la scheda della foglia e piegateli in due come per formare un libretto. Ora mettete la colla stick nella parte bianca fra un foglio e l’altro, per unirli insieme come nell’immagine (fig. 2, 3).

Questo passaggio lo potrete rifare tante volte quante sono le schede delle foglie a cui vorrete fare i “raggi x”; alla fine delle “Esplorazioni” aggiungerete il foglio “copertina” incollandolo al libretto già formato (fig. 4, 4 a e 5).

Una volta costruito il libretto e scritto il nome (fig. 6 e 7), procediamo raccogliendo alcune foglie e, come scritto nell’elenco dei materiali, se riusciamo prendiamo quelle già cadute così da non fare male alla pianta (fig. 8).

La forma

Chiediamo ai bambini di osservare tutte le foglie raccolte: in cosa sono diverse? Per quello che possiamo osservare a occhio nudo, le foglie sono diverse nel colore, nella forma, nelle venature. Il laboratorio che segue ci permetterà di collezionare foglie di colori, forme e venature diverse.

Chiediamo ai bambini di prendere in mano la prima foglia, quella che preferiscono, e di osservarla bene. Quindi chiediamo: qual è la forma della foglia? A questa domanda di solito i bambini, a seconda dell’età, toccano con il dito il contorno, che corrisponde proprio alla forma della foglia; se non lo fanno proviamo noi a far vedere loro con il dito qual è il contorno.

In rete si trovano tantissimi schemi con le forme delle foglie e i loro nomi, perciò a seconda dell’età dei vostri bambini si potrà stampare uno schema e provare a dare un nome a quelle forme che i bambini riconosceranno e ridisegneranno con la carta da lucido (fig. 9).

A questo punto chiediamo ai bambini di mettere la foglia sul tavolo, di prendere la carta da lucido e, appoggiandola sopra la foglia, di ricalcarne il contorno (fig. 10, 11, 12). Una volta finito, chiediamo loro di ritagliare la foglia e incollarla nel libretto nella pagina con il titolo “Che Forma!”.

Foglie ai raggi X

Durante il laboratorio svolto in classe utilizzo due grandi tavoli luminosi per far vedere ai bambini le foglie ai “raggi x” osservando quelle parti che normalmente non notiamo: le venature. Foglie diverse hanno venature diverse: alcune rettilinee e altre a rete.

Prendiamo la carta da fotocopia e, usando le cere, realizziamo il frottage delle venature della foglia. Prima di cominciare togliamo la carta ai colori a cera perché li useremo strisciandoli, piatti, sopra il foglio (fig. 13, 14, 15, 16).

Una volta terminato il lavoro pinziamo con una puntatrice la foglia vera nella prima pagina “foglie ai raggi x” e incolliamo a fianco la foglia realizzata con il frottage.

Questa tecnica si può realizzare in due modi: appoggiando il foglio bianco sulla foglia e colorare, magari sovrapponendo anche più colori; colorando con una cera (possibilmente di colore più chiaro della tonalità successiva) il foglio e poi facendoci sopra il frottage (fig. 17, 18).

Ho preparato infine una parte da compilare con il nome della pianta ed eventuali note che si vorranno aggiungere. Buon lavoro!


Approfondimento

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A spasso nel sistema solare

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E se volessimo realizzare una vera mappa del sistema solare?

Quando apriamo un atlante del cielo o un libro scolastico, siamo abituati a vedere i pianeti colorati ben sistemati intorno al Sole, uno accanto all’altro e con colori diversi. Eppure il nostro sistema solare, “dal vivo”, è molto diverso!

Se infatti volessimo realizzare una sua mappa in scala, su un foglio di carta, ci accorgeremmo che sarebbe praticamente impossibile, sia per il rapporto in scala tra i pianeti sia, soprattutto, per la distanza che li separa.

Sono queste le premesse per partire all’esplorazione di “Se la Luna fosse grande 1 pixel, un sito per grandi e piccoli che riproduce una mappa digitale del nostro sistema solare. Uno strumento incredibile, che ci permette di capire quanto siano diverse le dimensione tra la nostra stella e gli altri pianeti, che ci permette di realizzare – grazie a un semplice movimento del mouse – un viaggio tra gli immensi spazi vuoti che separano la Terra dagli altri corpi celesti…

Senza dimenticare la possibilità, cliccando sull’icona in basso a destra, di viaggiare alla velocità della luce!


Approfondimento

Se ti interessa l’argomento e vuoi approfondire con degli strumenti, abbiamo pensato a una selezione per te.

La vita nascosta delle cose: trasformare con la foto-illustrazione

in Attività in classe by
Marianna Balducci ci racconta come ridare vita agli oggetti, trasformandoli con la foto-illustrazione.

Quando ci approcciamo alla foto-illustrazione con l’intento di trasformare un oggetto in qualcos’altro, attiviamo un doppio meccanismo: uno puramente formale che agisce sulle consonanze estetiche (quella cosa ha una forma analoga a…, assomiglia a…) e uno più narrativo che, più o meno consapevolmente, può trasformare quell’oggetto nello spunto per un discorso (una presa di posizione, una rivelazione, una storia da raccontare).

Nasce così “La vita nascosta delle cose” con la foto-illustrazione: una raccolta di oggetti quotidiani estrapolati dal loro contesto e fotografati su un set neutro per poi essere trasformati, attraverso il disegno (qui realizzato a china e poi concluso digitalmente), in nuove macchine impossibili.

Verrebbe da dire anche “inutili” per citare Munari, ma qui in realtà un’utilità si conserva pur nella surreale licenza che la fantasia ci concede ed è, ancora una volta, doppia (ed è proprio in quell’equilibrio che sta l’esercizio). L’oggetto fotografato resta riconoscibile, non viene mai alterato o coperto al punto tale da scomparire in favore del disegno; allo stesso tempo a quell’oggetto si sta attribuendo una funzione nuova, una missione fantastica, un imprevedibile destino.

Perché allora proprio “la vita nascosta delle cose”? Perché ogni tanto succede che gli oggetti si stanchino di essere quello che sono sempre stati e decidano di prendersi una vacanza. Alcuni forse aspirano a viaggi avventurosi in terre sconosciute, altri si accontentano di giocare con bimbi curiosi, mamme e papà coi pensieri leggeri, insegnanti con l’immaginazione scalpitante. Eccoli che sbucano fuori dai cassetti delle stoviglie, sgusciano via dalla scrivania e, con loro, desideri segreti, piccole paure, buoni propositi… E allora è un attimo che ti ritrovi a decollare a bordo del cavatappi, a smistare lettere d’amore con lo schiacciapatate, a salpare a bordo di un pennino.

Più l’oggetto è “banale”, di quelli che siamo abituati ad avere sotto gli occhi quotidianamente, più la sfida sarà ambiziosa. E se scegliamo un oggetto desueto (il pennino, per esempio), sarà bello vedere come indagare sulla sua originaria funzione, per poi poterla sovvertire, possa diventare un modo per riscattarne la memoria agli occhi dei giovanissimi osservatori. 

La foto-illustrazione in classe

Invitiamoli a scegliere un oggetto, vecchio o nuovo, che si trova proprio nelle loro case. La caccia potrebbe iniziare chiedendo ai bambini di fotografare quegli oggetti e discutere in classe l’esito di questa prima selezione per poi scegliere insieme il soggetto su cui ciascuno andrà a intervenire (e magari organizzare con l’insegnante dei veri e propri filoni tematici: le stanze, l’infanzia, i ricordi, persino spingerci a concetti più ambiziosi come il design). Una volta portato l’oggetto in classe, allestiamo un piccolo set neutro per la foto-illustrazione (basterà del cartoncino bianco o colorato e una lampada puntata contro l’oggetto) e facciamo più di uno scatto, girando e rigirando la nostra scelta in modo che diversi punti di vista suggeriscano diverse forme con cui giocare.

Intervistiamo l’oggetto e chiediamogli a cosa serve, chi lo usa, come è fatto e come funziona. Infine, interroghiamolo (e interroghiamoci) su cosa vorrebbe diventare, lasciando che siano proprio le sue forme a suggerirci un nuovo percorso (è un contenitore? che succede se lo capovolgo? guardandolo di profilo noto qualcosa che non avevo notato prima?). Per consentire più prove, possiamo dotare ciascun bambino di uno o più fogli di carta da lucido da sovrapporre alla foto per disegnare in trasparenza (con la matita, il trattopen, i pennarelli acrilici) prima di elaborare il proprio foto-disegno definitivo. Inserire uno o più personaggi potrà essere di ulteriore aiuto nel dare nuova forma al nostro oggetto e offrirà lo spunto per costruire vere e proprie storie.

Le cose, persino quelle che abbiamo sempre sotto gli occhi o quelle che ormai abbiamo dimenticato, sognano una vita segreta e, se siamo attenti e giuriamo di non dirlo a nessuno, forse saremo così fortunati da farcela raccontare.

Il Natale HA più voci: laboratorio di scrittura

in Approcci educativi/Attività in classe by
Cinzia Sorvillo ci racconta un laboratorio di scrittura creativa per una classe III della scuola media.

Parlando di scrittura creativa ci si domanda: come nasce un racconto polifonico? A volte in maniera casuale, inaspettata, non PROGRAMMATA; basta sapersi porre con spirito entusiasta  e costruttivo di fronte all’imprevedibile e all’inatteso che una classe e una lettura portano necessariamente con sé.

C’è stato un periodo in cui nella mia scuola abbiamo fatto i turni pomeridiani.  Il giorno in cui è questo racconto ha fatalmente preso vita erano le cinque del pomeriggio. Dalla finestra entrava il buio dei pomeriggi invernali e da lontano vedevamo accendersi le prime luci di case addobbate per il Natale.

Io e i miei alunni in quei giorni stavamo studiando il RACCONTO BREVE e insieme, sfogliano il nostro libro di antologia, ci siamo fermati sul celebre testo di Paul Auster, Il racconto di Natale di Auggie Wren.

Come noto, questo testo è un esempio di racconto nel racconto.

Protagonisti sono Paul Benjamin, il quale deve scrivere un racconto per il ‘New York Time’ e l’amico Auggie Wren, che si offre di raccontargli la miglior storia di Natale mai sentita. Una storia che da un lato mette in risalto l’intensa storia d’amicizia tra lo scrittore e il tabaccaio fotografo Auggie, dall’altro ci propone un racconto in cui prorompe la fatalità della vita, quella “musica del caso” che ritma in maniera inconfondibile le pagine di Auster.

In questo racconto nel racconto una coincidenza prende la forma di un incontro che trasforma la vita del protagonista: un incontro natalizio, casuale e inaspettato, che genera un cambiamento (in questo caso positivo).

Al termine della lettura, ho proposto così ai miei ragazzi di inventare una storia tutti insieme, partendo da un mio input e poi proseguendo la storia uno alla volta, a turno. Un laboratorio di scrittura creativa!

Ovviamente loro hanno accettato, come sempre, con entusiasmo. Il mio input è stato:

il protagonista è un maschio, è seduto al tavolo di un bar di un quartiere malfamato di New York e, per caso, incontra un altro ragazzo che gli cambierà il Natale.

I ragazzi hanno cominciato così a immaginare una storia.

 Io ho dato la parola in base a come si alzavano le mani e ho annotato su un quadernetto il racconto che stava venendo fuori. Purtroppo il suono della campanella ha interrotto la storia a metà, quindi ho proposto ai miei alunni di inventare dei finali singoli e di mandarmeli via mail.

È così che quindi, proprio perché ogni persona ha la sua voce e la sua storia, ognuno ha inventato il suo finale.

A me poi l’onere della selezione dei finali, che ho scelto solo in base a dei criteri di coesione e coerenza testuale e non di contenuto. Alla fine ho inserito il testo e alcuni finali sulla piattaforma gratuita SparkPage, che in questa classe ho insegnato a utilizzare per presentazioni di progetti e lavori di Storia.

Ne è uscita fuori una bella storia e nonostante i quattro finali proposti siano diversi, c’è un fil rouge che li accomuna. I ragazzi hanno immaginato:

  • una figura genitoriale che non ascolta la voce del figlio e la sua specificità altra da quello che l’adulto  vuole,
  • la solitudine del non essere ascoltati,
  •  la possibilità dell’incontro positivo, dell’incontro che offre una possibilità di cambiamento. 

Nella speranza che ognuno possa aprire e non chiudere lo sguardo agli incontri, auguro a tutti buon Natale con “Un incontro di Natale a New York”.

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