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Metodi e strumenti pedagogici ed educativi per una didattica efficace

Metodo Feuerstein: la lettura mediata

in Approcci educativi by
Serena Neri ci fornisce qualche indicazione per creare competenze (e fiducia) attraverso la lettura di un libro o di un racconto in classe

Fra i criteri di mediazione del metodo Feuerstein ne troviamo uno legato alla lettura: è la “mediazione del sentimento di condivisione”. Quando leggo con qualcuno condivido con lui un obiettivo, voglio andare assieme all’altro verso quell’obiettivo, senza trascinarlo cerco di camminare al suo fianco, è l’altro il protagonista. Per rendere la lettura qualcosa di diverso e più pregnante di un’attività strumentale devo necessariamente partire dall’altro, che con me condivide quel preciso momento. Come posso riuscirci? Posso farlo grazie alla mia posizione fisica, al mio interesse, al mio sguardo, ma anche con il mio atteggiamento e le mie domande:

Cosa ti ricorda questa storia?
Hai mai vissuto o pensato una cosa simile?
Cosa ti viene in mente guardando queste immagini?
Che parola useresti per descrivere questo personaggio o questa situazione?
Cosa faresti tu al suo posto?
Che parola o immagine porti a casa dopo questa lettura?

Sembrano domande banali ma non è forse vero che la maggior parte delle volte (purtroppo) partiamo dal presupposto che la lettura serva per “capire come leggono bene e in fretta, sapere fare il riassunto di un libro, essere interrogati sui particolari più nascosti di una storia”? Questo approccio è molto lontano dalla mediazione e non provoca di certo sentimenti attivanti (oppositivi, spesso, sì!).

Un altro criterio di mediazione è il “sentimento di competenza”: i nostri bambini, ragazzi, ma anche gli adulti ( sì sì, leggo moltissimo anche con gli adulti!) hanno bisogno di sentirsi competenti, non di essere schiacciati dal fatto che altri sanno fare di più e meglio di noi! Se leggo per sottolineare il mio sapere come posso essere mediatore? La mia lettura passa per l’altro e per le sue competenze, il mio compito deve essere quello di scegliere libri che cerchino di aumentare il potenziale dell’altro, che lo spronino a migliorare. Questo dovrebbee essere sempre il nostro obiettivo di educatori e mediatori.
E quindi che parola tieni per te durante la tua prossima lettura?

Crediti immagine: illustrazione di Quentin Blake per “Matilde” di Roald Dahl, edizioni Salani

Altri articoli sul Metodo Feuerstein:
1- Il Metodo Feuerstein e l’insegnamento: essere mediatore
2. Obiettivi media-Ti: io come mediatore degli obiettivi didattici che mi pongo, quanto riesco a valutarmi anche in corso d’opera, come posso essere mediatore di un obiettivo da raggiungere?
3. Mediare: tutti devono centrare l’obiettivo: come mediare l’intera classe senza perdere nessuno.
4. Lettura mediata: come essere mediatori di storie ed emozioni durante la lettura di un libro o di un racconto in classe
5. Strategie di apprendimento: come mediare l’apprendimento di una strategia ( ad esempio risolvere un problema…)
6. Mediare un immagine: come condurre ( e non trasportare!) i bambini e i ragazzi all’interno delle immagini di un albo, un dipinto o un immagine su un libro di storia
7. Mediare i comportamenti: guidare i bambini e ragazzi al riconoscimento dei loro comportamenti
8. Fare un passo indietro… mediare i pre-requisiti: cosa devo dare per scontato e come faccio a capire ciò che davvero il mio alunno conosce già
9. Mediare obiettivi trasversali: capire cosa è davvero importante per quella classe e come mediare la lezione.
10. Mediatori con la disabilità: mediare nei casi di handicap o disagio

Essere e fare scuola Montessori oggi: uno scorcio

in Approcci educativi/Tracce di scuola intenzionale by
Il docente deve offrire stimoli, nutrimento, sguardo senza cercare i riflettori ma soprattutto rinunciando ad interpretare la relazione educativa come centrata sul potere e sul controllo

Una classe Montessori è un cantiere. Un cantiere pieno – ma non troppo- di muratori, mattoni, cemento, attrezzato con tutto ciò che occorre perché la costruzione sia precisa, solida, sostenibile. Siete dei costruttori, bambini. Ciò che imparerete dipende da voi, io da maestra ho il compito di mettervi a disposizione un ambiente preparato perché possiate muovervi (si può davvero costruire qualcosa stando fermi immobili?) e gli strumenti e le occasioni adatti alle vostre forze e alle vostre capacità per realizzare il compito che portate dentro voi stessi, quello di imparare a imparare, così da poterlo fare sempre nel corso della vostra vita. Imparare attraverso la scelta autonoma e libera di ciò su cui sapete di aver bisogno di lavorare, attraverso l’autocorrezione che è l’unico modo perché l’errore possa davvero essere maestro (per dirla con Rodari…), attraverso quelle meravigliose astrazioni materializzate che una donna straordinaria ha pensato per voi ormai quasi 100 anni fa.

Astrazioni materializzate, così Maria Montessori chiamava i materiali di sviluppo che troviamo in ogni aula montessoriana, perché la mano è lo strumento dell’intelligenza e quei mattoni della conoscenza li afferro meglio se posso montare, smontare, associare, maneggiare i concetti matematici, geometrici, grammaticali. E la maestra (o il maestro, certo) cosa fa senza una cattedra? Il suo compito è altissimo ma difficile da interpretare correttamente, sta tutto in questo passaggio straordinario:
Questa è la nostra missione: gettare un raggio di luce e passare oltre. (…)
Stimolare la vita lasciandola però libera di svilupparsi: ecco il primo dovere dell’educatore. Per una simile e grande missione occorre una grande arte che suggerisca il momento giusto e limiti l’intervento: non disturbi o devii, senza aiutare, l’anima che sorge a vita e vivrà in virtù dei propri sforzi.

La maestra deve quindi offrire stimoli, nutrimento, sguardo senza cercare i riflettori ma soprattutto rinunciando ad interpretare la relazione educativa come centrata sul potere e sul controllo.

Pochi cenni ed è facile capire la completa assenza di rinforzi positivi e negativi, di premi e punizioni per orientare i bambini verso ciò che più o meno arbitrariamente consideriamo un comportamento adeguato, ma un’idea di disciplina visionaria perché si coniuga in modo strettissimo con quella di libertà, Non è detto che sia disciplinato un individuo allorchè si è reso artificialmente silenzioso come un muto o immobile come un paralitico. Quello è un individuo annientato, non disciplinato. Noi chiamiamo disciplinato un individuo che è padrone di se stesso e quindi può disporre di se’ ove occorra seguire una regola di vita.

Per me essere montessoriani oggi è ancora, purtroppo, portare innovazione nella scuola. Sì, purtroppo. Sarebbe infatti bello che le parole e le pratiche montessoriane fossero, come molti sostengono, superate e antiquate, sarebbe bello che la scuola avesse ovunque recepito questi principi: il bambino costruttore, la libera scelta, l’autocorrezione, l’ambiente preparato e funzionale, i materiali di sviluppo con le mani ponte tra la conoscenza e la realtà, l’autoregolazione. Invece è ancora una rivoluzione parlarne e ancora di più provare a fare scuola in questo modo, mantenendo quello sguardo sul bambino che va ben oltre e più in profondità delle sole procedure di presentazione dei materiali e di allestimento di un’aula da rivista

Ciò che però di più attuale ci lascia Maria Montessori e di cui abbiamo ancora bisogno in modo vitale come adulti che accompagnano i bambini nel loro costruirsi, è il senso ultimo del nostro lavoro educativo soprattutto oggi, quello di fare della scuola un presidio di giustizia e democrazia, di diritti e di costruzione del senso di appartenenza ad una comune famiglia umana. Gli uomini non possono più rimanere ignari di se stessi e del mondo in cui vivono: e il vero flagello che oggi li minaccia è proprio quest’ignoranza. Occorre organizzare la pace, preparandola scientificamente attraverso l’educazione.

Capire le emozioni? Ci aiutano le fiabe!

in Approcci educativi by
Intervista a Tiziana Bruno, insegnante, sociologa, formatrice e autrice di un interessante saggio: le fiabe come strumento didattico.

«Le emozioni guidano la formulazione del pensiero, riuscire a padroneggiarle è il requisito fondamentale per concentrarsi, per trovare motivazione, per affrontare con profitto lo studio» , spiega Tiziana Bruno, autrice del saggio “Insegnare con la letteratura fiabesca”. Le abbiamo rivolto qualche domanda per saperne di più.

Buongiorno Tiziana, ci racconti chi sei, e quale sia la tua formazione?

«Mi occupo di didattica da diversi anni, come insegnante e come sociologa, ma soprattutto mi intrufolo negli ambienti educativi grazie alle mie storie per ragazzi. Sì, sono anche un’autrice di letteratura giovanile. Scrivo perché le storie che leggevo da bambina mi rendevano felice, la lettura trasformava la mia vita in maniera meravigliosa.

ll’ultima pagina, richiudevo il libro e mi sentivo più ricca, capace di scrutare oltre l’apparenza e pronta ad affrontare serenamente ogni contrarietà. Il mondo fiabesco è stato centrale nella mia formazione perché mi ha offerto gli strumenti per capire, sognare, crescere, progettare.

Il serbatoio per imparare i sentimenti, per sciogliere i nodi interiori. Il passaggio alla scrittura ha rappresentato Il completamento naturale della lettura. Quello che maggiormente desidero è rendere felici i miei giovani lettori come lo sono stata io da piccola.

E la letteratura è anche al centro della mia attività di sociologa. Le ricerche che conduco sono rivolte all’impiego della lettura come strumento per creare autentiche comunità educanti».

Tu hai scritto un saggio dal titolo intrigante: Insegnare con la letteratura fiabesca. Da dove nasce l’idea e da dove l’esigenza di scrivere questo saggio?

Credo profondamente nel seme evocatore della fiaba.

« Un seme che ritengo fondamentale per lo sviluppo dell’individuo e della società intera, in qualunque epoca. Gli antichi imparavano i sentimenti attraverso la mitologia, noi li impariamo attraverso la letteratura. Come spesso ripete Umberto Galimberti “i sentimenti si acquisiscono culturalmente e socialmente” e dunque vanno educati.

Purtroppo l’educazione emotivo-relazionale ormai sfugge dalle mani delle famiglie, come della scuola, spesso per mancanza di tempo: i genitori sono attanagliati da ritmi frenetici, gli insegnanti combattono con burocrazia e stress.

Ma quando il disagio dei ragazzi o gli episodi di bullismo ci spiazzano e ci spaventano, dobbiamo fermarci a riflettere e riconoscere che sono conseguenza dell’analfabetismo emozionale dilagante.

Siamo in una situazione di emergenza affettivo-relazionale e questo mi ha spinta a cercare delle vie di uscita. Non è più possibile trascurare la didattica emozionale, non possiamo più pensare a una scuola orientata esclusivamente al potenziamento delle abilità intellettive a discapito di quelle emotive. Le neuroscienze ci spiegano che lo sviluppo intellettivo e l’apprendimento sono fortemente influenzati da emozioni e sentimenti.

Le emozioni guidano la formulazione del pensiero, riuscire a padroneggiarle è il requisito fondamentale per concentrarsi, per trovare motivazione, per affrontare con profitto lo studio. Ho riflettuto a lungo su quali strumenti utilizzare per insegnare ai piccoli a (ri)conoscere e gestire emozioni e sentimenti. Dai miei studi è emerso che la fiaba è davvero il più efficace dei mezzi.

Così è nato “Insegnare con la letteratura fiabesca”, con l’intento di esplorare insieme ai docenti un sentiero attraverso il quale aiutare i ragazzi ad accedere alla propria personalità, imparare a riflettere e relazionarsi, prendere coscienza dei propri stati emotivi, sviluppare capacità logiche e pensiero creativo, rafforzare la motivazione allo studio» .

Possiamo davvero migliorare la didattica a scuola?

«Per migliorare la didattica, ma anche in generale la qualità della nostra vita, dobbiamo necessariamente imparare a gestire le nostre emozioni e quelle dei ragazzi. Bisogna saperle governare tutte, sia quelle che creano squilibrio (paura, invidia, rabbia, gelosia) che quelle piacevoli (gioia, speranza, volontà, gratitudine, fiducia).

Se, insieme ai nostri ragazzi, impariamo a canalizzare l’energia emotiva, questo avrà un impatto positivo sul loro rendimento scolastico, sulle loro relazioni e sul benessere psicofisico di noi tutti, bambini, docenti e genitori. E sì, finalmente potremo dire di aver inventato un mondo nuovo. Proviamoci, ne vale davvero la pena.

Le fiabe incoraggiano l’apprendimento perché coinvolgono emotivamente, nel pieno rispetto della diversa sensibilità di ognuno. Ogni individuo, specie se giovanissimo, per poter imparare qualcosa deve avere un buon rapporto con le proprie emozioni.

I concetti che impariamo in maniera immediata e facile sono quelli collegati alle emozioni positive.

Bambini e ragazzi, in molti casi, arrivano a scuola carichi di difficoltà. Il deficit di attenzione, per esempio, è un problema che le statistiche ci rivelano essere diffuso sia tra i piccolissimi che tra gli adolescenti, e gli psicologi spiegano che deriva spesso dall’uso compulsivo di apparecchi elettronici. In queste condizioni diventa problematica anche la relazione con i compagni, oltre che con l’insegnante. Ma la buona notizia è che il livello di attenzione può essere potenziato in qualsiasi fase della vita, insieme alla consapevolezza dei propri stati d’animo e all’empatia.

La fiaba ci racconta di eventi che riguardano l’essere umano nel suo cammino, per questo cattura facilmente l’attenzione. L’importante è utilizzare le giuste strategie di lettura. Non è difficile, anzi è un’attività piacevole anche per il docente.

La lettura a voce alta è un atto di accoglienza e di cura che regala emozioni meravigliose a chi ascolta e a chi legge. E’ un momento di accettazione, che aiuta il bambino a trasformare anche le proprie emozioni negative qualcosa di positivo e utile alla sua vita».

In quali “materie” possiamo inserire l’uso della fiaba?

«Praticamente possiamo impiegare la letteratura fiabesca in tutti gli ambiti disciplinari: scientifico, umanistico, artistico, tecnico. E’ necessario insegnare ai ragazzi a pensare. L’insegnamento delle materie tradizionali come la matematica, le scienze, le lingue, deve essere affiancato da strategie educative che consentano di acquisire consapevolezza di come funzionano la propria mente e i sentimenti.

Ed è esattamente ciò che possiamo fare con la pratica della narrazione fiabesca, fin dai primi anni dell’apprendimento scolastico la letteratura conduce i piccoli a sviluppare il pensiero autonomo e la capacità di creare nuove idee.

Non a caso ho scelto Alice per la copertina del libro: è il personaggio che più di ogni altro rappresenta l’esplorazione della realtà interiore, sia mentale che emotiva, con tutte le sue contraddizioni. E questo tipo di esplorazione è vitale non soltanto per i piccoli, ma per tutti noi, a qualunque età.

Impiegata nel modo giusto, la letteratura fiabesca è utile a impostare percorsi veramente efficaci anche nell’affrontare realtà complesse come il bullismo, l’autismo, il mutismo selettivo, la fragilità emotiva, la competizione sfrenata.

Impiegata nel modo giusto, la letteratura fiabesca è utile a impostare percorsi veramente efficaci anche nell’affrontare realtà complesse come il bullismo, l’autismo, il mutismo selettivo, la fragilità emotiva, la competizione sfrenata. Attenzione, però.

Quando uso la parola “fiaba” mi riferisco sempre alla versione letteraria originale, non certo ai sottoprodotti editoriali che mistificano i contenuti delle opere fiabesche, riempiendole di stereotipi e sciocchezze varie.

La letteratura fiabesca è relativamente giovane, esiste da pochi secoli, ma ha subito mortificazioni di ogni sorta arrivando a noi spesso in forma distorta a causa di versioni cinematografiche arbitrarie e libercoli redatti in maniera approssimativa e frettolosa.

Affinché risulti efficace, occorre recuperare le versioni letterarie autentiche, magari ripubblicate in un linguaggio aggiornato ai tempi, ma senza modifiche ai contenuti. Le fiabe classiche, e quelle moderne, sono opere d’arte a cui non possiamo fare dei ritocchi a nostro piacimento.

La letteratura fiabesca, diceva sapientemente Umberto Eco, è una letteratura aperta perché consentedi elaborare ulteriori possibilità e nuove idee, ma non può e non deve essere oggetto di manipolazioni mortificanti (come del resto ogni altra opera d’arte)».

Qualche “pillola” del metodo. Come ci si approccia? Quali i passaggi in classe?

«Più che un metodo, la definirei una strategia didattica che parte dalla lettura ad alta voce in classe per concludersi poi in mille modi diversi, in base alla reazione e alle esigenze dei ragazzi.

La lettura a voce alta è un atto di accoglienza e di cura, che regala emozioni meravigliose a chi ascolta e a chi legge. E’ un momento di accettazione, che aiuta il bambino a trasformare anche le proprie emozioni negative qualcosa di positivo e utile alla sua vita.

Ma l’attività del leggere non può essere lasciata all’improvvisazione, affinché risulti davvero efficace occorre seguire dei criteri precisi. Per questa ragione, con il mio saggio accompagno il docente nell’acquisizione degli atteggiamenti giusti da tenere durante la lettura.

La prima parte, quella teorica,  illustra l’utilità della letteratura fiabesca nei diversi ambiti didattici e, in appendice, sono proposti quindici laboratori interdisciplinari e degli esempi di unità di apprendimento per la scuola dell’Infanzia, Primaria e Secondaria, con compiti di realtà e percorsi per affrontare il bullismo, potenziare l’inclusione e migliorare le relazioni in classe».

Fai formazioni? Che percorsi proponi ai docenti?

«A partire dal 2012, quindi ben prima dell’uscita del libro, ho iniziato a girare l’Italia proponendo corsi di formazione a docenti e genitori. Anzi, il saggio è nato proprio su richiesta dei docenti che sentivano il bisogno di avere una guida da consultare.

E i corsi di formazione si sono intensificati dopo l’uscita del saggio, anche grazie alla casa editrice che li offre in maniera gratuita ai docenti in servizio. Sono davvero contenta. A pochi mesi dall’uscita, Insegnare con la letteratura fiabesca è stato adottato per i laboratori alla facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Lecce.  E in un sito svizzero lo hanno segnalato come libro utile agli insegnanti di Italiano Lingua2.

Ma l’episodio che mi ha resa oltremodo felice risale a poche settimane fa, quando un’insegnante della scuola Secondaria mi ha telefonato per dirmi di aver sperimentato in classe la mia strategia. Era commossa, tutti i suoi alunni avevano mostrato un’attenzione inusuale durante la lettura, anche gli iperattivi, i ragazzi con bisogni educativi speciali, gli alunni stranieri. Tutti.

Mi ha ringraziato e le ho risposto che in realtà sono io a dover ringraziare tutti i miei lettori perché mi danno la gioia immensa di vedere germogliare il piccolo seme che ho gettato al vento.

L’intera classe era rimasta ad ascoltare, con la gioia nello sguardo. E, nei giorni successivi, le lezioni della materia avevano preso una piega diversa, suscitando maggiore curiosità».

Per maggiori info: www.rosatiziana.com
Credits foto: H for Home

Metodo Feuerstein: servono chiarezza e visione d’insieme

in Approcci educativi by
chiarezza
Auto valutazioni, osservazione, visione d’insieme, chiarezza: per diventare mediatore didattico affidabile non basta “conoscere” la propria materia.

Progetto deriva dal latino “gettare avanti”, una splendida etimologia che spiega le basi della mediazione degli obiettivi didattici.

Partiamo quindi da una domanda: con il mio nuovo obiettivo didattico, cosa voglio “gettare avanti”? Cosa voglio mettere davanti la strada dei miei alunni?

Sapere quale sia lo scopo ultimo del mio progettare mi rende attivo mediatore degli apprendimenti.

Parte tutto da questo: cosa voglio che resti nei miei alunni? Sì perché deve restare qualcosa dentro di loro, qualcosa che possono riprendere più avanti, qualcosa che possono collegare, manipolare, utilizzare, sbagliare, qualcosa che sia davvero loro!

Progettare in modo mediato mi porta inevitabilmente a dover pensare a cosa c’è fra ciò che conosco io e quello che conoscono i miei alunni, o che io credo che conoscano….

Mediare vuol dire anche non dare nulla per scontato perché possono esserci conoscenze dei ragazzi che io non posso sapere stando in classe e io come docente ed educatore adulto posso conoscere delle cose in più, ma non sono onnipotente, quindi ho la necessità di “mediare” la mia conoscenza con la loro.

Ciò che “progetto” per i miei alunni deve poter essere davanti a loro in breve tempo o il rischio è di perdere la loro motivazione, di rendere nullo il mio insegnamento, la mia stessa mediazione. A volte occorre anche esplicitare l’intento perché sia chiaro a tutti.

Inoltre devo conoscere non solo i ragazzi che ho davanti, ma anche l’ambiente e il ruolo in cui mi trovo: avere la visione d’insieme in quel momento.

Riuscire ad avere uno sguardo d’insieme mi permette di lasciare aperto il progetto a più strade, su più vie e quindi di potermi interrogare anche strada facendo e non solo sul raggiungimento finale dell’obiettivo.

Saper mediare gli obiettivi significa anche questo, interrogarsi sul percorso e non solo sulla meta, capire se sto ancora accogliendo l’alunno che ho di fronte o se sto iniziando a parlare in un senso unico senza ascoltare l’altro, senza capire a che punto sono del mio insegnamento

Per un mediatore è fondamentale autovalutarsi, autointerrogarsi, ”autoprogettarsi”!

Certamente tutta questa riflessione sul nostro modo di educare è inizialmente stancante: spesso non siamo abituati, ma poi diventa un’abitudine che ci permette di capire se stiamo delineando un vero e proprio percorso di apprendimento o se stiamo solo riempiendo schede operative e quaderni

Serena Neri è una professionista che offre interventi di potenziamento dell’apprendimento, training abilità sociali, interventi comportamentali e di psicoeducazione, riabilitazione cognitiva e tutor esperta nei processi di apprendimento.

Ma quale sgorbio! Che bello (e utile) questo scarabocchio

in Approcci educativi by
buccarella scarabocchio
Lo “scarabocchio” agevola il passaggio alla scrittura: già nella scuola d’infanzia  è importante prevedere sia momenti di libera espressione creativa sia ambiti più o meno strutturati come gli atelier

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Il metodo Feuerstein e l’insegnamento: essere mediatore

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feuerstein bimboleone edizioni corsar
Il metodo Feuerstein per essere applicato nella sua interezza necessità di corsi strutturati e di una abilitazione precisa, ma ci sono alcuni punti che possono essere messi in pratica nella quotidianità didattica, o meglio nella quotidianità degli apprendimenti

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Antonella Capetti, la maestra che va… A scuola con gli albi

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capetti
Intervista ad Antonella Capetti, insegnante di scuola primaria e autrice del saggio “A scuola con gli albi” (Topipittori). Il grande vantaggio di conoscere approfonditamente la letteratura per l’infanzia, dice, consiste nella possibilità di costruire, prima nella propria mente, poi in classe, una solida rete di connessioni.

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Esercizi di impertinenza con Marco Dallari: il “registro” della lezione

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Eliminate  le sostanze tossiche che avvelenano l’insegnamento, al professor Marco Dallari abbiamo chiesto di raccontarci cosa accade in una classe che rispetta e alimenta il pensiero impertinente, a partire dall’apertura del registro. Pronti?

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Esercizi di impertinenza con Marco Dallari: i “veleni” da evitare in classe

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Il professor Marco Dallari si è prestato a giocare con noi di Occhiovolante per parlare di educazione in modo non convenzionale. Siete pronti? Si inizia con le sostanze velenose della didattica. Buon divertimento (e buone riflessioni)!

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Scrittura a mano: conoscete il Metodo Venturelli?

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Una guida operativa e qualche consiglio agli insegnanti per affrontare i problemi legati ai bisogni speciali 

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Marta Tropeano ci guida nelle difficoltà dei rapporti coi bambini e ci fa riflettere sul bisogno di competenze empatiche e affettive nella scuola di oggi

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Una risata ci educherà, intervista a Carlo Ridolfi

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Il settimo incontro nazionale di formazione organizzato da Movimento di Cooperazione Educativo a Bari il 21 e 22 ottobre per parlare di risata e istruzione

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L’educazione del cuore attraverso la pedagogia delle emozioni

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La pedagogia delle emozioni si occupa di come si costruisce l’intera personalità del bambino, nei suoi aspetti cognitivi, sociali e comportamentali.  Keep Reading

Leggere ad alta voce, uno straordinario strumento didattico

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Leggere ad alta voce non è solo una maniera per conquistare non lettori. È un modo per condividere l’emozione speciale di un libro e per avvicinare i bambini ai libri per migliorare la loro competenza emotiva ed entrare in relazione con loro. Per farne, da grandi, dei lettori.

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Scrivere a mano, un esercizio salutare

in Approcci educativi by
bambini scrivere a mano
Si scrive sempre meno a mano e anche a scuola la scrittura ha perso d’importanza. Ma è un’abitudine salutare, buona per la coordinazione, la sua minore utilità non ne può giustificare l’abbandono

“I bambini, e non solo loro, non sanno più scrivere a mano. Una tragedia che è iniziata ben prima dell’avvento del computer e del cellulare. Può sembrare un esercizio ottuso e repressivo, ma scrivere esercitando la grafia ci ha insegnato a tenere i polsi fermi sulle nostre scrivanie, sui nostri computer portatili. L’arte della scrittura insegna a controllare le nostre dita e incoraggia la coordinazione occhio-mano. Le persone non viaggiano più a cavallo, ma molti vanno a scuola di equitazione. Esistono strade e ferrovie, ma le persone si godono a piedi i valichi alpini.”

Condivido il pensiero di Umberto Eco, è indispensabile e salutare, qualche volta, parcheggiare l’auto e fare quattro passi a piedi; si mettono in moto muscoli e attività cerebrali che altrimenti, pian piano cesserebbero di funzionare con tutte le negative conseguenze facili da immaginare.

Allora “parcheggiamo” ogni tanto anche l’utilissimo computer o lo smartphone e avventuriamoci in una passeggiata su bianchi fogli e facciamo sì che, in particolar modo i bambini, non perdano questa importantissima abitudine.

educazione montagna bambini passeggiate

Lascia un segno

Prendi penna e foglio bianco
e su un tavolo o su un banco
scrivi quello che ti pare,
il pensiero fai spaziare.

Ora la manina muovi,
se soltanto tu ci provi,
con la penna o la matita
stretta lì tra le tue dita,
puoi iniziare l’avventura
e scoprire la scrittura.

Nella tua piccola testa
ogni cellula si desta
e si mette in movimento
per un vero allenamento.

Braccia, mani, occhi e dita
nell’impresa bella e ardita,
in accordo ed armonia,
fanno la calligrafia,
quella scia lunga e continua
che puoi far con la manina
e che lascia un forte segno
del tuo mondo e del tuo impegno.

Germana Bruno

Fare filosofia con i bambini per prepararli al futuro

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La capacità di ragionare e rispondere alle domande più banali, ma che affollano i motori di ricerca come Google, potrebbe essere la chiave per preparare i ragazzi alle professioni di domani.

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Usare il metodo Montessori per calmare i bambini e fargli comprendere un sentimento primordiale ma complesso come la rabbia Keep Reading

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Cosa vuol dire insegnare a vedere? E quanto è importante per un’educazione artistica che non si limiti alla nozionistica?

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Il video del monologo di Ken Robinson ai TED del 2006, sempre attuale, su come la scuola rischi di conformare tutti i ragazzi a una stessa miope visione del mondo

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Le migliori 10 frasi di Maria Montessori sull’educazione dei bambini

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La classe capovolta per stimolare l’apprendimento attivo

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Calmare un bambino può essere molto complicato, ma grazie a questo semplice “barattolo della calma” è possibile rilassare i più piccoli e aiutarli a ritrovare l’equilibrio.
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