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“Pinocchio” al cinema: dal 1911 a oggi

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Carlo Ridolfi ci parla di “Pinocchio” dalla prima versione cinematografica del 1911 a quella di Matteo Garrone, al cinema in queste settimane.

Il Pinocchio di Matteo Garrone – interessante, personale, ma che a parer nostro non aggiunge granché all’immortale personaggio creato da Carlo Collodi. Il film, al cinema in queste settimane, non è che l’ultimo in ordine di tempo. Già se ne annuncia una prossima versione di Guillermo Del Toro, di una lunghissima serie di interpretazioni cinematografiche.

Già a partire dal 1911 il regista Giulio Antamoro realizza un primo film (durata: 42 minuti), muto e in bianco e nero, affidando a Ferdinand Guillaume la parte del protagonista.

Nel 1947, sempre in bianco e nero ma con una durata di 100 minuti e il sonoro, Giannetto Guardone dirige Le avventure di Pinocchio. Si ricorda per l’interpretazione di Alessandro Tommei, primo bambino sullo schermo nei panni del burattino, e, come curiosità, di Vittorio Gassman come Pescatore Verde.

In mezzo fra i due c’era stata, nel 1940, l’indimenticabile, se pure strana e di ambientazione tirolese, versione disneyana. Il lavoro collettivo di grandi registi della factory statunitense come Ben Sharpsteen, Hamilton Luke, Norman Ferguson e Wilfred Jackson. Fondamentali i disegnatori animatori come Ward Kimball e Ollie Johnston (ma l’elenco dovrebbe essere molto più lungo). Con le canzoni e le musiche di Leigh Harline e Paul J. Smith.

Di grande interesse è la versione animata realizzata nel 1971 da Giuliano Cenci, Un burattino di nome Pinocchio, e le musiche di Vito Tommaso e Renato Rascel.

Per restare nel disegno animato è necessario ricordare l’ottima produzione del 2012 diretta da Enzo D’Alò, con le musiche di Lucio Dalla.

Ma non andrebbe sottovalutato neppure un titolo come Le avventure di Burattino, diretto nel 1959 in Unione Sovietica da Dmitriy Babichenko.

Per tornare alle realizzazioni in live action, detto del Pinocchio diretto e interpretato nel 2002 da Roberto Benigni, che si fa ricordare per essere a tutt’oggi il film più costoso (45 milioni di euro) realizzato dall’industria nazionale, continuiamo a prediligere la splendida versione televisiva diretta nel 1972 da Luigi Comencini, con Andrea Balestri nei panni di Pinocchio, Nino Manfredi in quelli di Geppetto e le fondamentali musiche di Fiorenzo Carpi.

Che dire della versione di Garrone?

E’ del tutto rurale, in alcuni momenti quasi documentaristica, con un racconto che scende pian piano verso Sud, iniziando in piena toscanità in location scelte nei dintorni di Siena e spostandosi man mano il racconto verso la Puglia.

Così come nelle scelte degli interpreti, che nella prima parte sono di parlata fiorentina (come il Mangiafuoco di Gigi Proietti) e poi diventano quasi esclusivamente napoletani.

Questo Pinocchio ha dei punti di forza innegabili: primo fra tutti, a parer nostro, la miglior coppia di Gatto & Volpe mai vista da molto tempo, grazie al lavoro di recitazione di un sorprendente Massimo Ceccherini (Volpe) e di Rocco Papaleo (Gatto).

C’è uno straordinario lavoro di trucco, realizzato da un grande maestro come Mark Coulier, che ha al suo attivo film come quasi tutta la saga degli Harry Potter o Grand Budapest Hotel.

Coltissimo dal punto di vista iconografico, il Pinocchio di Garrone fa riferimento ai primissimi illustratori dell’opera di Collodi, a partire da Enrico Mazzanti, privilegiando lo zoomorfismo e disseminando la vicenda di esseri umani con aspetto di cani, gatti, scimmie, pesci, uccelli e così via.

La parte più debole sono le musiche, davvero troppo invadenti e poco originali, di Dario Marianelli. Il momento migliore è quello della scuola, con un maestro  (Enzo Vetrano) davvero pedagogico nel suo essere tutto ciò che non bisogna fare per insegnare e un omaggio evidente e azzeccato a Zero in condotta di Jean Vigo.

Ma il bilancio generale è di un’opera che non aggiunge nulla di nuovo e che non risulterà indimenticabile, richiamandoci tuttavia all’attualità senza fine di un racconto fondamentale.

“Klaus – I segreti del Natale” il nuovo film di Sergio Pablos su Netflix.

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Carlo Ridolfi ci racconta “KLAUS – I SEGRETI DEL NATALE” il nuovo film di Sergio Pablos disponibile su Netflix.

(Spagna, 2019)
Regìa: Sergio Pablos
Soggetto: Sergio Pablos
Sceneggiatura: Zach Lewis, Jim Mahoney
Musica: Alfonso G. Aguilar

Distribuzione: Netflix
Animazione
Durata: 96’

“Perché hai scelto di fare la maestra, se non per cambiare le cose?”, chiede ad un certo punto della storia il protagonista Jesper (voce italiana: Marco Mengoni) alla giovane Alva (voce: Ambra Angiolini), che sembra aver rinunciato ai suoi obiettivi e ai suoi sogni.

Domanda bellissima, in un film – uno dei tanti bei prodotti, distribuiti da Netflix – che risulta essere una vera e piacevolissima sorpresa.

L’idea parte da Sergio Pablos, già attivo in alcuni classici film del periodo Disney anni Novanta, che dopo aver costituito una sua società di produzione a Madrid ha immaginato e realizzato un film di animazione classica su Netflix. Ovvero a disegni, con il supporto non invasivo ma decisamente importante delle tecniche digitali.

Rischiare con un film sul Natale poteva essere impresa da far tremare i polsi, perché produzioni sul tema ne esistono millanta, raramente di primissimo livello.

Impresa riuscita (quasi alla perfezione, a parere di chi scrive, perché c’è un lato debole rappresentato da una colonna musicale e da alcune canzoni un po’ stucchevoli), tanto da rendere Klaus un piccolo gioiello davvero da non perdere.

La trama

Jesper è figlio scioperato di un papà che è altissimo dirigente della Reale Accademia Postale di un paese del Nord Europa.

Dopo una serie di insuccessi professionali e caratteriali, il padre lo spedisce in un remotissimo villaggio sull’ancor più lontana isola di Smmerebsburg, quasi al Circolo Polare Artico.

Vincolandolo a garantire da lì l’invio di almeno 6.000 lettere in un anno, pena l’esilio perpetuo.

Arrivato all’isola il giovane si rende conto della quasi impossibilità di riuscita, visto che gli abitanti sono talmente impegnati in una perenne faida gli uni contro gli altri.

Tanto da non aver neanche il tempo e la voglia di mandare i loro figli a scuola. (Di qui le difficoltà dell’aspirante maestra Alva, che si è ridotta a fare la pescivendola per sbarcare il lunario). L’incontro fortuito con l’anziano boscaiolo Klaus (voce: Francesco Pannofino) cambierà la sorte di Jesper, di Alva e di tutti gli abitanti del villaggio sull’isola. Grazie alla bella sceneggiatura di Zach Lewis e Jim Mahoney, il soggetto originale di Sergio Pablos si sviluppa con una serie di soluzioni originali, che attraversano molti registri narrativi – dal fiabesco al malinconico, dal poetico al fantastico, dal comico al sociologico – con un equilibrio nella miscela di divertimento e riflessione davvero rari di questi tempi.

Un film Netflix per famiglie

Si tratta, come sempre accade in questi casi, del miglior esempio di film “per famiglie”, intendendo con ciò una produzione che può esser vista da grandi e piccoli di ogni età, proprio perché ciascuno di noi – genitori, bambini, adulti, insegnanti, nonne etc. – ci potrebbe trovare qualche spunto di pensiero, molto divertimento e non poca commozione che tocca le corde più profonde dell’anima.

Se la prova della validità di una storia – sia essa per parola scritta o per suoni e immagini in movimento – sta nella maturazione che, seguendo le vicende raccontate, produce sia nei protagonisti delle stesse che in chi vi assiste, Klaus è un ottimo esempio di storia più che valida.

Non troviamo qui, per fortuna, nessuno degli stereotipi troppe volte riproposti sulle origini della leggenda di Babbo Natale. Ma una trattazione intelligente, e rispettosa dell’intelligenza anche degli spettatori più piccoli, di uno sviluppo di relazioni sociali che può diventare fonte di grandi e positive trasformazioni.

La presenza nella storia e nella splendida realizzazione visiva della popolazione Sami (o Lappone) aggiunge ricchezza antropologica e culturale.

I buoni sentimenti che vediamo crescere non sono la melassa spesso indigeribile, che viene proposta sotto le feste, ma il prodotto di un processo di crescita e maturazione di tutti coloro che vengono inseriti nella vicenda.

Cambiano le cose in meglio grazie alla consapevolezza di tutti: quale miglior augurio per il Natale?

10 film sugli insegnanti da non perdere

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migliori film insegnante
10 film sugli insegnanti che ci hanno fatto sognare e commuovere, ambientati a scuola o comunque legati all’insegnamento e all’educazione, da guardare o riguardare.

La storia del cinema è ricca di bizzarre figure educatrici, personaggi strampalati o spietati, vittime spesso dei loro alunni. Ma il cinema ogni tanto regala anche al grande schermo dei grandi personaggi. Insegnanti che si interrogano sulla funzione della scuola e del suo ruolo nella società. Si domandano cosa fare del potere e della libertà (spesso poca) di cui godono. Abbiamo selezionato per voi un piccola lista di 10 film sugli insegnanti da non perdere.

Ecco allora i nostri suggerimenti, in ordine sparso:

– La classe (2008) diretto da Laurent Cantet, vincitore della Palma d’oro a Cannes, film nel quale emergono delle questioni fondamentali dell’universo scuola. Integrazione, differenze generazionali, rapporti fra autorità e autorevolezza. Uno sguardo sulla scuola basato sul romanzo autobiografico di un professore di francese in una scuola di periferia. A rafforzare la pellicola ci sono delle riprese svolte durante vere lezioni dell’anno accademico dove il protagonista cerca senza troppo successo di ingaggiare i suoi studenti.

– Will Hunting – Genio ribelle (1997) in questo film di Gus Van Sant, il grande Robin Williams interpreta il Dr. Sean Maguire. Non un insegnante vero e proprio ma un uomo che riesce a tirare fuori il talento e sopratutto la fiducia in se stesso (non è forse una delle caratteristiche più importanti per un educatore?) del protagonista interpretato da Matt Damon. Si crea un rapporto mentor –allievo che porterà entrambi ad accettare le proprie capacità. Piccola curiosità. il film è dedicato alla memoria del poeta Allen Ginsberg e dello scrittore William S. Burroughs.

– Billy Elliot (2000) film di Stephen Daldry ambientato durante lo sciopero dei minatori inglesi del 1984 durante il governo di Margaret Thatcher. Billy, un ragazzino di 11 anni, sogna di diventare un ballerino classico, ma si scontra con il padre e lo zio, entrambi minatori che vorrebbero farlo diventare un pugile. Grazie all’aiuto della sua insegnante, la signora Wilkinson ha finalmente qualcuno che lotta dalla sua parte.

– La scuola (1995) film di Daniele Lucchetti, tratto da due libri di Domenico Starnone (Ex Cattedra, Sottobanco), La scuola è un film che rischia di sfiorare la macchietta, ma riesce ad affrontare problemi veri della scuola come mancanza di incentivazioni, superficialità, e professori non adeguatamente assistiti e supportati. Tra i personaggi spicca il professor Vivaldi: empatico, preoccupato per i propri allievi, ma anche più duro con gli studenti privilegiati e i classici secchioni. Si rimane con un sorriso amaro in bocca ma soddisfatti per aver visto un bel film.

– School of Rock (2003) un po’ anticonvenzionale eppure efficace. Jack Black nei panni di Dewy Finn interpreta un musicista che si trova per caso a insegnare musica ai bambini di una scuola privata. Una divertente commedia che fa però riflettere sull’importanza dell’apertura mentale quando si parla di educazione e scuola.

insegnante musica film

– L’attimo fuggente (1989) un grande classico da rivedere. Ancora Robin Williams in uno dei film più famosi sulla scuola. Il suo John Keating ama così tanto la poesia e il suo lavoro da non riuscire a rimanere con i piedi per terra. la scena in cui invita i suoi allievi a salire sui banchi e a strappare dei libri è memorabile.

– Caterina va in città (2003) l‘incipit è semplice, Caterina è una tredicenne figlia di un professore di filosofia fallito che lascia la provincia e si trasferisce a scuola a Roma. Questo pretesto serve a Virzì per affrontare il vuoto di valori di una gioventù che non sa più a cosa guardare, anche perché nemmeno i genitori offrono più certezze.

– La bicicletta verde (2012) è un film diretto da Haifaa Al-Mansour. Ambientato in Arabia Saudita, in una scuola femminile dove la protagonista è costretta a combattere per la propria libertà. La bicicletta verde che vuole comprare è il simbolo di un’emancipazione difficile contro un sistema oppressivo e limitante.

– Detachment – Il Distacco (2011) film di Tony Kaye incentrato sul dramma della scuola pubblica americana, ma non è solo questo. Henry Barthes è un supplente di letteratura in un istituto superiore in crisi. Gli studenti hanno risultati bassi, sono arrabbiati e incombe la privatizzazione. Henry riesce a superare le barriere con i suoi difficili studenti, ma ci saranno conseguenza inaspettate.

– Word and Pictures (2013) lui ama la letteratura, l’insegnamento e l’alcol. Ma da anni scrive meno e beve di più mettendo anche a rischio il suo posto di lavoro. Lei è l’ultima arrivata, artista confinata dietro alla cattedra dall’artrite reumatoide che le rende sempre più difficili i movimenti. Lui idolatra le parole, lei le immagini. Entrambi “tentano di insegnare nell’era dei morti viventi” a “giovani menti soffocate dai computer e dai centri commerciali”.

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Fra cattedra e finestra

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