wrw

Fare storia con le fotografie

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Con il metodo WRW, le fonti visive diventano potenti stimoli visivi e aiutano gli studenti a memorizzazione fatti e personaggi della storia.

La parola “fare” ha qui il valore del fare in senso quasi manuale. Equivale a costruire la storia. Trovare gli elementi che inquadrano un avvenimento e strutturarli in uno schema di pensiero.

Non ha nulla a che vedere con lo studiare, se per “studiare” si intende leggere su un testo notizie, ripeterle, farsi interrogare, riportare una valutazione espressa in un numero. Questo è il modo in cui tradizionalmente la disciplina storia viene insegnata.

Da quando ho incontrato il WRW ovviamente ho cambiato non solo il mio approccio alla lettura e alla scrittura ma anche alle altre discipline.

Dico ovviamente perché la rivoluzione didattica che ho messo in atto mi ha coinvolto così tanto che è passata anche sulle discipline affini. Io oramai non so lavorare se non attuando un laboratorio, partendo il più possibile da compiti autentici e mettendo sempre al centro l’alunno, non il programma (presunto).

Così, vista l’enorme difficoltà dei miei studenti in storia, sia nella memorizzazione sia nella comprensione dei testi da cui dovrebbero evincere eventi da “studiare”, ho impostato la didattica sulle fonti iconografiche.

Adesso, che per il secondo anno ho una quinta superiore, ho a disposizione tantissimo materiale. Ma anche in terza sto usando lo stesso metodo e mi pare funzioni.

Gli studenti di oggi, ci spiegano le neuroscienze, apprendono in maniera reticolare, non in maniera lineare. Non è il caso qui di discutere perché (la tecnologia ha la sua importanza) e nemmeno se ciò sia meglio o peggio rispetto a prima. Non credo che il problema si ponga in questi termini, se mai nel cercare di capire come avvicinare lo studente a questa materia, che sta diventando per molti sempre più ostica. È evidente che la metodologia tradizionale con questa nuova tipologia di alunni non funziona.

Quindi io parto sempre da fonti visive. Ne scelgo tre o quattro per ogni macro argomento e da lì inizio i miei percorsi. Ci sono foto che dicono più di moltissimi testi scritti. Ci sono alunni che dalle foto imparano molto di più che se leggessero (e non lo fanno) tutto un capitolo. Certo, non è solo un proporre immagini. Dietro ci sono una ricerca e l’adattamento di strumenti già sperimentati.

In molti casi propongo le foto da sole, a inizio percorso. Senza contorno e senza spiegazione. Usiamo la tecnica STW cioè See, Think, Wonder che ho tratto dal testo Making Thinking Visible. Annotiamo sul quaderno cosa vediamo, quello a cui ci fa pensare e infine le nostre ipotesi o previsioni.

È un grande esercizio di pensiero che implica, appunto, lo studiare nel senso profondo della parola. Osservando foto, a poco a poco ricostruiamo un periodo o un evento o analizziamo un personaggio. Spesso poi le tagghiamo: vicino a ognuna mettiamo #, cioè parole chiave che ci aiutino a ricordarle e a collocarle.

In altre occasioni, scendendo più nel profondo, fornisco foto e brevi testi da leggere. Abbiniamo foto ai testi e ci domandiamo perché. È un po’ come costruire un libro di testo fatto da noi. Ogni foto è posseduta dai ragazzi in fotocopia e quando preparano il loro speech (intervento orale che sostituisce l’interrogazione) devono partire sempre dall’analisi di una fonte iconografica.

Ho proposto anche foto di dipinti, ritratti di personaggi famosi, foto storiche e di archivio e anche spezzoni di film o documenti d’epoca. Usiamo le foto anche quando scriviamo i testi espositivi in storia. A ogni paragrafo ne va attribuita una con didascalia esplicativa elaborata dai ragazzi.

Un altro tipo di approccio alla foto consiste nello scrivere a partire da questa, come fosse un attivatore di scrittura, in questo caso di pensiero. I ragazzi notano particolari che a volte io stessa non noto. Fornisco prima una serie di prompt per iniziare il processo di pensiero e scrittura e spesso anche dei testi mentore scritti da me. In questo caso scrivere attiva l’acquisizione di una conoscenza che si stratifica più in profondità e in maniera più duratura. Per gli alunni DSA, ma in genere per tutti, questo modo di calarsi dentro la storia e di farne narrazione diventa più facile e fondamentale.

Oramai tutti sanno che un apprendimento per essere significativo deve essere legato a una emozione o a una motivazione. Se la motivazione non è sufficiente (come spesso accade per molto studenti) l’emozione invece è più facilmente raggiungibile con l’uso delle fonti e in particolare delle fotografie.

Cito ad esempio una foto che ho usato per approfondire il concetto dei nuovi armamenti nella Prima guerra mondiale: la fila lunghissima di cadaveri morti per asfissia sul monte Sabotino nel 1916. Non si può certo dimenticare facilmente. Altre foto che funzionano (anche per la storia che nascondono) sono i pochi scatti rimasti di Robert Capa dello sbarco in Normandia. Oppure le foto di Erwitt dell’America razzista degli anni ’60. A ogni foto si può collegare un mondo, un episodio, una storia. E questa “storia” si può memorizzare meglio perché legata ad un potente stimolo visivo. Anche le foto dei dipinti funzionano. Il quarto stato di Pelizza Da Volpedo ha funzionato benissimo come volano per descrivere l’Italia della fine del secolo XIX.

Crediti copertina: wolfgangfoto

La valutazione che nutre, secondo la metodologia del WRW

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Sabina Minuto ci illustra come la valutazione degli studenti può trasformarsi in un importante momento di crescita.

Siamo al momento dell’anno in cui riempiamo i nostri registri on line di voti, proposte di voti, numeri. Siamo chiamati a espletare un momento difficile ma insito nel nostro lavoro: la valutazione. Scrivo qui qualche appunto su ciò che ho imparato in tanti anni di pratica del WRW.

La valutazione deve essere prima di tutto auto valutazione. Diversamente, non forniremo mai agli studenti strumenti per crescere. Dunque il primo passo è elaborare con loro una griglia o una rubrica di valutazione condivisa. E ogni percorso ha la sua, perché gli obiettivi da raggiungere non sono sempre gli stessi.

È faticoso, ma necessario. I ragazzi hanno diritto di sapere su cosa saranno valutati e in base a che cosa, prima di lavorare in laboratorio, e non solo dopo, a lavoro consegnato. Spesso le griglie sono appiccicate ai loro quaderni/taccuini e le riguardiamo anche prima della consegna finale. Cioè facciamo un lavoro di meta cognizione tramite una check list che fornisco io in fotocopia al momento della revisione testuale.

Un altro elemento che insegna la meta cognizione sul processo è il process paper, cioè la biografia del pezzo che viene consegnato perché l’insegnante lo valuti. Lo studente è guidato con domande apposite a raccontare come ha avuto luce quel testo, le difficoltà incontrate, quelle che sono a suo giudizio le parti migliori. È un approccio tipico della valutazione interpretativo narrativa, che mira a rendere consapevoli gli studenti ma anche i docenti di un processo di apprendimento.

La valutazione deve essere poi una valutazione di percorso, non una semplice media ottenuta da una somma di numeri. Sono anni che la pedagogia sottolinea questo elemento fondamentale, che del resto è pure presente nella legislazione ministeriale.

Tuttavia spesso è abbastanza scontato che questo non succeda. Chiunque ha esperienza di scuola lo sa benissimo. Spesso la valutazione avviene per semplice somma di numeri e divisione per numero delle prove. Forse questo aveva senso anni fa, in una scuola diversa, ma oggi non credo si possa valutare solo così. I numeri hanno certo un valore, ma dovrebbero corrispondere alle tappe di un percorso e di un progetto pensati per lo studente.

La valutazione dovrebbe dunque essere formativa e aiutare lo studente ad avere un’idea, prima di tutto, del “punto a cui si trova” e poi aiutarlo a progettare il suo ulteriore percorso. Non è come un’unica fotografia istantanea. Ma dovrebbe, a mio avviso, essere più simile a una successione di fotografie, uno scatto multiplo, su cui provare a ragionare con l’alunno stesso.

“La valutazione deve nutrire”, secondo i maestri del WRW. E deve anche premiare chi ha provato a mettersi in gioco e a correre rischi.

Nel mio laboratorio, proprio per dare importanza anche al percorso svolto dai ragazzi, valuto due volte a quadrimestre il laboratorio stesso. Condividiamo una griglia che tenga conto degli atteggiamenti e delle caratteristiche che denotano un buon “stare” nella nostra comunità di lettori e scrittori. In questo modo, possiamo equilibrare il rendimento delle prestazioni con la cura e il perseguimento di obiettivi di carattere diverso, più legati alla partecipazione e all’impegno.

La valutazione è sempre un momento importante del lavoro del docente, forse il più difficile. Credo che si debba provare a rifletterci in modo serio e cominciare anche a riconsiderare l’idea che, in fondo, i voti non sono indispensabili. Per insegnare (il che non è per forza legato al dover valutare in questo modo) potremmo benissimo farne a meno.

Crediti fotografia copertina: Thomas Galvez

Il giorno della memoria: un approccio WRW

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Sabina Minuto e il metodo WRW: ricordare in classe il giorno della memoria, costruendo insieme ai ragazzi strumenti di pensiero.

Il 27 gennaio, il giorno della memoria, è arrivato. Non l’ho mai considerato una ricorrenza. Qualcosa da celebrare in classe, anzi. Nemmeno per nobili fini, che tuttavia comprendo. Troppe volte tutto è finito in retorica e la ricaduta didattica è stata zero. Da alcuni anni poi ho come percepito la sensazione che stiamo sbagliando. Stiamo sbagliando tutto.

Altrimenti non si spiega come a distanza di anni da quando è stata istituita questa ricorrenza in Italia, in realtà, le ragioni profonde che dovrebbero farci inorridire di fronte a fenomeni simili non sono diventate patrimonio comune. Lo dimostrano ogni giorno fatti di cronaca noti o meno noti.

Una mia cara collega mi raccontava tempo addietro di come un suo alunno lo scorso anno abbia dimostrato insofferenza verso la visione dell’ennesimo film sui campi di sterminio. Ha detto che non ne poteva più di vedere e sentire ogni anno le stesse cose.

Ecco, questo per me è un segnale che i docenti dovrebbero cogliere.

Si rischia di ottenere con narrazioni ripetute e poco meditate questo effetto. Non è certo colpa dello studente. È colpa credo di come in questi anni abbiamo lavorato (forse male) su questo argomento.

In questa settimana di gennaio, in tutte le mie tre classi faremo un’immersione” in stile WRW. Unendo lettura e scrittura, italiano e storia, comprensione del testo e strategie argomentative.

Ecco alcune delle attività da fare in classe per il giorno della memoria
  • Lettura dei testi con cui alcuni miei alunni hanno vinto un concorso tre anni fa, usando come testo mentore anche l’albo illustrato “L’albero di Anne”. Si tratta di testi semplici ma incisivi. Storie di donne nei campi di sterminio e storie di oggetti di Anna Frank. Ci avvicineremo così all’argomento.
  • Lettura dell’albo illustrato “La storia di Erika” dove è evidente (anche nelle tavole) la dicotomia vita/morte.
  • Schema a Y e molte domande.
  • Nessun film quest’anno. Non ne posso più. Nemmeno foto dei campi. Se ne vedono troppe già in giro. L’abuso non aiuta. Invece filmato originale del processo Eichmann. Senza troppe parole di introduzione. Userò la routine suggerita dal testo Making thinking visible che sto studiando da un po’, STW: cioè guarda/pensa/fai domande o supposizioni in modo da rendere il pensiero degli studenti visibile e scritto su carta per step successivi.
  • Consegna di qualche estratto originale dal testo di Hannah Arendt “La banalità del male” e lavoro con la routine del sottolineare le tre frasi che: ti stupiscono, ti ricordano, ti fanno venire in mente una domanda.
  • Quick write su una frase scelta da quel testo.
  • Letture (brevi e scelte sul momento a seconda dell’umore della classe) dal libro della Segre e dal libro di Primo Levi “I sommersi e i salvati”.
  • Infine share time strutturato, dal titolo “La linea di confine”, ovvero: da che parte stiamo? Dove sta il male? Come è potuto succedere tutto ciò? (che nelle terze ci sta a pennello perché sto lavorando sul concetto di frontiera dall’inizio dell’anno). In quinta sarà esercizio di scrittura (3 paragrafi) per l’esame.

Sono pronta a imbattermi anche in affermazioni spiacevoli o immotivate, tipiche dei ragazzi che non sanno accettare sfumature o non conoscono a sufficienza cosa successe o hanno visto solo e sempre “La vita è bella” e “Il bambino con il pigiama a righe”. Bei film (a me non sono piaciuti ma non vuol dire) che però non costruiscono pensiero o almeno non bastano a costruirlo.

Io credo che dobbiamo alzare un po’ l’asticella e chiedere di più ai ragazzi. Credo che occorra farli pensare. E per farli pensare occorre costruire strumenti di pensiero.

So già quale sarà la connessione iniziale della mia ML sul processo Eichmann:

“L’11 aprile 1961 fu per il mondo una data storica. Non perché sono nata io, ma perché iniziò in Israele un processo che avrebbe cambiato per sempre la storia della Shoah e degli ebrei dello stato di Israele e del mondo”.

E poi via a leggere e a collegare lettura e scrittura. Perché, come sostengono anche studi recenti, scrivere da ciò che si legge o di ciò che si legge aiuta la comprensione. E noi, credo, proprio di comprendere abbiamo bisogno. O di rassegnarsi alla non comprensione come frutto però di un lavoro collettivo alla ricerca del significato condiviso in una comunità di persone che leggono e scrivono insieme.

Strategie didattiche del WRW: lo schema a Y

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Sabina Minuto ci racconta del metodo WRW e dello schema a Y: un organizzatore di pensiero e non solo.

“Lo studio di strategie letterarie e dei  componenti (del testo) non deve essere autoreferenziale e fine a se stesso, ma deve offrire un ulteriore supporto per la relazione fra la letteratura e chi legge. Il nostro obiettivo non è quello che gli studenti identifichino trama, personaggi…. ma piuttosto quello di aiutare i lettori a usare queste strutture letterarie per costruire interpretazioni approfondite e più ricche sui testi letterari che incontrano”.

(Frank Serafini “Lesson in comprehension” Heinemann 2004)

Qui sopra ho citato un passo da uno dei testi base per costruire  un laboratorio di lettura secondo il metodo del WRW. Ora leggete qui.

“Il gusto per la lettura resta un obiettivo primario dell’intero percorso di istruzione, da non compromettere attraverso una indebita e astratta insistenza sulle griglie interpretative e sugli aspetti metodologici, la cui acquisizione avverrà progressivamente lungo l’intero quinquennio, sempre a contatto con i testi e con i problemi concretamente sollevati dalla loro esegesi. A descrivere il panorama letterario saranno altri autori e testi, oltre a quelli esplicitamente menzionati, scelti in autonomia dal docente, in ragione dei percorsi che riterrà più proficuo mettere in particolare rilievo e della specificità dei singoli indirizzi liceali”.

(Indicazioni nazionali per i Licei . Licei! Avete letto bene!)

Non stiamo parlando o leggendo della stessa cosa? Non si sta forse sostenendo, negli stessi due testi, che la comprensione vera di un testo non è la semplice individuazione di elementi base, precostituiti da docenti o più spesso da antologie?

Che per scendere in profondità nella lettura e appropriarsi di strumenti di consapevolezza e comprensione non servono o non bastano “astratte griglie interpretative”?

Quante delle mie lezioni passate si basavano solo su questo! Ora il WRW ha cambiato del tutto il mio approccio anche all’insegnamento della letteratura. Ho imparato ad usare, fra i tanti, due strumenti importantissimi.

Di uno di questi, che oramai è molto conosciuto, vorrei parlare. Lo uso sempre. I miei studenti oramai lo conoscono a menadito. Anche nelle lezioni di storia ha trovato il suo spazio e lo uso in  pratica ogni volta che ho bisogno di farli pensare, cioè sempre. Si tratta dello schema a Y.

Gli statunitensi hanno un enorme pregio: sono concreti. Io lo trovo fantastico. Anche nelle loro lezioni, a scuola, non si perdono tanto in ciance, ma elaborano ed usano strumenti grafici di supporto al pensiero: i graphic organizers.

Lo schema a Y è uno di questi. È banale a pensarci bene. Visto a posteriori, dopo l’uso di anni, mi viene spesso da chiedermi perché io non ci abbia mai pensato prima. Perché, in fondo, cosa rende “ buona” una scelta didattica? La capacità di in-segnare a tutti in modo profondo, di essere incisiva, pratica, utile. Lo schema a Y fa tutto questo. In pratica serve a suddividere lo spazio del foglio in tre parti. In ognuna di esse poi si scrivono (annotano) tre elementi diversi: connessioni, impressioni, domande.

Ora, a pensarci bene, sono proprio le tre procedure mentali che il nostro cervello mette in atto durante una lettura profonda come ci dimostrano le neuroscienze ( vedi il fondamentale testo di Marianne Wolf “Lettore vieni a casa”).

In pratica mentre si legge ognuno di noi applica questi meccanismi di comprensione base: si fa domande, attua connessioni con la sua esperienza personale ( di vita e di lettore), rimane stupito o “impressionato” da alcuni passaggi, da alcuni vocaboli, da alcune sfumature o dettagli. Quello che conta, tuttavia, è esserne coscienti e saperne prendere nota e ragionare poi insieme con altri lettori nella comunità della classe. ( una vera, in questo caso, pungola comunità ermeneutica). Quello che conta dunque è anche insegnare davvero la meta cognizione.

Per esperienza so che all’inizio non è affatto semplice. Non a tutti riesce di annotare. Specie fra i miei studenti che sono poco allenati al pensiero astratto. Così, negli anni, ho modificato il mio modo di proporre lo schema a Y. Ora, inizialmente, lo propongo a tappe. Faccio tre ML singole per ogni “buco “ da riempire e modello su di me il loro lavoro. Uso moltissimo il “thinking aloud” (di cui parlerò in altro articolo) per mostrare loro come io procedo per completare il mio personale schema a Y. Una volta le domande (“dal testo o dalla testa”), una volta le connessioni (mondo/ io/ altri testi) una volta le impressioni che per lettori fragili sono sempre la parte più complessa.

Dopo anni di esperienza devo dire che questo approccio funziona. Certo non è una bacchetta magica. Ma quanta differenza con le mie astratte lezioni di una volta! Quanta più comprensione vera.

Il miracolo, chiamiamolo così, avviene quando lo schema diventa proprio di ogni alunno che lo rielabora in modo personale. Allora io posso vedere davvero la differenza: prima tutto passava sulle loro teste, inesorabilmente lontano e poco interessante. Ora invece anche gli studenti sono padroni della interpretazione di quello che leggono. Riescono a farsi domande sul testo da soli, a condividerne i risultati a discuterne. Riescono a scrivere dai testi riflessioni personali. Riescono a trovare tantissime connessioni.

Quando leggo ad alta voce lo schema a Y campeggia sui quaderni. Spesso le connessioni affiorano così potenti che i ragazzi stessi interrompono la lettura gridando: “Prof! Mi è venuta una connessione!”.

Allora ognuno di noi, comunità di lettori e scrittori, scrive per qualche minuto (tecnica del quick write) oppure semplicemente condivide ciò che ha pensato con la classe. È sempre un momento molto importante iniziare una discussione vera da un testo letterario.

Intendo con il vocabolo “vera”, una discussione frutto di pensiero originale non mediato dalle solite pagine studiate a memoria della storia della letteratura. Pagine che quando va bene sono ripetute sufficientemente a memoria, quando va male non sono nemmeno acquisite e ripetute perché non capite o estranee.

Ultimamente, ad esempio, sul canto III dell’Inferno di Dante le domande scaturite sono state moltissime. E anche le connessioni. “Perché Dante sviene?”. Oppure: “Perché Virgilio ha sempre il ruolo di difensore di Dante?”. O ancora: “Perché Caronte non ha l’aspetto di un diavolo tradizionale?”.
E via dicendo.

Le hanno fatte loro, queste domande. E ci hanno portato, ad esempio, a cercare sul telefono la foto dell’affresco del battistero di Firenze sul Giudizio Universale e a fare una piccola ricerca iconografica. Ci hanno suggerito anche altre connessioni con il nostro immaginario collettivo e non sulla figura del diavolo. Io non avevo pensato in precedenza ad approfondire questo aspetto. Sono i ragazzi che mi hanno guidato a farlo.

Insomma lo schema a Y è molto potente. È davvero uno strumento di pensiero efficace. Lo uso oramai anche in storia dopo la lettura ad alta voce e la visione di brevi video alla Lim. Lo uso in pratica sempre.

Ritornando a quanto scritto sopra, credo davvero di essere in linea con le indicazioni nazionali. C’è solo una piccola differenza: io non insegno in un liceo ma in un istituto professionale. Forse che i miei studenti hanno da invidiare qualcosa agli altri? O forse è che a loro la Divina Commedia non serve a nulla? Non credo proprio.

Basta allontanarsi da “astratte griglie interpretative”. Del resto io chiamo la mia scuola il Liceo del lavoro.

Crediti foto: Lubomir Simek

Inchiesta su Dante: la Divina Commedia al professionale

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Sabina Minuto porta Dante e la Divina Commedia nella sua terza meccanici all’Ipsia di Savona. Ecco come sta procedendo…

In terza meccanici e nella mia nuova terza di manutentori elettrici ( con più circospezione essendo poco conosciuta) ho iniziato il mio percorso su Dante. Le prime domande che mi sono posta prima di partire sono state: perché penso che i miei studenti debbano leggere Dante? Cosa voglio ottenere? Da dove partiamo? Credo che Dante sia una lettura per tutti e di tutti (come direbbe Munari). É per tutti perché a nessuno può essere negato almeno l’avvicinarsi al poema, alla sua potenza espressiva. Dante ci parla ancora oggi come nel XIV secolo parlava ai suoi concittadini, contemporanei, amici e anche nemici. É anche DI tutti Dante. Ossia un’opera che costruisce valori comuni, contiene moltissime parole della lingua italiana di oggi, é stata già dall’inizio un best seller, un’opera letta, commentata, studiata, diffusa. Dante quindi deve arrivare anche da noi, nel mio istituto professionale.

E come ci deve arrivare? Come fa dire Salinger al suo Giovane Holden: Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira.. Per me la letteratura (tramite il WRW) è questo: leggere come esperienza di vita, come diceva Rodari. Se no non è. Questo non vuol dire non costruire contesto, ma scoprirlo se mai insieme agli studenti con un percorso inchiesta. In più ho deciso anche un percorso a tema: tratteremo quest’anno tutta la letteratura per indagare il valore e i significati del termine “frontiera. Dante avrà molto da dirci su questo. Ne sono sicura. Quindi siamo partiti.

L’inchiesta è iniziata con la raccolta degli indizi: tutto quello che so su Dante. Ho usato un brainstorming alla lavagna e la tabella KWL (cosa conosco, cosa vorrei sapere, cosa ho imparato) completata in divenire. Gli studenti sanno molte cose di Dante. Alcune precise, altre confuse.Ho lottato sulla datazione costruendo poi con loro una linea del tempo dove abbiamo calcolato quanti anni ci separano da lui e collocato i tre grandi del ‘300. Ho usato una minilesson inchiesta: nel tempo frontale ho impostato la traccia delle domande a cui trovare risposta. Poi nel tempo individuale ho lavorato a coppie con il cellulare per cercare risposte. Li ho lasciati abbastanza liberi di andare per tentativi. Sono stati bravi. Nella condivisione finale hanno esposto le loro evidenze.

Quindi abbiamo interrogato alcuni testimoni: ho fornito loro testimonianze di Boccaccio (testimone oculare) e di Roberto Benigni. Abbiamo anche interrogato un ritratto di Dante e osservato la sua tomba a Ravenna. Qui ci é stato utile lo schema a Y: trovare connessioni, impressioni, domande è fondamentale. Tutto è stato registrato sul quaderno taccuino. A questo punto ho introdotto una nuova e diversa forma di testimonianza: il video. Come in tutte le inchieste avevamo un filmato. Certo non dell’epoca. Fra i tanti ho scelto quelli della Divina Commedia in HD che trovo completi e facili, disponibili su YouTube. Hanno anche bellissime illustrazioni dell’epoca o posteriori . L’idea infatti é di lavorare molto sulle fonti iconografiche perché per i miei studenti vedere è imparare.

Ricostruito un contesto di domande e risposte ci siamo soffermati molto sull’esilio e sui problemi di Dante politico. Ai ragazzi interessava capire perché non fosse mai tornato a Firenze. É arrivato poi il momento di addentrarci nel testo: tutto il canto primo è stato letto da me ad alta voce. Non credevo, ma erano interessati. Si è aperto ai loro occhi e ai loro orecchi (vedere con le orecchie come dice Friot) un mondo intero: l’abisso dell’Inferno. La lettura é sempre stata mediata da me con grande negoziazione dei significati. Ci siamo soffermati sulle fiere, la selva, il colle: la spiegazione dell’allegoria è nata naturalmente. Ci sono arrivati da soli.
Ognuno poi ha deciso quale peccato rappresenta invece per lui la fiera in oggetto

Abbiamo steso un quickwrite partendo dalla presentazione di Virgilio: presentiamoci come Dante presenta il suo maestro: senza nominarlo.
Il tema del percorso sulla frontiera si sta delineando in pratica da solo: Virgilio è morto? Sì. Dove lo colloca Dante? Nell’inferno. Ma lo chiama maestro e autore, lo stima, lo considera un modello. Perché allora? Dove passa la sua linea di frontiera fra il giusto e l’ingiusto? È venuta automatica la connessione con il racconto di FabioGedaLa cosa giusta” (contenuto in “La fuga” ed. Il Castoro) letto infatti come preparazione e avvicinamento.

Adesso stiamo preparando lo speach: in un tempo di tre o cinque minuti ognuno di loro mi deve presentare quello che sa e vuole dirmi di Dante. Scopo: convincermi che sa molte cose, tutto se possibile ciò che abbiamo fatto. Appronteremo insieme una griglia di valutazione. Proprio oggi abbiamo steso una tabella fatta da loro con i punti salienti da toccare. Io ho solo chiesto di evitare inizi banali e libreschi. Mi devono interessare all’argomento non annoiare. Il resto sarà affar loro. Ho fatto per prima io il mio (modeling) e ne farò un altro diverso. Loro nel tempo di lavoro indipendente si eserciteranno a coppie

È un lavoro duro per i miei studenti a cui spesso difetta non lo studio, ma lo strumento per esprimersi. Lo troveranno piano piano. Intanto oggi, come laboratorio di scrittura, ognuno ha scelto quale secondo lui è il peccato più grave e illustrato perché. Cinque minuti di scrittura veloce ma molto intensa. La falsità impera. Nessuno sopporta il non essere sincero di qualcuno. Il tradimento anche, specie degli amici. Ecco qui. Il nostro Dante è planato in 3 B meccanici ed elettrici. Ancora parecchia strada c’è da fare. Ma abbiamo iniziato l’inchiesta e non la lasceremo a metà.

Nuova maturità: in classe, immaginando un orale possibile

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Sabina Minuto all’Ipsia di Savona ha lavorato quasi solo con il metodo WRW e i suoi studenti affrontano la maturità. Le sue speranze, i suoi timori

Il 19 Giugno iniziano gli esami di maturità. È anche il mio esame, in fondo. Per la prima volta affronto un impegno così oneroso avendo lavorato quasi solo con il metodo del Writing Reading Workshop. Non è l’anno buono? O lo è? Tutte queste novità dell’ultimo secondo (oserei dire) sono un’opportunità per noi o una condanna? Che cosa temo? In cosa invece confido? Andiamo con ordine. Cambiare in corsa non è mai bello. Cambiare in corsa senza idee chiare è difficile. Cambiare in corsa senza ancora avere avuto al 30 maggio indicazioni certe sull’orale dei ragazzi (nemmeno l’USR ce le ha date) è una pazzia.

Detto questo io per natura sono per trovare soluzioni non per esasperare problemi che, in ogni modo, non ho creato io.

Quindi non mi sono mai disperata ma rimboccata le maniche. Questo nuovo esame a me (che cerco di lavorare su competenze non su presunti programmi) non dispiace. Anzi. Obietto solo che forse sarebbe stato il caso di prendere tempi più distesi e spiegarlo per bene a noi docenti in primis, e ai ragazzi. In secondo luogo ci sono incongruenze che vanno sanate e a cui credo dovrebbe mettere mano la singola commissione d’esame nella sua autorevolezza.

Cosa ho dunque fatto? È da settembre che in realtà io lavoro sulle immagini. In storia davvero funziona. Ci abbiamo pensato io e Grazia Amoruso di Bisceglie costruendo insieme percorsi e mini lessons per avvicinarli alla lettura e alla scrittura con un metodo che se non è WRW, poco ci manca.

Abbiamo cercato di dare ai ragazzi conoscenze fattive che diventino cultura condivisa e costruiscano pensiero

Abbiamo scritto tanto in classe: potenziando la fluency e lavorando per strategie, simulando sia io che gli studenti testi modello a cui fare riferimento. Questo lavoro ha cambiato davvero il modo di scrivere dei ragazzi. L’uso di testi mentore per me è davvero un grande punto di svolta. Analizzare, smontare, riscrivere è un modo per fare proprio e riprodurre. Le immagini rappresentano, per i nostri alunni con così tanti problemi nell’esposizione orale, un buon punto d’appoggio.

Avendo poi scoperto la questione delle tre buste mi sembrava di essere stata previdente. Ma qui tutto si è complicato: cosa ci debba stare dentro le buste nessuno credo lo abbia tanto chiaro. La norma è stata interpretata così tante volte in modi diversi che mi sono sentita persa. Non ho voluto agitare i ragazzi più del dovuto e quindi è da un po’ che cerchiamo di immaginarci un orale possibile. Io non credo che debbano “sapere tutto” come dicono i colleghi. Credo che debbano orientarsi usando competenze acquisite. In realtà questo orale dovrebbe addirittura semplificate non rendere difficoltoso il percorso.

Ma c’è un enorme problema: è un orale che dà per scontate le competenze o meglio che tutti abbiamo lavorato così. Non è vero. Vuoi per affezione a didattiche tradizionali, vuoi per tipologie di discipline, vuoi per altri miliardi di motivi così non è. Io me ne accorgo in questi giorni: nelle simulazioni i ragazzi fanno molta fatica. pensano anche in modo profondo ma poi magari non sanno del tutto i contenuti. Fanno connessioni interessanti e sanno farsi domande, ma cadono se si arriva al nozionismo.

Chi interrogherà i ragazzi quest’anno avrà un bel dubbio da discernere: COME? Il mio dirigente ci ha più volte spiegato che non si devono fare domande disciplinari (!) ma solo invitare a creare collegamenti. Lo studente si muoverà da solo per dimostrare davvero la sua maturità. Sarà fattibile? Non lo so. Io non sono preoccupata in effetti. So come ho lavorato. Ancora oggi abbiamo fatto l’ipotesi di trovarci di fronte alla foto del muro di Berlino e da lì i ragazzi hanno argomentato arrivando a Trump, i muri metaforici e fisici, i limiti, e altre idee interessanti. Basterà? Non lo so. Davvero non lo so. Credo non lo sappia nessuno.

Di una cosa sono sicura: io ho lavorato per l’esame ma a mio modo. E il mio modo implica l’insegnare ad annotare sempre nello schema a Y: impressioni, connessioni, domande. Sempre. Vedremo i risultati. So che sarà durissima. Che ci saranno sorprese anche negative. Rimpiango tanto di non aver avuto più tempo. Per il resto aspetto a vedere prima di dare un giudizio. E intanto cerchiamo di portarli tutti all’esame perché « la scuola pubblica li promuove tutti perché li prepara tutti” ovviamente ognuno a suo modo. Una riflessione che viene da lontano ma che dovrebbe guidarci ogni giorno nel nostro lavoro.

Writing Reading Workshop: la potenza del ricalco

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Il ricalco, scrive Sabina Minuto, ti obbliga a smontare un testo, conoscerne la struttura e rimodellarla sul pensiero o sentire personale. Non è parafrasare: é carpirne fino in fondo i segreti
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Se le cose di Anne potessero parlare…

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shoah
Alcuni elaborati della prima meccanici dell’Ipsia di Savona realizzati dopo il laboratorio di scrittura e lettura svolto in classe da Sabina Minuto, partendo da un albo illustrato e dal diario di Anne Frank

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