Carnevale: costruiamo e giochiamo con le maschere autoritratto

in Attività in classe by
Marianna Balducci ci racconta un’attività coinvolgente: realizzare maschere speciali utilizzando gli oggetti che raccontano la nostra vita.

Quando ci viene chiesto di descrivere noi stessi, di farci un ritratto (che sia con le parole o con le matite), spesso si presuppone di doversi immergere in un momento di introspezione per guardarci con la maggiore obiettività possibile e restituire una rappresentazione “fedele” di come siamo. Giù la maschera, quindi, affrontiamo questo specchio più o meno metaforico e osserviamoci “seriamente”. Oggi no! Oggi vi dico: su le maschere!

Cambiamo strada! Ogni tanto capovolgere gli schemi e fare un po’ di disordine fa bene; e quando lo facciamo, si attivano cose nuove che possono sorprenderci.

Come sempre, il disordine è solo apparente e si tratta più di darsi regole diverse o di prendere in prestito modelli lontani da noi per conferire loro un senso nuovo.

Le maschere tribali

Per descriverci, pur nascondendoci dietro a una maschera, ci affideremo alle maschere tribali e, ancora una volta, alla combinazione di fotografia e disegno.

Le maschere fanno parte della tradizione di molte culture. Anche nella nostra ce ne sono tantissime e, anche se oggi le associamo perlopiù agli aspetti goliardici del carnevale, si portano dietro funzioni sociali e spirituali molto affascinanti. Ci sono maschere per esorcizzare, maschere per evocare, maschere per raccontare…

Spesso a indossarle sono gli sciamani o comunque coloro che conducono una qualche pratica rituale che segna un momento importante nella vita della comunità. Chi indossa la maschera si immedesima al punto tale da divenire un tramite tra la tribù e lo spirito (o i valori) che rappresenta. Ecco allora che, alla base del rapporto tra la maschera e chi la indossa, si individua una prima fondamentale prerogativa: l’empatia.

Le maschere autoritratto

Anche per la nostra maschera foto-disegnata è fondamentale, perché il compito sarà quello di costruire una maschera autoritratto, che parli di noi attraverso le cose che amiamo. La comporremo posizionando gli oggetti su un foglio bianco, in modo da costruire la fisionomia di un volto, che completeremo con il disegno una volta fotografato tutto dall’alto. Quali oggetti? Qui sta il primo step: scegliere. Invece di affidarci alle parole, lasceremo alle cose che ci sono care il compito di definirci.

Io ho optato per alcuni degli strumenti da disegno che uso quotidianamente, perché disegnare è il mio lavoro, la mia attività preferita, il mio modo di pensare ed esplorare il mondo.

Non è però fondamentale utilizzare oggetti riconducibili tutti alla stessa passione o a un hobby specifico. Possiamo anche solo affidarci agli oggetti a cui siamo più affezionati (perché ci ricordano qualcuno, perché li abbiamo sempre con noi, perché sono banalmente i nostri oggetti preferiti), possiamo anche includere cibi o cose raccolte (magari una foglia perché, per esempio, ci piace tanto la natura o stare all’aperto).

Gli strumenti

Un buon compromesso è muoversi tra un minimo di 3 e un massimo di 5 oggetti da portare in classe, dove si assembleranno per creare la base della propria maschera autoritratto. Sarà quindi importante che ciascuno abbia il suo foglio bianco (posizionato sul pavimento così da agevolare la visione e la foto dall’alto) su cui fare delle prove di composizione. Preparate dei fogli grandi: alcuni potrebbero portare oggetti piccoli simili ai miei, ma anche un pallone da calcio o il proprio paio di scarpe preferite!

Per incoraggiare la raccolta, trovate un momento per parlarne insieme, per stimolare la condivisione, per fare degli esempi, in modo che nessuno si senta a disagio e torni piuttosto a scuola con la voglia di mostrare ai compagni i suoi oggetti preferiti. Questi oggetti sono depositari di un legame emotivo a volte molto più profondo del semplice gusto estetico. Trasformarli nella materia prima per la nostra maschera sarà come offrire loro un palcoscenico e, attraverso di essi, offrire a noi l’opportunità di mettere in scena noi stessi senza paura.

Una volta trovata la composizione preferita, la si potrà fotografare e stampare in modo che tutti abbiano un foglio della stessa dimensione, possibilmente una dimensione tale da consentire la trasformazione di questa maschera in una maschera vera e indossabile. Il disegno ora interverrà per completare la fisionomia del volto, aggiungendo colori e forme. Concentriamoci su cosa non può mancare: gli occhi, il naso, la bocca, le orecchie, i capelli. Alcuni di questi elementi probabilmente sono già stati suggeriti dalla composizione fotografica, altri dovranno essere disegnati.

Possiamo divertirci ad arricchire il gioco proponendo un repertorio di forme a cui attribuire un significato simbolico: nelle maschere africane, per esempio, gli occhi socchiusi rappresentano la pazienza, gli occhi piccoli l’umiltà, la bocca grande è sinonimo di forza. Potremmo farci ispirare dagli animali (con baffi, denti, orecchie) proprio come gli stregoni che addirittura attraverso le maschere di certi pericolosi animali ne incoraggiavano il superamento della paura (nel nostro caso potrebbero diventare elementi, ancora una volta, simbolici: invece dei capelli, disegno la criniera di un leone perché sono un tipo coraggioso).

Liberiamo la fantasia!

Liberiamo la fantasia per gli ultimi dettagli puramente decorativi e alla fine… indossiamo la nostra maschera autoritratto e facciamoci a vicenda delle foto! I nostri oggetti cari, tramutati in veri e propri talismani, ci coprono e ci scoprono, amplificano alcune parti di noi e ci incoraggiano a giocare con loro. Scattiamoci foto in cui, oltre alla maschera, posiamo proprio come nelle danze tribali. Lasciamo che siano i bambini a fotografarsi (magari a coppie o a gruppi): concordare insieme la posa giusta abbinata alla maschera sarà un’ulteriore occasione per rendere questi autoritratti inconsueti ancora più magici.

Illustratrice riminese, è laureata in moda e lavora a progetti pubblicitari e per l’editoria per bambini e ragazzi. Il disegno è il suo mestiere, il suo strumento preferito per comunicare e per esplorare il mondo. Le piace sperimentare combinazioni tra strumenti tradizionali e digitali e, in particolare, tra disegno e fotografia. Nel 2018 proprio con il suo primo libro foto-illustrato “Il viaggio di Piedino” (scritto da Elisa Mazzoli, edizioni Bacchilega Junior) vince il premio Nati per leggere. Al disegno affianca l’attività di docente in un seminario di comunicazione visuale per la facoltà di moda di Rimini (Alma Mater Studiorum, Bologna). Scrive di libri e attività educative legate al disegno per i magazine Ad Un Tratto e Occhiovolante. www.mariannabalducci.it www.facebook.com/mariannabalducciillustrator/ www.instagram.com/mariannabalducci_chidisegna

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