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Metodi e strumenti pedagogici ed educativi per una didattica efficace

Come si mediano i comportamenti tra curiosità e complessità del reale?

in Approcci educativi by
Serena Neri ci guida a scoprire il criterio di mediazione dei comportamenti del Metodo Feuerstein. Madrina d’eccezione: Pippi Calzelunghe!

A voi piace Pippi Calzelunghe? Da adulta mi infastidisce moltissimo, perché è stramba, senza regole, irriverente ma sono molti i bambini che la adorano (e non solo i bambini). E se ci pensiamo, tutti passano il momento in cui vogliono vedere Pippi e fare come Pippi proprio per il suo essere così strana. In effetti ad essere considerati strani sono soprattutto i suoi comportamenti: ecco la questione, spesso facciamo questo errore, sovrapponiamo la persona ai suoi comportamenti, la identifichiamo con essi, e questo ci indica quanto si importante osservarli, comprenderli e mediarli.

Feuerstein applica sui comportamenti il seguente criterio di mediazione: la mediazione del comportamento di sfida, di ricerca di novità e della complessità.

Si tratta di stimolare l’indipendenza della persona, attraverso la sollecitazione – mediante la proposta di compiti complessi – a raggiungere mete più avanzate, che abbiano il sapore della sfida, dopo un percorso per conseguire un più elevato grado di competenza. Questo tipo di mediazione si fonda sul presupposto che l’individuo possa procedere oltre il suo livello manifesto di performance.

Questo criterio è uno dei miei preferiti in assoluto perché mi piace osservare il comportamento, mi piace l’idea che sia modificabile, che dipende da noi, e mi piace anche come è strutturato e come ci guida a migliorare la relazione.

Il primo termine che troviamo è sfida: non è un problema, non fa male, semplicemente va mediata nel modo opportuno. La sfida ci spinge a migliorare, a metterci alla prova, ad avere fiducia in noi stessi e nelle nostre capacità. La sfida ha spinto Pippi ad essere autonoma nella sua immensa casa trovando soluzioni curiose e al limite del realizzabile.

Poi c’è ricerca di novità: ha origine dalla dalla curiosità e non possiamo farne a meno, ma va mediata perché sia una curiosità verso le scoperte e il superamento della zona comfort, a favore di un arricchimento personale.

Il terzo termine, complessità, ci indica anche una via per rendere il nostro muoverci nel mondo meno faticoso e più efficace: la realtà va presa, divisa, analizzata nei suoi singoli elementi perché è complessa, senza banalizzarla, senza sminuirla.

Pensiamo a quando ci viene chiesto dai bambini o ragazzi il perché accadono determinate ingiustizie nel mondo, o ci viene chiesta una spiegazione delle notizie dei telegiornali. Pensiamo alla ricchezza di una mediazione in cui noi spezzettiamo la complessità dell’informazione, la vediamo a piccoli pezzi assieme a loro, cerchiamo di indirizzarli alla curiosità di conoscere nuove prospettive e di uscire dal loro piccolo mondo. Quanta ricchezza si crea! E quanto poco invece abbiamo quando in due parole spieghiamo un fenomeno complesso e lo banalizziamo… Non
vi pare che mediare i comportamenti sia un ottimo modo per crescere? Forse anche la Pippi del nostro immaginario potrebbe chiedere a un adulto di aiutarla a mediare la sua curiosità…

Metodo Feuerstein: col criterio della trascendenza si scovano le emozioni

in Approcci educativi by
Il metodo Feuerstein lo chiama criterio della trascendenza: andare oltre all’esecuzione di un compito. Ecco alcune strategie utili da provare in classe.


Chi ha visto il film di Mary Poppins (l’originale!) ricorda sicuramente il famoso “salto nel quadro” dove Mary, Bert e i bambini si ritrovano con un semplice oplà, ad essere vivi all’interno del dipinto. Non sarebbe splendido se fosse davvero possibile? Se riuscissimo a far entrare i bambini e i ragazzi dentro a un disegno e far sì che con questo si sentano “vivi”? Certo! Possiamo farlo grazie al criterio del metodo Feuerstein della trascendenza: andare oltre all’esecuzione di un compito.

Ecco alcuni suggerimenti: non accontentiamoci di chiedere ai bambini “cosa vedi? chi sono i personaggi? cosa viene raffigurato? sono colori caldi o freddi?” ma capire cosa provocano in loro quei disegni, che emozioni smuovono, quali ricordi suscitano, a chi pensano o a quale memoria hanno agganciato quel colore, quell’immagine, quella fotografia, come possono capire le emozioni del personaggio dipinto, come lo hanno riconosciuto.
Troviamo spesso nei libri immagini che usiamo per iniziare la lezione, per introdurre un argomento, una parola nuova o importante, ma scegliamo anche libri con immagini in modo intenzionale per arrivare a un obiettivo didattico come la lettura, la scrittura, la capacità di conversare su un argomento. Tutti questi modi di usare le immagini sono giustissimi, ma cerchiamo di andare oltre l’esecuzione del compito e il raggiungimento dell’obiettivo didattico prefissato. Questo significa stimolare il pensiero critico e sarà utile ogni volta che affronteremo insieme, e che affronteranno da soli, le immagini.

L’aspetto visivo dell’apprendimento è fondamentale, impariamo ciò che vediamo e leghiamo nel profondo le immagini che carichiamo di sentimenti ed emozioni… anche se negative e sgradevoli. Ci sono immagini cariche di bellezza e amore, che ci fanno battere il cuore, che ci fanno sorridere, ma sono altrettanto importanti le immagini che ci fanno venire la pelle d’oca, che ci fanno stringere i denti dalla rabbia, chiudere i pugni, anche queste ci insegnano ciò che non vogliamo vedere, che vogliamo evitare. Poter andare oltre ci permette anche di comparare immagini diverse, richiamare alla memoria dettagli, colori, sensazioni, mettere in relazioni questi particolari, aiuta a creare delle categorie personali e ad attivare un pensiero fluido, flessibile ed originale… e oplà, chi ben comincia è a metà dell’opera!

Una scuola senza voti è possibile?

in Approcci educativi/Tavola Rotonda by
L’assillo della valutazione sta invadendo anche la scuola primaria, generando una pressione continua tutta a svantaggio dell’apprendimento. Come fare? Enrica Ena condivide la sua esperienza nei suoi post

Valutazioni e voti. Nel suo blog Enrica Ena racconta il suo modo di stare in classe. Ecco due estratti da due post:
…Mi piace l’idea di una scuola che all’essere concentrata sul valutare ogni singolo passo, sappia scegliere il riportare al centro ciò che conta: il costruire, con tutti, sempre. In una scuola che sappia fare questo, la valutazione c’è, non può non esserci, ma gli alunni non si accorgono di essere valutati perché il momento della valutazione non è distinto da quello dell’apprendimento, vuol dire che valuto sempre e non valuto mai (il riferimento è all’idea di valutazione formatrice di Charles Hadji). Questo modifica completamente il clima di classe. Gli alunni si concentrano solo sulle proposte e, non essendoci competizione data dall’attesa del voto o del giudizio dell’insegnante, trovano spazio favorevole l’apprendimento collaborativo, l’aiuto reciproco, la cura l’uno dell’altro. Ed è proprio grazie al supporto continuo tra pari – la più importante risorsa di cui disponiamo e ancora poco valorizzata – che tutti crescono.
In uno scenario di questo tipo, assumono molto spazio l’autocorrezione, l’autovalutazione e la valutazione tra pari…

(Il post originale: Scuola senza voto? Perché?)

… Scegliere di fare scuola eliminando i voti e qualunque altra forma di giudizio, ha significato, nel nostro caso, fare spazio importante all’autovalutazione e ai colloqui con i bambini. Percorsi che chiedono coerenza fino alla fine. Pertanto, il giorno delle consegne, accanto al documento ufficiale rivolto alle famiglie, ce ne sarà uno che verrà consegnato personalmente ai bambini e che parla la loro lingua. Un documento, certamente più “morbido”, più snello e più colorato, ma che contiene la stessa serietà che ha guidato l’autovalutazione finale e il colloquio all’interno del quale è stata discussa. Sono impegni in più, certamente, ma ti lasciano con la piacevole sensazione di sapere di aver fatto in modo che la valutazione sia davvero al servizio della crescita dei bambini, e non solo in termini di apprendimento…

(Il post originale: Verso le consegne: la valutazione rivolta ai bambini)

Il blog di Enrica Ena: https://enricaena.blogspot.com



Credits immagine: “illustrazione di Juan Gedovius da Trucas”, Logos Edizioni

Metodo Feuerstein: rendere comprensibili i problemi aiuta a risolverli

in Approcci educativi by
Serena Neri ci invita a non fermarci davanti ai problemi ma a comprenderli e attraversarli, acquisendo così nuove competenze ripetibili

“Questo sì che è un problema!” è sicuramente una delle frasi che più spesso si sentono all’interno di una classe. Può cambiare il tono: serio, ironico, spazientito, curioso… ma è una frase che viene detta (spesso?). I problemi dovrebbero essere la sfida educativa più stimolante per insegnanti ed educatori: la capacità di risolverli aumenta il senso di efficacia personale, di realizzazione e di autonomia. Spesso invece per gli studenti questi problemi restano problemi senza soluzione o ancor peggio sono problemi incomprensibili. Hanno bisogno di essere mediati e diventare comprensibili, risolvibili! Il nostro compito è quindi quello di aiutare a vedere in modo più chiaro non la soluzione ma il problema stesso, guidare alla comprensione e analisi del problema e creare così un sentimento di competenza (come dice il dottor Feuerstein) cioè rendere consapevole il bambino di ciò che di positivo ha fatto.Capita che gli studenti diano la seguente risposta a un problema : “Non ho capito niente!”. Benissimo: dobbiamo scomporre il significato della parola “niente” e aiutare l’alunno a verbalizzarlo, ovvero a capire cosa sia quel niente: la consegna, la lettura, la procedura, la spiegazione, il rumore che c’è in classe, un pensiero che ha in testa, la mancanza di interesse? Dopo aver capito quel “niente” potremo iniziare a mettere in fila le idee, insieme, non solo le nostre!

Mediare significa venirsi incontro, non trascinare l’altro verso l’idea del mediatore, va cercato insieme il significato di quel “niente”. Dopo aver fatto questo è possibile attuare una strategia di esecuzione che sia, possibilmente, ripetibile.

Il rendere ripetibile una strategia aiuta non solo lo studente ma anche il docente perché la volta successiva non dovrà rispiegare tutta la procedura o riprendere un problema ma richiamare alla mente l’evento passato, esplicitandolo o utilizzando una parola chiave, perché la classe o l’alunno siano attivamente partecipi della nuova soluzione a un problema.

Questa capacità viene spesso data per scontata alla scuole secondarie perché si pensa sia un pre-requisito base ad una certa età ma a pensarci bene anche noi adulti abbiamo continuamente bisogno di strategie nuove per risolvere i problemi (incastrare tutti gli impegni di una settimana, svolgere un lavoro nuovo che nessuno ci aveva mai chiesto prima, andare in una città sconosciuta…) e la procedura che attuiamo diventa una
procedura di valore quando è ripetibile e possiamo applicarla nuovamente senza grosse difficoltà o con qualche piccolo cambiamento. Capita però che alcuni alunni non abbiano questo automatismo e necessitino della nostra mediazione… In fondo ora si lavora per competenze e cosa c’è di più tangibile della risoluzione di un problema?

È possibile condividere anche con l’intera classe una strategia perché ciò che funziona per uno studente può funzionare per altri e questo si può fare a voce, scrivendolo, creando un cartellone… a voi le soluzioni possibili!

Altri articoli sul Metodo Feuerstein:
1- Il Metodo Feuerstein e l’insegnamento: essere mediatore
2. Obiettivi media-Ti: io come mediatore degli obiettivi didattici che mi pongo, quanto riesco a valutarmi anche in corso d’opera, come posso essere mediatore di un obiettivo da raggiungere?
3. Mediare: tutti devono centrare l’obiettivo: come mediare l’intera classe senza perdere nessuno.
4. Lettura mediata: come essere mediatori di storie ed emozioni durante la lettura di un libro o di un racconto in classe
5. Strategie di apprendimento: come mediare l’apprendimento di una strategia ( ad esempio risolvere un problema…)
6. Mediare un immagine: come condurre ( e non trasportare!) i bambini e i ragazzi all’interno delle immagini di un albo, un dipinto o un immagine su un libro di storia
7. Mediare i comportamenti: guidare i bambini e ragazzi al riconoscimento dei loro comportamenti
8. Fare un passo indietro… mediare i pre-requisiti: cosa devo dare per scontato e come faccio a capire ciò che davvero il mio alunno conosce già
9. Mediare obiettivi trasversali: capire cosa è davvero importante per quella classe e come mediare la lezione.
10. Mediatori con la disabilità: mediare nei casi di handicap o disagio

Serena Neri è una professionista che offre interventi di potenziamento dell’apprendimento, training abilità sociali, interventi comportamentali e di psicoeducazione, riabilitazione cognitiva e tutor esperta nei processi di apprendimento

Metodo Feuerstein: la lettura mediata

in Approcci educativi by
Serena Neri ci fornisce qualche indicazione per creare competenze (e fiducia) attraverso la lettura di un libro o di un racconto in classe

Fra i criteri di mediazione del metodo Feuerstein ne troviamo uno legato alla lettura: è la “mediazione del sentimento di condivisione”. Quando leggo con qualcuno condivido con lui un obiettivo, voglio andare assieme all’altro verso quell’obiettivo, senza trascinarlo cerco di camminare al suo fianco, è l’altro il protagonista. Per rendere la lettura qualcosa di diverso e più pregnante di un’attività strumentale devo necessariamente partire dall’altro, che con me condivide quel preciso momento. Come posso riuscirci? Posso farlo grazie alla mia posizione fisica, al mio interesse, al mio sguardo, ma anche con il mio atteggiamento e le mie domande:

Cosa ti ricorda questa storia?
Hai mai vissuto o pensato una cosa simile?
Cosa ti viene in mente guardando queste immagini?
Che parola useresti per descrivere questo personaggio o questa situazione?
Cosa faresti tu al suo posto?
Che parola o immagine porti a casa dopo questa lettura?

Sembrano domande banali ma non è forse vero che la maggior parte delle volte (purtroppo) partiamo dal presupposto che la lettura serva per “capire come leggono bene e in fretta, sapere fare il riassunto di un libro, essere interrogati sui particolari più nascosti di una storia”? Questo approccio è molto lontano dalla mediazione e non provoca di certo sentimenti attivanti (oppositivi, spesso, sì!).

Un altro criterio di mediazione è il “sentimento di competenza”: i nostri bambini, ragazzi, ma anche gli adulti ( sì sì, leggo moltissimo anche con gli adulti!) hanno bisogno di sentirsi competenti, non di essere schiacciati dal fatto che altri sanno fare di più e meglio di noi! Se leggo per sottolineare il mio sapere come posso essere mediatore? La mia lettura passa per l’altro e per le sue competenze, il mio compito deve essere quello di scegliere libri che cerchino di aumentare il potenziale dell’altro, che lo spronino a migliorare. Questo dovrebbee essere sempre il nostro obiettivo di educatori e mediatori.
E quindi che parola tieni per te durante la tua prossima lettura?

Crediti immagine: illustrazione di Quentin Blake per “Matilde” di Roald Dahl, edizioni Salani

Altri articoli sul Metodo Feuerstein:
1- Il Metodo Feuerstein e l’insegnamento: essere mediatore
2. Obiettivi media-Ti: io come mediatore degli obiettivi didattici che mi pongo, quanto riesco a valutarmi anche in corso d’opera, come posso essere mediatore di un obiettivo da raggiungere?
3. Mediare: tutti devono centrare l’obiettivo: come mediare l’intera classe senza perdere nessuno.
4. Lettura mediata: come essere mediatori di storie ed emozioni durante la lettura di un libro o di un racconto in classe
5. Strategie di apprendimento: come mediare l’apprendimento di una strategia ( ad esempio risolvere un problema…)
6. Mediare un immagine: come condurre ( e non trasportare!) i bambini e i ragazzi all’interno delle immagini di un albo, un dipinto o un immagine su un libro di storia
7. Mediare i comportamenti: guidare i bambini e ragazzi al riconoscimento dei loro comportamenti
8. Fare un passo indietro… mediare i pre-requisiti: cosa devo dare per scontato e come faccio a capire ciò che davvero il mio alunno conosce già
9. Mediare obiettivi trasversali: capire cosa è davvero importante per quella classe e come mediare la lezione.
10. Mediatori con la disabilità: mediare nei casi di handicap o disagio

Essere e fare scuola Montessori oggi: uno scorcio

in Approcci educativi/Tracce di scuola intenzionale by
Il docente deve offrire stimoli, nutrimento, sguardo senza cercare i riflettori ma soprattutto rinunciando ad interpretare la relazione educativa come centrata sul potere e sul controllo

Una classe Montessori è un cantiere. Un cantiere pieno – ma non troppo- di muratori, mattoni, cemento, attrezzato con tutto ciò che occorre perché la costruzione sia precisa, solida, sostenibile. Siete dei costruttori, bambini. Ciò che imparerete dipende da voi, io da maestra ho il compito di mettervi a disposizione un ambiente preparato perché possiate muovervi (si può davvero costruire qualcosa stando fermi immobili?) e gli strumenti e le occasioni adatti alle vostre forze e alle vostre capacità per realizzare il compito che portate dentro voi stessi, quello di imparare a imparare, così da poterlo fare sempre nel corso della vostra vita. Imparare attraverso la scelta autonoma e libera di ciò su cui sapete di aver bisogno di lavorare, attraverso l’autocorrezione che è l’unico modo perché l’errore possa davvero essere maestro (per dirla con Rodari…), attraverso quelle meravigliose astrazioni materializzate che una donna straordinaria ha pensato per voi ormai quasi 100 anni fa.

Astrazioni materializzate, così Maria Montessori chiamava i materiali di sviluppo che troviamo in ogni aula montessoriana, perché la mano è lo strumento dell’intelligenza e quei mattoni della conoscenza li afferro meglio se posso montare, smontare, associare, maneggiare i concetti matematici, geometrici, grammaticali. E la maestra (o il maestro, certo) cosa fa senza una cattedra? Il suo compito è altissimo ma difficile da interpretare correttamente, sta tutto in questo passaggio straordinario:
Questa è la nostra missione: gettare un raggio di luce e passare oltre. (…)
Stimolare la vita lasciandola però libera di svilupparsi: ecco il primo dovere dell’educatore. Per una simile e grande missione occorre una grande arte che suggerisca il momento giusto e limiti l’intervento: non disturbi o devii, senza aiutare, l’anima che sorge a vita e vivrà in virtù dei propri sforzi.

La maestra deve quindi offrire stimoli, nutrimento, sguardo senza cercare i riflettori ma soprattutto rinunciando ad interpretare la relazione educativa come centrata sul potere e sul controllo.

Pochi cenni ed è facile capire la completa assenza di rinforzi positivi e negativi, di premi e punizioni per orientare i bambini verso ciò che più o meno arbitrariamente consideriamo un comportamento adeguato, ma un’idea di disciplina visionaria perché si coniuga in modo strettissimo con quella di libertà, Non è detto che sia disciplinato un individuo allorchè si è reso artificialmente silenzioso come un muto o immobile come un paralitico. Quello è un individuo annientato, non disciplinato. Noi chiamiamo disciplinato un individuo che è padrone di se stesso e quindi può disporre di se’ ove occorra seguire una regola di vita.

Per me essere montessoriani oggi è ancora, purtroppo, portare innovazione nella scuola. Sì, purtroppo. Sarebbe infatti bello che le parole e le pratiche montessoriane fossero, come molti sostengono, superate e antiquate, sarebbe bello che la scuola avesse ovunque recepito questi principi: il bambino costruttore, la libera scelta, l’autocorrezione, l’ambiente preparato e funzionale, i materiali di sviluppo con le mani ponte tra la conoscenza e la realtà, l’autoregolazione. Invece è ancora una rivoluzione parlarne e ancora di più provare a fare scuola in questo modo, mantenendo quello sguardo sul bambino che va ben oltre e più in profondità delle sole procedure di presentazione dei materiali e di allestimento di un’aula da rivista

Ciò che però di più attuale ci lascia Maria Montessori e di cui abbiamo ancora bisogno in modo vitale come adulti che accompagnano i bambini nel loro costruirsi, è il senso ultimo del nostro lavoro educativo soprattutto oggi, quello di fare della scuola un presidio di giustizia e democrazia, di diritti e di costruzione del senso di appartenenza ad una comune famiglia umana. Gli uomini non possono più rimanere ignari di se stessi e del mondo in cui vivono: e il vero flagello che oggi li minaccia è proprio quest’ignoranza. Occorre organizzare la pace, preparandola scientificamente attraverso l’educazione.

Capire le emozioni? Ci aiutano le fiabe!

in Approcci educativi by
Intervista a Tiziana Bruno, insegnante, sociologa, formatrice e autrice di un interessante saggio: le fiabe come strumento didattico.

«Le emozioni guidano la formulazione del pensiero, riuscire a padroneggiarle è il requisito fondamentale per concentrarsi, per trovare motivazione, per affrontare con profitto lo studio» , spiega Tiziana Bruno, autrice del saggio “Insegnare con la letteratura fiabesca”. Le abbiamo rivolto qualche domanda per saperne di più.

Buongiorno Tiziana, ci racconti chi sei, e quale sia la tua formazione?

«Mi occupo di didattica da diversi anni, come insegnante e come sociologa, ma soprattutto mi intrufolo negli ambienti educativi grazie alle mie storie per ragazzi. Sì, sono anche un’autrice di letteratura giovanile. Scrivo perché le storie che leggevo da bambina mi rendevano felice, la lettura trasformava la mia vita in maniera meravigliosa.

ll’ultima pagina, richiudevo il libro e mi sentivo più ricca, capace di scrutare oltre l’apparenza e pronta ad affrontare serenamente ogni contrarietà. Il mondo fiabesco è stato centrale nella mia formazione perché mi ha offerto gli strumenti per capire, sognare, crescere, progettare.

Il serbatoio per imparare i sentimenti, per sciogliere i nodi interiori. Il passaggio alla scrittura ha rappresentato Il completamento naturale della lettura. Quello che maggiormente desidero è rendere felici i miei giovani lettori come lo sono stata io da piccola.

E la letteratura è anche al centro della mia attività di sociologa. Le ricerche che conduco sono rivolte all’impiego della lettura come strumento per creare autentiche comunità educanti».

Tu hai scritto un saggio dal titolo intrigante: Insegnare con la letteratura fiabesca. Da dove nasce l’idea e da dove l’esigenza di scrivere questo saggio?

Credo profondamente nel seme evocatore della fiaba.

« Un seme che ritengo fondamentale per lo sviluppo dell’individuo e della società intera, in qualunque epoca. Gli antichi imparavano i sentimenti attraverso la mitologia, noi li impariamo attraverso la letteratura. Come spesso ripete Umberto Galimberti “i sentimenti si acquisiscono culturalmente e socialmente” e dunque vanno educati.

Purtroppo l’educazione emotivo-relazionale ormai sfugge dalle mani delle famiglie, come della scuola, spesso per mancanza di tempo: i genitori sono attanagliati da ritmi frenetici, gli insegnanti combattono con burocrazia e stress.

Ma quando il disagio dei ragazzi o gli episodi di bullismo ci spiazzano e ci spaventano, dobbiamo fermarci a riflettere e riconoscere che sono conseguenza dell’analfabetismo emozionale dilagante.

Siamo in una situazione di emergenza affettivo-relazionale e questo mi ha spinta a cercare delle vie di uscita. Non è più possibile trascurare la didattica emozionale, non possiamo più pensare a una scuola orientata esclusivamente al potenziamento delle abilità intellettive a discapito di quelle emotive. Le neuroscienze ci spiegano che lo sviluppo intellettivo e l’apprendimento sono fortemente influenzati da emozioni e sentimenti.

Le emozioni guidano la formulazione del pensiero, riuscire a padroneggiarle è il requisito fondamentale per concentrarsi, per trovare motivazione, per affrontare con profitto lo studio. Ho riflettuto a lungo su quali strumenti utilizzare per insegnare ai piccoli a (ri)conoscere e gestire emozioni e sentimenti. Dai miei studi è emerso che la fiaba è davvero il più efficace dei mezzi.

Così è nato “Insegnare con la letteratura fiabesca”, con l’intento di esplorare insieme ai docenti un sentiero attraverso il quale aiutare i ragazzi ad accedere alla propria personalità, imparare a riflettere e relazionarsi, prendere coscienza dei propri stati emotivi, sviluppare capacità logiche e pensiero creativo, rafforzare la motivazione allo studio» .

Possiamo davvero migliorare la didattica a scuola?

«Per migliorare la didattica, ma anche in generale la qualità della nostra vita, dobbiamo necessariamente imparare a gestire le nostre emozioni e quelle dei ragazzi. Bisogna saperle governare tutte, sia quelle che creano squilibrio (paura, invidia, rabbia, gelosia) che quelle piacevoli (gioia, speranza, volontà, gratitudine, fiducia).

Se, insieme ai nostri ragazzi, impariamo a canalizzare l’energia emotiva, questo avrà un impatto positivo sul loro rendimento scolastico, sulle loro relazioni e sul benessere psicofisico di noi tutti, bambini, docenti e genitori. E sì, finalmente potremo dire di aver inventato un mondo nuovo. Proviamoci, ne vale davvero la pena.

Le fiabe incoraggiano l’apprendimento perché coinvolgono emotivamente, nel pieno rispetto della diversa sensibilità di ognuno. Ogni individuo, specie se giovanissimo, per poter imparare qualcosa deve avere un buon rapporto con le proprie emozioni.

I concetti che impariamo in maniera immediata e facile sono quelli collegati alle emozioni positive.

Bambini e ragazzi, in molti casi, arrivano a scuola carichi di difficoltà. Il deficit di attenzione, per esempio, è un problema che le statistiche ci rivelano essere diffuso sia tra i piccolissimi che tra gli adolescenti, e gli psicologi spiegano che deriva spesso dall’uso compulsivo di apparecchi elettronici. In queste condizioni diventa problematica anche la relazione con i compagni, oltre che con l’insegnante. Ma la buona notizia è che il livello di attenzione può essere potenziato in qualsiasi fase della vita, insieme alla consapevolezza dei propri stati d’animo e all’empatia.

La fiaba ci racconta di eventi che riguardano l’essere umano nel suo cammino, per questo cattura facilmente l’attenzione. L’importante è utilizzare le giuste strategie di lettura. Non è difficile, anzi è un’attività piacevole anche per il docente.

La lettura a voce alta è un atto di accoglienza e di cura che regala emozioni meravigliose a chi ascolta e a chi legge. E’ un momento di accettazione, che aiuta il bambino a trasformare anche le proprie emozioni negative qualcosa di positivo e utile alla sua vita».

In quali “materie” possiamo inserire l’uso della fiaba?

«Praticamente possiamo impiegare la letteratura fiabesca in tutti gli ambiti disciplinari: scientifico, umanistico, artistico, tecnico. E’ necessario insegnare ai ragazzi a pensare. L’insegnamento delle materie tradizionali come la matematica, le scienze, le lingue, deve essere affiancato da strategie educative che consentano di acquisire consapevolezza di come funzionano la propria mente e i sentimenti.

Ed è esattamente ciò che possiamo fare con la pratica della narrazione fiabesca, fin dai primi anni dell’apprendimento scolastico la letteratura conduce i piccoli a sviluppare il pensiero autonomo e la capacità di creare nuove idee.

Non a caso ho scelto Alice per la copertina del libro: è il personaggio che più di ogni altro rappresenta l’esplorazione della realtà interiore, sia mentale che emotiva, con tutte le sue contraddizioni. E questo tipo di esplorazione è vitale non soltanto per i piccoli, ma per tutti noi, a qualunque età.

Impiegata nel modo giusto, la letteratura fiabesca è utile a impostare percorsi veramente efficaci anche nell’affrontare realtà complesse come il bullismo, l’autismo, il mutismo selettivo, la fragilità emotiva, la competizione sfrenata.

Impiegata nel modo giusto, la letteratura fiabesca è utile a impostare percorsi veramente efficaci anche nell’affrontare realtà complesse come il bullismo, l’autismo, il mutismo selettivo, la fragilità emotiva, la competizione sfrenata. Attenzione, però.

Quando uso la parola “fiaba” mi riferisco sempre alla versione letteraria originale, non certo ai sottoprodotti editoriali che mistificano i contenuti delle opere fiabesche, riempiendole di stereotipi e sciocchezze varie.

La letteratura fiabesca è relativamente giovane, esiste da pochi secoli, ma ha subito mortificazioni di ogni sorta arrivando a noi spesso in forma distorta a causa di versioni cinematografiche arbitrarie e libercoli redatti in maniera approssimativa e frettolosa.

Affinché risulti efficace, occorre recuperare le versioni letterarie autentiche, magari ripubblicate in un linguaggio aggiornato ai tempi, ma senza modifiche ai contenuti. Le fiabe classiche, e quelle moderne, sono opere d’arte a cui non possiamo fare dei ritocchi a nostro piacimento.

La letteratura fiabesca, diceva sapientemente Umberto Eco, è una letteratura aperta perché consentedi elaborare ulteriori possibilità e nuove idee, ma non può e non deve essere oggetto di manipolazioni mortificanti (come del resto ogni altra opera d’arte)».

Qualche “pillola” del metodo. Come ci si approccia? Quali i passaggi in classe?

«Più che un metodo, la definirei una strategia didattica che parte dalla lettura ad alta voce in classe per concludersi poi in mille modi diversi, in base alla reazione e alle esigenze dei ragazzi.

La lettura a voce alta è un atto di accoglienza e di cura, che regala emozioni meravigliose a chi ascolta e a chi legge. E’ un momento di accettazione, che aiuta il bambino a trasformare anche le proprie emozioni negative qualcosa di positivo e utile alla sua vita.

Ma l’attività del leggere non può essere lasciata all’improvvisazione, affinché risulti davvero efficace occorre seguire dei criteri precisi. Per questa ragione, con il mio saggio accompagno il docente nell’acquisizione degli atteggiamenti giusti da tenere durante la lettura.

La prima parte, quella teorica,  illustra l’utilità della letteratura fiabesca nei diversi ambiti didattici e, in appendice, sono proposti quindici laboratori interdisciplinari e degli esempi di unità di apprendimento per la scuola dell’Infanzia, Primaria e Secondaria, con compiti di realtà e percorsi per affrontare il bullismo, potenziare l’inclusione e migliorare le relazioni in classe».

Fai formazioni? Che percorsi proponi ai docenti?

«A partire dal 2012, quindi ben prima dell’uscita del libro, ho iniziato a girare l’Italia proponendo corsi di formazione a docenti e genitori. Anzi, il saggio è nato proprio su richiesta dei docenti che sentivano il bisogno di avere una guida da consultare.

E i corsi di formazione si sono intensificati dopo l’uscita del saggio, anche grazie alla casa editrice che li offre in maniera gratuita ai docenti in servizio. Sono davvero contenta. A pochi mesi dall’uscita, Insegnare con la letteratura fiabesca è stato adottato per i laboratori alla facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Lecce.  E in un sito svizzero lo hanno segnalato come libro utile agli insegnanti di Italiano Lingua2.

Ma l’episodio che mi ha resa oltremodo felice risale a poche settimane fa, quando un’insegnante della scuola Secondaria mi ha telefonato per dirmi di aver sperimentato in classe la mia strategia. Era commossa, tutti i suoi alunni avevano mostrato un’attenzione inusuale durante la lettura, anche gli iperattivi, i ragazzi con bisogni educativi speciali, gli alunni stranieri. Tutti.

Mi ha ringraziato e le ho risposto che in realtà sono io a dover ringraziare tutti i miei lettori perché mi danno la gioia immensa di vedere germogliare il piccolo seme che ho gettato al vento.

L’intera classe era rimasta ad ascoltare, con la gioia nello sguardo. E, nei giorni successivi, le lezioni della materia avevano preso una piega diversa, suscitando maggiore curiosità».

Per maggiori info: www.rosatiziana.com
Credits foto: H for Home

Metodo Feuerstein: servono chiarezza e visione d’insieme

in Approcci educativi by
chiarezza
Auto valutazioni, osservazione, visione d’insieme, chiarezza: per diventare mediatore didattico affidabile non basta “conoscere” la propria materia.

Progetto deriva dal latino “gettare avanti”, una splendida etimologia che spiega le basi della mediazione degli obiettivi didattici.

Partiamo quindi da una domanda: con il mio nuovo obiettivo didattico, cosa voglio “gettare avanti”? Cosa voglio mettere davanti la strada dei miei alunni?

Sapere quale sia lo scopo ultimo del mio progettare mi rende attivo mediatore degli apprendimenti.

Parte tutto da questo: cosa voglio che resti nei miei alunni? Sì perché deve restare qualcosa dentro di loro, qualcosa che possono riprendere più avanti, qualcosa che possono collegare, manipolare, utilizzare, sbagliare, qualcosa che sia davvero loro!

Progettare in modo mediato mi porta inevitabilmente a dover pensare a cosa c’è fra ciò che conosco io e quello che conoscono i miei alunni, o che io credo che conoscano….

Mediare vuol dire anche non dare nulla per scontato perché possono esserci conoscenze dei ragazzi che io non posso sapere stando in classe e io come docente ed educatore adulto posso conoscere delle cose in più, ma non sono onnipotente, quindi ho la necessità di “mediare” la mia conoscenza con la loro.

Ciò che “progetto” per i miei alunni deve poter essere davanti a loro in breve tempo o il rischio è di perdere la loro motivazione, di rendere nullo il mio insegnamento, la mia stessa mediazione. A volte occorre anche esplicitare l’intento perché sia chiaro a tutti.

Inoltre devo conoscere non solo i ragazzi che ho davanti, ma anche l’ambiente e il ruolo in cui mi trovo: avere la visione d’insieme in quel momento.

Riuscire ad avere uno sguardo d’insieme mi permette di lasciare aperto il progetto a più strade, su più vie e quindi di potermi interrogare anche strada facendo e non solo sul raggiungimento finale dell’obiettivo.

Saper mediare gli obiettivi significa anche questo, interrogarsi sul percorso e non solo sulla meta, capire se sto ancora accogliendo l’alunno che ho di fronte o se sto iniziando a parlare in un senso unico senza ascoltare l’altro, senza capire a che punto sono del mio insegnamento

Per un mediatore è fondamentale autovalutarsi, autointerrogarsi, ”autoprogettarsi”!

Certamente tutta questa riflessione sul nostro modo di educare è inizialmente stancante: spesso non siamo abituati, ma poi diventa un’abitudine che ci permette di capire se stiamo delineando un vero e proprio percorso di apprendimento o se stiamo solo riempiendo schede operative e quaderni

Serena Neri è una professionista che offre interventi di potenziamento dell’apprendimento, training abilità sociali, interventi comportamentali e di psicoeducazione, riabilitazione cognitiva e tutor esperta nei processi di apprendimento.

Ma quale sgorbio! Che bello (e utile) questo scarabocchio

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buccarella scarabocchio
Lo “scarabocchio” agevola il passaggio alla scrittura: già nella scuola d’infanzia  è importante prevedere sia momenti di libera espressione creativa sia ambiti più o meno strutturati come gli atelier

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Il metodo Feuerstein e l’insegnamento: essere mediatore

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Il metodo Feuerstein per essere applicato nella sua interezza necessità di corsi strutturati e di una abilitazione precisa, ma ci sono alcuni punti che possono essere messi in pratica nella quotidianità didattica, o meglio nella quotidianità degli apprendimenti

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Antonella Capetti, la maestra che va… A scuola con gli albi

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Intervista ad Antonella Capetti, insegnante di scuola primaria e autrice del saggio “A scuola con gli albi” (Topipittori). Il grande vantaggio di conoscere approfonditamente la letteratura per l’infanzia, dice, consiste nella possibilità di costruire, prima nella propria mente, poi in classe, una solida rete di connessioni.

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Esercizi di impertinenza con Marco Dallari: il “registro” della lezione

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Eliminate  le sostanze tossiche che avvelenano l’insegnamento, al professor Marco Dallari abbiamo chiesto di raccontarci cosa accade in una classe che rispetta e alimenta il pensiero impertinente, a partire dall’apertura del registro. Pronti?

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Esercizi di impertinenza con Marco Dallari: i “veleni” da evitare in classe

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Il professor Marco Dallari si è prestato a giocare con noi di Occhiovolante per parlare di educazione in modo non convenzionale. Siete pronti? Si inizia con le sostanze velenose della didattica. Buon divertimento (e buone riflessioni)!

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Scrittura a mano: conoscete il Metodo Venturelli?

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Il Metodo Venturelli® si pone l’obiettivo di promuovere corrette abitudini posturali  per facilitare l’apprendimento della scrittura a tutti i bambini. Ne parliamo con Giorgia Filiossi, formatrice Metodo Venturelli®.

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Avete già incontrato la Carovana dei Pacifici?

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Da un’idea di Roberto Papetti, decine di migliaia di Pacifici hanno riempito e stanno riempiendo scuole, piazze, sagrati. Non solo in Italia

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Mani Cantanti, il coro in Lis che migliora l’apprendimento

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Mani Cantanti usa la Lis ed è una metodologia didattica musicale innovativa inserita nella piattaforma “Musica a scuola” di Indire. Ne parla l’insegnante, Anna Del Vacchio, di Grosseto

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Tra regine e incantesimi suona la musica del metodo FOUR

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Regine, regni e cervelli, cosa hanno in comune con la musica? Abbiamo incontrato Laura Polato, autrice e ideatrice dell’innovativo metodo musicale FOUR Keep Reading

Il linguaggio delle carezze per una pedagogia della tenerezza

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La pedagogista Marta Tropeano ha inviato a “Occhiovolante – Redazione Aperta” alcune sue riflessioni sull’importanza dell’educazione affettiva da usare soprattutto in famiglia e negli asili nido.

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L’ABC di Daniela Lucangeli: G di Gioco

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Le “pillole” di Daniela Lucangeli, docente di Psicologia dello sviluppo a Padova ed esperta di psicologia dell’apprendimento. Keep Reading

L’ABC di Daniela Lucangeli: A di Apprendimento

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Dalla A di Apprendimento alla G di Gioco, dalla I di Intelligenza alla M di Memoria le “pillole” di Daniela Lucangeli, docente di Psicologia dello sviluppo a Padova ed esperta di psicologia dell’apprendimento.

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L’apprendimento cooperativo e il ruolo dell’insegnante

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Una guida operativa e qualche consiglio agli insegnanti per affrontare i problemi legati ai bisogni speciali 

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La scuola cosmica per una umanizzazione dei servizi educativi

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scuola cosmica
Marta Tropeano ci guida nelle difficoltà dei rapporti coi bambini e ci fa riflettere sul bisogno di competenze empatiche e affettive nella scuola di oggi

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Una risata ci educherà, intervista a Carlo Ridolfi

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Una risata ci educherà
Il settimo incontro nazionale di formazione organizzato da Movimento di Cooperazione Educativo a Bari il 21 e 22 ottobre per parlare di risata e istruzione

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L’educazione del cuore attraverso la pedagogia delle emozioni

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La pedagogia delle emozioni si occupa di come si costruisce l’intera personalità del bambino, nei suoi aspetti cognitivi, sociali e comportamentali.  Keep Reading

Leggere ad alta voce, uno straordinario strumento didattico

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Leggere ad alta voce non è solo una maniera per conquistare non lettori. È un modo per condividere l’emozione speciale di un libro e per avvicinare i bambini ai libri per migliorare la loro competenza emotiva ed entrare in relazione con loro. Per farne, da grandi, dei lettori.

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Scrivere a mano, un esercizio salutare

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bambini scrivere a mano
Si scrive sempre meno a mano e anche a scuola la scrittura ha perso d’importanza. Ma è un’abitudine salutare, buona per la coordinazione, la sua minore utilità non ne può giustificare l’abbandono

“I bambini, e non solo loro, non sanno più scrivere a mano. Una tragedia che è iniziata ben prima dell’avvento del computer e del cellulare. Può sembrare un esercizio ottuso e repressivo, ma scrivere esercitando la grafia ci ha insegnato a tenere i polsi fermi sulle nostre scrivanie, sui nostri computer portatili. L’arte della scrittura insegna a controllare le nostre dita e incoraggia la coordinazione occhio-mano. Le persone non viaggiano più a cavallo, ma molti vanno a scuola di equitazione. Esistono strade e ferrovie, ma le persone si godono a piedi i valichi alpini.”

Condivido il pensiero di Umberto Eco, è indispensabile e salutare, qualche volta, parcheggiare l’auto e fare quattro passi a piedi; si mettono in moto muscoli e attività cerebrali che altrimenti, pian piano cesserebbero di funzionare con tutte le negative conseguenze facili da immaginare.

Allora “parcheggiamo” ogni tanto anche l’utilissimo computer o lo smartphone e avventuriamoci in una passeggiata su bianchi fogli e facciamo sì che, in particolar modo i bambini, non perdano questa importantissima abitudine.

educazione montagna bambini passeggiate

Lascia un segno

Prendi penna e foglio bianco
e su un tavolo o su un banco
scrivi quello che ti pare,
il pensiero fai spaziare.

Ora la manina muovi,
se soltanto tu ci provi,
con la penna o la matita
stretta lì tra le tue dita,
puoi iniziare l’avventura
e scoprire la scrittura.

Nella tua piccola testa
ogni cellula si desta
e si mette in movimento
per un vero allenamento.

Braccia, mani, occhi e dita
nell’impresa bella e ardita,
in accordo ed armonia,
fanno la calligrafia,
quella scia lunga e continua
che puoi far con la manina
e che lascia un forte segno
del tuo mondo e del tuo impegno.

Germana Bruno

Fare filosofia con i bambini per prepararli al futuro

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La capacità di ragionare e rispondere alle domande più banali, ma che affollano i motori di ricerca come Google, potrebbe essere la chiave per preparare i ragazzi alle professioni di domani.

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La gestione della rabbia nel metodo Montessori

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Montessori bambini educazione
Usare il metodo Montessori per calmare i bambini e fargli comprendere un sentimento primordiale ma complesso come la rabbia Keep Reading

Imparare a vedere, per una rinnovata educazione artistica

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Cosa vuol dire insegnare a vedere? E quanto è importante per un’educazione artistica che non si limiti alla nozionistica?

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Ken Robinson, perché la scuola uccide la creatività

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Il video del monologo di Ken Robinson ai TED del 2006, sempre attuale, su come la scuola rischi di conformare tutti i ragazzi a una stessa miope visione del mondo

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Reggio Children Approach, di cosa si tratta?

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bambini scuola classe
Reggio Children Approach, dedicato alla fascia da 0 a 6 anni, è un approccio educativo messo a punto dal pedagogista Loris Malaguzzi nel dopo guerra.  Keep Reading

Le migliori 10 frasi di Maria Montessori sull’educazione dei bambini

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Un decalogo di Maria Montessori che trasmette un messaggio semplice ma potente: i bambini devono sviluppare i loro talenti liberamente e gli educatori devono risvegliare il loro interesse

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La classe capovolta per stimolare l’apprendimento attivo

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post it e penne capovolti in classe
L’intervento di Stefano Rossi, psicopedagogista, a Tempo di Libri, sull’importanza della classe capovolta nello sviluppo di un forte senso critico

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La scuola inclusiva, le neuroscienze al servizio dell’educazione

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Ogni studente è unico. La neuroscienza può aiutare la scuola a non omologare i suoi alunni e aiutarli quando possiedono una struttura mentale che può portare all’esclusione Keep Reading

Il barattolo della calma ispirato al metodo Montessori

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Calmare un bambino può essere molto complicato, ma grazie a questo semplice “barattolo della calma” è possibile rilassare i più piccoli e aiutarli a ritrovare l’equilibrio.
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