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Personaggi storici e contemporanei che fanno la differenza

Libro inclusivo: braille e non solo. Concludiamo l’intervista a Fabio Fornasari

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Quando si parla di libri inclusivi, non si parla solo di linguaggio braille: ecco la seconda e ultima parte dell’intervista a Fabio Fornasari, dedicata al tema del libro inclusivo.

No, un libro inclusivo non è solo un libro che riporta il linguaggio braille. Ne abbiamo iniziato a parlare in questo articolo, in compagnia di Fabio Fornasari, architetto e museologo italiano. Riprendiamo la piacevole intervista.

Che tipo di pensiero c’è dietro il suo progetto “Ninna nanna per una pecorella”? Qual era l’obiettivo?

Ninna Nanna non è solo una storia bellissima, molto importante proprio in questi giorni di cronache di guerra, ma è la storia che meglio mi permette di spiegare l’importanza di questo progetto. Libri tattili dedicati al cieco ce ne sono, lo sappiamo. Il lavoro della Federazione ProCiechi è importante perché attivano la dimensione immaginativa, avvicinano la bambina e alla bambina alla curiosità tattile. Come dice Paola Gamberini, responsabile dello SCE, il Servizio di Consulenza Educativa dell’Istituto dei Ciechi Cavazza:

toccare non è un’abitudine, ma ci si deve abituare a toccare. Le mani, per diventare intelligenti, devono essere educate ad un’esplorazione ordinata, finalizzata, intenzionale.

Ma con Ninna Nanna per una pecorella abbiamo voluto mostrare una seconda questione: il bisogno di condividere gli stessi immaginari. Non basta fare toccare ma serve fare entrare negli immaginari, condividere i mondi e i personaggi che vengono creati dagli autori e dagli artisti, dagli illustratori. Fare entrare nelle variazioni delle emozioni che gli albi illustrati propongono. L’albo Ninna Nanna apre su una tavola che ha due colline e una stella luminosa in cielo. È l’ultima immagine disegnata del Piccolo Principe, la storia di Saint-Exupéry. Il libro che apre con il narratore nel deserto al quale viene chiesto di disegnare una pecora.

“Ninna Nanna per una pecorella” non solo è importante per parlare di una storia di amicizia e di vero amore, una storia di accoglienza. È importante perché presenta una variazione sul tema dell’amore e dell’accoglienza. Frequentare queste  variazioni sono importanti per comprendere la complessità delle emozioni.

In merito a questo progetto, ha spiegato che è nata l’idea di affiancare alle traduzioni in braille un teatrino. Può dirci qualcosa di più a riguardo?

In passato ho fatto altri libri che condividevano il braille e i disegni a rilievo sulla medesima pagina. Già con il volume per Giunti-progetti educativi di Roberto Marchesini “I nostri amici animali” mi ero dedicato alla traduzione tattile. Sulla stessa pagina due codici non si ricalcano con precisione: lasciano lo spazio dell’incontro e del racconto che può nascere tra bambino vedente e non vedente. L’impianto tattile è differente perché usa una lettura differente. Genera uno spazio di incontro e di conoscenza consapevole.

Nel 2019, nell’occasione di “Boom Crescere nei libri”, abbiamo ospitato nell’atelier del Museo Tolomeo la signora Mitsuko Iwata della Biblioteca Furerai. È stata l’occasione per mettere a confronto la nostra esperienza di laboratorio e di traduzione del libro con la loro lunga e importante esperienza.

Mitsuko Iwata è non vedente, madre. Il suo obiettivo è offrire al genitore cieco uno strumento per poter leggere al bambino il libro illustrato, per garantire al genitore che non vede la possibilità di leggere con il figlio una storia, condividerla e crescerci insieme al suo interno. Questa relazione è importante per la Biblioteca Furerai, al pari della storia letta.

Nel tempo con l’atelier Tolomeo avevamo tradotto diversi libri pensati per offrire al bambino una dimensione immersiva, tridimensionale e multisensoriale. Oggetti dove fare leggere con le mani, prendere, spostare, mettere.

Oggetti da comprendere e da disporre sul tavolo, da mettere in azione con le mani.

Il libro diventa una scatola che contiene una narrazione che esce dal libro, si spazializza e si fa materica. Il libro si mette in gioco, diventa il libro-in-gioco.

La storia può essere riletta e riscritta attraverso il teatrino: “beh, se la pecora non ha paura della lupa allora è la lupa che ha paura della pecora”. Il bambino prende il la figurina della lupa, le fa voltare le spalle alla pecora e la fa correre lontano, fuori dal teatrino.

Non è un Kamishibai, non c’è il narratore in fronte allo spettatore. Sono tutti dentro lo spazio della lettura: il genitore legge con le dita, il bambino che ancora non usa alcun alfabeto, alcun codice, sperimenta con la mano, con le mani, con il corpo la narrazione. La solidifica attraverso l’esplorazione e l’esercizio del proprio corpo.

L’obiettivo finale è arricchire di possibilità immaginative. Dare la possibilità di comprendere e immaginare, di emozionarsi. Come dice ancora Paola Gamberini:

per chi non vede le mani sono una meravigliosa porta sul mondo. Toccare è una forma di appropriazione attiva, contatto diretto con la cosa senza bisogno, almeno immediatamente, dell’intervento interpretante della parola. L’approccio tattile trasmette la percezione confortante della permanenza e non evanescenza degli oggetti. Si entra così in contatto con la consistenza e resistenza dell’oggetto, che ci modifica a ci mette in gioco.

Per questo motivo è importante fare un teatro, fare teatro, farsi attori del teatrino in relazione con l’albo (e anche noi ne avevamo parlato qui!)

Lei è anche direttore scientifico del Museo Tolomeo, che ha fondato con Lucilla Boschi nel 2014 nell’Istituto dei Ciechi Francesco Cavazza. Cosa trova il visitatore, quando varca la soglia del museo?

Una Wunderkammer, un atelier e una stanza multisensoriale.

La Wunderkammer è il primo spazio per la città, il gabinetto delle curiosità dove scoprire cosa è accaduto da quando Louis Braille ha creato il codice che porta il proprio nome. È la stanza dove conoscere una storia di 140 anni di costruzione di opportunità di autonomia, uno spazio dove si accumulano cose che sono state usate nell’istituto.

L’atelier Tolomeo è dove mettere in gioco le conoscenze, le pratiche nella relazione di gruppo: laboratori con più persone, classi. È il luogo di una osservazione partecipata e relazionale. È anche il tavolo anatomico che smonta la complessità per ricomporla in una chiave più comprensibile anche per la percezione aptica.

La stanza multisensoriale è lo spazio in continua trasformazione che prende l’impronta di chi l’attraversa. Uno spazio “responsive” che lavora con la pluridisabilità, sulla relazione del bambino e della bambina nella relazione con la famiglia. Uno spazio in continua trasformazione.

Fonte foto di copertina qui

Libro inclusivo: quattro chiacchiere con Fabio Fornasari.

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Cos’è un libro inclusivo? È un libro “che si mette in gioco”: parola di Fabio Fornasari, architetto e museologo italiano, esperto nel raccontare storie attraverso speciali installazioni. Scopriamone di più!

Sul tema del libro inclusivo abbiamo fatto 4 chiacchiere con Fabio Fornasari, architetto e museologo che si occupa della costruzione di dispositivi per mostrare e raccontare storie di valore, utilizzando progetti e installazioni museografiche, e ambienti di apprendimento. Ecco la prima parte della nostra intervista!

Conosciamo tutti l’enorme valore e potere che risiede nelle storie. Come diceva Roland Barthes “non esiste un popolo senza racconti; il racconto è là come la vita”. Possiamo dire che il suo lavoro – pensando ai libri inclusivi – è espressione massima di questo concetto, volendo lei allargare il più possibile il pubblico fruitore di tali storie?

Vero. Siamo immersi nei racconti, ne abbiamo bisogno come abbiamo bisogno dell’aria e dell’acqua. Ci nutriamo di storie, come il cervo si disseta alla fonte. Il tema è la fonte, potervi accedere. Renderla accessibile per condividere storie, racconti.

Lavorare sui codici, sui linguaggi che ci permettono di arrivare a comprenderle, farle nostre e poterle raccontare. Ce ne accorgiamo già da bambini, noi stessi. Tutti abbiamo letto libri guardando solo le figure. Leggevo i fumetti del fratello o della sorella più grande guardando le sole figure. Non so se ero realmente in grado di far coincidere la mia lettura con l’intenzione dell’autore. Anche una sola parola dell’adulto che passava mi permetteva di avvicinarmi alla trama, al senso del “giornalino”, per poi riallontanarmene verso una mia personale lettura, tra il trovare e il cercare. Variazioni sul tema dello stesso libro.

Ma non è così che si leggono gli albi illustrati? Non è così che si legge? Lasciando spazio alle libertà associative, alle diverse possibili letture. Quindi è doppiamente vera la citazione di Roland Barthes: non solo leggendo ci dissetiamo del racconto, ma dentro di noi se ne forma uno tutto personale che risuona con la nostra vita, diventando noi stessi fonte per altre letture in una pratica immaginativa e di condivisione di immaginari. Questo è l’obiettivo del mio lavoro.

Nella sua biografia si legge “Costruisce dispositivi per mostrare e raccontare storie di valore, utilizzando progetti e installazioni museografiche, e ambienti di apprendimento.” Può farci qualche esempio di progetti e installazioni che ha creato, e per raccontare quali storie?

Un passo indietro. Mi sono iscritto in una facoltà di architettura perché mi interessava il valore comunicativo del progetto, prima ancora del costruire cose. Mi sono iscritto a Firenze perché insegnavano gli architetti radicali che comunicavano il loro pensiero sul mondo attraverso metaprogetti e oggetti concettuali. Oggetti che creavano spazio al racconto del progetto e che portavano alla superficie il valore simbolico, i riferimenti che reinterpretano l’idea stessa del fare design. Ho poi seguito un corso di studi che mi ha spostato verso una museologia con un taglio curatoriale prima ancora che verso la museografia, la progettazione di contenitori per gli oggetti dell’arte.

In quegli anni ho compreso che tutto ciò che entra in scena all’interno di uno spazio espositivo assume un ruolo preciso che non è di natura tecnica ma culturale. Come per i sogni: tutto ciò che vediamo, tocchiamo, emerge per un motivo preciso. Non è casuale ma ha un significato in relazione alle nostre vite, ai nostri vissuti.

In fondo anche il sogno è racconto, entra sotto la nostra attenzione come qualcosa che non dipende da noi.

Come qualsiasi storia, anche il sogno è fatto di ambienti (mondi), di persone (characters) e ha uno svolgimento narrativo (la storia). Il sogno è un dispositivo narrativo che nasconde i propri significati mostrando. Abbiamo bisogno di un aiuto esterno per decodificarlo in relazione al nostro vissuto. Mettere le “maniglie”, creare le istruzioni d’uso per accedervi. Un’ installazione  museale è ugualmente un dispositivo narrativo che permette la comprensione mostrando. Fa emergere il senso dallo spazio intorno all’opera. È quindi una operazione culturale non tecnica.

Come illuminare un’opera: non è tecnica ma operazione culturale. La tecnica è un servizio, che va conosciuto, come un autore deve conoscere la tecnologia che usa: accendere un computer, salvare un file. Ma l’uso che ne faccio ha una dimensione espressiva che diventa linguaggio.

Quindi, a seconda di quello che devo fare, a seconda della richiesta o della mia ricerca continua, senza sosta, devo studiare i contenuti, devo studiarne la storia e i significati per trovare le “maniglie” concettuali che si traducono in scrittura scenica per aprire quei significati, per permettere l’accesso non solo con parole che spiegano ma anche con azioni sui  contenuti, come li mostro.

Smonto e ricompongo la complessità della storia in elementi utili per fare arrivare i concetti. Il dispositivo è quindi innanzitutto un ambiente che si compone di una serie di elementi, di spazi e oggetti, che permettono un’ interazione con chi li visita, si pongono in dialogo. Non vanno semplicemente guardati. L’ambiente offre una serie di esercizi di comprensione che stimolano domande. Un allestimento diventa così un ambiente dove cerco di creare la possibilità di sviluppare un apprendimento significativo, che stimola nella dimensione cognitiva e sensoriale, non dimenticando la parte emozionale per portare alla questione estetica.

Sembra complicato ma è così che funzioniamo: vedere, guardare, comprendere e infine emozionarci.

In sintesi: non progetto teche museali, ma spazi per sviluppare un’ esperienza significativa. Questo mi ha avvicinato al libro come luogo dove sperimentare linguaggi: in fondo anche un libro è spazio organizzato in un tempo che si sfoglia.

Se si pensa ad un libro inclusivo dedicato ad un pubblico non vedente o ipovedente, salta subito alla mente il linguaggio Braille; eppure, come lei ci insegna, un libro inclusivo è molto di più. Può spiegarci le sue caratteristiche?

Un libro inclusivo è un libro che si mette in gioco. Per questo, partendo dall’idea libro-gioco ho aggiunto quell’”in”: libro-in-gioco.

Il libro si mette in gioco perché si apre alla possibilità di essere letto creativamente e quindi anche essere riscritto, sovrascritto, con altri codici, linguaggi e alfabeti.

Al libro illustrato devo aggiungere un’ interazione tattile, un altro codice che mi permette di essere visto con altra modalità da quella visiva. Ma lo devo fare non solo pensando al bambino che non vede o che vede male. Tutti i bambini hanno libri tattili, libri che li aiutano a sviluppare una tattilità sensibile, capace di riconoscere anche solo toccando delle chiavi, per riconoscere e creare un proprio racconto. Bruno Munari sicuramente che porta nel mondo dell’infanzia quella curiosità di natura immaginativa che il novecento ha sperimentato con il libro d’artista.

Ma la tattilità che serve nella disabilità visiva non è solo evocativa: è interazione per una lettura di gruppo, per una lettura non solo in autonomia.

L’interazione tattile mi serve non solo per creare una possibilità di lettura per il cieco verso il libro, ma anche per creare quei rimbalzi tra due o più lettori che leggono inclusivamente il volume. Il libro illustrato è dedicato ai bambini ma anche ai genitori, alla famiglia. Oppure alla lettura a scuola. È un libro che viene letto insieme perché tutti notano dettagli che altri non hanno notato, significati nascosti.

Un libro illustrato formula la possibilità di sviluppare pensiero intorno al senso del racconto. Scritto dagli autori sono le persone insieme che leggendolo ne ampliano il racconto, lo completano. Tutte le persone coinvolte devono poter avere accesso al contenuto.

Ma chi è il cieco? Chi non può vedere? Il bambino? La bambina? Il genitore? L’educatrice o l’educatore? Se il cieco è il genitore?  Come fa a raccontare al bambino la storia se non può vedere cosa c’è sulla pagina? La figlia, il figlio, possono raccontargli le immagini ma se non sa ancora leggere non può accedere al testo. Per questo il libro lo devo arricchire di una serie di elementi, di scritte in braille che mi permettono di orientare nello spazio della pagina la lettura dell’adulto cieco. Devo permettergli di comprendere la storia e i significati attraverso patine che non sviluppano una tattilità precisa, materica ma solo geometrica, prossemica.

Sarà nella relazione con il piccolo o la piccola che potrà completare l’esperienza di lettura. Così la piccola o il piccolo, pur non sapendo leggere le parole scritte e non conoscendo i significati, è attraverso il dialogo con l’adulto che legge il braille che raggiunge il senso di quella lettura.

Se chi non vede è il piccolo o la piccola ha bisogna di attivare la sua capacità immaginativa con il teatrino, con uno spazio dove raccontare i personaggi resi tridimensionali immersi in una scenografia. A differenza del Kamishibai, non sta di fronte alla scena ma con le mani si immerge nella scena, studia i personaggi ed entra nei ruoli sperimentandoli con il gioco.

L’intervista a Fabio Fornasari sul tema del libro inclusivo continua nel prossimo articolo…

Foto di copertina tratta da https://fabiofornasari.net/

Le radiazioni invisibili dal sole: ne parliamo con Francesco Vissani!

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Abbiamo fatto una piacevole ed interessante chiacchierata con Francesco Vissani, esperto in materia di neutrini, in merito alle “radiazioni invisibili dal sole” Ecco come affrontare l’argomento anche in classe, durante l’ora di Scienze!

Prima di immergersi a capofitto nelle radiazioni invisibili dal sole, una breve presentazione del nostro illustre amico!

Nel suo lavoro di ricerca, Francesco Vissani studia con interesse quelle buffissime particelle chiamate neutrini. Docente a L’Aquila, Milano, Catania, Campinas (Brasile) e grande appassionato di divulgazione scientifica, qualche anno fa ha creato con successo il premio ASIMOV, dedicato alla cultura scientifica, (ne abbiamo parlato qui).

E adesso, ecco il contributo che ci ha gentilmente inviato Francesco!

Una notizia di attualità sul centro del sole

Una notizia apparsa nei mesi scorsi sui giornali di tutto il mondo riguarda i Laboratori Nazionali del Gran Sasso, ed in particolare l’esperimento BOREXINO.

Unico tra tutti, e la prima volta nella storia dell’uomo, questo esperimento è stato in grado di osservare nel dettaglio il centro del sole, la zona in cui l’idrogeno si trasforma in elio, permettendo al sole di emanare luce e calore.

Per dirla con una metafora: abbiamo fatto la TAC al sole, con la sola differenza che le sue dimensioni sono impressionanti: il suo raggio è  400 milioni di volte più grande dell’altezza di un uomo!

Abbiamo dovuto usare una particella stranissima per riuscire a vedere tanto a fondo: il neutrino. Chi fosse interessato a saperne di più trova in fondo all’articolo un paio di siti; nel primo si racconta un po’ la storia e di come ci siamo preparati a questo importante successo italiano; nel secondo c’è la notizia vera e propria, riportata dall’ufficio stampa dell’Istituto di Fisica Nucleare.

Ma proprio mentre ne sto scrivendo, non riesco ad evitare di chiedermi se, oltre a parlare di queste cose emozionanti ed un po’ futuristiche, fosse possibile introdurre dei discorsi del genere in classe, che non diano impressioni scorrette.

Le radiazioni invisibili esistono davvero!

Mi domando in particolare: è così difficile convincerci che esista davvero della radiazione invisibile all’occhio? Forse – mi vien da dire d’acchito – si può fare!

Per esempio, abbiamo visto tutti le cosiddette radiografie, quelle con cui si riesce ad osservare l’interno del nostro corpo. Queste immagini vengono ottenute adoperando i cosiddetti “raggi X”, scoperti alla  fine dell’ottocento. Certo, però non è proprio il caso di usarli in classe, sono pericolosi per la salute se usati senza perizia!

Sarebbe forse facile parlare di onde radio (che in fondo non vediamo, ma usiamo), ma come convincere gli studenti che ci sono davvero? Ci sono anche altre interessanti possibilità, basta tenere a mente la storia della scienza. In effetti, poco più di due secoli fa si scoprì che dal sole arrivano diverse radiazioni invisibili.

Questa scoperta avvenne utilizzando dei prismi di vetro: uno degli strumenti più istruttivi che esistano, a saperlo ben usare! Come molti sanno, infatti, il prisma, esposto alla luce del sole, produce un bell’arcobaleno di colori, che vanno dal rosso al viola.

Nel 1800 l’astronomo inglese William Herschel si accorse che, nella zona oltre il colore rosso, dove apparentemente non c’era niente, si produceva comunque un effetto di riscaldamento: raggi invisibili!

Poi, solamente un anno dopo, il fisico e chimico tedesco Johann Wilhelm Ritter notò che nella zona oltre il colore viola si produceva la trasformazione di certe sostanze chimiche, ad opera di qualche altro raggio invisibile.

In questo modo si capì che dal sole arrivano radiazioni che si estendono oltre quelle di colore rosso, dette “raggi infrarossi” (IR), utilizzati dai moderni visori notturni o da certi tipi di termometri.

Ma esiste anche della luce dalla parte opposta dell’arcobaleno, detta “ultravioletta” (UV) in quanto si estende oltre il colore viola.

C’è la radiazione UV-A (lunghezze d’onda 315-400 nm) che causa le abbronzature, mentre l’UV-B (280-315 nm) che è molto più dannosa per la nostra pelle, e che viene in gran parte assorbita dall’atmosfera. (Poi c’è l’UV-C e dopo ancora i raggi X, loro stretti parenti; ma per fortuna questi non passano il filtro dell’atmosfera!).

È possibile parlarne in classe?

Potrebbe essere divertente provare a rivelare qualcuna di queste `luci invisibili’ in classe. Nel caso, si noterà che i vetri non sono tutti uguali, e presentano assorbimenti diverse per le varie lunghezze d’onda.

Il vetro di regola assorbe in buona parte la radiazione ultravioletta, il quarzo invece non lo fa. Le radiazioni IR più vicine al visibile (780 nm-3_m) passano attraverso il vetro.

Io forse azzarderei la rivelazione della radiazione infrarossa… e da una veloce occhiata in rete, mi sembra che le possibilità di realizzare un’ esperienza del genere siano parecchie. Per esempio, si potrebbe iniziare a consultare la descrizione dei colleghi dell’Istituto Nazionale di Astrofisica che, cortesemente, hanno incluso anche i loro riferimenti per eventuali contatti.

Per saperne di più

Clicca qui per leggere come funziona il sole, oppure clicca qui se vuoi approfondire di più l’argomento!

Foto di copertina by Kamil Mehmood on Unsplash

Perché parlare di Zerocalcare agli adolescenti

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Con “Strappare lungo i bordi” Zerocalcare si fa portavoce di paure e fragilità di un’intera generazione, portando alla luce temi importanti e delicati da affrontare in classe.

Come scriveva nel giugno del 2019 Cinzia Sorvillo su Occhiovolante:

Gli adolescenti hanno paura: paura di sbagliare, paura di essere giudicati, paura dei compagni, paura di non farcela… paura di vivere!

In quell’articolo si parlava di ciò che può spingere un adolescente al suicidio, e ci è tornato subito alla mente dopo aver visto, e apprezzato, la serie di Zerocalcare “Strappare lungo i bordi”, disponibile su Netflix.

Sei puntate da 20 minuti l’una in cui non fare il cosiddetto binge-watching è decisamente impossibile, dal momento che la fine di ogni episodio chiama a gran voce l’immediata messa in onda del seguente.

La trama

Vero e proprio manifesto di una generazione (quella nata tra gli anni ’80 e ‘90), Strappare lungo i bordi è di fatto un viaggio che il protagonista Zero compie alla ricerca di sé, cercando di capire come affrontare una vita aimè non controllabile, neppure tentando di seguire una linea pre-tagliata: il risultato, infatti, è di andare sempre e comunque incontro a fuori programma e lacerazioni.

Zero è accompagnato dalla sua coscienza, un Armadillo che è l’unico – e non a caso – a non essere doppiato dallo stesso Zerocalcare, ma dall’attore Valerio Mastandrea, che non perde occasione per sottolineare le incongruenze e i passi falsi del giovane protagonista.

A far da spalla a Zero la dolce Alice, la ragazza di cui si innamora a prima vista ma – proprio perché bloccato in uno stallo che non gli permette alcun tipo di iniziativa – finge di ignorarne i segnali di interessamento.

Del resto, secondo Zero, non fare niente protegge da qualsiasi eventuale fallimento; vero è , però, che impedisce anche la nascita di un rapporto vero e profondo.  

Infine troviamo gli amici Secco e Sarah, compagni di viaggio non solo metaforico, ma anche fisico di Zero, diretti nel posto in cui in assoluto nessuno dei tre, il protagonista in primis, vorrebbe andare (e qui evitiamo spoiler!).

Perché vedere Strappare lungo i bordi

Si ride, si piange, si viene assaliti da una malinconia assoluta, e si tocca con mano quel profondo senso di inadeguatezza e di fragilità propri della generazione nata a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, oggi adulta e che si ritrova senza punti di riferimento forti. Afferma lo stesso fumettista, a proposito della serie:

Ci hanno insegnato fin da bambini a seguire la linea tratteggiata, a strappare lungo i bordi predefiniti seguendo una strada già stabilita, ma se questo metodo non funziona? Se la linea tratteggiata si perde? Se si sbaglia qualcosa in questo delicato processo, poi che succede?

Nei 6 episodi sono molti i temi (molto contemporanei) trattati: dalla violenza sulle donne al dramma del suicidio, passando per il problema della ludopatia online. Assistiamo poi ad una critica velata al patriarcato, alla precarietà nel mondo del lavoro ma anche a quella esistenziale, tocchiamo tutte le corde della fragilità psicologica e passiamo in rassegna gli stereotipi sociali.

Per questo la serie merita di essere vista – e qui ci rivolgiamo agli insegnanti – anche insieme alla classe, per dibattere e sviscerare tutti questi temi, analizzarli e, tornando all’incipit di questo articolo, far capire ai ragazzi che di fronte a tutte le loro paure, non sono soli.

Che, come ci insegna Zerocalcare, con una buona dose di ironia e saggezza questo mondo può essere affrontato senza venirne sopraffatti, e che se anche a volte lascia delle cicatrici più o meno profonde, la vita è una cosa bella.

Premio Asimov: via alla 7° edizione!

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Torniamo a parlare dell’interessante Premio Asimov, dedicato all’editoria scientifica divulgativa, che vede come protagonisti attivi migliaia di studenti italiani!

Abbiamo già avuto modo in passato di parlare con piacere del Premio Asimov (trovi qui l’articolo), riconoscimento riservato ad opere di divulgazione e di saggistica scientifica particolarmente meritevoli, unico nel suo genere per il meccanismo stesso con cui le opere vengono premiate.

Il premio Asimov, infatti, vede come protagonisti sia gli autori delle opere in lizza – 5 per la precisione – che migliaia di studenti italiani, i quali sono chiamati a decretare il vincitore con i loro voti e le loro recensioni, che a loro volta sono valutate e premiate!

Perché questo premio?

Il Premio, intitolato allo scrittore Isaac Asimov, autore di un impressionante numero di opere di divulgazione scientifica oltre che di svariati romanzi e racconti, desidera avvicinare le giovani generazioni alla cultura scientifica, attraverso la valutazione e la lettura critica delle opere in gara.

Francesco Vissani è il fisico che ha avuto l’idea di istituire questo premio, ispirandosi ad analoghe iniziative della Royal Society. Inizialmente istituito dal Gran Sasso Science Institute (GSSI) dell’Aquila, grazie alla collaborazione dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) e di molte altre realtà scientifiche, si qualifica oggi come Premio di livello nazionale!

Interessante, vero? Ecco come funziona!

Gli studenti recensiscono una o più opere di divulgazione scientifica selezionate (pubblicate negli ultimi 2 anni), votando quella che secondo loro è la migliore. Inoltre, gli studenti stessi diventano anche concorrenti, in quanto tra tutte le recensioni inviate il Comitato Scientifico premierà le più meritevoli.

L’attività di lettura, analisi e recensione delle opere in gara può essere riconosciuta ai fini dell’attribuzione di crediti formativi, e come percorso per le competenze trasversali e per l’orientamento!

E gli insegnanti?

Gli insegnanti hanno un ruolo fondamentale! Non solo nell’organizzazione del lavoro in classe, riguardo alla scelta del metodo di lavoro sulle opere in concorso, ma in quanto coinvolti nel Comitato Scientifico che seleziona le recensioni migliori.

Da chi è composto il Comitato Scientifico

Docenti, ricercatori, scrittori e giornalisti provenienti dagli Istituti Superiori coinvolti nel progetto, ma anche importanti realtà scientifiche e culturali nazionali, come INFNCNRRadio3Scienza, ALI e CICAP: sono molti gli attori che entrano in scena, nel Comitato Scientifico!

7° edizione: le opere in gara!

Scopriamo dunque la cinquina delle opere che si contenderanno l’edizione 2022 del Premio Asimov:

Scuole, docenti e studenti potranno iscriversi al Premio Asimov entro il 10 febbraio 2022, e gli studenti potranno inserire la propria recensione entro il 24 febbraio 2022.

Di seguito un video con tutte le informazioni del Premio Asimov, con riferimento alla passata edizione.

Il Premio Asimov al 107° Congresso Nazionale della Società Italiana di Fisica

Maggiori info qui!

Foto di copertina by Thought Catalog on Unsplash

Green Action Squad: uno stile di vita più sostenibile è possibile, parola di FRoSTA!

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Cosa possiamo fare per l’ambiente? Lo scopriamo con FRoSTA e la campagna educativa Green Action Squad. 4 Challenge per salvare il pianeta.

FRoSTA srl, società italiana dell’omonimo gruppo tedesco di prodotti surgelati, e Librì Progetti Educativi, hanno portato nelle scuole l’importante tema dell’eco-sostenibilità, grazie alla campagna educativa Green Action Squad. Ne parliamo con Gianluca Mastrocola, Amministratore Delagato di FRoSTA Italia, che ci svela non solo quanto il tema della sostenibilità stia particolarmente a cuore all’azienda, ma anche quanto questa reputi le giovani generazioni la più grande risorsa a cui dare ascolto.

Gianluca Mastrocola, Amministratore Delegato FRoSTA

Cosa significa, per FRoSTA, “sostenibilità”?

Oggi tutti parlano di sostenibilità, ma per noi sostenibilità non è solo una parola d’ordine, ma una preoccupazione vera e sincera perché la crisi climatica è anche la crisi alimentare. Le scelte alimentari incidono sul clima e il cambiamento climatico incide sulla produzione alimentare. I nostri prodotto vengono dal mare e dalla terra, e proprio per questo non possiamo rimanere indifferenti ai problemi ambientali.

Questo impegno lo abbiamo iniziato a concretizzare nel 2003 con l’adesione al Purity Command, ovvero una dichiarazione d’intenti, che sposa la scelta 100% naturale e l’impatto ambientale come responsabilità e filosofia aziendale.

Il nostro percorso è focalizzato sulla naturalezza e sulla sostenibilità e investe davvero tutti gli ambiti di produzione, dalla scelta degli ingredienti e delle ricette – prive di additivi, aromi, emulsionanti –  dalla pesca, dalla coltivazione, allo stoccaggio, alla produzione, alla conservazione, alla distribuzione fino ad arrivare allo smaltimento del packaging che deve essere anch’esso sostenibile.

Il nostro impegno è rendere l’impatto generato e la catena del freddo FRoSTA la più sostenibile possibile, e riusciamo a farlo ricorrendo a metodi produttivi che utilizzano energia verde ed evitano le colture in serre, e rinunciando al trasporto aereo degli ingredienti.

Quali sono i vostri progetti concreti messi in atto sul tema?

Noi di FRoSTA agiamo non solo lungo l’intera filiera produttiva, ma collaboriamo anche con associazioni, istituzioni, mondo scolastico, enti di ricerca e cittadinanza attiva; questo perché crediamo che le sfide ambientali e sociali sono talmente grandi e talmente importanti che soltanto mettendo insieme attori dalle competenze diverse si potrà produrre cambiamento.

Sentiamo la necessità di fare azioni di sensibilizzazione e azione sul territorio: per questo abbiamo lanciato il progetto FRoSTA, AMICA DELLA NATURA in collaborazione con Legambiente.

Un percorso che tocca tanti temi: dalla protezione della biodiversità e delle api con la campagna SAVE THE QUEEN,  alla lotta al cambiamento climatico attraverso il progetto LA CAROVANA DEI GHIACCIAI, che documenta gli effetti dei cambiamenti climatici sui nostri ghiacciai e promuovere la tutela della montagna di alta quota. Tante azioni, un unico obiettivo: difendere quello che abbiamo di più prezioso: il nostro pianeta.

FRoSTA crede nelle future generazioni, e lo ha dimostrato con una campagna che si è rivolta proprio alle scuole, e che mira ad insegnare buone abitudini che possano continuare anche a campagna conclusa: può parlarci di GREEN ACTION SQUAD?

I giovani da tempo stanno gridando ai potenti della terra di agire responsabilmente anche nell’ultimo incontro dedicato a questo, la COP26.

È quindi indubbio che siano loro la nostra più grande risorsa a cui dare ascolto. Ma i nostri giovani hanno bisogno di formazione e soprattutto di strumenti per capire come agire e dove dirottare le proprie energie che sposano così alti ideali.

Green Action Squad fa proprio questo, partendo dal presupposto che ognuno di noi può contribuire ad una società più sostenibile, con piccoli gesti quotidiani.

L’obiettivo non è solo educare e sensibilizzare ai temi ambientali, bensì stimolare i giovani a mettersi in discussione e “sporcarsi le mani”, agendo in prima persona e – soprattutto – riflettendo all’impatto dei comportamenti di oggi per trovare nuovi modi di agire nel rispetto del pianeta e degli altri.

www.greenactionsquad.it invita, dunque, i ragazzi e le ragazze a fare squadra, ad entrare in azione in difesa dell’ambiente e del nostro pianeta attraverso le 4 missioni: aria, acqua, terra e cibo. Perché se è vero che ognuno di noi può fare la differenza, è anche che l’unione fa davvero la forza per generare un impatto positivo nella realtà in cui viviamo.

A bordo della campagna, un partner importante: il Consiglio Nazionale delle Ricerche. Può dirci qualcosa in merito a questa collaborazione? 

Come già anticipato, crediamo nell’importanza di fare rete con attori importanti che, da anni, sono impegnati nel monitoraggio e nella salvaguardia della natura.

Grazie al progetto Green Action Squad abbiamo avuto il piacere di iniziare a collaborare con il Consiglio Nazionale delle Ricerche. Una collaborazione nata dalla sfida di incentivare la consapevolezza e la capacità di agire dei ragazzi, ma che anche a noi dell’azienda ha insegnato molto, soprattutto rispetto alla necessità di ripensare a nuovi comportamenti più sostenibili da adottare.  

Ed è proprio con i ricercatori del CNR che abbiamo creato un calendario di 4 appuntamenti formativi (webinar) per i docenti, volti ad approfondire le grandi tematiche ambientali e ad offrire strumenti scientifici per lavorare in classe con gli studenti.

Il 22 aprile 2022, giornata mondiale della terra, assieme a Librì ed al CNR presenteremo i risultati del monitoraggio sulle nuove azioni portate avanti dai ragazzi, che sono sicuro ispireranno anche noi grandi ad agire diversamente nel nostro quotidiano.  

Per tutti i docenti interessati ai webinar formativi in collaborazione con il CNR,
qui è possibile prenotarsi per partecipare!

Al via la 3a edizione della Maratona Pinocchio

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A novembre dello scorso anno organizzavamo la 1a Maratona Pinocchio, con il supporto di ben 82 insegnanti della primaria, provenienti da ogni regione d’Italia. Sabato 27 novembre al via la 3a edizione!

Nel 2020 è andata in scena (online) e in 2 puntate – la prima a maggio e la seconda a novembre – la Maratona letteraria Pinocchio.

Una lettura integrale del capolavoro di Carlo Lorenzini, realizzata dagli insegnanti  e dedicata a loro e a tutti i giovani studenti della scuola Primaria.

Quasi 12 ore totali di lettura ininterrotta, 82 insegnanti della primaria provenienti da ogni regione d’Italia, una partecipazione che ha unito adulti e bambini. Ma soprattutto un libro, Le avventure di Pinocchio, che continua a regalarci grandi emozioni!

I perché dell’iniziativa

L’iniziativa è nata da Librì Progetti Educativi come un ringraziamento verso tutta la classe docente italiana così straordinariamente provata nei lunghi mesi di chiusura scolastica causa Covid-19.

Ma è stata fortemente voluta anche per porre in risalto un aspetto mai troppo sottolineato: il grande legame relazionale e affettivo tra docente e studente, fondamento della relazione educativa.

Leggere Pinocchio oggi

In merito al testo di Pinocchio, lo stesso Franco Nembrini – pedagogista, insegnante e volto noto della televisione, nonché uno dei massimi studiosi italiani di Dante e Collodi – ci ha raccontato il valore di leggerlo oggi:

Collodi, con le sue “Avventure di Pinocchio”, si concentra sull’infanzia, con l’idea che se vogliamo costruire un mondo migliore dobbiamo ricominciare dai bambini.

Nel parlare ai bambini ritrova, consapevolmente o meno, quell’immagine del mondo che lui stesso da bambino aveva respirato: quello della tradizione cristiana, che ha dato forma alla civiltà occidentale.

In fondo questo ritorno all’infanzia, e al linguaggio fantastico e simbolico che la caratterizza, è sempre un ritorno alle origini, un ritorno alle sorgenti della vita e del linguaggio stesso.

Le cose più grandi e più importanti non si imparano attraverso complicati ragionamenti ma con l’immediatezza di un’immagine in cui sia descritta, fotografata, un’esperienza reale.

In questo forse il compito della letteratura in generale e della letteratura per i bambini in particolare, è più grave che in passato: si tratta di aiutarsi a riconoscere e ad affrontare le domande fondamentali dell’esistenza cioè le domande sul senso delle cose, sul loro destino.

Per seguire la nuovissima edizione della Maratona Pinocchio: sabato 27 novembre alle ore 15:00 https://kitscuola.com/maratonapinocchio3

UN CLICK PER LA SCUOLA: in partenza la nuova edizione dell’iniziativa di amazon.it

in Esperienze digitali/Protagonisti by

C’è tempo fino al 6 febbraio 2022 per iscrivere la propria scuola e accumulare credito virtuale da utilizzare su un catalogo di prodotti per le scuole: con UN CLICK PER LA SCUOLA Amazon.it prende a cuore le scuole d’Italia!

Cancelleria, arredo, articoli sportivi, attrezzature elettroniche o strumenti musicali: questo e molto altro potrà essere donato gratuitamente da Amazon.it a tutte le scuole dell’infanzia, primarie e secondarie di primo e secondo grado del territorio nazionale, che si iscriveranno all’iniziativa UN CLICK PER LA SCUOLA.

Obiettivo di tale iniziativa è appunto supportare le scuole che vi aderiranno, le quali riceveranno un credito virtuale da parte di Amazon utilizzabile su www.amazon.it per acquistare materiale scolastico, scegliendo da un ampio catalogo di oltre 1.000 prodotti!

Gli studenti e le famiglie scelgono la scuola che vogliono supportare, e Amazon le dona una percentuale dei loro acquisti sotto forma di credito virtuale!

Un’idea vincente, questa, che durante le 2 precedenti edizioni ha visto Amazon donare alle scuole italiane credito virtuale che ha permesso alle scuole di ricevere oggetti e accessori del valore totale di ben 5,9 milioni di euro! Il successo è stato così dirompente che l’iniziativa è stata replicata anche in Spagna, ottenendo anche lì un grande consenso.

Che tu sia insegnante, dirigente scolastico oppure studente: iscrivi o proponi di iscrivere la tua scuola all’iniziativa UN CLICK PER LA SCUOLA: è possibile farlo fino al 6 febbraio 2022, e le scuole potranno utilizzare il credito virtuale ricevuto e richiedere i prodotti per tutta la durata dell’iniziativa e oltre, fino al 10 aprile 2022!

Amazon Digital Lab

Ma non finisce qui! Grazie a UN CLICK PER LA SCUOLA studenti e insegnanti delle classi coinvolte potranno anche accedere ad Amazon Digital Lab, un vero e proprio mondo di risorse digitali totalmente gratuite: idee, strumenti e metodologie per una didattica innovativa vicina alle esigenze della scuola!

Qui sarà possibile trovare una selezione di risorse digitali: video tutorial con indicazioni pratiche su come usare gli strumenti, coding toolkit per supportare gli studenti nella programmazione di videogiochi, quiz e visual art, audiolibri e podcast Audible.

E ancora guide di alfabetizzazione digitale, link e contenuti per arricchire la didattica nei vari ordini scolastici; ma la grande novità di questo anno sono i webinar riservati ai docenti sui temi più attuali legati alle potenzialità della didattica digitale per il mondo della scuola.

UN CLICK PER LA SCUOLA metterà infatti a disposizione di tutti i docenti di ogni ordine e grado un percorso formativo totalmente gratuito, dedicato all’utilizzo consapevole della tecnologia, per una didattica davvero innovativa!

5 i Webinar previsti, ognuno dedicato ad un tema specifico, spaziando dalle neuro-scienze fino al game learning, e in partenza dal prossimo mercoledì 27 ottobre!

ISCRIVITI QUI

Tutti i partecipanti riceveranno poi un attestato di partecipazione all’iniziativa formativa per le ore svolte, in ottemperanza al D.M.170/2016.

Un click per la scuola
Come può partecipare la scuola?
  • Iscrivendosi a UN CLICK PER LA SCUOLA tramite il sitowww.unclickperlascuola.it
  • Comunicando a tutte le classi l’iniziativa
  • Accedendo all’Area Scuole del sito www.unclickperlascuola.it per visualizzare il credito virtuale accumulato, e richiedendo i prodotti di cui la scuola ha bisogno nel catalogo virtuale disponibile sul sito.

Nel caso poi di scuola appartenente e amministrata da un Circolo Didattico, Istituto Comprensivo o Istituto Omnicomprensivo, sarà l’Istituto stesso a partecipare all’iniziativa.

Come possono partecipare gli studenti e le famiglie?
  • Visitando il sito dedicato all’iniziativa www.unclickperlascuola.it e accedendo con le proprie credenziali di Amazon.it.
  • Scegliendo la scuola da supportare sul sito www.unclickperlascuola.it.
  • Condividendo l’iniziativa e invitando altri studenti e amici a partecipare!

L’iniziativa UN CLICK PER LA SCUOLA è soggetta a Termini e condizioni visualizzabili qui  https://www.unclickperlascuola.it/terms_and_conditions . Per saperne di più visita il sito www.unclickperlascuola.it e… corri a partecipare!

Pedagogia del cammino: il Cammino di Santiago.

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Imparare a camminare significa imparare a vivere e a costruire una relazione credibile con se stessi e con gli altri: scopriamolo attraverso le parole del nostro amico Niccolò, che ha intrapreso il Cammino di Santiago.

Il Cammino di Santiago: quanti di noi, almeno una volta, hanno pensato al fascino che questo tipo di esperienza rappresenta?

Fascino dettato non solo dalla sfida contro se stessi, ma dal panorama che lento cambia davanti ai nostri occhi, dal silenzio che spesso diventa compagno di viaggio, ma che lascia poi anche spazio alle chiacchiere con estranei che in pochi minuti diventano amici.

E lungo il tragitto del Cammino di Santiago, imparare qualcosa di sé, imparare qualcosa del, e dal, mondo. Calvino, poi, scriveva:

“Il camminare presuppone che a ogni passo il mondo cambi in qualche suo aspetto e pure che qualcosa cambi in noi. “

Proprio per apprezzare a fondo l’esperienza del Cammino di Santiago, abbiamo girato alcune domande al nostro amico Niccolò, che lo ha intrapreso recentemente.

Niccolò
Perché sei partito per questo cammino?

Cercavo un senso di distensione della mente e sapevo che lo avrei trovato in ogni tappa. Non nascondo però che sono partito anche un po’ con l’aspettativa di cambiare, ma il cambiamento c’è solo se non atteso.

Cosa hai portato con te?

Ho portato con me troppe cose. Ma tanto è sempre così, non esiste una pianificazione perfetta del viaggio.

Cosa non può assolutamente mancare nello zaino?

Nello zaino, col senno di poi, non può davvero assolutamente mancare un libro.

Quale era la tua tabella di marcia?

La tabella di marcia non esiste: tendenzialmente provavo a fare più di 20km al giorno, ma ci sono stati giorni anche da 15, da 10 e da 5.

Chi sono le persone che incontri lungo il tuo cammino?

Le persone che incontri sul Cammino mi piace pensare che costituiscano ciò che il cammino stesso ti dà. Non tutti gli incontri sono belli solo perché si è sul Cammino di Santiago come spesso si vuole far credere, ma posso  sicuramente affermare che tutti gli incontri ti servono.

Quali sono le sensazioni che si provano durante il cammino?

Questa è la domanda più difficile. Forse, le sensazioni più ricorrenti sono molto più fisiche di quanto non si creda. È molto raro incorrere in epifanie o illuminazioni di sorta, per il 90% del tempo si fa solo una gran fatica, poi però bastano due minuti di sole dopo giorni nel fango e nella pioggia a farti sentire davvero investito da qualcosa e qui è difficile interpretare: molti ci vedono Dio, io declinavo invece abbastanza subito la cosa in termini energetici.

Hai mai avuto voglia di tornare indietro?

Voglia di tornare indietro nel senso di mollare? Tantissime volte. Mai però una reale disponibilità a farlo. Mi sono sempre detto che piuttosto sarei morto.

Consigli pratici per chi vuole organizzare questo viaggio (aerei/prenotazioni/ecc.)?

Consiglio, sempre col senno di poi, di volare a Lourdes e di prendere un taxi condiviso per Saint Jean Pied de Port. I racconti sul fatto che uno zaino più leggero ti svolta il cammino non sono solo dei racconti: è davvero così. Detto questo poi ovviamente ognuno si regola come vuole.

Quali sono gli elementi che contraddistinguono il cammino (la conchiglia, la compostela, il “passaporto del pellegrino”)?

Gli elementi che contraddistinguono il cammino sono il camminare seguendo la “flecha amarilla“, la freccia gialla che traccia il percorso.

La flecha amarilla

La conchiglia è il simbolo del cammino, la vedrete appesa agli zaini di molti pellegrini, dipinta in molti segnali di indicazione e incisa in vari pavet nei molteplici villaggi che traverserete.

L’altra cosa importante è la credenziale, il passaporto che certifica il pellegrinaggio a Santiago di Compostela e che vi permetterà di alloggiare nelle strutture dedicate ai pellegrini lungo tutta la via.

È solo grazie all’esposizione del Carnet  infatti, una volta arrivati a Santiago de Compostela , che si potrà accedere appunto alla Compostela, al “perdono”.

Santiago de Compostela

Per chi volesse approfondire il tema, qui qualche consiglio di lettura.

Il Giardino dei Tarocchi: viaggio tra sogno e realtà!

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Il Giardino dei Tarocchi, parco unico nel suo genere, mix perfetto tra natura ed estro creativo, che ci porta per mano in un viaggio in cui sogno e realtà si confondono!

Se vi trovate in vacanza al mare nella meravigliosa Maremma Toscana, dalle parti di Capalbio (Grosseto), e il sole decidesse un dì di non sbucare, non disperate!

Possono esserci infatti un sacco di alternative alla tintarella, come quella di fare divertenti giochi all’aperto (ve lo abbiamo raccontato qui), ma anche visitare musei e parchi che, udite udite, sono in grado di emozionare grandi e piccini!

Proprio sulla collina di Garavicchio, nei pressi di Pescia Fiorentina, frazione comunale di Capalbio, sorge il Giardino dei Tarocchi, incredibile parco artistico realizzato da Niki de Saint Phalle: talmente  unico nel suo genere, che vorrete sicuramente tornarci, magari accompagnando la vostra classe di alunni in occasione di una bella gita scolastica!

Origine del giardino

Un giardino di questa portata, non nasce certo dal niente: è stato infatti inspirato dalla visita di Niki al celebre Parque Guell di Antoni Gaudí a Barcellona e, in un secondo momento, da quella al Parco dei mostri di Bomarzo, in provincia di Viterbo.

Metti insieme il colore e la vitalità eccentrica del Parque Guell, aggiungi un pizzico dell’esoterismo del Giardino di Bomarzo, shekera con l’estro di Niki, che identificava nel Giardino il sogno magico e spirituale della sua vita, ed ecco servito il Giardino dei Tarocchi, realizzato con l’aiuto di tantissimi collaboratori, dal 1979 al 1996!

Cosa aspettarsi?

Perfettamente immerse nella natura della Maremma – il Giardino è uno degli esempi d’arte ambientale più importanti d’Italia – troviamo ciclopiche sculture alte dai 12 ai 15 metri, molte anche abitabili, dedicate ai simboli dei tarocchi, vero e proprio mondo tra sogno e realtà che si estende per circa due ettari.

Con struttura in acciaio e cemento armato, ricoperte da suggestivi mosaici di vetri, ceramiche e specchi, sono raffigurati i 22 arcani maggiori dei tarocchi, che sembrano quasi dialogare con la natura circostante.

Inoltre, il cemento delle strade del Giardino dei Tarocchi è segnato dalle incisioni di pensieri, appunti, memorie, numeri, citazioni e disegni lasciati proprio da Niki.

Non ci sono guide né tour, proprio per volere della creatrice, al fine di salvaguardare la completa libertà di movimento, e probabilmente anche di interpretazione, dei suoi visitatori.

Chi lo gestisce?

Il Giardino dei Tarocchi è gestito dalla Fondazione il Giardino dei Tarocchi, una fondazione privata che attraverso gli introiti fa fronte alle costanti cure di manutenzione di cui questo parco necessita.

Come prenotare una visita?

Per la sua delicatezza, e con lo scopo di preservare la magia che si respira al suo interno, le visite al Giardino dei Tarocchi sono possibili solo da Aprile alla metà di Ottobre (dalle 14.30 alle 19.30, chiuso la domenica e i festivi), limitate in fasce orarie predeterminate, per un numero ristretto di visitatori.

Da novembre ad aprile il parco rimane chiuso, ma è comunque possibile la visita su prenotazione di gruppi di almeno 15 persone con biglietto ridotto.

Per info e prenotazioni, clicca qui!

Qui trovi il libro in cui colorare le figure che popolano il Giardino dei Tarocchi, ,mentre qui ne trovi un altro per scoprire il significato di tutte le statue!

Foto dal sito: https://www.tuttomaremma.com

Un salto a casa di Lucio Dalla!

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Appuntamento a Bologna in via D’Azeglio 150, alla scoperta di una casa incredibile, eccentrica e poetica insieme: quella di Lucio Dalla.

Lucio Dalla, artista geniale ed eclettico. Cantautore, musicista, ma anche attore e regista, appassionato ed esperto d’arte, innamorato del cinema e della fotografia e affascinato dalla poesia. 

Così si legge sul sito della Fondazione Lucio Dalla , nata – proprio il 4 marzo, giorno dell’anniversario del compleanno dell’artista – per dare continuità e preservare la genialità dell’opera di Lucio Dalla, diffondendo e valorizzando la sua storia artistica, umana, culturale.

Via D’Azeglio 150

La Fondazione si occupa anche della salvaguardia dell’ultima casa in cui Lucio Dalla ha vissuto, al numero 150 di Via D’Azeglio, 150 metri dalla splendida Piazza Maggiore di Bologna, e proprio di fronte alla Chiesa di San Giovanni Battista dei Celestini, dove l’artista fu battezzato.

Un appartamento di ben 1000 mq – di cui 600 visitabili – posto al piano nobile di un pregevole Palazzo Bolognese originario del ‘400, che all’inizio del ‘500 divenne di proprietà della famiglia Fontana, e di cui è possibile ancora oggi ammirarne il blasone negli affreschi che decorano i saloni.

Effettivamente, un palazzo da ammirare naso all’insù, tanto sono belli e maestosi i decori sui soffitti.

“Ci vediamo da Lucio!”

Così recita il mio biglietto fresco di stampa, dopo aver prenotato una visita della sua ultima casa bolognese, aperta solo in precisi momenti dell’anno.

L’appuntamento è 15 minuti prima dell’inizio della visita, e una guida ci aspetta per fare l’appello: siamo 20 persone in tutto, numero esiguo per i 600 mq da calpestare che ci attendono, ma probabilmente dettato da esigenze Covid.

Prima di entrare ammiriamo l’originale installazione posta al lato di un balcone della casa: ricorda l’ombra di Lucio Dalla, circondato da gabbiani e intento a suonare il sax, e si staglia fiera sopra di noi, invisibile Virgilio del nostro imminente viaggio nella sua vita.

L’ombra di Lucio Dalla
Piccola premessa

Forse sì, una premessa ci vuole: non mi definisco una “fan” di Lucio Dalla; certo, ne riconosco l’estro e la bravura, il genio e la poesia dietro a tante sue canzoni, ma non ho consumato i suoi dischi a forza di ascoltarli, né ho mai battuto i piedi per andare a vederlo in concerto (e questo è un male, perché un concerto merita sempre – salvo poche eccezioni! – di essere visto).

Sono piuttosto una persona curiosa, amante della musica e rispettosa dei luoghi che hanno accolto, ispirato, protetto e custodito i sogni di coloro che, proprio quei sogni lì, sono stati in grado di metterli poi in musica. E così mi pongo di fronte alla sua casa: con curiosità e rispetto.

L’entrata

Si entra quasi in punta di piedi, come se Lucio Dalla fosse a riposarsi nella stanza accanto, con un misto di devozione, soggezione e stupore.

Il suo estro ci stende già appena varcato il portone, con un enorme presepe napoletano che domina il centro della stanza.

Basta un attimo per ritrovare l’artista nei suoi oggetti quotidiani, nella sua mobilia, nei suppellettili, per scorgere il mix eclettico quanto affascinante tra sacro e profano, che lui tanto amava. Un po’ come se Lucio Dalla avesse voluto dire agli ospiti:

Scopro subito tutte le carte, tolgo ogni dubbio: questo sono io ed è così che vedo il mondo!

Le opere d’arte

Letteralmente non si contano le opere d’arte esposte, dai quadri alle sculture, di ogni forma e misura e spesso proprio con Dalla come soggetto.

Dal ritratto di Carlo Pasini, allievo di Mondino, interamente realizzato con puntine da disegno, al disegno di Milo Manara, regalo dell’artista a Lucio, che diventerà la copertina di “12000 Lune”: qui Dalla è rappresentato come un marinaio al timone, e alle sue spalle scorgiamo San Petronio sotto una notte stellata.

Comun denominatore delle opere presenti, scelte dall’artista secondo il proprio gusto personale, senza badare al valore economico e di mercato, è il fatto di essere state realizzate per lo più da amici, persone a lui molto care, e questa affollata presenza di opere testimonia proprio le tante frequentazioni con pittori, scultori e artisti in generale, più o meno famosi, che Lucio Dalla aveva.

La sala del cinema

Per un uomo che amava addobbare casa con luci e decori di Natale da ottobre ad aprile, va da sé che avere un salone con decine di giochi musicali e luminosi in movimento, dai carillon ai trenini, fosse una cosa per niente insolita!

Invadono la stanza, sì, ma senza risultare eccessivi o fuori luogo, anzi, perfettamente immersi nel contesto di una sala che di fatto è un piccolo cinema privato, con maxi schermo e comodi divani su cui sprofondare:

la magia delle luci dei carillon, si mescola così a quella delle pellicole cinematografiche.

Ecco, i divani sono un elemento onnipresente in tutta la casa, ogni stanza ne ha almeno 2, a sottolineare ancora una volta l’accoglienza di Lucio Dalla verso i propri ospiti.

La sua casa deve essere stata per molti un porto sicuro in cui approdare, due braccia sempre spalancate, pronte ad accogliere, a rinfrancare.

Una curiosità…

Tra tappeti, cuscini, statue, giochi e una distesa infinita di premi (addirittura un tapiro!), a mano a mano che la visita prosegue una domanda si insinua:

Ma la cucina dov’è?!

La cucina è un piccolo angolo cottura non degno di nota, dal momento che Lucio Dalla era solito mangiare sempre fuori casa: del resto, vivendo a Bologna, come biasimarlo?

E appena si chiude il portone…

Al termine della visita si lascia il palazzo con la voglia di correre a casa ad ascoltare le sue canzoni (prima fra tutte Futura, ispirata dal frammento del muro di Berlino che troneggia nel suo studio), chiudendo gli occhi e immaginando Lucio Dalla girare per mercatini con la curiosità di un bambino, acquistando manufatti di stili ed epoche diverse.

Manufatti che poi porterà a casa, quella casa che così tanto parla di lui, e attraverso la quale, insieme alle sue canzoni, l’artista continua a stupirci, meravigliarci, emozionarci.

Clicca qui per fissare la tua visita alla casa di Lucio Dalla!

Foto dal sito: http://www.fondazioneluciodalla.it/

Lorenzo Baglioni: no, non sono solo canzonette!

in Approcci educativi/Protagonisti by

Leggi, teoremi, regole grammaticali, attenzione all’ambiente e l’invito a fare della cultura un distintivo da mostrare con fierezza: vi presentiamo il cantante e attore Lorenzo Baglioni!

Lo avevamo già fatto qui, affrontando nello specifico il tema della dislessia, ma torniamo nuovamente e in modo più approfondito a parlare di Lorenzo Baglioni!

Come canta il buon Max Gazzè, “una musica può fare”. Tutto, aggiungiamo noi, dal momento che quelle magiche 7 note hanno il potere di emozionare, intrattenere, divertire, addormentare, insegnare e, se male assortite, pure disturbare. Tutto, insomma.

Insegnare con la musica

Soffermiamoci però su questo aspetto: la musica può insegnare.

Questo lo sa bene, appunto, Lorenzo Baglioni, classe 1986, originario di Grosseto ma fiorentino d’adozione.

Attore comico di cinema, tv, teatro, web e social network, Lorenzo Baglioni, per tutti “Il Baglio”, si è fatto conoscere come Youtuber nel 2015, con il video Le ragazze di Firenze , elenco musicale ironico dei locali più noti della città, e delle ragazze che li frequentano.

E se da una parte porta avanti, negli anni, il suo lato giocherellone, con canzoni sul perché al mare ci lamentiamo di tutto , su un improbabile McDonald in Piazza Duomo a Firenze, sui  9 Amici che tutti hanno su Facebook, dall’altro utilizza proprio il mezzo musicale per far passare concetti e nozioni di per sé assai poco musicali.

Dalle ossidoriduzioni alle Leggi di Keplero, dal Teorema di Ruffini ai principi della termodinamica, passando per l’uso corretto del congiuntivo (volesse il cielo!): chi mai, prima di lui, ha mai dedicato una canzone a questi temi?

Così, proprio come negli anni ’90 la mitica versione remix di San Martino del Carducci, ad opera di Fiorello (per i nostalgici, eccola qui, e per il massimo godimento, qui trovi la versione di Fiorello e Lorenzo Baglioni insieme, in diretta su radio deejay!), ci fece imparare a memoria la suddetta poesia, Lorenzo Baglioni si rivolge a studenti e curiosi in generale, allungando una mano (con l’altra tiene la chitarra), e accompagnandoli tra nozioni di italiano, matematica, latino, fisica e molto altro (la matematica nella musica l’avevamo già affrontata qui)!

Un giullare matematico!

Il perché della svolta didattica alla sua musica, forse va ricercato nel percorso professionale, precedente al successo sul web.

Dietro al suo profilo istrionico, infatti, si nasconde nientepopodimeno che un laureato in matematica!

Del resto, alcuni ricercatori austriaci hanno scoperto che le persone divertenti hanno un livello di Q.I. superiore alla media!

Come si arriva dalla matematica alle canzoni su Youtube? Lo ha spiegato diverse volte lo stesso cantante, raccontando che insieme al fratello Michele (con il quale scrive tutti i pezzi), aveva visto  alcuni monologhi di stand up comedy appunto su Youtube, decidendo di cimentarsi in un progetto simile, ma condito con una forte componente musicale. Nacque così Selfie, il primo spettacolo con 7 canzoni comiche con monologhi.

Con un piede nel dottorato e un altro nel mondo dello spettacolo, Lorenzo è riuscito  così ad unire le due strade, facendole confluire nel magico mondo di Youtube.

Un’ ora e mezzo per salvare il mondo

Dal titolo diretto ed eloquente, nel 2020 Lorenzo Baglioni scrive insieme al noto geologo Mario Tozzi il libro “Un’ ora e mezzo per salvare il mondo. I veri motivi per cui dobbiamo tornare subito a occuparci del riscaldamento globale” , partendo dalla convinzione condivisa che la pandemia sia un problema passeggero, mentre quello del global warning è un’emergenza da considerare al primo posto:

“Se non facciamo nulla rischia di essere irreversibile. Ci dobbiamo spaventare per darsi un mossa. Ma SI PUO’ FARE QUALCOSA, questo è il senso del nostro libro.”

Un libro, dunque, per smascherare le bufale su clima e surriscaldamento globale, invogliando a condurre una vita più ecologica.

Rivoluzione Culturale

Un libro, il cui messaggio sembra fare eco nel testo di Insieme, canzone di recente uscita, realizzata da Baglioni con il Piccolo Coro dell’Antoniano (un sogno che si è avverato, per il cantante!), nella quale canta: “Perché l’insieme è maggiore della somma delle parti”.

Dunque se si può fare qualcosa, è soltanto insieme.

Oltre ad aver fatto uscire recentemente un nuovo album (“siamo le foto che scartiamo”), Lorenzo Baglioni è sbarcato anche su Audible, a marzo 2021, con la sua prima serie Podcast, dal titolo “Rivoluzione Culturale”.

In ciascuna puntata tratta di eventi, scoperte e invenzioni che hanno cambiato, anzi, rivoluzionato appunto, il mondo.

Ma c’è anche una seconda ragione che spiega la scelta del nome del podcast; talmente bella e condivisibile, che riportiamo testualmente:

“Nel mio piccolo, io sogno che pian piano la gente, e soprattutto i ragazzi, i più giovani, cambino il modo in cui guardano alla cultura. Avere voglia di studiare, essere curiosi, coltivare la cultura devono diventare cose di cui andare fieri, e non cose di cui quasi ci si vergogna. Ecco, perché anche se non sembra, questa sarebbe un’altra piccola grande rivoluzione. Una rivoluzione culturale, per l’appunto.”

Per ulteriori approfondimenti su Lorenzo Baglioni:
Clicca qui
Ma anche qui!

Foto di copertina dal sito https://www.repubblica.it/

Le mafie e noi: dalla parte giusta. Parliamone in classe.

in Attività in classe/Protagonisti/Spunti di lettura by

Parlare di mafie a un pubblico di bambini o adolescenti non è facile: ma libri, cinema, musica e persino il teatro possono darci un grosso aiuto.

A proposito di mafie: il prossimo 9 maggio ricorre un importante anniversario. 43 anni fa, infatti, Giuseppe – Peppino – Impastato, veniva ucciso, appunto, dalla mafia.

Conduttore radiofonico e attivista, membro di Democrazia Proletaria e noto per le sue denunce contro le attività di Cosa Nostra, si è dovuto attendere fino al 2002 per vedere dichiarato colpevole il mandante dell’omicidio di Peppino: Gaetano Badalamenti, capomafia di Cinisi, dove Impastato viveva, a “100 passi” dalla casa di Badalamenti.

Per anni, infatti, è stato fatto di tutto per far passare il giovane come un folle che si era tolto la vita.

I cento passi

I cento passi è il nome del film girato da Marco Tullio Giordana, con un immenso Luigi Lo Cascio nei panni di Peppino; e Cento passi è anche la splendida canzone dei Modena City Ramblers, dedicata alla storia di Impastato.

Un film meraviglioso per conoscere la sua vita, il suo rapporto con la famiglia, il suo coraggio e il triste epilogo.

Ma anche la forza e la tenacia di parenti e amici, che al grido di:

Con le idee e il coraggio di Peppino noi continuiamo

hanno portato avanti la battaglia da lui iniziata, e fatto arrestare i reali colpevoli della sua morte.

Cosa Losca

Non solo il cinema ma anche il teatro ci viene in aiuto per affrontare il delicato tema delle mafie, con lo spettacolo Cosa Losca, produzione de Il Teatrino dei Fondi, testo di Marco Sacchetti e Silvia Nanni.

In maniera ironica e divertente, i due protagonisti in scena – Claudio Benvenuti e Marco Sacchetti, anche registi – cercano di spiegare nascita, organizzazione e modalità operative della criminalità, utilizzando linguaggi che spaziano dal classico teatro d’attore fino all’utilizzo di tecniche multimediali interattive (il Mafiasoft).

Cosa Losca è uno spettacolo rivolto a bambini/adolescenti (età consigliata 9/16 anni), in cui il gioco comico dei due attori (nonché registi) bilancia l’importanza e la drammatica serietà del tema trattato, e dove trova spazio anche il racconto della storia di Peppino Impastato.

Le mafie

Giuseppe Impastato, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Rosario Livatino, Placido Rizzotto… L’elenco dei nomi delle vittime delle mafie è, purtroppo, lunghissimo. E con mafie intendiamo:

  • Cosa Nostra, la mafia siciliana con le sue ramificazioni estere, per esempio americane.
  • La Camorra: L’organizzazione mafiosa attiva in Campania.
  • La ’Ndrangheta: L’associazione criminale di tipo mafioso nata e radicata in Calabria, attiva anche al Centro-Nord e all’estero.
  • La Sacra corona unita: L’associazione criminale più giovane, che agisce in territorio pugliese con un sistema di clan simile a quello della ‘Ndrangheta.

Vittime illustri, persone comuni, sconosciuti di cui ci è ignoto anche il nome: tutti sono morti per difendere la legalità e la libertà. Il loro gesto non deve essere dimenticato, ma ricordato, raccontato, diffuso.

Libera Terra

Contrastare le mafie e difendere la legalità è lo scopo dell’associazione Libera Terra, che valorizza territori bellissimi ma difficili, partendo dal recupero sociale e produttivo dei beni liberati dalle mafie.

Da questi territori, un tempo nelle mani sbagliate, nascono oggi prodotti di alta qualità, attraverso l’impiego di metodi che rispettano l’ambiente e la dignità delle persone: cercali, tra gli scaffali del supermercato, o nelle botteghe del circuito Equo e Solidale.

Libera Terra crea così aziende cooperative autonome e autosufficienti, in grado di dare lavoro e proporre un sistema economico virtuoso, basato sulla legalità e la giustizia sociale.

Dalla parte giusta: la legalità, le mafie e noi

Dalla parte giusta: la legalità, le mafie e noi è un libro di Roberto Luciani e Davide Calì, pensato per bambini dagli 8 anni in su, che racconta di regole e leggi.

Ma non solo: ci fa anche capire che per tenere lontane ingiustizie e prepotenze, è necessario scegliere da che parte stare.

Con una prefazione di Don Luigi Ciotti, presidente di Libera, che afferma che:

C’è una “malattia” molto pericolosa nella nostra società che si chiama sfiducia. È la malattia di chi pensa che mai nulla cambierà, di chi incolpa sempre gli altri perché le cose vanno male. Avete davanti una grande possibilità: dimostrare che da questa malattia è possibile guarire, darvi da fare perché le cose cambino.

Il libro ci insegna che la libertà si costruisce iniziando dai piccoli gesti, dall’aiuto che possiamo dare agli altri, e dalla scelta di credere nel futuro.

Per scaricare e leggere in classe il libro, clicca qui.

Per avere altri consigli di lettura sul tema, clicca qui.

Buon lavoro e… w la legalità!

Scuole d’eccellenza: la Margherita Fasolo a Firenze

in Approcci educativi/Che scuole!/Protagonisti by

Il Nido e la Scuola dell’Infanzia Margherita Fasolo, a Firenze, promuove il concetto di Scuola Attiva che, opponendosi all’autoritarismo educativo, valorizza carattere e interessi del singolo alunno fin dall’infanzia.

Se inizialmente il Nido e la Scuola dell’Infanzia Margherita Fasolo era ospitato e finanziato dalla Società di Mutuo Soccorso “Andrea Del Sarto” di Firenze, negli anni è stato spostato in viale Segni, via Faenza, via Bolognese e, infine, è approdato al numero 5 di via Cambray Digny.

Margherita Fasolo

Ma chi è stata Margherita Fasolo, che dà il nome al metodo pedagogico e a questo istituto privato, diventato negli anni scuola d’eccellenza nel panorama fiorentino (e non solo)?

Nata a Torino e trasferitasi a Firenze per ragioni di studio, Margherita Fasolo si laurea nel 1934 in Pedagogia, seguita dal pedagogista Ernesto Codignola.

Negli anni ’50 diventa non solo assistente alla cattedra di Pedagogia del Magistero fiorentino, ma anche traduttrice (dal francese) di alcuni classici dell’attivismo pedagogico, come La scuola su misura di E. Claparède e L’autonomia degli scolari di A. Ferrière.

Pubblica dunque La finalità dell’educazione, partecipando a varie associazioni internazionali educative, tra cui i CEMEA (Centri di Esercitazione ai Metodi dell’Educazione Attiva), della cui delegazione toscana è a capo.

Gli anni della guerra

Margherita Fasolo si distacca subito dal fascismo, aderendo ad un gruppo segreto in cui si leggono libri considerati proibiti. Con lo scoppio della guerra, la sua casa a Firenze, al civico 92 di via dei Della Robbia, diventa un centro di ritrovo della lotta clandestina e di assistenza ai prigionieri alleati in fuga.

Terminato il conflitto bellico, Margherita Fasolo sente l’esigenza di ricostruire l’Italia, partendo dalla scuola: da una parte, per offrire un futuro professionale ai giovani che avevano perso anni di studio; dall’altra, per il bisogno di una riedificazione culturale.

Occorre, infatti, segnare una radicale discontinuità con la scuola fascista.


Per una società di individui attivi e responsabili

Nel 1953 esce il suo Orientamenti sul problema educativo, in cui riporta le principali soluzioni pedagogiche che si collegano al bisogno di democrazia.
L’intento è dare vita a una società formata da individui attivi, responsabili, collaborativi, partecipi.

Come fare? Per Margherita Fasolo, opponendosi all’autoritarismo educativo, e valorizzando carattere e interessi del singolo alunno fin dall’infanzia, orientandolo nella direzione dell’autogoverno.

La Scuola Attiva

Tutto questo si traduce nel concetto di Scuola Attiva: l’insegnante deve conoscere e capire la psicologia del bambino, così come i suoi interessi, centrali nella stessa attività scolastica.

Così, si rinnova radicalmente il modo di “far lezione”, e si valorizza, più che il ruolo del maestro, quello dell’ambiente educativo.

Una scuola privata che non ha fini di lucro, né intenti confessionali, non può che ricercare le proprie ragioni in un’idea pedagogica che abbia le mani libere per poter sperimentare forme educative innovative, decisamente centrate sul benessere del bambino.

Il Nido e la Scuola dell’Infanzia Margherita Fasolo

L’esperienza educativa di questa scuola ha inizio nel 1965, promossa da un gruppo di genitori e di educatori facenti parte del già citato movimento educativo dei CEMEA.

Tra le caratteristiche peculiari di questa scuola d’eccellenza troviamo:

  • La pedagogia dei piccoli numeri: ideale per compiere esperienze in una situazione seguita e rilassata, con condivisione affettiva e senza un eccessivo sovraccarico.
  • Lo spazio per accogliere il disagio, di qualsiasi natura, senza trattarlo come speciale, ma considerandolo “ugualmente speciale”.
  • La programmazione, l’analisi, la verifica dell’azione educativa come elemento irrinunciabile e strumento cardine del lavoro di educatrici e insegnanti.
  • Il coinvolgimento delle famiglie nel progetto educativo, alla ricerca di un confronto e di una reciproca formazione.
La Carta dei servizi della Scuola

Realizzata in collaborazione con i servizi educativi del Comune di Firenze, e attraverso un percorso condiviso tra genitori, educatrici e insegnanti, è un documento che fa luce sul significato e sul modo di fare educazione nella scuola Margherita Fasolo.

Tra i suoi valori, spicca quello di costruire un ambiente di accoglienza laico, dove le opinioni hanno pari dignità, e il rispetto per l’altro è osservato ad ogni livello e su ogni piano.

Valore, questo, che si lega al principio di libertà nei tempi e nel vivere gli spazi, e che si esprime in un’offerta formativa ricca di proposte aperte: i bambini possano così orientarsi, riconoscersi e scegliere in base al proprio talento.

Metodi dell’Educazione Attiva

I metodi dell’Educazione Attiva che si ritrovano nel Nido e nella Scuola d’Infanzia Margherita Fasolo, sono:

  • la fiducia nelle risorse proprie di ognuno
  • la globalità dei linguaggi
  • il rispetto dei bambini: agire educativo nella totale assenza di giudizio
  • il clima di libera espressione
  • l’importanza dell’ambiente di vita elaborato dal gruppo delle insegnanti e dalla coordinatrice
  • il costante riferimento alla realtà: ciò che si propone risponde alle esigenze e competenze di quei bambini e di quegli adulti in quel momento specifico
  • l’atteggiamento educativo delle educatrici: nessuna prevaricazione né intromissione, ma presenza costante durante tutte le attività
Linee guida della scuola

I principi sopra riportati si legano indissolubilmente a queste linee guida, che fanno della scuola Margherita Fasolo un punto di riferimento nel panorama educativo:

  • attività organizzate in piccoli gruppi
  • rapporto adulto bambina/o 1 a 10 nella scuola per l’infanzia e 1 a 7 nelle sezioni “margherita” e “primavera”
  • seguire il metodo del lavoro di gruppo tra le insegnanti
  • partecipazione attiva dei genitori
  • formazione e aggiornamento permanente delle insegnanti

Per ulteriori informazioni sul metodo e sulla scuola Margherita Fasolo, clicca qui.

Frutta e verdura: il 2021 è il loro anno (parola di ONU)!

in Esperienze digitali/Protagonisti/Tavola Rotonda by
Il 2021 è l’Anno Internazionale della Frutta e della Verdura: lo dice l’ONU, dichiarando obiettivi presenti anche nell’Agenda 2030. Scopriamoli insieme, e scopriamo anche un’azienda italiana in prima linea nello Sviluppo Sostenibile: Oranfrizer.

I loro colori, i sapori, la grande versatilità e varietà, i profumi, le innumerevoli proprietà benefiche che offrono: che mondo grigio e insipido sarebbe, senza frutta e verdura?

E non lo pensiamo solo noi, visto che l’Assemblea Generale dell’ONU ha dichiarato il 2021 l’ Anno Internazionale della Frutta e della Verdura  (AIFV 2021)!

Qu Dongyu, Direttore Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), ne ha dato il via ufficiale lo scorso 15 dicembre 2020.

Felice ed entusiasta, Qu Dongyu considera l’AIFV 2021 un’importante opportunità per sensibilizzare l’opinione pubblica su grandi temi:

  • in primis, ovviamente, l’importanza della frutta e della verdura sulle nostre tavole
  • la sicurezza alimentare e la salute
  • la realizzazione degli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’ONU

Il Direttore Generale ha lanciato un accorato appello sulla necessità di rendere più sana e sostenibile la produzione alimentare, e di ridurre le perdite e gli sprechi alimentari.

Possiamo riuscire a fare tutto questo? Sì, se utilizziamo sapientemente 2 grandi alleate: l’innovazione e la tecnologia!

Prima però di avventurarsi su questi importanti temi, siamo sicuri di conoscere l’esatta definizione di ciò che genericamente chiamiamo “frutta e verdura”? Nel dubbio, eccola nero su bianco:

La frutta e la verdura sono le parti commestibili dei vegetali (come i fiori, i boccioli, le foglie, i gambi, i germogli, le radici, ecc.), coltivati o di origine selvatica, allo stato grezzo o minimamente trasformati.

Con “minimamente trasformati” si intende che frutta e verdura sono state sottoposte a determinati processi (lavaggio, cernita, spuntatura, sbucciatura, affetta tura, spezzettatura), che non incidono sulla qualità del prodotto fresco.

L’Agenda 2030

Ma torniamo ai grandi temi.

Gli obiettivi prefissati dall’AIFV 2021 mirano al raggiungimento di quanto dichiarato anche nell’Agenda 2030 (in passato abbiamo organizzato dei webinar sul tema); nello specifico, per quanto riguarda l’obiettivo 12: consumo e produzione responsabili.

Sottoscritto nel 2015 dai governi di 193 paesi membri dell’ONU, l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile è un vero e proprio programma d’azione per le persone e il pianeta.

17 sono gli obiettivi che vi si trovano all’interno, per un totale di 169 traguardi, precisi e dettagliati, che portano dritti alla meta finale e ambita, da raggiungere entro il 2030: lo Sviluppo Sostenibile, appunto.

Tali obiettivi sono definiti comuni perché riguardano tutti i Paesi e tutti gli individui: nessuno deve essere escluso, né lasciato indietro.

Tra di loro troviamo: la lotta alla povertà, l’eliminazione della fame, il contrasto al cambiamento climatico, il consumo e la produzione responsabili.

Obiettivi AIFV 2021

Come riportato dettagliatamente nel sito della FAO, ecco di seguito gli obiettivi:

  • Sensibilizzare l’opinione pubblica e orientare le politiche sui vantaggi per la salute derivanti dal consumo di frutta e verdura.
  • Promuovere diete e stili di vita sani, attraverso il consumo di frutta e verdura.
  • Ridurre perdite e sprechi nei sistemi alimentari basati sulla frutta e sulla verdura.
L’esempio di Oranfrizer

Tra le aziende alimentari italiane, quello di Oranfrizer, la maggiore impresa italiana dell’arancia siciliana, parte integrante del gruppo Unifrutti, è un ottimo esempio di messa in atto di tali obiettivi.

Sul tema dello spreco, per esempio, basti pensare all’acqua, protagonista dell’obiettivo numero 6 dell’Agenda 2030: garantire che ce ne sia sempre a sufficienza per tutti.

Sapevi che l’attività che in assoluto richiede più acqua, è proprio l’agricoltura? Ne utilizza ben il 70% di quella disponibile sul pianeta!

Oranfrizer, negli agrumeti di Sicilia, utilizza l’irrigazione detta “gocciolante” che, nonostante il buffo nome faccia pensare il contrario, è in realtà un sistema assai efficiente e amico dell’ambiente, in cui non va sprecata nemmeno una goccia!

Fornendo la giusta quantità di acqua ad ogni pianta, infatti, ne riduce la dispersione ed evita l’evaporazione. Così, si arriva ad un risparmio dell’acqua pari al 50%!

Il giardino delle arance

Nel giardino delle arance di Oranfrizer si gioca con la frutta: i bambini, infatti, possono scoprirla con esperienze vivaci e sorprendenti!

La campagna didattica, nel 2021, è pensata per la DAD con la sua prima edizione 100% digitale.

Nella campagna si svela il percorso dell’arancia lungo la filiera di produzione corta, attenta ai principi della lotta integrata, che riducono al massimo l’utilizzo dei pesticidi.

Del frutto, poi, niente viene sprecato. Se da un lato l’arancia può essere confezionata per essere poi mangiata così com’è, nel caso in cui non risponda a determinati canoni non viene certo gettata, anzi!

 Il frutto subisce infatti una lavorazione che lo trasformerà in qualcosa di diverso, come un’ottima spremuta; ma potrebbe diventare anche un ingrediente prezioso per creare marmellate, profumate creme di bellezza, squisiti cioccolatini!

E poi, con il carico di Vitamina C delle sue arance rosse come la lava dell’Etna (ma anche degli altri agrumi che offre), Oranfrizer è in prima linea nel:

  • sensibilizzare l’opinione pubblica sui vantaggi derivanti dal consumo di frutta.
  • promuovere l’adozione di uno stile di vita sano, a partire dall’alimentazione.

Oranfrizer è attiva nel raggiungimento di questi obiettivi, anche con la sua campagna scuola che continua a registrare partecipazioni e successo: la trovi qui!

A cosa serve?

  • orienta i bambini (e anche gli adulti!) alla scoperta dei sapori dei frutti stagionali che la natura ci dona;
  • offre una visione più attuale e dinamica del mondo dell’agricoltura;
  • suggerisce uno stile di vita più sano e consapevole;
  • esplora piccole soluzioni che contribuiscono alla riduzione degli sprechi e allo sviluppo sostenibile.

E tutto ciò, perché è l’ambiente che ce lo chiede.

E proprio come dichiarato nell’Agenda 2030, riguarda tutti noi. Nessuno escluso.

Benvenuti al Museo sulla Civiltà della Scrittura!

in Approcci educativi/Protagonisti by
Toccare con mano, letteralmente, 5000 anni di storia della scrittura: è l’affascinante percorso educativo, perfetto per le classi, che vi aspetta al Museo sulla Civiltà della Scrittura di San Miniato!

Il Museo sulla Civiltà della Scrittura: ne hai mai sentito parlare?

Che poi, si fa presto a parlare di scrittura: un foglio, una penna, e giù “fiumi di parole”, come canterebbero i Jalisse!

Ma come siamo arrivati a questo? Quali le fasi che, fin dai tempi dei Sumeri e degli Egizi, ci hanno portati a maneggiare agilmente la carta?

La risposta è un viaggio!

Proprio così: la risposta è un viaggio affascinante lungo più o meno 5000 anni, magicamente racchiusi in un museo – il Museo sulla Civiltà della Scrittura – situato nel comune di 28.000 anime di San Miniato, in provincia di Pisa.

Prima di varcare virtualmente le porte di questo piccolo gioiello di storia, è importante capire le ragioni che stanno dietro alla sua apertura.

Per farlo, abbiamo contattato l’operatrice museale Cinzia Cioni, che da 10 anni lavora con entusiasmo all’interno del Museo sulla Civiltà della Scrittura, per conto della Cooperativa La Pietra D’Angolo.

Cinzia Cioni durante un percorso didattico
Cinzia, come siamo arrivati all’apertura di questo originale museo?

Fino alla fine degli anni Ottanta le istituzioni museali italiane si sono impegnate nella ricerca e nella conservazione delle collezioni.

Hanno però tralasciato quasi del tutto un aspetto fondamentale: quello delle iniziative di tipo divulgativo, in grado di attrarre nuovi target di pubblico.

Le sale erano dense di opere prive di didascalie esplicative che ne permettessero la comprensione, così il museo veniva percepito come un luogo ad uso esclusivo degli addetti ai lavori: come dargli torto?

Cosa è cambiato oggi?

Negli ultimi decenni abbiamo assistito ad una rivoluzione in Italia:

il museo non è più solo un monumento a se stesso, ma un luogo vivo, dinamico, in grado di conservare, tutelare e produrre cultura.

Oggi le collezioni sono valorizzate da attività che intercettano gli interessi di pubblici diversificati: conferenze, visite a tema, performance teatrali, concerti, workshop, laboratori ludico-didattici.

Un’attenzione particolare è stata data alla sfera della didattica museale: perché se l’obiettivo è quello di cambiare la percezione che una parte della società ha dell’istituzione museo, è necessario scommettere sui giovani.

Pertanto, Scuola e museo collaborano per sensibilizzare le giovani generazioni alla cultura e al patrimonio storico-artistico del territorio, sperimentando approcci didattici innovativi che favoriscano lo sviluppo delle capacità critiche e la creatività.

Ed è proprio in questi anni di rivoluzione, che a San Miniato viene organizzata la mostra che poi darà vita al museo permanente.
Veduta di San Miniato (Pisa), con il Convento di San Francesco e la Rocca di Federico II (foto dal sito nuoviorizzonti.org)

Esatto, presso i locali dell’ex frantoio del Convento di San Francesco, il Comune di San Miniato inaugurò a marzo del 1998 una mostra, dal titolo “La materia della memoria. I supporti della scrittura nel tempo”, che aveva in sé molte delle caratteristiche che le istituzioni museali erano chiamate a sviluppare.

Un suo punto di forza fu la possibilità di interazione con i materiali. I visitatori erano chiamati a sperimentare in prima persona le antiche tecniche di scrittura, manipolando i materiali in esposizione, e riproducendo i gesti antichi degli scribi o degli amanuensi.

Grazie all’impegno di coloro che avevano progettato la mostra, ed in particolare di Roberto Cerri, allora Coordinatore del Sistema Museale, l’esposizione fu trasferita in un ampio edificio di tipo industriale a San Miniato Basso.

Così, nel 1999, il Museo sulla Civiltà della Scrittura venne inaugurato al pubblico.

Ed eccoci, dunque, all’interno del Museo. Come è organizzato?

Il percorso comprende sei “luoghi della scrittura”, attraverso i quali si ripercorre cronologicamente la storia dei supporti, soffermandosi sul rapporto tra i materiali scrittori e i contenuti di memoria.

Classe di bambini ascolta rapita l’operatore museale

Ad ogni tipologia di supporto è dedicata una stazione arricchita da immagini, mentre un pannello esplicativo aiuta ad inquadrare il contesto storico-geografico e le tecniche di scrittura più diffuse in quel periodo storico.

L’area centrale di ogni stazione del Museo sulla Civiltà della Scrittura è occupata dalle postazioni di lavoro, dove i visitatori possono sperimentare la scrittura sui materiali riprodotti fedelmente.

Il primo luogo: LA PIETRA

A differenza degli altri supporti tradizionali, l’utilizzo della pietra come supporto per la scrittura rimase costante nel corso della storia, in particolare per messaggi pubblici o commemorativi.

In questo spazio i visitatori possono incidere una lastra di pietra utilizzando scalpello e mazzuolo, sperimentando le stesse difficoltà degli antichi nel tracciare i segni.

Il secondo luogo: L’ARGILLA

Nella seconda stazione si propongono i materiali utilizzati dai Sumeri circa 5000 anni fa,  nella città di Uruk.

Su panetti di argilla cruda, utilizzando uno stilo di canna, si tracciano alcuni caratteri della scrittura cuneiforme.

Giovani Sumeri!

È possibile osservare schematicamente la trasformazione da semplici pittogrammi, a complessi ideogrammi con valore fonetico.

Il terzo luogo: IL PAPIRO

Segue il misterioso mondo dell’antico Egitto, rappresentato all’interno di uno spazio che invita i visitatori a sedersi a gambe incrociate, tipica posizione dello scriba all’opera.

La tavoletta lignea appoggiata sulle loro ginocchia diventa piano d’appoggio per i materiali scrittori privilegiati: il foglio di papiro, il calamo e il contenitore per l’inchiostro.

Grazie alla presenza di un agile vocabolario, i visitatori possono comporre frasi di bassa o media complessità, utilizzando i caratteri della scrittura geroglifica.

Il quarto luogo: LA TAVOLETTA CERATA

La quarta stazione illustra le tecniche di scrittura del mondo etrusco e romano. L’introduzione delle scritture alfabetiche aveva semplificato l’arte della scrittura, diffondendola anche presso le classi medio-alte della società.

Uno dei supporti più diffusi per le scritture correnti era la tavoletta cerata, su cui si scriveva a sgraffio con uno stilo dotato di spatola. Si poteva così “cancellare” il contenuto spalmando nuovamente la cera, riutilizzando il supporto per scrivere nuovi messaggi.

A tu per tu con la tavoletta cerata e lo stilo
Il quinto luogo: LA PERGAMENA

Il percorso espositivo procede con il quinto luogo di scrittura, in cui è stato ricreato uno Scriptorium medievale.

Qui i visitatori hanno l’opportunità di scrivere su fogli di pergamena utilizzando penne d’oca e inchiostro, come dei veri monaci amanuensi.

Giovane amanuense all’opera!
Il sesto luogo: LA CARTA

Il percorso si conclude con la stazione dedicata alla carta, che giunse in Europa grazie ai mercanti arabi provenienti dalla Cina, e si diffuse capillarmente fino a soppiantare quasi del tutto gli altri supporti tradizionali.

Qui è esposto un torchio ottocentesco perfettamente funzionante. Il torchio offre l’opportunità di seguire il processo meccanico di stampa: dalla composizione del testo fino alla realizzazione del foglio stampato!

E poi, nel 2005, fanno il loro ingresso i numeri!

Grazie al definitivo trasferimento della biblioteca di San Miniato Basso nell’ala opposta dell’edificio, si pensò ad un ampliamento del percorso espositivo, inaugurando nel 2005 una nuova sezione dedicata alla storia dei numeri.

Perché si sentì il bisogno di includere questo percorso, accanto alla scrittura?

Nei programmi scolastici la matematica come “scienza in divenire e dotata di storia”, è quasi del tutto assente.

Per questo motivo il Museo sulla Civiltà della Scrittura ha voluto offrire alle scuole un percorso espositivo che ponesse l’accento sull’aspetto evolutivo di una disciplina fondamentale.

Dunque anche qui i visitatori possono sperimentare in maniera ludica le conoscenze acquisite, osservando gli oggetti e i pannelli che illustrano gli antichi sistemi di numerazione .

Vi siete sempre proposti in maniera proattiva nei confronti del mondo della Scuola.

In questi 22 anni di attività, il Museo sulla Civiltà della Scrittura si è affermato a livello regionale come punto di riferimento per la didattica museale, in particolare per il mondo della scuola.

Le insegnanti scelgono il museo per far provare agli alunni un’esperienza diretta, coinvolgente e immersiva, che porta i ragazzi “a toccare con mano” la storia.

L’offerta didattica integra i programmi scolastici, proponendo per le diverse classi approfondimenti mirati su varie tematiche:

  • la scrittura nell’antichità nel laboratorio dei supporti
  • la matematica nel percorso sulle antiche numerazioni
  • il mondo egizio, con il laboratorio sul geroglifico
  • la scrittura nel mondo greco, etrusco e romano
  • il mondo medievale , con il laboratorio dedicato al Capolettera miniato e l’altro ai vari tipi di scrittura utilizzati, come la gotica e la cancelleresca
  • il percorso dedicato al processo di stampa con il torchio
Per le classi che decidono di trascorrere l’intera giornata a San Miniato, come si struttura l’offerta didattica?

Oltre al Museo sulla Civiltà della Scrittura, offriamo anche tutte le altre attività proposte dai poli museali della rete civica di San Miniato: il Museo del Palazzo Comunale; la Torre di Federico II; il Museo dell’area archeologica di San Genesio;  il Museo della Memoria, l’ultimo nato tra i Musei Civici.

Nell’ottica di un mantenimento degli standard qualitativi, la Cooperativa La Pietra d’Angolo, che gestisce il Museo dal 2011, ha anche creato nuovi percorsi.

Sì, due nuovi percorsi mirati ad accogliere vari tipi di pubblico, come glistudenti delle scuole superiori, e un pubblico di adulti:

  • il laboratorio sulla scrittura giapponese
  • il laboratorio di approfondimento sulla grammatica geroglifica

Intercettare anche questa tipologia di utenza è senza dubbio uno degli obiettivi che il museo si prefigge da tempo.

A proposito di utenza: qual è il vostro pubblico?

Le statistiche ci dicono che il museo viene visitato ogni anno da circa 5000 persone, con una media di 250 attività didattiche.

Un dato che si è stabilizzato dal 2009 ad oggi, segnando un picco nel 2008 (8000 visitatori), in concomitanza con la realizzazione della mostra dedicata agli antichi misuratori del tempo.

Indubbiamente quello delle scuole è il nostro pubblico di riferimento, ma nei ragazzi stessi vi è un forte interesse a tornare al museo anche con le proprie famiglie.

E come si presenta il vostro Museo, al target extra-scolastico?

Negli ultimi 4 anni la Cooperativa La Pietra d’Angolo ha proposto una serie di attività che permettessero di vivere maggiormente il museo, anche al di fuori dell’orario scolastico.

“Metti un pomeriggio al museo”, per esempio, prevede l’apertura nei week-end con laboratori aperti a tutti, pensati soprattutto per le famiglie.

Oppure la più recente formula “Soloxte”, con aperture su prenotazione per gruppi privati o singole famiglie.

Ma anche l’organizzazione di campi museali settimanali, durante le vacanze scolastiche, o la possibilità di usare gli spazi museali e prenotare i relativi percorsi didattici attraverso la formula “Compleanno al Museo”.

Il Museo viene quindi vissuto dai giovani in maniera naturale, facendoli sentire come a casa; questo permette loro di conoscere la storia e l’arte attraverso il gioco e il divertimento.

Ecco che il museo non è più soltanto l’involucro di opere e di conoscenze ma offre un servizio alla società.

Un servizio alla società: questo ci porta a parlare degli attuali obiettivi ai quali il museo aspira.

Obiettivi che si possono riassumere in due parole: inclusione e integrazione.

Un museo accessibile è innanzitutto un luogo empatico, che fa dell’ascolto attivo la prima strategia per il coinvolgimento.

A questo scopo è chiamato a rimuovere le proprie barriere (sensoriali, fisiche, cognitive ma anche culturali ed emotive), per permettere ai visitatori di sentirsi parte attiva.

Convinti che i musei abbiano la responsabilità di rendersi accessibili anche ad un pubblico “fragile”, negli ultimi anni sono state organizzate attività in collaborazione con associazioni e residenze sanitarie assistenziali del territorio.

Tutto questo, per cercare di far vivere anche a persone affette da alcune tipologie di disabilità, un’esperienza profonda e multisensoriale all’interno del museo, rendendolo un luogo amichevole.

Puoi farci un esempio?

Per migliorare la capacità di accogliere pubblici speciali, alcuni di noi hanno frequentato il corso proposto dalla Regione Toscana “Musei toscani per l’Alzheimer”.

Un corso che forma operatori museali in grado di progettare e svolgere attività mirate ad accogliere persone con Alzheimer, o con altre forme di demenza.

Il Museo sulla Civiltà della Scrittura, tra i poli museali della rete civica, è infatti quello che più si presta a sperimentare attività didattiche con un pubblico che necessita di essere coinvolto anche attraverso l’esperienza tattile.

E riguardo all’integrazione?

Per quanto riguarda l’integrazione, tra i vari servizi della cooperativa vi è l’impegno attivo anche nel settore dell’immigrazione.

La Cooperativa ha favorito l’attivazione di inserimenti lavorativi attraverso convenzioni con la Società della Salute, nello specifico, giovani che si affacciano per la prima volta al mondo del lavoro italiano e trovano, presso il Museo sulla Civiltà della Scrittura, realtà scolastiche multiculturali.

E poi arrivò il Covid...

E con lui, uno stop ai musei e una battuta d’arresto alle varie attività. Ovviamente tutto ciò non ha giovato, ma la speranza è quella di riaprire presto le porte del nostro museo.

Negli ultimi mesi abbiamo approntato alcuni dei nostri laboratori nella versione online, mettendoci a disposizione di tutte le insegnanti che, senza l’emergenza sanitaria in corso, sarebbero venute come ogni anno al Museo con le loro classi.

Per supplire all’esperienza diretta di scrittura che i ragazzi svolgono durante l’attività laboratoriale al Museo, diamo loro la possibilità di utilizzare un kit con i materiali scrittori, così da rendere la loro partecipazione attiva come durante i percorsi didattici svolti in presenza.

Ci auguriamo, come tutti gli altri musei che si occupano di didattica, che i ragazzi possano di nuovo varcare le soglie del nostro museo. Le loro voci, i loro sorrisi e i loro abbracci ci mancano davvero tanto!

Vogliamo tornare ad essere a servizio della società, e a cambiare con essa. Il nostro desiderio è continuare ad essere un riferimento importante per tutta la comunità, così come lo siamo stati in questi ventidue anni.

Clicca qui per maggiori info e per prenotazioni.

Reggio Emilia Approach: il metodo che ci invidia il mondo

in Approcci educativi/Protagonisti by
Scopriamo il Reggio Emilia Approach, il metodo educativo ideato nel dopoguerra dal pedagogista Loris Malaguzzi, e Reggio Children, il Centro Internazionale per la difesa e la promozione dei diritti e delle potenzialità dei bambini e delle bambine, che continua a promuoverlo in tutto il mondo.

Reggio Emilia Approach: è la fine della Seconda Guerra Mondiale quando, Loris Malaguzzi, importante pedagogista italiano ed insegnante, si fa portavoce di una sentita esigenza della comunità, ovvero, veder rinascere la società attraverso l’educazione e l’ istruzione dei bambini.

E così, sfidando contrapposizioni classiche come studio/divertimento, teoria/pratica, realtà/fantasia, e stravolgendo i ruoli dell’educatore e del bambino, Malaguzzi dà vita alla sua rivoluzione.

Una rivoluzione che si concretizza in un vero e proprio metodo educativo, e che prende il nome dalla città in cui è nato: il metodo Reggio Emilia, più internazionalmente noto come Reggio Emilia Approach (lo avevamo menzionato qui e ne avevamo parlato anche qui).

Cos’è il Reggio Emilia Approach?

Il Reggio Emilia Approach, è un sistema educativo che interessa i bambini da 0 a 6 anni, e che vede il bambino occupare una posizione centrale.

Attraverso determinati percorsi che chiamano in causa la creatività, l’ intuito, la curiosità, si sviluppano le attitudini e le caratteristiche specifiche di ogni singolo bambino.

In questo metodo, infatti, proprio come nel Montessori, ogni bambino è considerato nella sua individualità, e ha un personale percorso di sviluppo. Come dire, cucito addosso come un abito!

Quali sono gli obiettivi di questo metodo?
  • Una crescita equilibrata e armoniosa del bambino
  • Formare un cittadino consapevole e capace di entrare in relazione con gli altri e con l’ambiente
  • Fornire condizioni di apprendimento, e non sterili conoscenze
Come viene considerato il bambino?

Un soggetto “dotato di diritti”, creatore di conoscenza, in grado di comunicare e con la piena facoltà di essere ascoltato, cui spettano iniziative e proposte: ecco qua il bambino, agli occhi del Reggio Emilia Approach.

Un esempio della sua autonomia? All’interno dell’assemblea di classe mattutina è il bambino stesso, o anche in gruppo, che inventa e programma la giornata.

Grazie ai suoi cento linguaggi e modi di pensare, esprimersi e capire, il bambino apprende attraverso un processo spontaneo che si sviluppa nella rete di relazioni che ha con la famiglia e con gli educatori.

È compito della scuola – in collaborazione coi genitori – valorizzare i suoi linguaggi, anche attraverso il gioco, l’arte, la musica, la cucina. 

Che ruolo ha l’educatore?

Dando piena fiducia al bambino, e fornendogli gli strumenti per osservare la realtà e porsi domande, ma anche progettare partendo dai propri interessi, l’educatore osserva e ascolta il bambino.

Dunque, più che salire in cattedra, l’educatore collabora con il bambino (ma anche con i genitori), seguendo e documentando passo passo progressi e risultati.

All’interno della scuola sono previsti degli spazi chiamati atelier in cui far entrare in contatto i bambini con diversi materiali, sperimentando e svolgendo attività che impegnino mani, pensiero ed emozioni.

Che ruolo hanno i genitori?

I genitori diventano educatori protagonisti. Nello specifico:

  • Si confrontano tra loro
  • Discutono con gli educatori riguardo alle eventuali difficoltà che il bambino incontra
  • Si occupano dell’accoglienza dei bambini
  • Gestiscono l’allestimento degli spazi all’interno delle strutture educative

Nel corso degli anni il Reggio Emilia Approach ha raggiunto un grande successo e una notorietà tale da essere imitato in tutto il mondo: Stati Uniti, Cuba, Palestina, Kenya, molti Paesi dell’Est Europa e altri ancora.

Esempio concreto e tangibile di questa fama lo abbiamo avuto nel 1991, quando la prestigiosa rivista statunitense “Newsweek”, identificò nella Scuola comunale dell’infanzia Diana, in rappresentanza della rete dei servizi comunali, l’istituzione più all’avanguardia nel mondo riguardo l’educazione dell’infanzia.

Reggio Children

Per valorizzare e rafforzare sempre più il Reggio Emilia Approach, nasce nel 1994 Reggio Children, centro internazionale per la difesa e la promozione dei diritti e delle potenzialità dei bambini e delle bambine.

Attraverso le sue attività, tra loro in relazione, Reggio Children sperimenta, promuove e diffonde un’educazione di qualità.

Oltre alla ricerca, Reggio Children si occupa di organizzare mostre e atelier, pubblicare libri sul tema e offrire consulenza e formazione costante.

Quello dell’educatore è un lavoro di formazione continua, soprattutto agli occhi del Reggio Emilia Approach. Proprio per questo motivo Reggio Childreen propone (a docenti, insegnanti, educatori, studenti, professori, operatori o chiunque è  interessato al tema) percorsi di formazione, seminari e incontri in Italia e nel mondo per conoscere e approfondire sempre più il Reggio Emilia Approach.

Infine, nel 2011 nasce la fondazione no profit Reggio Children Centro Loris Malaguzzi, per diffondere in tutto il mondo i valori del Reggio Emilia Approach, anche attraverso il confronto con altri Paesi e altre esperienze.

Per maggiori info:

  • Qui per formazione a Reggio Emilia
  • Qui per convegni e seminari nel mondo

Premio ASIMOV: potere agli studenti!

in Attività in classe/Protagonisti/Spunti di lettura by
Ripercorriamo insieme gli aspetti fondamentali del Premio ASIMOV, che vede gli studenti premiare il miglior testo di divulgazione scientifica pubblicato negli ultimi 2 anni.

20 giorni fa si sono chiuse le iscrizioni per partecipare alla 6° edizione del Premio ASIMOV, che coinvolge quest’anno 16 regioni d’Italia, per un totale di 10.000 studenti delle scuole superiori, oltre a 600 docenti.

Abbiamo già avuto modo in passato di conoscere Francesco Vissani, ideatore e presidente del Premio ASIMOV (trovi qui l’intervista), e anche di parlare con lui nel dettaglio delle caratteristiche del concorso (trovi qui l’articolo).

Ma facciamo un breve “riassunto delle puntate precedenti”, per tutti coloro che non hanno avuto ancora modo di conoscere questo premio dalla dinamica interessante e davvero intelligente, e dove, come sottolinea Vissani, tutte le persone coinvolte sono parte attiva.

Il nome

Isaac Asimov, autore di numerose opere, ha scritto moltissimo nella sua vita. Di scienza, ma non solo. Per questo è stato scelto il suo nome: proprio per abbattere le barriere tra cultura umanistica e cultura scientifica!

Lo scopo

Avvicinare le giovani generazioni alla cultura scientifica, attraverso la valutazione e la lettura critica delle opere in gara.

A chi si rivolge

Agli studenti delle scuole secondarie superiori.

Come funziona

Gli studenti recensiscono una o più opere di divulgazione scientifica selezionate (pubblicate negli ultimi 2 anni), votando quella che secondo loro è la migliore. Ma gli studenti stessi diventano poi concorrenti, in quanto tra tutte le recensioni inviate il Comitato Scientifico premierà le più meritevoli.

L’attività di lettura, analisi e recensione delle opere in gara può essere riconosciuta ai fini dell’attribuzione di crediti formativi, e come percorso per le competenze trasversali e per l’orientamento.

Ruolo degli insegnanti

Fondamentale! Non solo nell’organizzazione del lavoro in classe, riguardo alla scelta del metodo di lavoro sulle opere in concorso, ma in quanto coinvolti nel Comitato Scientifico che seleziona le recensioni migliori.

Da chi è composto il Comitato Scientifico

Oltre che da docenti, da ricercatori, scrittori e giornalisti provenienti dagli Istituti Superiori coinvolti nel progetto, e da importanti realtà scientifiche e culturali nazionali, come INFN, CNR, Radio3Scienza, ALI e CICAP.

Opere in gara in questa 6° edizione

Il 7 febbraio è scaduto il termine entro cui iscriversi al concorso, ma c’è ancora tempo per gli insegnanti per aderire al Comitato Scientifico (qui le info per farlo), e fino al 13 marzo è possibile inviare le recensioni.

La cerimonia conclusiva si terrà il 17 aprile in contemporanea nelle sedi locali dei partners aderenti all’iniziativa, e in autunno avverrà l’incontro nazionale tra l’autore del libro vincitore del premio ASIMOV e gli studenti autori delle migliori recensioni: un momento davvero emozionante!

Lasciamo ora la parola a Francesco Vissani, in questa interessante intervista fatta da Enzo Argante per GREEN Carpet, nella quale il fisico parla, tra le altre cose, del fatto che il rapporto tra giovani e scienza, in Italia,  in realtà sembra essere molto migliore di quanto comunemente si creda. Aggiunge poi:

Secondo me in Italia dovremmo fare uno sforzo maggiore per consentire ai giovani di mettersi alla prova, invece di dire loro cosa fare. Come dire, invece di rimarcare continuamente il nostro ruolo di padri, un po’ più di amore verso quelli che sono nostri giovani fratelli, per me, ci sta tutto.

E noi, non possiamo che essere d’accordo!

Per maggiori informazioni sul Premio, clicca qui per raggiungere il sito dedicato.

Il pongo come pulsante di un videogame? È Click4all!

in Approcci educativi/Bisogni Educativi Speciali/Protagonisti by
Con Nicola Gencarelli, del team Click4all, scopriamo la tecnologia digitale che aiuta l’inclusione di persone con disabilità e fragilità

Prima di parlare di Click4all, facciamo un passo indietro: dobbiamo infatti ricordare che è terminata il 14 febbraio la raccolta degli elaborati che hanno partecipato al Concorso “Come stai. Dillo con arte!“.

Perché ricordarlo? Perché il Concorso è promosso dalla campagna educativa nazionale Più unici che rari di Librì Progetti Educativi, in collaborazione con Sanofi, e vede come premio per le prime 15 classi, proprio il dispositivo Click4all.

Dunque, eccoci qua: di cosa si tratta, nello specifico, Click4all?

La domanda non è banale, e per questo abbiamo chiamato in causa uno degli ideatori di questo affascinante dispositivo: Nicola Gencarelli, laureato in Scienze della Comunicazione e Scienze dell’Educazione, nel 2012 ha scritto “Ausili fai da te. Creare e adattare oggetti e strumenti tecnologici per la disabilità“.

Il team che ha ideato Click4all fa parte della Fondazione ASPHI Onlus. Ci può parlare brevemente di cosa si occupa?

La Fondazione ASPHI Onlus promuove l’inclusione delle persone con disabilità e fragilità in tutti i contesti di vita, attraverso l’uso delle tecnologie digitali.

Partendo dai bisogni e dai contesti in cui si trovano queste persone, e attraverso un’attività di ricerca mirata alle tecnologie digitali, realizziamo i necessari adattamenti e cambiamenti che incidono concretamente sulla qualità di vita.

Come lo facciamo? Con azioni di sensibilizzazione, comunicazione, formazione e consulenza.

Click4all: cos’è e a chi si rivolge?

Click4all è un kit per costruire pulsanti e bottoni creativi che interagiscono con il mondo digitale e multimediale.

Quasi tutto può così diventare un tasto: il pongo, bicchieri d’acqua, una mela o una banana, ritagli di carta stagnola, scatole di latta e qualsiasi oggetto che contenga parti di metallo o acqua.

Con Click4all tutto diventa un pulsante per giocare a un videogame, ma anche per scegliere una musica su Spotify, suonare uno strumento musicale virtuale, comunicare sui social, sfogliare un e-book, far partire un video su Youtube, ecc. 

Click4all permette, in sintesi, di collegare questi tasti assemblati e modellati a proprio piacimento, a qualsiasi device, attivando relazioni di causa-effetto o di esplorazione.

Può essere utilizzato da bambini con disabilità diverse (cognitive, fisiche o entrambe), da adulti con disabilità, nell’ambito di attività riabilitative, educative o anche solo come gioco.

Come e quando è nata l’idea di questo dispositivo?

L’idea è nata nel 2015, in un momento di fioritura del fenomeno della digital fabrication, della prototipazione rapida e del movimento dei Makers e del fai-da-te digitale.

E’ ispirato nella sua realizzazione tecnica al bellissimo “Makey Makey”, strumento per l’educazione digitale nato da alcuni ricercatori del Media Lab del M.I.T. di Boston.

Partendo dalla loro geniale intuizione, abbiamo creato qualcosa che fosse più orientato alle esigenze delle persone con disabilità. 

Alla base di Click4all c’è l’approccio pedagogico costruzionista di Seymour Papert, ovvero l’idea che:

l’apprendimento non è una trasmissione di conoscenze, ma un processo di esplorazione e manipolazione di oggetti reali e artefatti cognitivi

Tutti, anche chi non è ingegnere informatico, possono quindi diventare creatori – e non solo consumatori – di tecnologia digitale.

Nel nostro piccolo, con Click4all permettiamo a bambini e adulti di esplorare, immaginare e realizzare forme nuove di interazione con il digitale.

Quante professionalità hanno contribuito alla sua realizzazione?

L’idea è nata dalla squadra di ricerca tecnologica di ASPHI: attualmente il gruppo è formato da un informatico, un educatore, uno psicologo e una pedagogista.

Dall’idea iniziale alla sua realizzazione, quanto tempo è trascorso?

Le prime versioni, nel 2015, erano fatte con una scheda Arduino chiusa dentro scatole di gelato. Nel 2016 siamo passati alla produzione dei kit che ora sono in commercio.

Ad oggi, quanti premi ha vinto Click4all?

Abbiamo vinto il bando Thinkforsocial di Fondazione Vodafone nel 2016, che ci ha permesso di passare dai prototipi alla produzione del kit.

Inoltre, abbiamo potuto ambire a una distribuzione capillare sul mercato italiano delle soluzioni tecnologiche, in ambito educativo e riabilitativo.

Abbiamo poi vinto il premio Make to Care di Sanofi Genzyme nel 2016, e il premio Cariplo Crew nel 2019, che ci sta permettendo di sviluppare una app, Click&DO, utile a chi utilizzerà Click4all in futuro.

Fino ad ora il kit è utilizzato soprattutto da operatori dell’educazione e della riabilitazione, con predisposizione alle tecnologie. Con l’ app vogliamo rendere più semplice la creazione di attività digitali, anche da parte di famiglie e insegnanti.

Ha un sogno da realizzare, o un bisogno specifico che vorrebbe soddisfare, attraverso la realizzazione di una qualche tecnologia?

La mission di Fondazione ASPHI è contribuire a processi di innovazione sociale, cercando di dare il nostro piccolo contributo a colmare l’ultimo miglio che separa l’ecosistema tecnologico, dalle necessità e dai desideri delle persone con fragilità.

Per questo, più che l’invenzione di nuove tecniche o strumenti, serve una rivoluzione culturale, un cambiamento di paradigma verso un welfare di comunità: nella scuola, nel lavoro, nel sistema socio-sanitario della cura.

La tecnologia di per sé è neutra: può creare ponti o barriere, contribuire alla coesione sociale o approfondire diseguaglianze. Saranno le nostre scelte politiche, sociali e culturali a fare la differenza. Il nostro impegno per il futuro è contribuire a questo cambiamento.

Ringraziamo Nicola Gencarelli per aver risposto alle nostre domande.
Per coloro che vogliono approfondire ulteriormente, ecco i riferimenti ai profili social Facebook e Twitter di Click4all.

Il kamishibai,”teatro di carta” che incanta e racconta

in Approcci educativi/Protagonisti by
Scopriamo il kamishibai, letteralmente “teatro di carta”, dove racconto orale e illustrazioni si uniscono armoniosamente

Se ancora non possiamo tornare a viaggiare verso mete lontane, la nostra curiosità non conosce limiti, e stavolta si è spinta fino al Giappone, alla scoperta del kamishibai, il magico “teatro di carta“.

Ne abbiamo parlato con Paola Ciarcià, Presidente dell’AKI (Associazione Kamishibai Italia), docente e formatrice nel settore della pedagogia applicata all’arte e ai beni culturali, e Mauro Speraggi, pedagogista, membro del CIGI (Comitato Italiano del Gioco Infantile) e del comitato scientifico dell’Artoteca di Cavriago (RE).

Cos’è il Kamishibai e qual è la sua origine?

Il kamishibai è una tecnica di narrazione giapponese, che ha avuto la sua massima espressione nel periodo tra le due guerre mondiali, grazie alla combinazione di 3 fattori:

  • la diffusione della bicicletta
  • la crisi economica del 1929
  • l’avvento del cinema sonoro

I primi artisti del kamishibai erano narratori benshi, disciplina che consisteva nel commentare i film muti di allora. Con l’avvento del sonoro migliaia di loro persero il lavoro, e iniziarono l’attività di narrazione in strada.

Si stima che in quel periodo, in tutto il Giappone vi fossero oltre 30.000 kamishibaiya (cantastorie kamishibai)!

Non era raro trovare in un angolo di strada un narratore che, in sella a una bicicletta, con il suo piccolo teatro in legno (butai), richiamasse i bambini battendo tra loro due bastoni di legno. Tutti accorrevano per comprare dolciumi e ascoltare storie, che di solito erano: un racconto buffo, una storia d’amore o una di avventure. Così, tutti i gusti venivano accontentati!

Illustrazione tratta da “L’uomo del kamishibai
Di Allen Say – Edizioni Artebambini
Come funziona il kamishibai?

Il dispositivo si basa sullo scorrimento di singole tavole illustrate, inserite dal narratore all’interno di un piccolo teatro in legno (il butai): attraverso il loro scorrere la storia prende vita.

Il narratore, oltre a gestire il flusso del racconto, commenta le immagini e da’ voce ai personaggi, leggendo il testo riportato sul verso di ogni tavola.

Come ogni buon cantastorie, il narratore cura la drammaturgia della messa in scena, attraverso suoni, rumori ed “effetti speciali”, dando vita a un vero e proprio spettacolo.

Qual è il suo pubblico? È pensato solo per i bambini o anche per gli adulti?

Dal momento che prima di iniziare la narrazione, il cantastorie vendeva caramelle o proponeva giochi e canzoncine, il pubblico è storicamente quello dei bambini e dei ragazzi.

Non esclude però gli adulti; anzi, avendo molte parentele con i cantastorie c’è anche un repertorio per gli adulti o quantomeno per le famiglie. 

Oggi noi portiamo le storie kamishibai nelle biblioteche, nelle scuole, ma anche nei quartieri e nelle piazze. La tecnica rimane sempre quella di una performance basata sul racconto e sulla stretta simbiosi con le immagini.

Quali sono le sue funzioni pedagogiche?

Il kamishibai è innanzitutto una forma di spettacolo, quindi si condivide la storia con altri. Ha in sé il rito dell’attesa di “inizio spettacolo”, concentra l’attenzione e la focalizza sulla potenza della storia letta a voce alta, e sulle grandi illustrazioni. 

Potremmo dire che è la dimensione collettiva del racconto.

Nella sua apparente semplicità, è un congegno narrativo assai complesso: recupera la dimensione originaria della narrazione orale popolare, e si collega all’invenzione del libro, dal momento che il cantastorie sfoglia pagine e mostra immagini.

Il kamishibai è uno strumento prezioso dal punto di vista educativo: è l’anello di congiunzione fra il gioco simbolico e l’albo illustrato.

A scuola e in un museo diventa un mezzo per trasformare una lezione in storia narrata: è uno straordinario facilitatore per un apprendimento complesso e  accattivante.

Il kamishibai segue un copione preciso o è anche frutto dell’improvvisazione del narratore? Ci sono momenti di interazione con il pubblico?

Le tavole illustrate raccontano ognuna una sequenza di una storia definita in precedenza.

La parte della tavola rivolta verso il pubblico è interamente illustrata, mentre nel retro c’è il testo, e una piccola immagine che riproduce l’illustrazione della tavola che si sta leggendo.

Il kamishibai predilige storie semplici, di forte impatto narrativo in cui sia facilmente riconoscibile la struttura della storia e si rispetti la triade narrativa inizio/svolgimento/fine.

Prima di raccontare una storia, il narratore deve:

  • leggere con attenzione il testo
  • cogliere nelle illustrazioni gli aspetti significativi
  • esercitarsi nello scorrimento delle tavole: farlo davanti ad uno specchio aiuta a gestire armoniosamente i passaggi
Quali possono essere gli insegnamenti di questa arte?

È un’esperienza estetica a tutto tondo, perché coinvolge tutti i sensi oltre ad essere uno strumento di cittadinanza attiva e partecipata, se la lettura avviene in luoghi pubblici. Inoltre:

  • Rimette al centro il racconto ad alta voce
  • Dà dignità al mondo delle figure
  • Ripristina un legame stretto tra narratore/trice e pubblico
  • Potenzia la dimensione dell’ascolto, dell’attesa, dell’attenzione
L’AKI (Associazione Kamishibai Italia), da quale spinta/esigenza è nata, e perché?

Alla Fiera Internazionale del Libro di Bologna del 2000, in cui eravamo presenti con Artebambini, siamo stati incuriositi da una strana valigetta di legno di uno stand del Giappone, in mezzo a libri e grandi tavole illustrate.

La storia di questo antico strumento di lettura, che seduceva per la sua stretta parentela con il teatro, ci ha spinti a credere che poteva essere lo strumento ideale da portare nelle classi, nelle biblioteche, negli incontri con i genitori.

Il libro, l’albo illustrato, la lettura ad alta voce: era come se avessero trovato un’altra dimensione!

Da quell’incontro sono passati diversi anni di sperimentazioni, letture, corsi di formazione, storie prodotte. Ma le emozioni che è in grado di suscitare questo antico strumento non si sono per niente scalfite!

Finché si leggeranno e ascolteranno storie kamishibai, si rinnoverà l’incanto, la meraviglia e lo stupore propri dei racconti e della narrazione che risalgono all’alba dell’umanità.

Paola Ciarcià con i bambini

Per questo motivo da qualche anno è nata a Bologna l’AKI – Associazione Kamishibai Italia, che è socia dell’Associazione Internazionale dei Kamishibai, con sede in Giappone. Per tutelare, diffondere e fare ricerca su questo strumento culturale ed educativo.

Ogni anno promuove il World Kamishibai Day, che si celebra il 7 dicembre, giorno in cui i giapponesi attaccarono la Marina degli Stati Uniti a Honolulu, nel 1941.

Per questo l’Associazione Internazionale Kamishibai del Giappone lo ha scelto: perché diventi una ricorrenza di pace, e il kamishibai uno strumento di pace.

Quale miglior antidoto alla paura, ai conflitti, alle guerre, se non quello che ci viene dalle storie narrate con il kamishibai, portatore di gioia e colori?

Malattie rare e inclusione: parliamone con un vero esperto!

in Bisogni Educativi Speciali/Protagonisti by
Marcello Cattani, Presidente e Amministratore Delegato del Gruppo Farmaceutico Sanofi, ci parla di malattie rare e di inclusione

Quando parliamo di malattie rare, a cosa ci riferiamo?

A malattie gravi, croniche e progressivamente invalidanti. Se ne stimano 6000/7000 e si definiscono rare perché non colpiscono più di 5 persone ogni 10 mila abitanti. Complessivamente, però, riguardano tantissimi individui: 300 milioni di persone nel mondo, 1 persona su 17 in Europa, 2 milioni solo in Italia. In un caso su 5 sono bambini o ragazzi sotto ai 18 anni”.

Un impegno, quello di Sanofi, che va ben oltre le terapie.

Da oltre 35 anni siamo impegnati nella ricerca di terapie innovative che possano migliorare la qualità di vita di queste persone e delle loro famiglie. Dallo sviluppo di servizi che facilitino la gestione della patologia e la relazione con gli specialisti, alle attività di sensibilizzazione sul tema dello screening neonatale e dell’inclusione sociale.

È un impegno quotidiano che mette al centro le persone e i loro bisogni, e che ci mette in contatto con storie e vissuti, con la loro quotidianità, a volte fatta di difficoltà che si accompagnano a un senso di esclusione, fino ad arrivare a episodi più gravi di emarginazione, scherno o bullismo.

Per questo sviluppiamo e sosteniamo da sempre progetti dedicati alla comunità dei malati rari, finalizzati ad avvicinare la società a questa realtà. Penso al progetto fotografico di Aldo Soligno, che ha raccontato le loro Rare lives con immagini e testimonianze; a “Fatto per arte”, che ha liberato le loro emozioni attraverso l’espressione artistica; a Make to Care, il contest che incoraggia e supporta la patient innovation e lo sviluppo di soluzioni innovative per la disabilità”.

Perché è importante portare questi temi a scuola, e in che modo è opportuno farlo?

Mai come oggi è importante interrogarsi su diversità e inclusione, paure ed emozioni. Lo è per noi adulti ma ancora di più per i nostri bambini e ragazzi“.

Abbiamo il dovere e l’opportunità di crescere adulti più consapevoli.

Proprio per questo motivo abbiamo deciso di supportare la campagna “Più unici che rari”, promossa da Librì. Rivolta a ragazze e ragazzi delle scuole primarie e secondarie di primo grado, si tratta di in un percorso didattico (oggi è anche un libro nel circuito delle librerie) che promuove l’importanza dell’inclusione nell’ambiente scolastico, partendo proprio da quelle difficoltà che possono nascere in presenza di malattie rare o altre patologie, come l’asma o la dermatite atopica”.

Crediamo che questi siano temi chiave per la crescita, in un momento in cui le “diversità” vengono rifiutate e spesso ridicolizzate anche tramite i social networks, causando seri problemi tra i giovani più fragili.

“Il kit educativo della campagna “Più unici che rari” comprende un volume illustrato con le storie di 11 compagni di classe unici, una guida per gli insegnanti con esercitazioni e discussioni da fare in classe, e tante schede che ci permettono di coinvolgere anche le famiglie.

Nel 2020 hanno partecipato al progetto più di 2.500 classi e quasi 64.000 alunni e famiglie, con 750 insegnanti che hanno seguito i webinar organizzati grazie anche alla nuova piattaforma digitale piuunicicherari.it , pensata per far fruire i materiali e i percorsi didattici anche da casa, rendendoli a prova di DAD e disponibili a un numero di persone ancora più ampio”.

Chi sono i partner in questo progetto?

“Il progetto conta sul patrocinio di 20 associazioni di pazienti tra cui Uniamo FIMR Onlus (Federazione Italiana Malattie Rare), e 4 enti tra cui l’Ospedale Pediatrico “Gaslini” di Genova e i Centri di Coordinamento Malattie Rare della Regione Abruzzo e della Regione Campania. Sono realtà che conosciamo da vicino, che hanno sposato la nostra idea e si sono volute schierare al nostro fianco”.

Pronti per la Giornata delle Malattie rare del prossimo 28 febbraio?

“Le basi per la Giornata le abbiamo gettate mesi fa con un nuovo percorso didattico online a cui è collegato il concorso Come stai. Dillo con arte!, che vuole far esplorare agli studenti emozioni e paure attraverso la creatività artistica. Fino al 14 febbraio le classi potranno caricare i propri elaborati sul sito, dove chiunque può votarli. Da lì, possono anche essere condivisi sui principali social network. Ne sono già arrivati tanti e molti sono anche i “like” che hanno ricevuto!

Le classi vincitrici saranno comunicate il 25 febbraio, in prossimità della Giornata Mondiale delle Malattie Rare 2021, durante un evento live sulla pagina Facebook di Sanofi Italia. Questo sarà anche l’occasione per un’anteprima della campagna di comunicazione sull’inclusione delle persone con malattia rara, a cui stiamo lavorando con l’associazione Parole O_Stili“.

Sarà una campagna che usa il linguaggio, le parole come ponte per la conoscenza e la comprensione dell’altro.

Non voglio svelare di più per non rovinare la sorpresa: vi aspettiamo online sulla nostra pagina Facebook il 25 febbraio dalle 17.30 per scoprire di più!”.

Conoscere e raccontare la diversità in classe

in Esperienze digitali/Protagonisti by
Marianna Balducci ci racconta come è andato il suo webinar sulla diversità e di come si può affrontare in classe.

Non molti giorni fa, in occasione di un webinar condotto assieme a Francesco Fagnani per il progetto “Più unici che rari” (Librì progetti educativi e Sanofi Italia) dedicato alle diversità e all’inclusione, davanti a una virtuale ma consistente platea di insegnanti, mi sono presentata con uno scheletro.

Contro ogni sensata accortezza per la prima impressione, ho pensato che non avrei certo potuto sfondare con lo schermo la porta di casa di così tante persone a mani vuote.

D’altra parte, non ho portato un cadeaux di poco conto: ho portato una larva convivialis (ne parlava in un bell’articolo Emanuela Pulvirenti sul suo didatticarte.it), una di quelle piccole sculture che nei tempi antichi venivano apparecchiate in mezzo alla tavola per ricordarci dell’esistenza delle nostre più oscure paure.

Ah già, ho portato anche il Babau (quello delle “Storie dipinte” di Dino Buzzati), nessuno mi aveva dato indicazioni se fossero proibiti o meno gli animali. 

Non fatevi un’idea sbagliata, io sono una fifona, ho tendenzialmente paura di tutto.

Forse proprio per questo, quando mi è stato chiesto di parlare di come la creatività potesse trasformarsi in uno strumento per conoscere e raccontare la diversità in classe, ho pensato di partire proprio dalla paura.

La paura è quella bestiaccia che si mette (e ci mette) sulla difensiva quando ci troviamo in una condizione sconosciuta e che, per qualche ragione (a volte ingiustificata), ci appare minacciosa.

A volte ci blocca, ci impedisce di comunicare, ci allontana dagli altri ma anche un po’ da noi stessi. 

Ma dentro ai confini ampi ed elastici dell’arte sospendiamo il giudizio e ci concediamo di essere sorpresi, emozionati, vulnerabili.

Quando ci cimentiamo in una pratica creativa (disegnare, fotografare, scrivere una storia), mettiamo sul piatto anche quelle pericolose tensioni che ci hanno fatto paura. A volte addirittura, sono loro a divenire la molla per generare qualcosa di nuovo.  

Durante questo appuntamento, abbiamo perciò apparecchiato le paure per dirci che possiamo individuare spazi in cui testare la nostra capacità di camminare insieme nell’ignoto e dargli un nuovo nome, se abbiamo molta immaginazione forse persino un nuovo destino.

Creare in classe la stessa zona franca che l’arte spesso rappresenta per l’artista, può aprire vie di comunicazione inaspettate.

Iniziamo con l’osservare assieme agli alunni un progetto creativo, smontarlo. Poi rimontiamolo insieme e proviamo a generarne uno “tutto nostro”.

Non è solo un mettere le mani in pasta (su certi materiali e certi temi), ma è soprattutto calarsi in una nuova modalità di pensare, di pensarci.

Proprio come gli oggetti del mio “La vita nascosta delle cose” (Sabir editore) possiamo permetterci di dire che ci siamo stancati di essere sempre gli stessi, di fare sempre le cose nello stesso modo.

Possiamo lasciare che sia l’immaginazione (a cui è concessa anche la più impossibile delle alternative) a darci il coraggio di innescare un cambiamento.

Ecco che, allora, da una storia siamo approdati in modo naturale a un esercizio ma con quell’esercizio possiamo aprire un’altra storia, la nostra.

(Ve l’ho raccontato nel webinar, e ve l’avevo scritto qui)

Dopo avervi apparecchiato scheletri e Babau, infatti, vi ritroverete faccia a faccia con molte storie che sono anche un po’ dei format: a volte è il modo in cui sono confezionate, a volte è la miccia che le ha generate… diversi sono i bandoli a cui possiamo risalire per riproporre quel tipo di percorso (con mezzi compatibili col nostro ambiente) e farne fare, almeno in parte, l’esperienza per sciogliere stavolta le nostre matasse.

Non tanto voli di fantasia nel senso astratto del termine, piuttosto molto “saper fare” pratico che si traduce in mappe geografiche ed emotive, leporelli autobiografici, modi per andare sulla luna, orsacchiotti malandati da intervistare.

Un consiglio: se state pensando di portare uno di questi esempi in classe, non perdete l’occasione di costruire l’attività testandola sulla vostra pelle.

Solo così andrete incontro alla spietata praticità dei tempi da gestire (quanto tempo mi serve per tagliare degli elementi da combinare piuttosto che portarli già tagliati?

Quanto quel tagliarli fa parte dell’esercizio ed è quindi un passaggio fondamentale da non fare al posto dei ragazzi?).

Solo così vi verranno in mente magari delle varianti. Prendiamo, a questo proposito, nuovamente in mano gli oggetti insofferenti dell’esempio precedente.

Se lavoriamo solo con oggetti composti da più parti (una moka divisibile in 3 pezzi, un cavo col suo alimentatore in coppia, una lampada composta da lampadina, cavo e struttura), possiamo spostare il ragionamento da un’altra parte.

Che succede se agli oggetti scomposti manca un componente? Sono rotti, non funzionano, ci dicono.

Ma se fotografiamo quei pezzi singolarmente e col disegno li poniamo al centro di una nuova scena, forse possiamo inventare per loro un nuovo ruolo.

Chi lo dice che le cose debbano per forza funzionare in un modo solo?

Se davanti alla realtà avete già una buona predisposizione a questo tipo di switch mentale, se volete conoscere qualche autore, libro, progetto artistico che vi accompagni e vi incoraggi a praticarne sempre di più, potete quindi seguirmi in questa densa chiacchierata.

Al termine, con un po’ di coordinate nuove per spingervi verso terre sempre più lontane, magari sarete in cerca di un’occasione in cui testare subito le idee che vi saranno venute in mente.

Allora vi torneranno utili le parole di Francesco Fagnani (che chiudono questo video e aprono verso il sito del progetto piuunicicherari.it) che introducono il concorso “Come stai? Dillo con l’arte” da portare in classe (in scadenza fra poche settimane).

Ci saranno diverse cornici tematiche all’interno delle quali collocare anche molti dei nostri discorsi e, sì, ora che lo scheletro lo avete anche digerito, sarete pronti anche per quella dedicata proprio alla paura!

Qui potete rivedere il webinar “Indizi e tracce per un’esplorazione foto-illustrata del mondo”

“Gentile come te”: la presentazione è online!

in Esperienze digitali/Protagonisti by
Lunedì 21 dicembre 2020 dalle ore 16:00 ci sarà la presentazione online del libro “Gentile come te”, per parlare di gentilezza nelle scuole secondarie di I grado.

Il 21 dicembre 2020, alle ore 16:00, parleremo di gentilezza e amicizia, con la presentazione online di “Gentile come te”, il nuovo titolo della collana Collilunghi, edita da Librì progetti educativi. E lo faremo con l’autore Fabio Leocata e l’illustratore Massimo Alfaioli.

“Gentile come te” è un libro, scritto sotto forma di diario, che si rivolge direttamente alle ragazze e ai ragazzi della scuola secondaria di I grado, raccontando le vicissitudini di un gruppo di amici alle prese con i problemi di tutti i giorni: l’amicizia, la solitudine, le forme del bullismo, il rapporto con i genitori, la scoperta dell’amore.

Perché leggere “Gentile come te” a scuola?

Con “Gentile come te” – da leggere in classe o proposto come lettura agli studenti – è possibile realizzare in classe un vero e proprio percorso sulla gentilezza: il linguaggio del racconto infatti – rispetto ad altre forme – ha la forza di creare con i lettori una relazione educativa, capace di favorire tra i più giovani l’acquisizione di abilità e comportamenti corretti, di valori quali la gentilezza, il rispetto e la cura verso se stessi e gli altri, l’empatia, la solidarietà, la capacità di ascolto.

La gentilezza diventa quindi un valore, un atto civico consapevole, una bussola per non perdersi, per imparare a crescere insieme.

Cos’ho imparato in questi anni di scuola media? Tre cose. La prima è che ognuno di noi vale molto di più di quello che si mette addosso ogni mattina o del voto che ha sul registro elettronico. La seconda è che se vuoi vivere, e intendo vivere veramente, non puoi evitare ogni tanto di scottarti. La terza è che la cosa più incredibile che ti possa capitare è trovare degli amici che ti accettino per quello che sei, che non ti facciano mai sentire sola. Perché sentirsi soli è la cosa più terribile che ci sia. È come una specie di virus, un male invisibile che ti entra dentro e ti si attacca alle cellule, succhiandoti la vita. (Tratto da “Gentile come te”, Librì 2020)

Per partecipare alla presentazione online, è necessario iscriversi qui: https://register.gotowebinar.com/register/7444379127176542224

Per acquistare “Gentile come te”, lo trovate nello shop del sito Librì Progetti Educativi: https://www.progettieducativi.it/prodotto/gentilecomete/

Festeggiare con… i morti!

in Protagonisti by
Sono tantissimi i paesi e le regioni, in ogni parte del mondo, in cui si celebrano i defunti con feste e cibi insoliti

La festa più famosa è sicuramente Halloween, celebrata il 31 ottobre, che dagli Stati Uniti e il Canada ha conquistato tutto il mondo (anche se la sua origine è celtica); ma sono tante le tradizioni, le feste e addirittura i cibi legati al culto dei morti. In Italia e nel mondo cattolico, la festa dei morti viene per tradizione festeggiata il 2 novembre.

La maggior parte delle feste legate al culto dei morti infatti viene festeggiata vicino all’equinozio di autunno, il momento dell’anno “più buio”, in cui il ciclo calante dell’illuminazione solare diventa metafora del ciclo della vita.

Ma quali sono le tradizioni più famose del nostro Paese legate al culto dei morti?

In molte regioni, per il giorno dei morti, si lasciavano cibo e acqua sulla tavola per accogliere gli spiriti dei defunti, così come si accendevano dei lumini per far loro luce nella notte. Sono tanti anche i dolci legati a questo giorno: gli ossi di morto, la fave dei morti, i bacilli e i balletti, gli stinchetti dei morti, i pupi di zuccaro… ogni regione ha i suoi!

Ecco una testimonianza del maestro Andrea Camilleri sul giorno dei morti.

E nel resto del mondo come si festeggiano i morti? Ecco le tradizioni più famose!

L’abbiamo già detto, la più celebre – grazie anche al cinema – è sicuramente quella festeggiata negli Stati Uniti e in Canada: è Halloween, con la sua zucca intagliata e la lugubre leggenda di Jack o’ Lantern

Durante la sera del 31 ottobre, i bambini si travestono da spiriti e streghe e se ne vanno in giro per le case del quartiere a raccogliere dolcetti.

In Messico si festeggia il Día de los muertos, con canti, festeggiamenti, fuochi d’artificio, maschere e soprattutto le straordinarie sfilate degli scheletri. Solo durante questa celebrazione, gli spiriti dei morti possono raggiungere i vivi; così vengono allestiti altari pieni di fiori colorati. E tra i piatti preparati per l’occasione, non mancano il pane dei morti e i teschi zuccherati. Una festa incredibile, tanto da essere diventata, per l’UNESCO, Patrimonio dell’umanità e recentemente è stata anche protagonista di un film di James Bond!  

E a proposito di cibo, in Guatemala per la festa dei morti viene realizzato un incredibile piatto: il Fiambre, super piccante e con più di cinquanta ingredienti, tra verdure, spezie, affettati e carne.

Un altro piatto particolare è il songpyeon, preparato in Corea in occasione della festa dei morti, chiamata “il grande mezzo”. Durante le celebrazioni, i coreani ritornano nelle case in cui sono nati per festeggiare gli spiriti dei loro antenati. I songpyeon sono torte di riso cotto a vapore, a forma di mezzaluna, con sopra tanti ingredienti diversi.

Infine, in India la festa dei morti è detta Diwali, la festa delle luci. Si accendono lampade per riportare in vita il sole che muore. Durante questa ricorrenza, le sorelle preparano per i propri fratelli un pranzo e un bagno caldo. È un modo per ricordare la nascita dell’umanità, procreata dal dio della morte Yama che si unì alla sorella Yami.

Se vi fosse venuta voglia di organizzare una gita “tematica” vi servirà la Guida ai fantasmi d’Italia con utili indicazioni su dove cercarli e dove… trovarli!!!

Buon compleanno Gianni Rodari!

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Tanti auguri a Gianni Rodari: un maestro che ci ha invitato a  liberarci di tante consuetudini letterarie del passato; ci ha insegnato a spalancare le porte e le finestre alla libertà d’espressione e ha fatto di tutti noi, appassionati di letteratura per ragazzi, dei lettori felici!

Per festeggiare in allegria la data del 23 ottobre abbiamo improvvisato in casa editrice una lettura ad alta voce di “I viaggi di Giovannino Perdigiorno”!

Ecco alcuni consigli di lettura per tutti quelli che non lo leggono da molto tempo e per quei fortunatissimi che non lo hanno ancora letto!

I viaggi di Giovannino Perdigiorno, che racconta le avventure di Giovannino, un viaggiatore curioso che esplora tanti paesi straordinari.

Le favole al telefono, per scoprire da vicino tanti straordinari e divertenti personaggi.

Le avventure di Cipollino, con la storia di un monello che fa piangere chi gli strappa i capelli e un principe acido, cattivo e poco furbo.

La grammatica della fantasia, in cui Rodari parla dei processi della fantasia e delle regole della creazione per renderne l’uso accessibile a tutti.

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Immagine di copertina dal sito ufficiale di Gianni Rodari.

Giornata mondiale dell’insegnante: 6 parole per il prossimo decennio

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In occasione della Giornata mondiale dell’insegnante, indetta dall’UNESCO per il 5 ottobre, abbiamo raccolto 6 parole-chiave da docenti di diverso ordine e grado

Pensata e voluta dall’UNESCO nel 1994, la Giornata mondiale dell’insegnante promuove la cultura e l’educazione in tutto il mondo per raccontare una professione che riveste un ruolo così delicato e fondamentale in tutte le società.

Istituita per ricordare la sottoscrizione delle “Raccomandazioni sullo status di insegnante” del 1966, documento di riferimento per i diritti e le responsabilità dei docenti a livello mondiale, è l’occasione per riflettere sulle condizioni, non sempre facili, in cui gli insegnanti spesso devono svolgere il proprio lavoro.

Un ruolo, quello dell’insegnante, che negli ultimi anni è divenuto sempre più centrale grazie anche all’obiettivo 4 dell’Agenda 2030 sottoscritta dalle Nazioni Unite, “Istruzione di qualità”: l’obiettivo indica proprio negli insegnanti quei soggetti fondamentali per attuare, a livello mondiale, un’educazione di qualità, equa e inclusiva per tutti.

Quest’anno più che mai ci sembra importante celebrare questa ricorrenza dando voce proprio agli insegnanti. Abbiamo parlato con tre docenti di diverso ordine e grado, chiedendo loro due parole ciascuno che possano guidare la scuola attraverso le sfide del prossimo decennio.

Carla Caiafa, della scuola primaria, ha raccontato le parole autorevolezza e fiducia.

Autorevolezza: è fondamentale per il presente e per il futuro ripristinare e affermare il ruolo autorevole che gli insegnanti rivestono di fronte alle famiglie e nella società. Essere docenti significa saper trasmettere il sapere, saper educare e valorizzare i propri alunni. Insomma, è un mestiere molto difficile, che può svolgere solo chi ha fatto un percorso di studi ben preciso. Queste figure professionalmente competenti e preparate, quindi, meritano il riconoscimento e il rispetto molto spesso dimenticati.

Fiducia: in particolare per la scuola primaria, è fondamentale stabilire un rapporto di fiducia e di stima reciproca con le famiglie e soprattutto con i bambini, mantenendo molto chiaro e fermo il ruolo che ognuno riveste. Le famiglie devono potersi fidare del lavoro e della figura dell’insegnante a cui “affidano” i propri figli per molte ore al giorno; i bambini devono essere accolti in un clima di serenità che stimola l’apprendimento e la relazione sociale. La figura del docente deve valorizzare le singole individualità, stabilire poche ma essenziali regole e promuovere l’entusiasmo per lo studio cercando strategie varie che “aggancino” l’interesse e la motivazione degli scolari. Bisogna, inoltre, stare sempre molto attenti a rispettare i tempi e le modalità di apprendimento individuali, poiché ogni studente ha una maturazione intellettiva e conoscitiva diversa.

Valerio Camporesi, della scuola secondaria di I grado, ci ha portato le parole individuo e libertà.

Individuo: Nella società di oggi, ”di massa”, essere individui è forse la cosa più difficile. Il continuo afflusso di messaggi e di richiami veicolati dai media tende inevitabilmente a uniformare le coscienze e i comportamenti degli individui, ridotti sempre più a ‘persone’ nel senso latino di ‘maschere’, funzionali e assoggettate a un pensiero unico che non lascia molti spazi di libertà. Questo processo di omologazione in cui siamo immersi – già descritto nel lontano 1919 da Herman Hesse nel suo memorabile incipit di Demian – non poteva non toccare anche gli insegnanti, sempre più costretti ad adeguarsi in modo più o meno conscio a parole, stilemi, modelli imposti dall’alto. Un esempio è quel vocabolario caratterizzato da un lessico quasi imposto ai docenti da ormai troppo tempo, fatto di parole tutte uguali, ripetute, che è riuscito a svuotare di ogni significato vocaboli di per sé nobili come “empatia” e “resilienza”; svuotate perché divenute standard e non il prodotto di un moto individuale. Si pensi anche al dominio culturale del pensiero unico a livello economico, che è riuscito a imporre nella valutazione dell’esame di Stato lo spirito di imprenditorialità, come se un alunno di terza media potesse avere qualcosa a che fare con una simile categoria. Perché un insegnante non può opporsi a una tale aberrazione? E si pensi anche ai modelli imperanti stile Attimo fuggente, sempre estroverso, attoriale in senso quasi clownesco, tanto giovane da dialogare con gli alunni attraverso i mezzi propri dell’uniformazione. È ancora ammesso essere insegnanti diversi, magari vecchio stile, poco o per nulla alla moda? Se anche nel mondo della scuola spingiamo sul pedale dell’uniformazione non potremo avere che un mondo sempre più massificato, fatto di ‘maschere’ incapaci di pensare con la propria testa. Se gli insegnanti sono costretti all’omologazione, molto probabilmente lo saranno anche i loro allievi e la scuola perderà la propria funzione primaria, quella di e-ducere, trarre fuori da ognuno la propria individualità e manifestare il proprio essere un tentativo prezioso e davvero unico.

Libertà: parola strettamente connessa alla prima, e dai significati quanto mai complessi, anche in riferimento al lavoro dell’insegnante. Non c’è traccia, nei nostri paesi avanzati, di quella mancanza di libertà di insegnamento di cui parla il documento dell’Unesco: mancanza terribile, difficile anche solo da immaginare per noi occidentali, e che purtroppo caratterizza le aree più emarginate e sfortunate del globo. Ma nei ‘nostri’ paesi c’è, o rischia di esserci, una mancanza di libertà più sottile, quella che, in base alla malaugurata introduzione del concetto di competitività anche tra le scuole, sempre più in gara ad accaparrarsi iscritti, spinge i dirigenti a premere sui docenti affinché si allineino a determinati parametri, a determinati modi di insegnare e di valutare, più accattivanti verso gli utenti (perché adesso si chiamano così). Le forme di pressione sono state e possono essere le più varie, dalla valutazione agli stili di insegnamento, tali comunque da rischiare di condizionare quella libertà di docenza cui tanto spesso ci si riferisce e di cui parla – e bene – anche la nostra Costituzione. Per valorizzare appieno il ruolo ed il lavoro degli insegnanti occorrerebbe riflettere su come la competizione – questa parola cardine del pensiero unico attuale – possa forse andar bene quando parliamo di gelati o di cellulari ma non di istruzione, un mondo che dovrebbe essere lasciato libero – per l’appunto – da ogni forma di condizionamento affinché possa veramente assolvere alla propria funzione, a quell’educere di cui parlavamo prima.

Francesca Maggi, della scuola secondaria di II grado, ci ha portato le parole ascolto e conoscenze.

Ascolto: è imprescindibile per progettare una scuola rinnovata in grado di reggere la sfida del presente e del futuro; questo del resto si rivela sempre più difficile da prevedere, data la velocità dei cambiamenti che siamo chiamati ad affrontare. Bisogna intanto ascoltare gli studenti: si tratterà, sì, di comprenderne umori ed esternazioni, dunque richieste, ma oggi l’insegnante medio si impegna, fortunatamente, a farlo; ma anche di ascoltare gli stessi docenti, soggetti fondamentali della pratica educativa, perché sanno cogliere i bisogni nei ragazzi e possono riconoscerne le carenze, aiutandoli a non rimanere intrappolati nell’inganno della Rete, che facilmente crea l’illusione di possedere conoscenze, competenze a capacità. Solo premendo un pulsante puoi visualizzare molteplici dati, ma ciò può anche non derivare da un tuo “merito” specifico. La scuola del futuro non dovrà perciò rinunciare ad ascoltare i docenti, perché quello che loro percepiscono, con la passione e l’impegno quotidiani, è qualcosa che i burocrati non sono in grado di cogliere, perché distanti dalle realtà singole e specifiche. Noi docenti abbiamo sempre più netta la percezione di una distanza tra il palazzo e la piazza, di una nebbia (Guicciardini, Ricordi) che deve essere rapidamente diradata.

Conoscenze: credo che la questione della “didattica per competenze” ci sia sfuggita di mano. Gli slogan, utilizzati prima per “risvegliare” le coscienze, possono diventare parole vuote. Non si devono abbandonare le competenze come obiettivi (il loro esplicito riconoscimento è stato un necessario cambiamento rispetto alla scuola del passato). Ma nel tentativo improvvido di sostituire le conoscenze con le competenze, la scuola si è spogliata del suo compito: educare gli studenti a formarsi un bagaglio perenne di conoscenze, da ampliare poi autonomamente grazie alle competenze acquisite. Le conoscenze che davvero possono dirsi tali sono quelle che restano, punto di riferimento duraturo e in fondo i giovani le chiedono, perché solo dall’unione di conoscenze e competenze si crea una sicurezza. Viviamo in un “mondo liquido”, fatto di globalizzazione e digitalizzazione, che possono illudere che non ci si debba più affannare a studiare, ma il punto è un altro. Non si tratta allora di intraprendere una battaglia contro il digitale (comunque strumento di miglioramento e velocizzazione delle operazioni), ma di far emergere la necessità anche di conoscenze apprese con l’impegno costante: perché “non fa scienza, sanza lo ritener, l’aver inteso“.

In copertina: Giulia Orecchia per Librì “Una classe di tutto rispetto”.

Roberto Piumini per Occhiovolante

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Roberto Piumini
Si chiude in questi giorni il più lungo esperimento didattico (involontario) che la scuola italiana abbia conosciuto. Riceviamo e con gratitudine pubblichiamo due poesie di Roberto Piumini su questo difficile periodo.
Il virus venne, misteriosamente,
e si attaccò, fattivo e silenzioso,
al gran corpo di noi, bruciando fiato
a molti, spaventandoci, filando,
attorno a noi, un bozzolo d’attesa,
sfocata e ottusa, immobile sorpresa.
La macchina mondiale ha scricchiolato,
in un dubbioso brivido, di sé,
e, come feti acerbi, ha generato,
più che di norma, nuove povertà.
Feroci, pronti a prendersi il primato,
si accendono i vaccini, qua e là.

I morti è gente quieta: 
il loro dire, è solo il nostro eco, e loro assenza
è il mancamento della nostra vita,
loro silenzio è la nostra voce
taciuta in faccia al mondo.
I morti sono, sotto la loro quieta apparenza,
l’ansiosa lena del nostro futuro,
la reticenza di felicità,
il sogno balbettante e solitario
che ci guasta la veglia; i morti sono,
l’alta pazienza, la consolazione,
attorno al nostro lamento d’amore.

Roberto Piumini http://www.robertopiumini.it/ è nato a Edolo (BS) ed è autore saggista e traduttore.
Ha scritto racconti, romanzi, fiabe e poesie per bambini, ragazzi e adulti, pubblicati per i maggiori editori italiani ed esteri. È autore di testi per opere musicali e teatrali, trasmissioni tv (L’Albero Azzurro), radiofoniche (Il mattino di zucchero) e cartoni animati. Per Librì Progetti Educativi ha realizzato I giochi coraggiosi (2011) https://www.occhiovolante.it/2017/leggere-un-gioco/ , Batticuore e altre emozioni (2012) e Lo zio diritto (2007)

credits immagine: https://www.rsi.ch/rete-due/programmi/cultura/laser/Incontro-con-Roberto-Piumini-4289465.html

Leonardo da Vinci: le novità editoriali da portare in classe

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Le novità da proporre agli studenti per far conoscere il maestro nato a Vinci e le sue opere (divertendosi)

Leonardo, il genio. Per conquistare definitivamente i giovani e i giovanissimi, accanto a mostre ed eventi in tutta Italia (e anche all’estero), alcune novità in libreria sono davvero godibilissime e imperdibili. Titoli da aggiungere alle “liste” per divertirsi leggendo durante i mesi estivi, ma anche – e soprattutto -per aggiornare con titoli di qualità la biblioteca di classe.

Lisa Monnalisa” di Janna Cairoli e Lorenzo Tozzi, illustrato da Francesca Carabelli, Edizioni Curci

A Leonardo da Vinci e alle sue ingegnose macchine è ispirata questa briosa filastrocca di Janna Carioli, musicata da Lorenzo Tozzi, illustrata da Francesca Carabelli e messa in pagina da Gabriele Clima. Un omaggio in musica che, sollecitando la fantasia dei bambini, diventa via d’accesso alla curiosità e alla scoperta anche grazie alle pagine di approfondimento in fondo al libro. E con il QR code che trovi dentro il libro accedi alla canzone online da ascoltare e ricantare in ogni momento!-

Dicono di me. La Gioconda” di Davide Calì e Marianna Balducci, Hop Edizioni
Un albo strepitoso, che affronta il tema della fama e dell’identità a partire dal quadro più famoso del mondo con scheda finale per approfondire gli aspetti storici e storico-artistici. (Testi asciutti, ironici e sagaci; le espressioni di Monna Lisa esilaranti). Geniale.
Età di lettura: da 7 anni

Leonardo da Vinci. Genio senza tempo” di Davide Morosinotto e Stefano Turconi, Edizioni EL
Leonardo da Vinci: pittore, musicista, inventore insuperabile. Un genio che non ha mai avuto paura di sbagliare, cercando di spingersi sempre un po’ più in là. Le ultime pagine del volume offrono una brevissima appendice con i luoghi o le opere legati al personaggio e sopravvissuti fino a noi. Sintetico, essenziale.
Età di lettura: da 7 anni

La vita (divertentissima) di Leonardo. L’amico geniale di Cécile Alix e Leslie Plée, Sonda Edizioni
Una biografia illustrata, fresca e unica. Un linguaggio diretto, ma ricco di dettagli. Per sapere tutto, ma proprio tutto, sull’amico più geniale del mondo. Divertente e frizzante.
Età di lettura: da 8 anni

io, Leonardo da Vinci. Vita segreta di un genio ribelle” di Massimo Polidoro, Il Battello a Vapore
Polidoro racconta episodi curiosi del genio di Vinci: pregi e difetti, momenti fortunati e sfortunati, uno spirito curioso, il desiderio smisurato di sapere e l’ambizione di affermarsi, capace di superare i propri limiti e affrontare esperienze difficili e avversità. Pacato, puntuale.
Età di lettura: da 10 anni

Le grandi macchine di Leonardo. 40 invenzioni geniali di Davide Morosinotto e Christian Hill, Editoriale Scienza
Sommergibili, aeroplani, automobili, carri armati, ma anche ventilatori, viti, chitarre, gru e calcolatrici: quanti oggetti sno stati immaginati da Leonardo? E ci sono anche schede pratiche per realizzare alcune invenzioni leonardesche. Piccoli ingegneri crescono.
Età di lettura: da 8 anni

Leonardo” di Stefano Zuffi, Feltrinelli Kids
Leonardo racconta la sua vita, le amicizie e le rivalità con gli altri pittori, i successi e i fallimenti, le passeggiate nei boschi, la scrittura alla mancina e i suoi capolavori: tra gli altri la Vergine delle rocce, il Cenacolo, fino alla Gioconda, tanto amata da portarla sempre con sé. Perfetto per chi ama la storia e l’arte.
Età di lettura: da 10 anni

Ma chi era questo Leonardo” di Giulia calandra e Luca Poli, Franco Panini ragazzi
Il testo è semplice e curioso ed è accompagnato da illustrazioni e vignette ironiche. Il primo capitolo contestualizza il personaggio nel momento storico in cui viveva e una scheda mostra i collegamenti con quello che succedeva all’epoca. Nei riguardi del libro troviamo due mappe: la prima fotografa il mondo all’epoca del protagonista e indica i luoghi salienti della sua esistenza; l’altra mostra il mondo ai giorni nostri e segnala dove poter trovare notizie e opere che lo riguardano.
Età di lettura: da 7 anni

Leonardo da Vinci” di Jane Kent, National Geographic Kids
La vita, il lavoro e i successi di Leonardo raccontati in prima persona con testi brevi e semplici, ricchi di aneddoti e curiosità e resi ancor più appassionanti dai coloratissimi e divertenti disegni di Isabel Muñoz
Età di lettura: da 6 anni

Chi era Leonardo da Vinci” di Roberta Edwards
Chi era Leonardo da Vinci? Un bambino solitario, un ospite del re di Francia, un inventore, musicista, ingegnere, scienziato e pittore della famosissima Monna Lisa, e molto altro.
Età di lettura: da 6 anni

Leonardo. Amore ogni cosa vince. Segreti di vita e bellezza” a cura di Gino Ruozzi, Interlinea
Un saggio, una raccolta di aforismi e pensieri (per i più grandi). I temi trattati nell’antologia sono: il tempo; ritratti; anima e corpo; pittori; autori, autorità, esperienza; le scienze; aforismi ed epigrammi; il nulla e l’infinito; brevità; la forza e le forze; l’acqua; il cielo, l’aria, il sole, la luna.

Se non li avete già sono da sfogliare (e acquistare) anche:

“Leo” di Luisa Mattia e Alberto Nucci Angeli, Lapis Edizioni
Autobiografia raccontata da Leonardo bambino. “Leonardo mi chiamo e so giocare. Gioco con la luce, con l’acqua, con il sole e la luna, con il tempo che passa e certe volte scappa e non si fa trovare. Questo mi piace: cercare. Inseguo ciò che si nasconde, scopro ciò che non so”. Delizioso.
Età di lettura: da 6 anni (anche meno, in lettura condivisa)

“Pensa come Leonardo Da Vinci. Giochi per la mente “ di Carlo Carzan e Sonia Scalco, Editoriale Scienza
Un percorso tra narrazione e giochi per la mente, ideato per allenare memoria, concentrazione, creatività e curiosità sulle orme del genio più complesso e poliedrico di sempre. Un libro per “imparare a imparare”.
Età di lettura: da 8 anni

Crediti immagine di copertina: Leonardo da Vinci e Monna Lisa visti da TV Boy. Sticker in Milano, Italy. Picture by Giacomo Zavatteri

Leonardo da Vinci: 500 anni di futuro tutti da sperimentare

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In occasione dei 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci, ecco una selezione di mostre, eventi, spettacoli, curiosità e app che conquisteranno (anche) gli studenti (e… occhio alle foto false!)

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Guglielmo Marconi, “papà” (dimenticato) del wireless

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Simone Terreni, autore del volume “Dai segnali di fumo ai social” ci parla di Guglielmo Marconi, lo scienziato italiano che ha cambiato il mondo. Keep Reading

L’inizio di un nuovo viaggio

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L’editoriale di Cristina Zannoner per inaugurare Occhiovolante, la nuova rivista edita da Librì progetti educativi, punto di incontro per maestri, insegnanti e professionisti dell’educazione

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