foto-illustrazione

Foto-illustrazione: la prima idea è sempre la migliore?

in Approcci educativi by
Una nuova attività di foto-illustrazione di Marianna Balducci.

Con l’attività foto-illustrazione di oggi proviamo a rispondere a una domanda: la prima idea è sempre, in fondo, quella buona? Ovviamente la risposta è “dipende”. E il “da cosa dipenda” è influenzato da una quantità di variabili ingestibili in un unico articolo.

Però da qualche parte bisogna pur cominciare e, proprio perché spesso l’incertezza è la principale scusa per rimandare le decisioni cruciali, da qualche parte cominceremo, guardando, fotografando e, naturalmente, disegnando. Quando ci cimentiamo nella combinazione tra disegno e fotografia (cioè la nostra foto-illustrazione) per definire in cosa la nostra matita trasformerà l’oggetto reale in questione, facciamo appello al nostro archivio mentale di immagini, riferimenti, esperienze.

La nostra capacità di lavorare per connessioni, di creare associazioni tra forme e concetti ci permette di risalire a una sorta di catalogo di opzioni: ciascuna di esse è arrivata alla ribalta richiamata da questioni estetiche, cromatiche, a volte anche per via di inneschi molto personali generati da ricordi e fatti accaduti.

Quella forbicina appoggiata sul tavolo chiusa e con la punta rivolta verso il basso spalanca subito il cassetto dell’immaginario cartoon che ho assimilato da bambina: due occhi tondi e un becco a punta, basta aggiungere un paio d’ali al posto giusto e un uccellino dall’espressione buffa è atterrato sul foglio in un lampo.

Però devo dire che il mio bagaglio adulto sgomita, cerca di farsi spazio pure lui e, con la medesima forbice nella medesima posizione, reclama una donnina felliniana dal seno abbondante e l’aria familiare. 

Si vede perciò che la domanda “a cosa somiglia?” è sufficiente a generare più di una via che possiamo prendere per il nostro esperimento foto-illustrato. Bruno Munari in “Fantasia”, a questo proposito, esortava a prenderci cura della nostra “cultura”: solo assimilando molte cose nel nostro archivio saremo in grado di rendere quelle famigerate connessioni sempre più interessanti e ci concederemo il lusso di affermare che davvero la prima idea che è arrivata magari è la migliore e non la risposta obbligata da una gamma ristretta di possibilità. 

Con la nostra classe o sfidando noi stessi, proviamo a trasformare questo allenamento in un gioco.

Scegliamo uno o più oggetti e prepariamoci dei fogli in cui siano fotografati più di una volta e magari da più punti di vista.

Fotografiamoli su un fondo neutro (appoggiandoli su un foglio bianco e ben illuminati) e poi componiamo i mix fotografici anche sperimentando con la fotocopiatrice (che ci permette di zoommare con facilità su una o più versioni dello stesso oggetto).

Con oggetti come le forbici il gioco si fa subito interessante perché le possiamo fotografare aperte o chiuse, frontali o di lato (facendole stare in bilico con l’ausilio di una pallina di nastro adesivo). Se lavorate su fogli a4, vi consiglio di fare un massimo di 3 oggetti per foglio per lasciare spazio per disegnare intorno.

Ma sarebbe bellissimo posizionare le tante versioni fotografate dello stesso oggetto anche su un’unica lunga striscia di cartoncino stesa per terra dove tutti potranno disporsi a disegnare. 

Il gioco può svolgersi in due fasi: la prima è ovviamente disegnare quante più cose ci vengono in mente a partire da quell’oggetto fotografato.

Possiamo mettere a disposizione più copie dello stesso mix fotografico, possiamo classificare gli esiti e premiarli con menzioni speciali: l’animale foto-illustrato più buffo, il personaggio più matto (gli oggetti suggeriscono spesso facce ed espressioni), il mezzo di trasporto più geniale! Victor Nunes, illustratore, grafico e art director, in questo è un vero maestro.

Potete scoprire le sue numerose declinazioni foto-disegnate sulla sua pagina facebook.

La seconda fase può restringere il campo e complicare il gioco sfidando a inventare una storia con i 3 elementi di uno dei nostri composit, improvvisandola e costruendola anche collettivamente in classe, un po’ come ho fatto io con questi due esempi.

Mi raccomando, il segreto, come sempre, non è tanto saper disegnare ma è saper guardare quindi osservate (e ruotate il foglio in tutti i versi, se necessario) e raccontate!

Composit forbici

C’era un ragazzo molto alla moda, talmente puntiglioso da pretendere il taglio di capelli più alla moda del mondo. Il signor Baffonis era il barbiere più rispettato a livello internazionale e quindi sicuramente quel che faceva al caso suo. In effetti, il taglio che gli confezionò era impeccabile, ma il ragazzo era così puntiglioso che tartassò l’illustre barbiere con mille domande e lui, esasperato gli rivelò il suo segreto: a curare i tagli dei clienti più esigenti era il suo amico Forbicino, un rarissimo pennuto dal becco tanto preciso da poter rifinire le basette perfino a un topolino! 

Composit fermaglio

Quella mattina, a casa di Lucia sembrava tutto tranquillo eppure il postino stava per recapitarle una lettera d’amore… del tutto anonima! Chi l’avesse scritta era un mistero, ma Lucia era comunque contenta di sapere che una persona si era presa la briga di scriverle parole tanto dolci e decise che anche lei avrebbe spedito una bella lettera misteriosa a qualcuno, anche solo per far contento per una mattina.

Sbadiglia la Città: a caccia di storie sonnacchiose anti-noia

in Approcci educativi/Arte in galleria/Attività in classe by
Con Marianna Balducci ci avventuriamo in una nuova attività anti-noia in giro per la città!

La nuova avventura anti-noia di Marianna Balducci, qualche tempo fa avevamo già immaginato un laboratorio che ci portasse a guardarci intorno, “educando lo sguardo“.

Con il freddo che ci circonda e ci intorpidisce e tutto il tempo trascorso tra le mura di casa, capita di sentirsi un po’ come gli animali in letargo. Le giornate iniziano ad allungarsi, ma ancora troppo poco, le occasioni per incontrarsi scarseggiano e, sempre più spesso, siamo costretti a dare forma a porzioni di tempo vuoto, pesante e, diciamolo, noioso… Proviamo con un’attività anti-noia, prima di cedere nuovamente alla sonnolenza invernale.

Proviamo per un momento a fare quello che facciamo di solito insieme in questo appuntamento: capovolgere il punto di vista.

Un’attività anti-noia: a caccia di sbadigli nella città!

Siamo sicuri di essere solo noi quelli annoiati? 

“Erano mesi che nessuno usciva più se non per necessità o per qualche rara eccezione. La Città era sempre più silenziosa, i cittadini impegnati a convivere con nuovi ritmi e presi da nuove preoccupazioni non le prestavano più le attenzioni di un tempo e si limitavano a lanciarle sonnolente occhiate dalla finestra o frettolosi sguardi al rientro dalle loro occupazioni, giusto il necessario per non inciampare in qualche imprevisto. 

La Città ci aveva pure provato a piazzarlo qua e là, qualche imprevisto: un sanpietrino fuori posto, una perdita nel rubinetto della fontana in piazza, un barile da osteria nel mezzo del vicolo… Ma niente. Nessuno notava più nien-te. 

È così che è iniziata ed è stata da subito contagiosa. No, per fortuna, non era un contagio pericoloso, ma di certo sembrava inarrestabile. Di cosa parlo? Di una luuunga, disteeesa, plaaacida, sonnacchiooosa catena di… sbadigli!”

Vi assicuro che questa storia è vera. Se non mi credete, uscite voi stessi a controllare. Vi servirà una macchina fotografica (o un cellulare), una certa conoscenza delle forme tonde e tondeggianti (come andate in geometria?) e una eroica resistenza agli sbadigli che, lo sapete, si appiccicano addosso appena li captiamo anche solo da lontano.

“La Città impigrita sbadigliava continuamente. Qualche volta sembrava accennare un piccolo sforzo a mettere almeno una mano davanti alle sue bocche, come vuole la buona educazione, ma quelle si spalancavano senza preavviso ad ogni angolo. 

Non la si poteva biasimare, in fondo. Non vedendo più nessuno in giro, aveva iniziato ad annoiarsi davvero tantissimo. Prima che i brutti pensieri prendessero il sopravvento (“E se mi avessero abbandonata per sempre?”), aveva deciso che un sonnellino magari le avrebbe fatto pure bene, che la siesta in certi paesi è quasi un’istituzione, che tanto aveva il sonno leggero e presto si sarebbe ripres….zzzzzzzz.”

Mi raccomando, fate piano. Quando vi muoverete per le strade a caccia di sbadigli, siate rispettosi.

A nessuno piace essere svegliato di soprassalto, neppure alle Città.

Il vostro campionario di sbadigli cittadini dovrà essere il più completo e scrupoloso possibile. Ci sono sbadigli di alto profilo come quelli delle facciate delle case piene di finestre, sbadigli tunnel che ti ci perdi dentro tanto sono profondi come quelli delle grondaie, sbadigli minimi come quelli dei tombini che non aprono troppo la bocca per non far cascar dentro qualcuno.

Schedate tutti gli sbadigli urbani che riuscirete a trovare, prendendo appunti su tipologia, qualità e intensità (non dimenticate di scrivere dove li avete incontrati).

Tornati a casa, stampateli per poterli archiviare al meglio e completate le fotografie aggiungendo occhi e dettagli e trascrivendo i vostri appunti. 

“La Città era sicura di aver sognato: un mucchio di piedini e diverse paia di occhi curiosi dotati di strampalati dispositivi l’avevano percorsa in lungo e in largo. All’inizio le erano sembrati molto invadenti e l’avevano fatta sentire un po’ in imbarazzo (sembravano lì a coglierla di sorpresa ogni singola volta che le scappava uno sbadiglio…), ma poi le erano sembrati anche così familiari. Le ricordavano dei cari amici che non venivano a trovarla da un po’. Si era perciò ripromessa che, una volta sveglia del tutto, anche lei si sarebbe guardata intorno con maggior attenzione, per poterli riconoscere e così ritrovare.”

Esercizi foto-illustrati di design sovversivo

in Approcci educativi/Arte in galleria by
Insieme a Marianna Balducci, prendendo spunto dai grandi design e dagli Ikea Hackers per creare nuovi oggetti.

Molto spesso alcune forme di “saper fare” pratico si rivelano ottimi espedienti per applicarci in esercizi di creatività. Mi piace partire dal saper fare che interessa le cose di tutti i giorni, quelle che diamo per scontate; perché, ammettiamolo, non sempre ci chiediamo, quando usiamo una lampada o impugniamo una matita, chi abbia progettato il design quegli oggetti, perché li abbia fatti in quel modo, come è cambiato il nostro presente da quando li usiamo.

A volte invece i bambini e i ragazzi se lo chiedono (e magari ci mettono pure un po’ in difficoltà) e sono molto più bravi di noi adulti a valutare possibili scenari alternativi quando, di quegli oggetti, iniziano a osservare qualità estetiche, percettive, usi e applicazioni.

Eccoci quindi a scomodare il design. Ci sono due requisiti che gli oggetti di design devono avere per essere definiti tali: devono essere classificabili come “oggetti d’uso” quindi presupporre una precisa funzione che soddisfi un bisogno, risolva un problema, faciliti dei passaggi; devono poi essere oggetti riproducibili secondo il sistema industriale che del design ha decretato la nascita e permesso la divulgazione su ampia scala.

Ancora una volta, proveremo ad avvalerci della creatività come strumento sovversivo per giocare con le cose (e così impararle meglio), per spalancare nuovi scenari (utili o semplicemente piacevoli), per testare quello che fa l’immaginazione: generare nuovi problemi e andare a caccia di nuove soluzioni. Con l’attività foto-illustrata di oggi rovesciamo i requisiti base del design e lo facciamo prendendo in prestito due casi emblematici: un grande designer fuori dagli schemi e un blog pieno di piccole rivoluzioni domestiche.

Il designer Alessandro Mendini si definiva un “pasticcione”: accanto alla funzionalità, nei suoi oggetti occupava un posto importante anche la loro componente emotiva. “Per essere interessante, un oggetto deve contenere un errore” diceva, ed è grazie a quella dissonanza che il nostro sguardo cade su di lui e più facilmente tende a stabilire un rapporto di affezione autentico. Quell’oggetto, certo, ci serve, ma soprattutto ci rende felici e non ci stupisce che, tra i suoi oggetti più noti, ci siano utensili da cucina trasformati in veri e propri personaggi.

Per conoscere Alessandro Mendini più da vicino, sono disponibili dei saggi sulla sua vita o dei suoi scritti, come Scritti di domenica.

A ribaltare l’ordine razionale del design arriva poi un vero e proprio piccolo movimento, quello degli Ikea Hackers, sul blog ikeahackers.net [link https://www.ikeahackers.net/] che raccoglie modi alternativi di montare oggetti Ikea per farne un uso diverso da quello per cui sono stati concepiti. Il brand, che ha fondato la sua identità sulla linearità dei processi, si ritrova scombinato, hackerato appunto dagli utenti, proprio in nome di questa conquistata autonomia: lo monto tutto da me, quindi mi prendo la libertà di montarlo anche seguendo istruzioni tutte mie, perché non è detto che le cose debbano per forza funzionare in un modo solo.

Ecco cosa proveremo a raccontare oggi: per imparare a risolvere i problemi e progettare cose nuove serve creatività e spesso la creatività si innesca quando inventiamo nuovi problemi e ci poniamo in modo critico verso gli schemi già acquisiti, senza paura di capovolgere le regole. Sarà importante portare la classe dentro a questo argomento prima di dedicarsi all’attività. Mostrare esempi visivi dei due riferimenti citati – e farli riflettere su queste strategie di pensiero laterale – sarà un buon punto di partenza.

Forniamo poi a ciascun alunno la fotografia di un oggetto di design la cui funzione ed estetica sono ormai consolidate nel nostro repertorio visivo e mentale: una lampada da tavolo, una moka per il caffè, una penna biro, una sedia… Cerchiamo di reperire o realizzare foto con sfondo bianco o neutro, poi stampiamole in formato A4 o A3. Assieme alla foto, consegniamo anche un quadrato di carta bianca (possiamo farlo di 7x7cm, per esempio, se lavoriamo con foto in A4). Questa toppa quadrata sarà l’errore di cui parla Mendini, sarà la variabile che scombina l’equilibrio modello Ikea dei nostri oggetti.

Invitiamo ora a posizionare la toppa bianca sulla foto, facendo più prove, neutralizzando di volta in volta una parte dell’oggetto fino a scegliere il punto che più si preferisce per intervenire e hackerarlo. Scombiniamo gli equilibri visivi di una cosa creando questo vuoto inatteso, e a questo vuoto diamo la missione di cominciare una nuova avventura. Ciascuno dovrà, infatti, disegnare a partire dalla toppa bianca dei nuovi profili per il suo oggetto provando a inventare per lui una nuova funzione. Si può aggiungere un accessorio che ne potenzi la funzione di partenza oppure un dettaglio che la capovolga completamente o semplicemente qualcosa che lo renda “più bello”.

Chiediamo di agire come veri designer spiegando quindi, con una descrizione scritta o orale, la nuova funzione dell’oggetto contaminato, le sue nuove istruzioni d’uso, il suo nuovo nome. Al termine, tutti gli oggetti potranno essere raccolti in un catalogo di design sovversivo di classe.

Costruiamo e giochiamo con le maschere autoritratto

in Attività in classe by
Marianna Balducci ci racconta un’attività coinvolgente: realizzare maschere speciali utilizzando gli oggetti che raccontano la nostra vita.

Quando ci viene chiesto di descrivere noi stessi, di farci un ritratto (che sia con le parole o con le matite), spesso si presuppone di doversi immergere in un momento di introspezione per guardarci con la maggiore obiettività possibile e restituire una rappresentazione “fedele” di come siamo. Giù la maschera, quindi, affrontiamo questo specchio più o meno metaforico e osserviamoci “seriamente”. Oggi no! Oggi vi dico: su le maschere!

Cambiamo strada! Ogni tanto capovolgere gli schemi e fare un po’ di disordine fa bene; e quando lo facciamo, si attivano cose nuove che possono sorprenderci.

Come sempre, il disordine è solo apparente e si tratta più di darsi regole diverse o di prendere in prestito modelli lontani da noi per conferire loro un senso nuovo.

Le maschere tribali

Per descriverci, pur nascondendoci dietro a una maschera, ci affideremo alle maschere tribali e, ancora una volta, alla combinazione di fotografia e disegno.

Le maschere fanno parte della tradizione di molte culture. Anche nella nostra ce ne sono tantissime e, anche se oggi le associamo perlopiù agli aspetti goliardici del carnevale, si portano dietro funzioni sociali e spirituali molto affascinanti. Ci sono maschere per esorcizzare, maschere per evocare, maschere per raccontare…

Spesso a indossarle sono gli sciamani o comunque coloro che conducono una qualche pratica rituale che segna un momento importante nella vita della comunità. Chi indossa la maschera si immedesima al punto tale da divenire un tramite tra la tribù e lo spirito (o i valori) che rappresenta. Ecco allora che, alla base del rapporto tra la maschera e chi la indossa, si individua una prima fondamentale prerogativa: l’empatia.

Le maschere autoritratto

Anche per la nostra maschera foto-disegnata è fondamentale, perché il compito sarà quello di costruire una maschera autoritratto, che parli di noi attraverso le cose che amiamo. La comporremo posizionando gli oggetti su un foglio bianco, in modo da costruire la fisionomia di un volto, che completeremo con il disegno una volta fotografato tutto dall’alto. Quali oggetti? Qui sta il primo step: scegliere. Invece di affidarci alle parole, lasceremo alle cose che ci sono care il compito di definirci.

Io ho optato per alcuni degli strumenti da disegno che uso quotidianamente, perché disegnare è il mio lavoro, la mia attività preferita, il mio modo di pensare ed esplorare il mondo.

Non è però fondamentale utilizzare oggetti riconducibili tutti alla stessa passione o a un hobby specifico. Possiamo anche solo affidarci agli oggetti a cui siamo più affezionati (perché ci ricordano qualcuno, perché li abbiamo sempre con noi, perché sono banalmente i nostri oggetti preferiti), possiamo anche includere cibi o cose raccolte (magari una foglia perché, per esempio, ci piace tanto la natura o stare all’aperto).

Gli strumenti

Un buon compromesso è muoversi tra un minimo di 3 e un massimo di 5 oggetti da portare in classe, dove si assembleranno per creare la base della propria maschera autoritratto. Sarà quindi importante che ciascuno abbia il suo foglio bianco (posizionato sul pavimento così da agevolare la visione e la foto dall’alto) su cui fare delle prove di composizione. Preparate dei fogli grandi: alcuni potrebbero portare oggetti piccoli simili ai miei, ma anche un pallone da calcio o il proprio paio di scarpe preferite!

Per incoraggiare la raccolta, trovate un momento per parlarne insieme, per stimolare la condivisione, per fare degli esempi, in modo che nessuno si senta a disagio e torni piuttosto a scuola con la voglia di mostrare ai compagni i suoi oggetti preferiti. Questi oggetti sono depositari di un legame emotivo a volte molto più profondo del semplice gusto estetico. Trasformarli nella materia prima per la nostra maschera sarà come offrire loro un palcoscenico e, attraverso di essi, offrire a noi l’opportunità di mettere in scena noi stessi senza paura.

Una volta trovata la composizione preferita, la si potrà fotografare e stampare in modo che tutti abbiano un foglio della stessa dimensione, possibilmente una dimensione tale da consentire la trasformazione di questa maschera in una maschera vera e indossabile. Il disegno ora interverrà per completare la fisionomia del volto, aggiungendo colori e forme. Concentriamoci su cosa non può mancare: gli occhi, il naso, la bocca, le orecchie, i capelli. Alcuni di questi elementi probabilmente sono già stati suggeriti dalla composizione fotografica, altri dovranno essere disegnati.

Possiamo divertirci ad arricchire il gioco proponendo un repertorio di forme a cui attribuire un significato simbolico: nelle maschere africane, per esempio, gli occhi socchiusi rappresentano la pazienza, gli occhi piccoli l’umiltà, la bocca grande è sinonimo di forza. Potremmo farci ispirare dagli animali (con baffi, denti, orecchie) proprio come gli stregoni che addirittura attraverso le maschere di certi pericolosi animali ne incoraggiavano il superamento della paura (nel nostro caso potrebbero diventare elementi, ancora una volta, simbolici: invece dei capelli, disegno la criniera di un leone perché sono un tipo coraggioso).

Liberiamo la fantasia!

Liberiamo la fantasia per gli ultimi dettagli puramente decorativi e alla fine… indossiamo la nostra maschera autoritratto e facciamoci a vicenda delle foto! I nostri oggetti cari, tramutati in veri e propri talismani, ci coprono e ci scoprono, amplificano alcune parti di noi e ci incoraggiano a giocare con loro. Scattiamoci foto in cui, oltre alla maschera, posiamo proprio come nelle danze tribali. Lasciamo che siano i bambini a fotografarsi (magari a coppie o a gruppi): concordare insieme la posa giusta abbinata alla maschera sarà un’ulteriore occasione per rendere questi autoritratti inconsueti ancora più magici.

Le foto-illustrate: il passato che torna a vivere

in Attività in classe by
Marianna Balducci ci racconta come attraverso le foto-illustrate possiamo riscoprire e far rivivere il passato.

Se fino ad ora le indagini foto-illustrate ci hanno portato alla scoperta del mondo per esercitarci a cambiare il nostro modo di guardarlo, adesso è il momento di recuperare una delle missioni più intime e personali della fotografia: la capacità di farsi depositaria della memoria.

Che si tratti di quello che ormai forse è il già un po’ antiquato album di foto di famiglia, che sia il più capiente hard disk su cui conserviamo file su file, che sia anche solo la memoria del nostro cellulare, questo flusso sempre più abbondante di frammenti di vita passata ci circonda e ci accompagna.

Il come sia cambiato il nostro modo di conservare la memoria fotografica del passato con l’avvento delle nuove tecnologie è un lungo e complesso discorso che potrebbe diventare uno spunto anche per lavorare con i più piccoli, ma qui partiremo da un interrogativo più semplice: come possiamo utilizzare questi reperti fotografici del passato (che ci possono riguardare più o meno direttamente) per raccontare delle storie?

Le tracce che ho sperimentato sono tante. Oggi vi parlo di quella che è approdata sui libri e che riguarda il recupero delle storie di famiglia, affrontato però in due modalità visive differenti che tengono conto dei vincoli imposti dal materiale ritrovato.

Da un punto di vista tecnico, si possono utilizzare fotocopie o stampe delle fotografie che decideremo di recuperare. Per arginare l’ansia di intervenire direttamente sulla foto, possiamo fornire fogli di carta da lucido (trasparente e un po’ opaca, adatta ad accogliere sia la matita che i rapidograph). La carta da lucido sovrapposta alla foto permetterà di sperimentare più modi di riempire lo spazio disegnabile proprio come se stessimo trattando un livello di Photoshop, ma analogico! Successivamente si potrà decidere se disegnare sulla foto con acrilici, gessetti o chine oppure optare per il collage (magari mantenendo la stessa carta da lucido).

Partiamo, quindi, dalla nostra storia che può essere la storia della nostra famiglia, ma anche della nostra città. Mi sono ritrovata a fare i conti con entrambe quando ho lavorato prima a “J anvud dla Marianna” (in dialetto riminese, “I nipoti della Marianna”, la mia bisnonna) e poi a “La bambina dal nastro rosso” (scritto da Stella Nosella, nipote della protagonista). Nel primo caso le foto provenivano dal mio archivio familiare privato, nel secondo invece ho lavorato sulle foto d’epoca della città di Portogruaro dove è ambientata la storia.

Si potrà quindi decidere di partire chiedendo a ciascun bambino di ripercorrere il passato della sua famiglia portando a scuola alcune foto che siano legate a un ricordo, anche non vissuto direttamente e solo riportato: quel bisnonno dall’aspetto distinto che carattere aveva? Ci sono aneddoti su di lui? Qual era il suo mestiere? Oppure: quella casa di campagna davanti alla quale posano tante persone dove si trova e chi ci viveva?

Trovare foto non in posa non sarà facile, ma consiglio di scandagliare album e archivi (fotografici ma anche mentali), lasciando che le storie ricomincino a circolare libere e spontanee (una cosa che, per esempio, a casa mia è sempre accaduta, specialmente nei momenti di condivisione come i pasti).

Si potrà altrimenti optare per un lavoro collettivo che apra lo sguardo sulla storia della propria città, cercandone tracce sui libri. In questo caso, con le insegnanti, si potranno attivare contatti con la biblioteca e l’archivio storico cittadini per richiedere l’accesso al repertorio fotografico di alcune epoche precise. Nel caso de “La bambina dal nastro rosso” la scelta ricadeva su un periodo critico: è infatti il Natale 1944 il periodo in cui si svolge la storia di Antonia (una bambina di 8 anni) che si ritrova a fare i conti con la guerra, la deportazione, la sua città che cambia.

Mentre nel primo caso gli archivi di famiglia ci regaleranno probabilmente molti volti attorno ai quali ridisegnare le storie da rievocare (come nel caso della mia bisnonna Marianna che si è rimboccata le maniche e ha trasformato una modesta osteria in un trionfo di sapori e accoglienza), in questo secondo caso un archivio collettivo pubblico avrà bisogno di “attori” per consentire alla storia di rivelarsi. Ecco perché Antonia è disegnata e si muove attraverso la città (seguendo i fatti narrati) permettendosi anche qualche licenza fantastica: Antonia non è “solo” una bambina, ma è anche una gigantesca eroina pronta a difendere la sua casa da tutto e tutti.

Lavorare sulle foto che ci ricordano qualcosa o qualcuno ci permette di trasferire su carta un processo che la nostra memoria compie istintivamente: riempire gli spazi vuoti delle immagini con il racconto, completare le storie incomplete e, laddove i pezzi del puzzle sono irrecuperabili, ricorrere all’immaginazione. La memoria è potente, la memoria è preziosa. Ridisegnare la memoria vuol dire permetterle di manifestarsi e riabituarci a tenerla in circolo, come un filo che ci lega e ci collega, come il prezioso nastro rosso di una bimba che diventa il pretesto per conservare la storia di una città intera.

Crediti immagine di copertina da ” J anvùd dla Marianna. Una vetrina sul Borgo San Giuliano”, di Roberto Balducci, illustrazioni di Marianna Balducci, Panozzo editore.

Crediti immagine centrale: a sinistra tratta da “J anvud dla Marianna. Una vetrina sul Borgo San Giuliano”, di Roberto Balducci, illustrazioni di Marianna Balducci, Panozzo editore. A destra tratta da “La bambina dal nastro rosso”, di Stella Nosella, illustrazioni di Marianna Balducci, L’Orto della Cultura edizioni.

La vita nascosta delle cose: trasformare con la foto-illustrazione

in Attività in classe by
Marianna Balducci ci racconta come ridare vita agli oggetti, trasformandoli con la foto-illustrazione.

Quando ci approcciamo alla foto-illustrazione con l’intento di trasformare un oggetto in qualcos’altro, attiviamo un doppio meccanismo: uno puramente formale che agisce sulle consonanze estetiche (quella cosa ha una forma analoga a…, assomiglia a…) e uno più narrativo che, più o meno consapevolmente, può trasformare quell’oggetto nello spunto per un discorso (una presa di posizione, una rivelazione, una storia da raccontare).

Nasce così “La vita nascosta delle cose” con la foto-illustrazione: una raccolta di oggetti quotidiani estrapolati dal loro contesto e fotografati su un set neutro per poi essere trasformati, attraverso il disegno (qui realizzato a china e poi concluso digitalmente), in nuove macchine impossibili.

Verrebbe da dire anche “inutili” per citare Munari, ma qui in realtà un’utilità si conserva pur nella surreale licenza che la fantasia ci concede ed è, ancora una volta, doppia (ed è proprio in quell’equilibrio che sta l’esercizio). L’oggetto fotografato resta riconoscibile, non viene mai alterato o coperto al punto tale da scomparire in favore del disegno; allo stesso tempo a quell’oggetto si sta attribuendo una funzione nuova, una missione fantastica, un imprevedibile destino.

Perché allora proprio “la vita nascosta delle cose”? Perché ogni tanto succede che gli oggetti si stanchino di essere quello che sono sempre stati e decidano di prendersi una vacanza. Alcuni forse aspirano a viaggi avventurosi in terre sconosciute, altri si accontentano di giocare con bimbi curiosi, mamme e papà coi pensieri leggeri, insegnanti con l’immaginazione scalpitante. Eccoli che sbucano fuori dai cassetti delle stoviglie, sgusciano via dalla scrivania e, con loro, desideri segreti, piccole paure, buoni propositi… E allora è un attimo che ti ritrovi a decollare a bordo del cavatappi, a smistare lettere d’amore con lo schiacciapatate, a salpare a bordo di un pennino.

Più l’oggetto è “banale”, di quelli che siamo abituati ad avere sotto gli occhi quotidianamente, più la sfida sarà ambiziosa. E se scegliamo un oggetto desueto (il pennino, per esempio), sarà bello vedere come indagare sulla sua originaria funzione, per poi poterla sovvertire, possa diventare un modo per riscattarne la memoria agli occhi dei giovanissimi osservatori. 

La foto-illustrazione in classe

Invitiamoli a scegliere un oggetto, vecchio o nuovo, che si trova proprio nelle loro case. La caccia potrebbe iniziare chiedendo ai bambini di fotografare quegli oggetti e discutere in classe l’esito di questa prima selezione per poi scegliere insieme il soggetto su cui ciascuno andrà a intervenire (e magari organizzare con l’insegnante dei veri e propri filoni tematici: le stanze, l’infanzia, i ricordi, persino spingerci a concetti più ambiziosi come il design). Una volta portato l’oggetto in classe, allestiamo un piccolo set neutro per la foto-illustrazione (basterà del cartoncino bianco o colorato e una lampada puntata contro l’oggetto) e facciamo più di uno scatto, girando e rigirando la nostra scelta in modo che diversi punti di vista suggeriscano diverse forme con cui giocare.

Intervistiamo l’oggetto e chiediamogli a cosa serve, chi lo usa, come è fatto e come funziona. Infine, interroghiamolo (e interroghiamoci) su cosa vorrebbe diventare, lasciando che siano proprio le sue forme a suggerirci un nuovo percorso (è un contenitore? che succede se lo capovolgo? guardandolo di profilo noto qualcosa che non avevo notato prima?). Per consentire più prove, possiamo dotare ciascun bambino di uno o più fogli di carta da lucido da sovrapporre alla foto per disegnare in trasparenza (con la matita, il trattopen, i pennarelli acrilici) prima di elaborare il proprio foto-disegno definitivo. Inserire uno o più personaggi potrà essere di ulteriore aiuto nel dare nuova forma al nostro oggetto e offrirà lo spunto per costruire vere e proprie storie.

Le cose, persino quelle che abbiamo sempre sotto gli occhi o quelle che ormai abbiamo dimenticato, sognano una vita segreta e, se siamo attenti e giuriamo di non dirlo a nessuno, forse saremo così fortunati da farcela raccontare.

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