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Approcci educativi

Metodi e strumenti pedagogici ed educativi per una didattica efficace

Dalle piattaforme didattiche ai banchi a rotelle

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Riflessioni di un insegnante, tra la fine di un incredibile anno scolastico e un futuro ancora tutto da scoprire, tra le piattaforme didattiche digitali e i nuovi banchi

Come tutti gli insegnanti, sono in mezzo al guado: finito un anno scolastico terribile, attendo con una certa ansia che cominci il prossimo. Non sapendo come potrò lavorare, pensando alle piattaforme didattiche e ai banchi che troveremo in classe, mi limito a mettere in fila qualche breve pensiero saltando di palo in frasca.

DISCIPLINA, SPAZIO E TEMPO

Una delle prime cose che ho notato in dad è stato che ho smesso di fare il controllore della classe: niente esortazioni a fare silenzio, niente note, quasi niente rimproveri. Il lato negativo di questa mancanza è stato evidentemente che gli studenti, a distanza, potevano inabissarsi senza lasciare tracce, ma è anche vero che gli studenti in dad non soffrivano della ristrettezza delle nostre aule. Ognuno aveva il suo spazio, almeno in termini di privacy (altro è capire se avessero spazi adeguati allo studio, e non è un problema banale), quindi non si pestavano i piedi a vicenda. Se ciò è da un lato la morte drammatica e definitiva della socialità, dall’altro potremmo forse notare che la “normale” socialità delle nostre scuole, piuttosto monca, i conflitti li favoriva più che smorzarli.

Come sviluppare un’armonica vita di comunità in ambienti in cui l’unico luogo di relax è la toilette? Se la dad ha di fatto eliminato ogni possibile area di “contenzioso”, in presenza possiamo organizzarci per gestire meglio i bisogni degli studenti, la cui frustrazione, nell’asfittica scuola “normale”, porta inevitabilmente a comportamenti sbagliati o inaccettabili (rabbia, maleducazione, ecc.).

In questo senso, la dad ha anche sfatato un altro mito intoccabile che invece incide pesantemente sulla qualità del tempo scolastico: quello del lavoro diuturno e senza pause. Nella dad si è considerato naturale fare quel che in presenza pareva impensabile: 10 minuti di pausa ogni 50. Possiamo portare un modulo del genere anche in presenza? Non è possibile credere che il cervello degli studenti – e dei docenti – possa dare il meglio di sé alternando lezioni con un intervallo di pochi minuti e con scampoli di riposo tra l’uscita di un professore e l’arrivo dell’altro.

Una routine più consona ai bisogni tanto dei docenti quanto degli studenti significa contribuire a ridurre, in un colpo solo, tanto l’oppositività studentesca quanto la possibilità di nascondersi dietro a scuse. Una scuola avara di spazio, di tempo e di disponibilità può solo fare la faccia feroce, mentre una scuola che offre molto, può anche legittimamente chiedere molto ai suoi studenti.  Ed è meglio disinnescare un problema alla radice, piuttosto che contenerlo dopo.

LE PIATTAFORME DIDATTICHE

Al di là di tempo e socialità, se c’è una cosa che vorrei portare dalla distanza alla presenza, sono le piattaforme didattiche digitali. Non mi interessa elogiarne una in particolare poiché il punto vero è che qualsiasi piattaforma minimamente decente ha il potere di rendere trasparente il nostro lavoro: si possono consultare facilmente i materiali (e se ne possono caricare di tutti i tipi), la correzione è più trasparente e puntuale (con un feedback molto più ricco), le prove dei ragazzi ordinatamente catalogate e consultabili. Il tutto è poi disponibile per analisi successive, scambi didattici, diffusione di buone pratiche: un insieme che permette di superare in blocco e di slancio l’enorme mole di scartoffie anodine e oscure che compiliamo ora. Una buona piattaforma didattica è insieme registro di classe e personale dell’insegnante, diario dello studente, comunicazione alla famiglia, programmazione e rendicontazione didattica. Alla piattaforma digitale quindi non rinuncerò più, punto e basta.

LA PROGETTAZIONE DIDATTICA

Con tutti i limiti posti dalla dad, i docenti italiani hanno dovuto fare di necessità virtù e inventare. Ad esempio, se le nozioni tipiche delle varie discipline erano fin troppo facili da trovare online, ci si è ingegnati a elaborare compiti in cui quelle nozioni venivano calate in contesti specifici della classe, rendendo impossibile trovare le risposte su internet. Mi spiego: se l’analisi di una poesia di Saba è facilmente rintracciabile su internet, un confronto tra una poesia di Saba e un’altra poesia letta in classe è impossibile da trovare, dato che “internet” non sa quali sono le poesie fatte in classe. A quel punto, si possono usare anche Wikipedia o altri siti, ma per fare un buon lavoro uno studente ci deve mettere del proprio. Ovviamente questo non esaurisce il problema della verifica degli apprendimenti, ma intanto sono stati elaborati degli strumenti che si possono senz’altro portare nella didattica in presenza, che a sua volta permette di ritornare a valutazioni più tradizionali.

IL LABORATORIO DEL DOCENTE E LA GADGETTISTICA PEDAGOGICA

C’è un aspetto in cui la dad vince su tutta la linea: il laboratorio del docente. Nelle mie lezioni in dad ero a casa mia e avevo tutti i miei materiali sottomano: la mia biblioteca, i miei dvd, i miei appunti, tutto. Nella didattica in presenza “normale”, invece, la mia didattica è limitata da quel che posso portare di classe in classe, e che devo raccattare alla svelta alla fine dell’ora. A scuola, a differenza di casa mia, non ho intorno un ambiente costruito da me ed è l’ambiente a dettarmi la didattica, non il contrario. Eppure non è un destino: nelle scuole anglosassoni il docente ha la sua aula e sono i ragazzi a girare. Sarebbe una cosa da copiare, anche perché insieme allo spazio da organizzare, le scuole anglosassoni spesso assegnano ai docenti anche un budget da spendere per materiali didattici: che si tratti di mappe, tavole o strumenti elettronici, la scuola compra ciò che il docente ritiene funzionale al progetto didattico che sviluppa (e di cui è responsabile). In questo modo la scuola non si riempie di gadget inutili, rovesciati sulla scuola in base alla moda pedagogica del momento (con il poco gradevole corollario di far passare per conservatori i docenti che di quei materiali non avevano affatto bisogno), ma i docenti vengono chiamati ad essere attivi e responsabili. Lo schema attuale del rapporto tra l’amministrazione e i docenti è molto lontano da questo modello: l’impressione è di un’amministrazione che spinge per l’innovazione, ma in maniera confusa, e un corpo docenti che fa resistenza, spesso giustamente, ma non raramente per pura diffidenza.

Tra scuola e amministrazione andrebbe invertito il rapporto, rendendo la prima più autonoma e la seconda più snella. Questo va ben oltre le riflessioni sparse – e sintetiche – che avevo promesso all’inizio, quindi concludo qui.

Approfondimento

Se ti interessa l’argomento e vuoi approfondire con degli strumenti, abbiamo pensato a una selezione per te.

Per avere sempre sott’occhio la Terra, una mappa da appendere alla parete della classe 

Per un ripasso di grammatica da fare alla LIM: Smartgrammar 

Come Analizzare La frase Con La Grammatica Valenziale 

E se i compiti per le vacanze fossero divertenti?

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Chi ha detto che i compiti per le vacanze debbano essere per forza noiosi e difficili? Ecco alcuni spunti per lavorare in maniera diversa (e con il sorriso)

I compiti per le vacanze sono da sempre un argomento di discussione tra insegnanti e genitori, ma anche per i bambini e i ragazzi che devono farli! C’è chi sostiene la loro utilità, per non far perdere agli studenti il ritmo scolastico della scuola. Alcuni pensano sia più importante far riposare la testa e lo spirito durante i mesi estivi.

C’è anche chi, negli ultimi anni, ha optato per far svolgere ai ragazzi laboratori ed escursioni all’aria aperta, legati a un argomento di attualità o svolto in classe, un nuovo modo per imparare lontani dai banchi di scuola.

Tutto bene, ma forse i diretti interessati ci direbbero che i compiti per le vacanze qualche volta potrebbero essere anche divertenti. Ecco allora qualche proposta per gli insegnanti o per i genitori che vogliono arricchire gli strumenti didattici che terranno compagnia ai bambini e ai ragazzi in questi mesi estivi.

I compiti vanno in vacanza. Il disfa libro per la primaria

Ecco un libro magico, diverso dagli altri. Infatti si ritaglia tutto, fino a scomparire. Ogni pezzo inserito nell’apposita busta può essere portato ovunque: ti divertirai, imparando moltissimo e scrivendo pochissimo.

Come diventare un esploratore del mondo

è un quaderno di appunti e suggerimenti per documentare e osservare il mondo che ci sta attorno come se non l’avessimo mai visto prima. Una raccolta di idee ispirate dai grandi pensatori e artisti della nostra epoca che Keri Smith reinterpreta e mette in pratica attraverso un racconto fatto di illustrazioni e fotografie.

50 cose da fare per salvare la Terra

La Terra è in pericolo: il mare, i fiumi, le foreste oggi più che mai hanno bisogno del nostro aiuto. E non importa se grande o bambino, ciascuno di noi può fare qualcosa per mantenere il pianeta più verde e vivibile. Ma da dove cominciare? Da piccoli gesti quotidiani e azioni concrete, che ci dimostrano quanto sia facile e divertente rendersi utili.

Risveglia la città! Idee e progetti per lanciare il tuo messaggio al mondo

Ti piace giocare, creare, sorprendere? Hai voglia di vivere la città in modo più attivo? Vorresti comunicare meglio con gli abitanti del tuo quartiere? Allora questo libro è per te! Dai disegni temporanei con i gessetti colorati ai collage di suoni, alle installazioni di origami, tante proposte semplici e divertenti per disseminare le strade di arte, parole, oggetti, fiori e idee.

A spasso nel sistema solare

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E se volessimo realizzare una vera mappa del sistema solare?

Quando apriamo un atlante del cielo o un libro scolastico, siamo abituati a vedere i pianeti colorati ben sistemati intorno al Sole, uno accanto all’altro e con colori diversi. Eppure il nostro sistema solare, “dal vivo”, è molto diverso!

Se infatti volessimo realizzare una sua mappa in scala, su un foglio di carta, ci accorgeremmo che sarebbe praticamente impossibile, sia per il rapporto in scala tra i pianeti sia, soprattutto, per la distanza che li separa.

Sono queste le premesse per partire all’esplorazione di “Se la Luna fosse grande 1 pixel, un sito per grandi e piccoli che riproduce una mappa digitale del nostro sistema solare. Uno strumento incredibile, che ci permette di capire quanto siano diverse le dimensione tra la nostra stella e gli altri pianeti, che ci permette di realizzare – grazie a un semplice movimento del mouse – un viaggio tra gli immensi spazi vuoti che separano la Terra dagli altri corpi celesti…

Senza dimenticare la possibilità, cliccando sull’icona in basso a destra, di viaggiare alla velocità della luce!


Approfondimento

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Pinocchio, una storia da ascoltare

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La grande Maratona dedicata a Pinocchio, andata in scena il 30 maggio scorso, ha unito idealmente la scuola primaria di tutta Italia.

Quasi sei ore di lettura ininterrotta, tantissimi insegnanti della primaria provenienti da ogni regione d’Italia, decine di voci diverse, di volti sorridenti, quasi 5500 visualizzazioni e una partecipazione che ha unito adulti e bambini. Ma soprattutto un libro, Le avventure di Pinocchio – uno dei più amati, tradotti e letti di sempre – che continua a regalarci grandi emozioni.

Sono questi i numeri della prima Maratona dedicata a Pinocchio, che piccoli e grandi lettori possono ancora ascoltare gratuitamente sul canale YouTube di Librì Progetti Educativi. Una storia senza tempo, quella di Collodi, che ha acquistato un sapore davvero speciale grazie alla viva voce degli insegnanti.

Con questa iniziativa, Librì Progetti Educativi ha voluto ringraziare i maestri e le maestre che in questo difficile periodo hanno lavorato col cuore e con i loro mezzi tecnologici per sostenere gli studenti nella didattica. Un modo divertente per ricordare – come ci ha detto il professor Nembrini nella sua presentazione alla Maratona [link interno a suo articolo di OV] – che se vogliamo costruire un mondo migliore dobbiamo ricominciare dai bambini. Quale modo più efficace di farlo se non leggendo Pinocchio?

Leggere una storia a voce alta, come sostengono i pedagogisti, ha inoltre un enorme valore: è il miglior modo – e probabilmente il più antico – per condividere una storia e le sue emozioni più profonde. Non resta dunque che riascoltare i capitoli che più ci sono piaciuti, in attesa della seconda Maratona che avrà luogo a ottobre!

Caccia al pattern con gli stencil narranti!

in Approcci educativi/Arte in galleria by
Con gli stencil narranti di Marianna Balducci partiamo alla scoperta dei pattern intorno a noi e inventiamo tante storie divertenti.

Quando proviamo a cimentarci con la fotografia, una delle cose fondamentali è la scelta dell’inquadratura. Attraverso l’obiettivo, selezioniamo quella esatta porzione di mondo congelandola nel nostro personale racconto. I confini dello scatto tracciano un nuovo confine anche nello spazio che guardiamo, escludono delle cose e ne includono altre stabilendo, più o meno consapevolmente, nuove gerarchie. Quando ci siamo esercitati a scattare dal macro al micro in un precedente articolo, abbiamo potuto constatare come certi soggetti possano essere percepiti in modo totalmente differente se il nostro punto di vista è lontano o vicino. Per comprendere meglio questo processo ed esercitarci nell’inquadratura, può essere utile muoversi nello spazio reggendo in mano una cornice di cartoncino bianca che ci permetta, appunto, di circoscrivere quel che vediamo, allargando e restringendo il campo (mano a mano che noi fisicamente ci allontaniamo o avviciniamo al soggetto) e creando un po’ di spazio neutro attorno.

Ma l’inquadratura non è solo un processo tecnico. Come molte delle strategie di osservazione della realtà che abbiamo sperimentato, possiamo usarla come espediente creativo e divertirci non solo a campionare il mondo attorno a noi, ma anche a dare avvio a delle storie. L’attività che vi propongo può essere fatta sia tra le mura domestiche, sia all’esterno. Se in questi giorni state piano piano assaporando qualche passeggiata, questo esercizio di inquadratura sarà una buona scusa per tornare a esplorare anche i luoghi conosciuti e a divertirci continuando a mantenere la distanza di sicurezza richiesta. E allora, si dia avvio alla caccia al pattern!

Ma cos’è un pattern?

Un pattern è una composizione grafica che, replicata potenzialmente anche all’infinito, dà vita a un motivo decorativo applicabile a una qualche superficie (pensiamo, per esempio, ai tessuti a fantasia). Tutto intorno a noi può diventare un pattern e a volte anche le cose più inaspettate possono rivelarsi soluzioni originali per rivestire storie e personaggi, connotandoli in modi inconsueti. Per individuarli dovremo subito verificare che come tali possano funzionare ed ecco che inizia il nostro gioco di inquadrature.

Non sarà una lineare cornice bianca a tracciare i confini della realtà che registreremo, bensì degli stencil narranti: vi ho preparato 3 figure (e 3 potenziali storie) con delle parti da ritagliare (le vedete tratteggiate). Sarà con loro che inquadreremo il mondo attorno. Portate gli stencil narranti in giro per la città (oppure iniziate esplorando gli angoli di casa che, come vi ho detto in un precedente articolo, possono nascondere un sacco di sorprese) e, non appena stanate un pattern che vi soddisfa, scattate una foto.

Vi consiglio di stampare i disegni su cartoncino rigido così riuscirete meglio a farli stare dritti. Potete anche creare un piccolo rinforzo attaccando col nastro adesivo degli stecchini lunghi ai bordi (in modo da creare un piccolo telaio sul retro del cartoncino che lo irrigidisca).

Chissà per quale occasione Serena potrebbe sfoggiare il suo vestito se fosse fatto di foglie verdi e freschissime, chissà quanto sarebbe leggero se fosse fatto addirittura di cielo! E quel supereroe fatto di mattoni deve essere davvero fortissimo… anche se credo che persino quello profumatissimo laggiù potrebbe dare del filo da torcere (magari agli allergici al polline!).

Divertitevi a raccontare le storie dei personaggi, vedrete come cambieranno mano a mano che troverete nuovi pattern. Le storie sono contenitori da riempire, diverse ogni volta a seconda degli strumenti che usiamo per costruirle: a volte può spuntare una finestra inaspettata dalla quale affacciarsi, a volte possono diventare così importanti da trasformarsi nella casa ideale da abitare.

Ma la caccia al pattern non finisce qui! Potete riempire i miei stencil narranti, ma potete inventarne anche di nuovi. Si può partire disegnando intorno a un ritaglio semplice (come una forma geometrica), attorno al quale disegnerete il personaggio o la situazione che il pattern andrà a condire. Un cerchio può diventare il pancione di un animale, un ritaglio irregolare potrebbe essere la capigliatura spettinata di un uomo buffo, un triangolo potrebbe essere la vela di una barca.

Divertitevi a inventare e a raccogliere e, se vi va, condividete con noi i vostri scatti!

Nota: scarica e stampa gli stencil narranti. Sono proporzionati per essere stampati su A4.

Dalle emozioni alle storie

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Ancora strategie per invitare i ragazzi alla lettura:  con Loredana Pippione esploriamo quali storie e libri preferire, tra classici e nuove proposte…

Sorrido all’idea “dell’insegnante- ragioniere” che non sarò mai, anche se mi dicono che “tanto si fanno sempre un po’ le stesse cose, mentre i ragazzi cambiano tutti gli anni, per cui, che senso ha far fatica ad inventare” .
Effettivamente, sarebbe così comodo, una bella cartellina sul desktop del computer con il materiale suddiviso per classi e ogni classe per mese “tanto a novembre in prima si spiega la favola e in terza si legge Foscolo”.

Invece no. Penso all’appuntamento fisso dell’ultima ora del venerdì, in classe, dedicato a leggere e a parlare di libri, di quelli che abbiamo letto e di quelli da leggere, di quelli che ci sono piaciuti da impazzire e di quelli che abbiamo fatto fatica a terminare. A inizio anno abbiamo deciso di concederci questo piccolo regalo, un buon modo per congedarsi da una settimana di lavoro in attesa di rivederci. Questo momento, tutto nostro, ci ha permesso di rilassarci. Spesso siamo restati in classe, qualche volta siamo andati in aula lettura, altre volte in giardino.

Penso ai miei studenti, tutti diversi: c’è chi in un’ora legge diverse pagine, altri che dopo aver sbirciato qualche riga guardano fuori volando con l’immaginazione chissà dove. Non sono pochi quelli che si alzano per chiedere il significato delle parole o che non comprendono appieno una frase. Ogni volta ho spiegato, chiarito, mi sono informata se il romanzo era interessante e se lo conoscevo ho chiesto a quale punto erano arrivati e li ho incoraggiati ad andare avanti.

Mi chiedo se il mio approccio alla lettura sia sufficientemente valido ed efficace e se quanto trovano a loro disposizione sia stimolante e coinvolgente. Confesso, non lo so. L’orgoglio mi spingerebbe a dire che la strada intrapresa è quella giusta, perché suffragata dalle tante letture di autorevoli esperti e probabilmente quello stesso orgoglio mi convincerebbe che tanti altri insegnanti fanno molto meno, anzi proprio niente, ma in realtà, per quanto legga e mi aggiorni, procedo per tentativi, semplicemente perché una strada giusta non c’è.

Io, a loro, vorrei solamente consigliare delle buone storie che un po’ gli assomiglino e che non siano per forza legate a un esplicito intento educativo. Non ho dimenticato che io diventai una lettrice perché mi andava di farlo. Trovai, tardi, un libro, lo lessi e da quel momento non mi fermai più. Non ho letto per compito, per comparare gli stili, per imparare a scrivere bene. Purtroppo si rischia di far fare al libro quello che invece dovrebbe fare un buon educatore ovvero indicare la strada, passare del tempo con te, trasmettere valori, dare buoni consigli e darti la possibilità di tirar fuori quelle capacità che ti renderanno una persona migliore di quello che sei.

I ragazzi e i bambini sembrano essere appassionati dalle storie che parlino di contemporaneità, poiché sono espressione di un sentire e di un agire più vicino a loro, insomma ci si ritrovano! Il loro mondo è fatto di velocità, di messaggi immediati, di immagini dai colori sgargianti e dagli effetti speciali. I loro eroi, dai nomi a volte impronunciabili, vivono avventure dal ritmo serrato in cui non c’è spazio per i lunghi dialoghi, per le belle descrizioni o per profonde e attente riflessioni. Non è una colpa, sono così! Sono la generazione degli Avengers e degli X-men esattamente come quella dei loro genitori e di alcuni loro insegnanti lo era di Mazinga Z e di Candy Candy e ne consegue che, se l’approccio vuole essere quello di un invito alla lettura, occorra tener conto del tipo di narrazioni a cui questi ragazzi sono venuti a contatto sino a questo momento e di come i libri “classici” frequentemente parlino di un mondo ormai lontano ed incomprensibile.

“Il giro del mondo in 80 giorni” fu pubblicato nel 1872 e il “Giardino segreto” nel 1911: sono romanzi di una bellezza indicibile che parlano di carrozze, mongolfiere e governanti, dove il treno a vapore e il piroscafo sono l’espressione massima della tecnologia del tempo. Mi chiedo, però, se possano ancora coinvolgere emotivamente la generazione dei millennials. Forse è necessario avere la consapevolezza che occorra arrivarci per gradi, considerando il romanzo ”classico“,un punto di arrivo e non di partenza anche dal punto di vista linguistico-lessicale, oltre al fatto che non tutti i “classici” sono oggi proponibili.

Sicuramente leggerò, quando sarà il momento, qualche pagina di Cuore, ma come documento storico di quell’Italia “bambina” che si apprestava a diventare Nazione; come certamente leggeremo insieme la splendida storia di Giuà Dei Fichi raccontata da Calvino in “Il bosco degli animali”, ma sono cosciente che quel mondo fatto di guerra, paura, rastrellamenti, fame e freddo sia qualcosa che questi ragazzi potranno ascoltare, forse anche apprezzare, ma difficilmente capire, perché non vissuto. Per questo cerco buone storie, che non seguano le mode letterarie del momento, ma che germoglino da un’idea, che lentamente crescano e sboccino per diventare vita raccontata attraverso la penna di uno scrittore o di una scrittrice.

Cerco di non farmi imbrigliare dal pregiudizio che solo certi libri sono meglio di altri, che i vecchi romanzi sono sempre i migliori e che la maggior parte della produzione editoriale odierna è da considerare bieco prodotto commerciale.

Nella vastità della produzione editoriale contemporanea non tutto è da considerarsi un capolavoro, ma è pur vero anche che ci sono autori dalle eccellenti capacità narrativo – stilistiche, che nulla hanno a invidiare agli scrittori considerati “grandi classici” della letteratura giovanile. Certo bisogna conoscerli, e successivamente, aggiungerei, saperli presentare in modo tale da far venir voglia di assaggiarli. Ciò comporta da parte di chi promuove la lettura un continuo lavoro di aggiornamento, non solo attraverso le novità in libreria, ma anche grazie a riviste specialistiche del settore tramite la rete, dove si possono conoscere blog e siti. Questo consapevolezza, questo “ sapere di ciò di cui si parla”, diventa preziosissimo al momento del prestito librario, quando gli alunni arrivano in aula lettura e il tempo a disposizione è limitato, facilitando, non poco, il compito dell’adulto.

A volte i ragazzi si confidano e ti chiedono di aiutarli a cercare un libro che parli di qualcosa che stanno vivendo in quel momento, altre volte non ti dicono nulla e tu adulto, che non li conosci bene, rischi di ferirli senza averne minimamente la percezione. Anche nella vita di un giovanissimo ci sono momenti delicati e può essere che desideri e cerchi ciò che sta vivendo, quasi come verifica o conferma di un comune sentire, ma può anche darsi che non abbia nessuna voglia di rivivere sulla carta ciò che tutti i giorni sperimenta sulla propria pelle. In realtà i bambini e i ragazzi, i libri, sono in grado di sceglierseli anche da soli, non hanno certo bisogno di un supervisore, che li guidi, ma lo scopo dell’adulto attento e aggiornato diventa quello di facilitare un incontro ovvero offrire la possibilità a ciascuno di trovare quella storia che è stata scritta per lui o per lei, perché potesse leggerla proprio in quel momento.

Troviamo modi alternativi per promuovere la lettura e, magari, attingendo alla ricchissima bibliografia sull’argomento, troveremo un modo tutto nostro per far diventare i nostri studenti buoni lettori. Ci sono tanti modi per farlo. Qui, oggi, ho provato a raccontare il mio.

Roberto Piumini per Occhiovolante

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Roberto Piumini
Si chiude in questi giorni il più lungo esperimento didattico (involontario) che la scuola italiana abbia conosciuto. Riceviamo e con gratitudine pubblichiamo due poesie di Roberto Piumini su questo difficile periodo.
Il virus venne, misteriosamente,
e si attaccò, fattivo e silenzioso,
al gran corpo di noi, bruciando fiato
a molti, spaventandoci, filando,
attorno a noi, un bozzolo d’attesa,
sfocata e ottusa, immobile sorpresa.
La macchina mondiale ha scricchiolato,
in un dubbioso brivido, di sé,
e, come feti acerbi, ha generato,
più che di norma, nuove povertà.
Feroci, pronti a prendersi il primato,
si accendono i vaccini, qua e là.

I morti è gente quieta: 
il loro dire, è solo il nostro eco, e loro assenza
è il mancamento della nostra vita,
loro silenzio è la nostra voce
taciuta in faccia al mondo.
I morti sono, sotto la loro quieta apparenza,
l’ansiosa lena del nostro futuro,
la reticenza di felicità,
il sogno balbettante e solitario
che ci guasta la veglia; i morti sono,
l’alta pazienza, la consolazione,
attorno al nostro lamento d’amore.

Roberto Piumini http://www.robertopiumini.it/ è nato a Edolo (BS) ed è autore saggista e traduttore.
Ha scritto racconti, romanzi, fiabe e poesie per bambini, ragazzi e adulti, pubblicati per i maggiori editori italiani ed esteri. È autore di testi per opere musicali e teatrali, trasmissioni tv (L’Albero Azzurro), radiofoniche (Il mattino di zucchero) e cartoni animati. Per Librì Progetti Educativi ha realizzato I giochi coraggiosi (2011) https://www.occhiovolante.it/2017/leggere-un-gioco/ , Batticuore e altre emozioni (2012) e Lo zio diritto (2007)

credits immagine: https://www.rsi.ch/rete-due/programmi/cultura/laser/Incontro-con-Roberto-Piumini-4289465.html

Maturità 2020, parlano i professori! (ultima parte)

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Come sarà la maturità 2020 a causa dell’emergenza coronavirus? Oggi ne parliamo con la professoressa Francesca Maggi.

Dopo questo lungo periodo di didattica a distanza sono state ufficializzate le regole e le modalità per la nuova maturità 2020.

Quali sono le novità? L’ordinanza ministeriale ci dice innanzitutto che tutti gli studenti che hanno frequentato l’ultimo anno della secondaria di II grado saranno ammessi alla prova, e che il loro voto di ammissione sarà valutato dal consiglio di classe. Tra le grandi novità ci sono anche il valore dei crediti degli ultimi tre anni, che sarà in totale di 60 punti (18 per il terzo anno, 20 per il quarto, 22 per il quinto), e soprattutto la presenza di una sola prova orale, che sostituisce gli scritti e varrà fino a un massimo di 40 punti.

Per scoprire più da vicino come gli studenti – e i professori – si preparano a questa “notte prima degli esami” veramente sui generis. Abbiamo pensato di porre delle domande ad alcuni insegnanti provenienti da diverse regioni d’Italia.

Dopo le precedenti interviste , oggi è con noi la professoressa Francesca Maggi, che insegna italiano e latino presso il Liceo Classico “Carducci Ricasoli” di Grosseto.

Benvenuta. Come avete vissuto, lei e i suoi studenti, questo momento in attesa di conoscere le modalità della nuova maturità 2020?

Sono molto felice di partecipare a questa iniziativa, che può essere uno stimolo alla riflessione e alla condivisione per chi, studenti e insegnanti, da marzo (anzi, alcuni già da febbraio) si è trovato da un giorno all’altro a reinventarsi da casa la propria attività.

La frequenza dei cambiamenti a cui è stato sottoposto l’Esame di Stato ci aveva già preparato emotivamente a eventuali aggiustamenti in itinere, ma nessuno si sarebbe aspettato una situazione tanto complessa.

Noi in Toscana ci troviamo a casa dal 6 marzo e all’inizio non potevamo sapere che la situazione si sarebbe protratta così tanto nel tempo da far addirittura saltare l’Esame di Stato. Almeno così come è sempre stato nella prassi consolidata (prove scritte e prova orale).

Con la mia classe quinta ci siamo impegnati nella prosecuzione del programma, nella consapevolezza che questa sarebbe stata una certezza. Cercando di non concentrarci sull’incognita di quei mutamenti che non avevamo preventivato e che, giorno dopo giorno, abbiamo capito che sarebbero stati necessari.

Ovviamente la fase iniziale è stata più difficile, perché sia gli studenti che gli insegnanti hanno dovuto prendere dimestichezza con la piattaforma digitale per la DaD. Gli studenti e i docenti del nostro Paese sono stati e continuano ad essere degli eroi, dei pionieri, perché nessuno era stato preparato ad uno scenario di questo genere.

Per fortuna la mia scuola in pochi giorni ha messo tutti in condizione di lavorare e già dalla metà di marzo abbiamo attivato le lezioni. Anche se con qualche difficoltà dei singoli, legata alla connessione e/o all’uso dei programmi.

Quest’anno sono state eliminate le prove scritte a favore di un’unica prova orale. Come stanno vivendo gli studenti questo cambiamento?

Già, le prove scritte. A settembre avevamo cominciato a lavorare nell’ottica di preparare gli studenti alle novità degli scritti introdotte dal Nuovo Esame di Stato e questa preoccupazione comunque ci bastava: pur avendo iniziato dallo scorso anno, in quarta, a lavorare in quella direzione, sia per Italiano che per la seconda prova (che per noi quest’anno prevedeva Latino con Greco), contavamo di approfondire la questione, per affinare le nuove competenze richieste.

Non sto a ricordare quanto fosse complesso coniugare la necessità di dare lo spazio necessario allo scritto con quella – atavica – di portare il più avanti possibile nel Novecento il programma di letteratura. Perciò è naturale che la notizia dell’abolizione delle prove scritte ci abbia colto alla sprovvista, ma con il passare del tempo questa probabilità cominciava a farsi strada: durante le videolezioni avevamo iniziato anche a immaginarci che qualcosa di simile potesse verificarsi.

Certo, però, vederlo scritto nero su bianco nella Circolare Ministeriale ci ha comunque creato un’ansia iniziale, perché ha tolto delle certezze, a tutti: a noi docenti, ma anche ai ragazzi, convinti che l’Esame di Stato scritto/orale sarebbe esistito per sempre, come il campionato di calcio e le spiagge affollate.

Come pensa di sostenere gli studenti nella prova che devono sostenere, dopo un lavoro incentrato in gran parte sugli scritti fino all’arrivo dell’emergenza?

La prova orale dovrebbe essere suddivisa in cinque parti, come da poco si sta delineando, e una di queste sarà l’analisi di un testo letterario conosciuto. Immagino che la prova avrà bisogno di ulteriori precisazioni (e spero che giungano presto, visto che manca ormai poco più di un mese al 17 giugno, data stabilita per l’inizio delle operazioni).

Devo ammettere che da sempre mi sono concentrata moltissimo sulla preparazione dello scritto, come penso tutti i miei colleghi, tanto che i miei studenti si sono sentiti ripetere milioni di volte: «Cercate di lavorare bene per gli scritti, che sono la parte più importante».

Quindi ho lavorato sempre molto sull’analisi del testo letterario, come pratica quotidiana in classe, visto che è ciò che si richiede normalmente durante l’interrogazione. Anche le nuove tipologie testuali presentate lo scorso anno hanno chiesto per lo più agli studenti di partire da un’analisi del testo, che fosse letterario o meno.

Tutto questo per dire che in fondo la prova orale di quest’anno richiederà di analizzare un testo scelto dalla commissione sulla base del programma. Quindi, tutto sommato, penso che i miei studenti, se proseguiranno con l’impegno che stanno dimostrando, non saranno preoccupati più di tanto dal quesito di Italiano.

Credo che, più degli altri anni, cercherò di insistere sulle competenze analitiche, oltre che sulle conoscenze, senza troppe ansie relative al programma.

Tra le novità 2020, c’è una maggiore importanza data all’andamento degli ultimi tre anni di ogni studente. Come hanno accolto i suoi studenti la notizia?

Ben 60 punti su 100 potranno arrivare dal curriculum del triennio, mentre 40 punti saranno riservati alla prova d’Esame: io credo che questa sia, alla fine, una buona notizia, una forma di garanzia del lavoro che i ragazzi hanno svolto.

In tanta incertezza, almeno questo concorre a rassicurarli, a far sentire loro che la parte fondamentale del lavoro richiesto l’hanno già portata a termine. Da quello che posso percepire “a distanza”, quando al mattino ci colleghiamo, e da quello che leggo negli esercizi di analisi che mi inviano, l’impegno, anche da parte dei più fragili, sta crescendo: questo non può che significare la presa di coscienza da parte loro di aver imboccato la strada giusta.

Talvolta mi soffermo con qualche domanda mirata, per capire a che punto si trovano le loro certezze. E, tutto considerato, credo che stiano reagendo nel modo giusto. Indubbiamente anche la Commissione tutta interna contribuisce non poco a far affrontare loro la circostanza con più tranquillità.

Maturità 2020, parlano i professori! (2° parte)

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Come sarà la maturità 2020 a causa dell’emergenza coronavirus? Oggi ne parliamo con il professor Marco Briziarelli.

Dopo questo lungo periodo di didattica a distanza, che ha cambiato il modo di fare scuola di ogni ordine e grado, sono state ufficializzate le regole e le modalità per la nuova maturità 2020.

Quali sono le novità di questa maturità 2020? L’ordinanza ministeriale ci dice innanzitutto che tutti gli studenti che hanno frequentato l’ultimo anno della secondaria di II grado saranno ammessi alla prova. E che il loro voto di ammissione sarà valutato dal consiglio di classe. Tra le grandi novità ci sono anche il valore dei crediti degli ultimi tre anni, che sarà in totale di 60 punti (18 per il terzo anno, 20 per il quarto, 22 per il quinto). E soprattutto la presenza di una sola prova orale, che sostituisce gli scritti e varrà fino a un massimo di 40 punti.

Per scoprire più da vicino come gli studenti – e i professori – si preparano a questa “notte prima degli esami” veramente sui generis, abbiamo pensato di porre delle domande ad alcuni insegnanti provenienti da diverse regioni diverse d’Italia. Dopo la prima intervista a una professoressa di Padova, oggi è con noi il professor Marco Briziarelli, che insegna italiano e latino presso il Liceo Scientifico “Jacopone da Todi” di Todi, Perugia.

Benvenuto. Come avete vissuto, lei e i suoi studenti, questo momento in attesa di conoscere le modalità della nuova maturità 2020?

Premesso che ho sempre cercato di comunicare nelle mie classi l’idea che a contare davvero è la qualità del percorso scolastico svolto, la crescita culturale e umana, i miei studenti vivono con comprensibile apprensione la maturità, in quanto esperienza per loro nuova e conclusiva di un ciclo di studi e di vita decisivo nella propria formazione. A ciò si aggiunge il fatto che quest’anno, con la sospensione dell’attività didattica e l’attivazione della didattica a distanza, è stato annunciato che le modalità della nuova maturità sarebbero mutate.

Ma come? E, soprattutto, quando le avremmo conosciuto nel dettaglio? Per quanto mi riguarda ho vissuto con relativa tranquillità e pazienza questa fase di attesa e incertezza, nella convinzione che non sarebbe stato semplice riconfigurare nel dettaglio l’Esame di Stato.

Nello stesso tempo, ho dialogato con gli studenti per rassicurarli, rafforzare la loro autostima e sollecitarli a convivere non drammaticamente con le incognite del caso, in presenza anche di incognite assai più rilevanti imposte alla nostra esistenza dal propagarsi o dal persistere di una pandemia dalla portata storica. Credo di essere riuscito, almeno in parte, in questa operazione distensiva anche se numerose sono state le domande degli studenti, le ipotesi, le richieste di chiarimenti che mi hanno rivolto nel corso dei giorni.

Hanno manifestato segni di disorientamento, perplessità, ansia, mantenendo sempre un atteggiamento costruttivo e cercando in molti casi di prefigurare scenari in modo da poter indirizzare il loro lavoro coerentemente con una prova che sarebbe stata verosimilmente più orientata a sondare la produzione orale che quella scritta.

Quest’anno sono state eliminate le prove scritte a favore di un’unica prova orale. Come stanno vivendo gli studenti questo cambiamento?

Gli studenti hanno accolto in modo diversificato questo cambiamento. C’è stato chi, più fragile nella produzione scritta, si è sentito maggiormente garantito da un esame che le escludeva.

C’è stato poi chi, abituato a confrontarsi con entusiasmo e successo con le prove scritte, ha vissuto questa scelta come una sottrazione. Il venir meno di una occasione per dimostrare le proprie capacità.

Capisco comunque il senso di sollievo di molti studenti in quanto, oggettivamente, le prove scritte della maturità presentano una complessità che, troppo spesso, non tiene conto di quanto tempo in più noi docenti avremmo bisogno per preparare in modo più sicuro e solido i nostri alunni a queste prove.

Come pensa di sostenere gli studenti nella nuova prova, dopo un lavoro incentrato in gran parte sugli scritti?

C’è un lavoro di sostegno psicologico che occorre fare sempre e comunque in vista di una prova d’esame, ma occorre anche convincere i ragazzi che l’esame non è il cuore della scuola.

D’altra parte, vista la nuova configurazione della prova di maturità, il grande sforzo che cerco quotidianamente di compiere, e che caratterizza comunque da sempre la mia didattica, è quello di stimolare gli studenti a parlare, a interagire, a confrontarsi continuamente in modo reciproco e con l’insegnante. Se questo però risulta efficace a scuola, non sta accadendo lo stesso con le videolezioni. Per problemi di connessione, di dispostivi o di “allentamento” della socialità, gli studenti tendono a essere più “spenti” e meno pronti a confrontarsi verbalmente. Ho notato questa tendenza anche in alunni che in presenza risultavano particolarmente brillanti nell’interazione orale.

Vivo questa difficoltà con molta pena. Ritengo che la vivacità e l’intelligenza dell’interazione orale siano tra le più grandi gioie e soddisfazioni che la scuola possa offrire a insegnanti e studenti. D’altra parte questo affievolimento della parola è forse conseguenza diretta dell’isolamento e del distanziamento prodotto dal Coronavirus. Intendo tuttavia continuare a stimolare i miei studenti, a organizzare verbalmente i loro pensieri, a parlare e a interagire. Penso anche che alcune indicazioni arrivate dal Ministero possano essere d’aiuto.

Un consiglio che ho più volte dato ai miei alunni è stato quello di dedicare del tempo a informarsi in modo approfondito sulla pandemia e a riflettere sulle sue implicazioni storiche, sociali, psicologiche. Operando connessioni con quanto hanno studiato e con i grandi temi di Cittadinanza e Costituzione con i quali dovranno confrontarsi all’esame.

Tra le novità 2020, c’è una maggiore importanza data all’andamento degli ultimi tre anni di ogni studente. Come hanno accolto i suoi studenti la notizia?

Gli studenti hanno molto apprezzato questa scelta. A loro giudizio, una valutazione che tenga maggiormente conto di un impegno pluriennale restituisce meglio la qualità e il profilo di ciascuno di loro. Un peso troppo rilevante dato alla prova di esame, in presenza di eventuali “cedimenti” o difficoltà psicologiche connesse alla situazione. Rischierebbe infatti di portare a una sottovalutazione degli studenti stessi.

A mio avviso, il problema può anche essere inverso, cioè quello che studenti che non hanno brillato per impegno nel corso degli anni siano troppo favoriti da un esame che, per forza di cose circoscritto, sonda solo parzialmente le loro competenze e, magari, premia alunni che hanno mostrato di conoscere gli argomenti oggetto di prova ma che non conoscono la maggior parte di quelli affrontati nel corso degli anni.

Alcuni studenti hanno anche apertamente manifestato l’auspicio che, d’ora in avanti, per le maturità degli anni successivi, venga confermata la scelta di dare maggior peso al percorso triennale piuttosto che all’esame di maturità.

Grazie e… buona maturità!

Crediti foto copertina: dcJohn

Come cambia – e come cambierà – la didattica (2° parte)

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Continua la tavola rotonda on-line per capire com’è cambiata e come cambierà la didattica.

Dopo il precedente articolo, per fare il punto sull’emergenza che sta vivendo la scuola italiana a causa del Covid-19, continuiamo a parlare di didattica a distanza. Lo facciamo con tre docenti della scuola secondaria di II grado provenienti da diverse regioni: il professor Francesco Bardelli, dell’Istituto Superiore “San Pellegrino” di San Pellegrino (BG); la professoressa Alessandra Giunta del Liceo Artistico del Polo Bianciardi di Grosseto; la professoressa Maria Cristina Scala del Liceo scientifico “A. Labriola” di Napoli.

Ben ritrovati! Subito per voi una domanda che interessa molti studenti della secondaria di II grado. Giugno è da sempre tempo di esami. Il Ministro Azzolina ha da poco confermato che l’esame di maturità avrà inizio il 17 giugno. Si svolgerà in classe, con un’unica prova d’esame, l’orale, che rispetto al solito varrà al massimo fino a 40 punti. Come pensate che gli studenti affronteranno l’esame di maturità?

Francesco Bardelli: Sì, il Ministro Azzolina ha appena scelto le modalità di svolgimento dell’esame, che sarà caratterizzato da un’unica prova orale in presenza. È interessante notare che i risultati degli ultimi tre anni varranno fino a 60 punti e che sarà lo studente a scegliere di che cosa parlare.

Alessandra Giunta: Sono favorevole alla scelta del Ministro, con un unico esame orale davanti a una commissione formata da sei commissari interni e un presidente esterno. Naturalmente dovranno essere garantite le norme sul distanziamento sociale e sull’utilizzo dei dispositivi di sicurezza che dovranno essere scrupolosamente osservate da docenti e discenti. Di sicuro l’esame in presenza è la soluzione migliore al fine di conseguire un’adeguata e corretta valutazione degli studenti . Per via telematica si sarebbe rivelata difficoltosa e poco attendibile. 

Maria Cristina Scala: Gli studenti affronteranno l’unica prova dell’esame di maturità con serietà, perché consapevoli degli sforzi fatti dall’amministrazione e soprattutto dai loro insegnanti per mantenere il contatto con loro e proseguire lo svolgimento delle programmazioni didattiche.

Pur in attesa di conoscere le modalità di riapertura delle scuole a settembre, proviamo a tirare una prima valutazione: come ne esce, secondo voi, il valore dell’insegnamento ex cathedra da questa esperienza?

Francesco Bardelli: Per quanto mi riguarda, l’insegnamento ex cathedra non è paragonabile con l’insegnamento a distanza. Quello dal vivo è cento volte più efficace e funzionale, mentre quello a distanza può andar bene solo in casi di emergenza.

Alessandra Giunta: La didattica in presenza rimane comunque la forma migliore per stabilire un proficuo rapporto di comunicazione con gli studenti. Non considero il mio un insegnamento ex cathedra (né ritengo che debba avere in generale questa connotazione). Perché rifiuto un impianto scolastico verticale basato su un flusso monodirezionale di nozioni ricevute dall’alto. Penso che la didattica tradizionale non possa mai essere sostituita perché solo in questo caso può essere garantita appieno la triplice funzione comunicativa, propositiva ed educativa del docente. Inoltre concordo con chi sostiene che un utilizzo assiduo dei mezzi di comunicazione telematica possa risultare nocivo alla salute oltre che alienante.

Maria Cristina Scala: L’insegnamento ex cathedra si era già dimostrato fallimentare. È con la circolazione delle conoscenze e delle emozioni che si sviluppano la ricerca conoscitiva e lo sviluppo delle competenze.

Grazie per aver partecipato a questo dibattito on-line. Con la speranza che gli insegnanti e i loro studenti possano tornare quanto prima nelle aule di una scuola.

Maratona letteraria: gli insegnanti leggono Pinocchio

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Il 30 maggio dalle ore 15.00 va in scena la prima maratona letteraria dedicata a Pinocchio, il più famoso burattino del mondo e a tutti i docenti d’Italia.

82 insegnanti, provenienti dalle regioni di tutta Italia, leggeranno i 36 capitoli di Pinocchio in versione integrale. La maratona letteraria è un evento straordinario – in diretta YouTube Premiere – per riscoprire un grande classico della letteratura italiana e mondiale.

L’iniziativa nasce da Librì Progetti Educativi come un ringraziamento verso tutta la classe docente italiana così straordinariamente provata nei lunghi mesi di chiusura scolastica. Ma anche per porre in risalto un aspetto mai troppo sottolineato: il grande legame relazionale e affettivo tra docente e studente, fondamento della relazione educativa.

Per l’occasione, il professor Franco Nembrini – pedagogista, insegnante e volto noto della televisione, nonché uno dei massimi studiosi italiani di Dante e Collodi – ci racconta il valore di leggere oggi Le avventure di Pinocchio

Il bello della grande letteratura è che è in grado di rispondere a qualunque tipo di domanda. I testi letterari infatti non sono – come certa critica vorrebbe, e ahinoi troppi manuali scolastici insegnano – cadaveri di cui fare l’autopsia. Sistemi chiusi in se stessi di cui cercare solo le corrispondenze interne, per ricavare al massimo le “intenzioni dell’autore”.

No, un testo letterario è una creazione viva, che ha la straordinaria capacità di dare risposte sempre nuove a seconda delle domande poste dal lettore.

I grandi scrittori hanno una grande esperienza dell’umano. E per questo io posso interrogarli e scoprire nella loro esperienza qualche elemento che può illuminare la mia.

Come dice, con altre parole, uno dei massimi studiosi di letteratura del nostro tempo, Tzvetan Todorov, nel suo prezioso pamphlet La letteratura in pericolo:

Siamo tutti fatti di ciò che ci donano gli altri: in primo luogo i nostri genitori e poi quelli che ci stanno accanto; la letteratura apre all’infinito questa possibilità e ci arricchisce, perciò, infinitamente, per cui il mondo reale diventa più ricco di significato e più bello.

Collodi, con le sue “Avventure di Pinocchio”, si concentra sull’infanzia, con l’idea che se vogliamo costruire un mondo migliore dobbiamo ricominciare dai bambini; e nel parlare ai bambini ritrova, consapevolmente o meno, quell’immagine del mondo che lui stesso da bambino aveva respirato, quello della tradizione cristiana, che ha dato forma alla civiltà occidentale.

In fondo questo ritorno all’infanzia, e al linguaggio fantastico e simbolico che la caratterizza, è sempre un ritorno alle origini, un ritorno alle sorgenti della vita e del linguaggio stesso.

Le cose più grandi e più importanti non si imparano attraverso complicati ragionamenti ma con l’immediatezza di un’immagine in cui sia descritta, fotografata, un’esperienza reale.

In questo forse il compito della letteratura in generale e della letteratura per i bambini in particolare, è più grave che in passato: si tratta di aiutarsi a riconoscere e ad affrontare le domande fondamentali dell’esistenza cioè le domande sul senso delle cose, sul loro destino”.

Per seguire l’evento in diretta basta connettersi su  www.maratonapinocchio.it o cliccare qui: https://youtu.be/rd2Rrw8Gt2s

Vi aspettiamo sabato 30 maggio 2020 dalle ore 15:00!

Maturità 2020, parlano i professori!

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Come sarà la maturità 2020 a causa dell’emergenza Coronavirus? Ne parliamo con la professoressa Elena Sartori.

Come anticipato dalla ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina, sono state ufficializzate le regole e le modalità per la nuova maturità 2020, dopo un lungo periodo di didattica a distanza, che ha cambiato il modo di fare scuola di ogni ordine e grado.

Quali sono le novità? L’ordinanza ministeriale ci dice innanzitutto che tutti gli studenti che hanno frequentato l’ultimo anno della secondaria di II grado saranno ammessi alla prova, e che il loro voto di ammissione sarà valutato dal consiglio di classe. Tra le grandi novità ci sono anche il valore dei crediti degli ultimi tre anni, che sarà in totale di 60 punti (18 per il terzo anno, 20 per il quarto, 22 per il quinto), e soprattutto la presenza di una sola prova orale, che sostituisce gli scritti e varrà fino a un massimo di 40 punti.

Per scoprire più da vicino come gli studenti – e i professori – si preparano a questa “notte prima degli esami” veramente sui generis, abbiamo pensato di porre delle domande ad alcuni insegnanti provenienti da diverse regioni diverse d’Italia. Oggi è con noi la professoressa Elena Sartori, che insegna chimica nell’IIS Scalcerle di Padova.

Benvenuta. Come avete vissuto, lei e i suoi studenti, questo momento in attesa di conoscere le modalità della nuova maturità 2020?

Inizialmente nessuno si preoccupava perché tutti pensavamo che si trattasse solo di una situazione temporanea e che saremmo tornati a scuola. Io mi sono tuffata con entusiasmo nella didattica a distanza, che rappresentava una “variazione sul tema” e mi consentiva di avere un approccio più flessibile all’insegnamento (non hai capito? va bene, sentiamoci oggi pomeriggio). Un po’ alla volta l’entusiasmo si è smorzato, sia per i vincoli impostici dalla dirigenza (meglio lezioni in differita, non troppe lezioni in una mattinata, ridurre l’ora di lezione) sia per la mancanza del contatto diretto con gli studenti che, mi sono resa conto nel tempo, rappresenta l’innesco necessario. Dal canto loro, i ragazzi ci comunicavano spesso la difficoltà nell’affrontare la lezione e lo studio in modo così distante e individuale. Non conoscere le modalità dell’esame ha creato un po’ di ansia in me e negli studenti. Tutti avremmo voluto conoscere con anticipo sia le modalità dell’esame sia la composizione delle commissioni. Invece le modalità dell’esame non sono ancora completamente note e le commissioni sono state decise solo pochi giorni fa. Per effetto della presenza dei soli membri interni e per disposizioni contenute nell’ordinanza ministeriale, alcune classi sosterranno l’esame di maturità su materie diverse da quelle inizialmente decise dal ministero all’inizio dell’anno. Per me si tratta inoltre dei primi esami di maturità a cui prendo parte.

Quest’anno sono state eliminate le prove scritte a favore di un’unica prova orale. Come stanno vivendo gli studenti questo cambiamento?

Non ho sentito commenti espliciti, ma la mia impressione è che la maggior parte degli studenti abbia vissuto con sollievo l’eliminazione delle prove scritte che (dopo l’abolizione della terza prova formulata dalla commissione), giungendo entrambe dal ministero, continuano a rappresentare le prove più aleatorie. Secondo me è un po’ un peccato, perché per molti di loro, che erano davvero ben preparati, sarebbe stata una bella soddisfazione vedere che erano in grado di affrontare anche quesiti pensati a “livello centrale”.

Come pensa di sostenere gli studenti nella nuova prova, dopo aver svolto un lavoro incentrato in gran parte sugli scritti?

Le ultime unità didattiche saranno verificate con prove orali e darò la mia disponibilità per ascoltarli su alcuni argomenti senza valutazione. Li aiuterò a impostare un discorso, mettendo in luce quegli aspetti che loro potrebbero dare per scontati e che invece, se esplicitati, rendono la trattazione interessante e ben sostanziata. Anche perché per una materia scientifica come la mia, c’è il rischio che l’esposizione orale costringa a una maggiore vaghezza. La bozza di ordinanza pubblicata in questi giorni parla di un elaborato sulle materie di indirizzo che ogni studente dovrà realizzare e da cui iniziare il colloquio. Penso perciò che noi docenti aiuteremo i ragazzi nella selezione degli argomenti e nell’individuazione dei possibili collegamenti tra le discipline.

Tra le novità 2020, c’è una maggiore importanza data all’andamento degli ultimi tre anni di ogni studente. Come hanno accolto i suoi studenti la notizia?

In generale credo che questo possa dare una certa tranquillità anche se è ovvio che, chi ha sempre lavorato e conseguito una buona media dei voti nel triennio, sarà più felice di chi invece parte da crediti bassi e poteva sperare nel colpo di fortuna all’esame per un bel voto di maturità.

Grazie e… buona maturità!

Crediti foto copertina: ChinaFotoPressChinaFotoPress via Getty

Rientro in classe a settembre? Come parlarne ai bambini

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I consigli di Giulia Ammannati, psicologa psicoterapeuta, per prepararsi al rientro in classe a settembre e “riabbracciare” i più piccoli dopo l’emergenza legata al Covid-19.

In televisione, in rete, nelle nostre parole: il coronavirus è ovunque. Anche nelle vite dei bambini che – al pari degli adulti – improvvisamente hanno perso la loro routine quotidiana. Scuole chiuse, parchi chiusi, niente più passeggiate o giochi all’aria aperta con gli amici, né tutte quelle attività che scandiscono la loro settimana. Ora che siamo entrati nella cosiddetta “fase 2”, ci prepariamo però a riprendere la vita di sempre e soprattutto al rientro in classe a settembre.

In attesa delle direttive della ministra dell’Istruzione, e per capire come e perché parlare ai bambini di questa situazione, abbiamo contattato la dottoressa Giulia Ammannati. Psicologa psicoterapeuta, che recentemente ha realizzato un vademecum ricco di utili consigli per insegnanti e genitori, oltre che partecipare a servizi di ascolto.

Ancora non sappiamo come avverrà il rientro a scuola, ma quali consigli possiamo già dare agli insegnanti per riabbracciare i loro piccoli studenti?

In questa nuova fase molti sono ancora i dubbi e gli interrogativi, in particolare sui bambini e sul rientro a scuola. Credo che sarà fondamentale dedicare un tempo all’esperienza che abbiamo vissuto, non facendosi prendere dalla paura di dover recuperare.

Sarebbe molto rischioso far finta che nulla sia accaduto, o peggio ancora cercare di dimenticare. Più che ai programmi scolastici rimasti in sospeso, sarà importante dare voce ai timori e alle preoccupazioni che i bambini portano con sé. Alle loro domande, al loro punto di vista, cercare di farli sentire abili e responsabili. Tenendo sempre in mente che ognuno di loro può aver sperimentato vissuti soggettivi molto diversi, a seconda delle emozioni che ha respirato in questo periodo.

Non dobbiamo dimenticare che i bambini e gli insegnanti durante questa didattica a distanza si sono “sperimentati”, reinventati. E hanno acquisito moltissime conoscenze e abilità. È proprio da qui che sarà importante ripartire.

È giusto che l’insegnante racconti ai più piccoli quello che sta accadendo? E qual è il modo migliore per farlo?

È molto importante prendersi del tempo per parlare di ciò che sta accadendo. I bambini non aspettano le spiegazioni degli adulti per interpretare il mondo, ma si creano una loro personale idea.

Per questo è fondamentale parlare con loro, anche per evitare che si creino idee sbagliate e confuse. I bambini percepiscono sempre le emozioni che circolano tra gli adulti, colgono i sentimenti, le preoccupazioni e tutto ciò che cerchiamo di nascondere.

Quindi non dobbiamo avere timore a parlare con loro in modo chiaro e diretto dell’esperienza che stiamo vivendo, ricordandoci di dire sempre la verità. A questo proposito sarà importante adeguare il linguaggio all’età cercando di trasmettere speranza e serenità, poiché è difficile aiutare e rassicurare gli altri se siamo eccessivamente preoccupati o spaventati.

Credo che l’insegnante abbia un ruolo fondamentale in questo momento, soprattutto per quei bambini che non hanno avuto lo spazio per parlare di quest’esperienza con altri adulti di riferimento.

Soprattutto in alcune regioni, sono state settimane piene di paura, che hanno coinvolto anche i bambini. Cosa potrà fare un insegnante per cercare di riprendere nel migliore dei modi tutte quelle trame che fanno di tanti studenti isolati una vera classe?

Sappiamo quanto le relazioni sperimentate con gli insegnanti e con il mondo dei pari siano fondamentali per lo sviluppo affettivo ed emozionale. Dopo l’isolamento vissuto da tutti a causa dell’emergenza una prima e importante sfida per gli insegnanti al rientro in classe sarà quella di ricostruire un clima di serenità e fiducia, in se stessi e negli altri.

Con la didattica e le amicizie a distanza, le interazioni dei più piccoli sono cambiate andando così a interrompere un normale processo evolutivo. Gli insegnanti potranno aiutare gli studenti promuovendo forme di cooperazione, di ascolto, di comprensione e di scoperta delle nuove regole di comportamento, fornendo a ciascuno gli strumenti necessari per riprendere l’apprendimento lì dove era stato interrotto.

Considerando la difficile situazione, in attesa di settembre, può suggerirci uno sportello d’ascolto o qualche iniziativa di sostegno utile a grandi e piccoli? Ci sono state moltissime iniziative sia a livello regionale che nazionale, in rete è possibile trovare vari servizi di ascolto gratuiti. Tra questi segnalo l’iniziativa dell’Ordine degli Psicologi della Toscana, a cui sto partecipando insieme a molti altri colleghi, quella del Ministero della Salute che ha messo a disposizione un numero verde nazionale per il supporto psicologico di tutta la popolazione e il Telefono Azzurro che ha aperto una sezione sul sito dedicata al coronavirus.

Questo è un periodo emotivamente molto faticoso sia per i grandi che per i piccoli. Pensando proprio a questi ultimi, consiglio nel caso dovessero insorgere paure consistenti o ad esempio difficoltà a dormire o a giocare, di non sottovalutarle e di consultare un professionista. Alcune scuole inoltre hanno attivato sportelli di ascolto online per famiglie, genitori e insegnanti.

Quindi il mio consiglio è di informarsi presso il proprio Istituto Comprensivo se è presente questa possibilità di supporto.

Crediti copertina: I Giochi Coraggiosi, scritto da Roberto Piumuni e illustrato da Marco Somà.

La geografia: una materia da rimettere al centro

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Cecilia Caproni ci racconta la sua esperienza di insegnante e il modo in cui la geografia può dare agli studenti importanti strumenti operativi

Riportare la geografia al centro del discorso didattico non è un’impresa da poco. Negli ultimi anni sono comparsi diversi articoli che ne denunciano la marginalità all’interno del bagaglio di conoscenze e competenze che i ragazzi organizzano lungo il percorso scolastico.

La domanda che mi pongo, a partire dalla mia personale esperienza di insegnante, è: “quali strumenti operativi può dare la geografia a ventisette ragazzi di una periferia complicata, spesso cruda, che li fa crescere così tanto rapidamente rispetto ai loro coetanei?”.

Se la geografia, come tassello del vasto mosaico della “cultura”, serve alla sopravvivenza personale, non basta dirlo! Si deve anche dimostrare ogni giorno ed è indispensabile che i ragazzi innanzitutto sentano che la materia con cui lavorano sia calda e attuale.

Percorso in aula

Il percorso in aula si apre con quella che chiamiamo pillola d’attualità; sollecitando la loro curiosità, espongo la principale notizia dal mondo, della settimana. Ci serviamo della LIM per trovare articoli, saggi, video-testimonianze: tutto quel materiale che ci aiuti a focalizzare l’argomento. Nascono così meravigliose e intricate mappe di gesso e ardesia: dalla notizia di una scoperta scientifica, di un’epidemia, di un costume in diffusione globale, di un’iniziativa sociale con adesioni crescenti, iniziamo a dare forma ai territori da cui quella proviene.

La mappa si può espandere anche tramite semplici domande che sollecitino l’immaginario collettivo: “Cos’altro sapete del Perù?”, “A cosa pensate se dico cultura orientale?”, “Come immaginate sia il deserto?”.

Gruppi cooperativi

Verificata la fondatezza delle informazioni, attraverso il fact-checking, i ragazzi – organizzati in gruppi cooperativi – si confrontano, si scambiano informazioni, discutono, collaborano. Si costruisce attraverso queste esperienze di partecipazione un senso adeguato di comunità e una percezione positiva di sé stessi, in quanto stimolati, ascoltati, inclusi.

Grazie a questa prima fase di lavoro, diamo una vera e propria tridimensionalità al territorio: ci serviamo di carte geografiche semplificate o mute, per collocare a livello spaziale immagini, parole e persino piccoli oggetti che racchiudano fatti, costumi, tradizioni, cibi, dinamiche economiche, caratteristiche climatiche e ambientali, popolazioni… In questo modo, le carte diventano “vive” e fanno da supporto alle clip che i ragazzi si costruiscono interiormente.

È necessario inserire queste clip in una trama di sequenze poi organizzate a loro volta nel “film” verbale dell’esposizione, perciò individuiamo le connessioni tra gli aspetti peculiari dell’area geografica considerata. Per farlo, riporto all’attenzione dei ragazzi gli “indizi” inseriti all’interno della carta geografica, avviandoli alla loro sistematizzazione.

Scoprendo ad esempio che esistono diverse tipologie di cereali, la cui coltivazione può essere legata o meno al fenomeno della monocoltura, rileviamo l’incidenza socio-economica che questa ha sulla popolazione locale e sugli attori esterni, generando particolari condizioni di povertà o sviluppo, dunque di urbanizzazione.

La sfida

A ciò si arriva attraverso il momento ludico della sfida: i ragazzi, ancora divisi in gruppi, devono appuntarsi quanti più nessi di causa-effetto possibili creando dei piccoli “temi”, elicitando il pensiero logico e il pensiero divergente, con associazioni originali e punti di vista inediti.

Si ritorna finalmente assieme per commentare i nessi tematici, argomentandone la validità, in modalità “dibattito”.

I “temi” vanno a costituire i passaggi di un primo testo informativo collettivo sui cui lavorare per l’esposizione individuale.

Il ragazzo può progettarne individualmente l’ampliamento, attraverso gli artefatti della sua creatività.

Un caso si è sviluppato dalla realizzazione di un bellissimo dipinto incentrato sulla figura della geisha. Stimolata non solo dall’abilità e dagli interessi di una mia alunna, ma anche dalle conoscenze acquisite sul Giappone, con la contestualizzazione geografica e artistica effettuata grazie al contributo dell’insegnante di arte, in un’ottica interdisciplinare.

Opera di narrativa

Un altro esempio è stato fornito dall’elaborazione critica di un tema, approntata da un piccolo gruppo di studenti, a partire da testimonianze tratte da opere di narrativa: una presentazione argomentativa è quanto hanno realizzato circa il fenomeno degli uragani e la sua incidenza nei confronti delle fasce sociali più deboli della popolazione americana, traendo spunti di riflessione dalla lettura di alcuni capitoli del libro di Jesmyn Ward, “Salvare le ossa”, imbastendo un confronto empatico col vissuto della protagonista, loro coetanea.


Un percorso didatticamente specifico può dare, in questo modo, ai ragazzi, il senso liberatorio della possibilità espressiva e al tempo stesso la consapevolezza che le proprie capacità debbano crescere con gradualità, grazie a radici solide, coltivate con impegno e coraggio, sottraendo spazio a quei processi di “falsa crescita”, messi inconsapevolmente in atto in seguito a richieste incongruenti dell’esterno: anche questi piccoli tentativi di educazione culturale possono essere utili ad invertire la propria rotta interiore.

Credits foto copertina: Sam Klein

Come cambia – e come cambierà – la didattica

in Approcci educativi/Tavola Rotonda by
Abbiamo realizzato un’insolita tavola rotonda on-line con professori di diverse regioni per capire com’è cambiata e come cambierà la didattica.

Da oltre un mese e mezzo le scuole italiane di ogni ordine e grado sono chiuse a causa dell’emergenza legata al Covid-19. Una situazione che ha interrotto la didattica tradizionale, spingendo insegnanti e ragazzi a passare alla didattica a distanza.

Per conoscere da vicino l’esperienza di alcuni insegnanti abbiamo creato un’intervista a più voci con docenti della scuola secondaria di II grado di diverse regioni.

Loro sono il professor Francesco Bardelli, dell’Istituto Superiore “San Pellegrino” di San Pellegrino (BG); la professoressa Alessandra Giunta del Liceo Artistico del Polo Bianciardi di Grosseto; la professoressa Maria Cristina Scala del Liceo scientifico “A. Labriola” di Napoli.

Grazie a tutti per aver accettato di partecipare a questa tavola rotonda, che siamo sicuri risulterà utile a tutti gli insegnanti che leggono Occhiovolante. Per cominciare, potete raccontarci la vostra esperienza nella didattica a distanza?
Francesco Bardelli

Per me non è stata una novità, visto che ho insegnato per dieci anni Italiano agli stranieri. Spesso facevo lezioni online con studenti da ogni parte del mondo. Conoscevo già questo tipo di didattica. Ho solo dovuto adattarmi al nuovo programma. Prima usavo Skype e facevo lezioni “one to one”, mentre ora uso Meet. Fare lezione online con 27-28 studenti contemporaneamente è un po’ più complicato, ma mi trovo bene. Le criticità vengono nella valutazione degli studenti, mi riferisco in particolare alle verifiche scritte. A mio parere la didattica a distanza non è funzionale per dare valutazioni oggettive ai lavori svolti dai ragazzi a casa. Ma siccome le scuole ci chiedono i voti, noi professori dobbiamo cercare di arrangiarci come possiamo nel valutare i ragazzi online.

Alessandra Giunta

La DAD è stato un percorso indispensabile per mantenere vivo il rapporto con gli studenti in un momento di grave incertezza e precarietà. I ragazzi erano smarriti e preoccupati. Ricostruire un iter didattico quotidiano basato su classi virtuali, video-lezioni e un programma di studio settimanale li ha molto aiutati. Soprattutto nel trovare quei riferimenti essenziali per la loro crescita. Naturalmente la DAD non potrà mai sostituire la didattica in presenza. Anche per l’apporto empatico che si stabilisce fra docente e discente, ma rappresenta una valida alternativa nei casi di grave emergenza come questa.

Maria Cristina Scala

La mia esperienza si è rivelata molto positiva. Il team degli animatori digitali ha subito approntato una rete informativa e la gestione di indirizzi google mail per insegnanti e alunni. Per lavorare sulla piattaforma Google Suite in video conferenza e in classe virtuale.

Essendo madre, ho subito capito l’importanza di essere vicina (anche se virtualmente) agli alunni. La possibilità di dare loro un appuntamento ogni giorno li ha motivati a gestire un ritmo quotidiano che simulasse la normalità. Il vedersi in videochiamata poi ci ha permesso di mantenere la relazione classe-docente.

I nostri adolescenti stanno dimostrando un grande senso di responsabilità, restando chiusi in casa, per proteggere la salute degli anziani e dei più deboli. Anche se so quanto sia difficile la gestione di tempi e spazi con il resto della famiglia. Credo però che l’impegno scolastico richiesto dalla DAD li abbia aiutati a regolarizzare i ritmi di sonno-veglia e a dare un senso alle loro giornate.

Secondo voi, cosa ci ha insegnato di positivo questa emergenza e cosa, quindi, possiamo immaginare di mantenere nella didattica del futuro?
Francesco Bardell

A mio parere la didattica a distanza è un ottimo strumento in tempi di emergenza come quello che stiamo purtroppo vivendo. Ma non è immaginabile di poter proseguire un’esperienza del genere in tempi normali. Io spero vivamente di poter tornare in classe il prima possibile e poter continuare la didattica in presenza. Perchè non è paragonabile, in termini di efficacia, con quella a distanza.

Alessandra Giunta

Il nuovo sistema didattico svincolato dalla sua natura di obbligo ha fatto comprendere a molti studenti il vero valore del sapere. Che rappresenta prima di tutto un’opportunità e non deve essere finalizzato al conseguimento di un voto. Alcuni allievi si sono rivelati sorprendenti partecipando attivamente alle videolezioni con interventi e proposte, mostrando interesse e curiosità. Questa nuova impostazione di lavoro infatti agevola lo sviluppo di un insegnamento attivo basato sull’interazione reciproca e sulla continua stimolazione della classe. Cosa di cui faremo tesoro anche una volta tornati a scuola.

Maria Cristina Scala

In futuro la DAD potrebbe rivelarsi una risorsa per i periodi di sospensione causata da eventi straordinari, come un’allerta meteo. Le classi virtuali potrebbero essere utilizzate anche in futuro per organizzare lavori di gruppo per interclasse, progettualità, recupero e valorizzazione delle eccellenze. Nonché per beneficiare di videoconferenze con esperti o con studenti da tutto il mondo. Anche la consegna degli elaborati in modalità digitale su classi virtuali, corretti e restituiti sulle stesse, ridurrebbe l’impatto ambientale del materiale cartaceo e garantirebbe una più agevole conservazione degli stessi.

L’intervista continua ….

Le storie animate: dal libro al video

in Approcci educativi/Esperienze digitali by
Le “storie animate” dal libro al video, un’altra forma del narrare.

In queste settimane di lockdown, molti bambini e bambine hanno riscoperto la gioia e il divertimento di leggere una storia o ascoltarla!

Tanti autori e editori hanno messo a disposizione dei piccoli lettori i propri libri o le proprie storie animate, utilizzando social e piattaforme on-line.

Sul canale YouTube di Librì, editore specializzato nei progetti educativi per la scuola, sono disponibili tante storie animate per piccoli e grandi lettori.

È stata Maria Cristina Zannoner, editore e amministratore delegato di Librì, a rendere disponibile gratuitamente a tutti questa nuova forma di narrazione. Partendo dal testo e dai disegni dei suoi libri più letti e amati dal piccolo pubblico si arriva a Youtube.

Non solo, Cristina Zannoner ha voluto prestare la propria voce narrante a questo esperimento.

Un esperimento sicuramente amatoriale, con l’obiettivo preciso di regalare una piccola pillola di intelligenza e conforto a tutti i bambini chiusi in casa.

Ascoltando e guardando le storie di Librì, sarà possibile incontrare il misterioso Billi Acchiappapaura, il lupo che aveva paura delle favole, il topo che misurava i fulmini. Oppure l’elefantino Mo e la mosca Eli. Fino al il piccolo Nic, che grazie all’inaspettato regalo della nonna parte per un viaggio straordinario alla scoperta dell’amicizia.

Storie e favole per grandi e piccoli lettori, da ascoltare ma anche da vedere, grazie al montaggio degli splendidi disegni che illustrano i libri.

Le storie animate sono anche degli ottimi strumenti didattici per stimolare la fantasia e la creatività, che gli insegnanti possono utilizzare come letture da assegnare ai propri alunni per toccare temi e valori importanti.

Qualche esempio?

Perché non cominciare della paura…

La comunicazione prima e dopo il Coronavirus

in Approcci educativi/Tavola Rotonda by
Come cambia la comunicazione ai tempi del Covid-19: ne parliamo con la professoressa Benedetta Baldi.

Un virus inaspettato e dal nome sinistramente evocativo ha fatto irruzione in maniera inaudita nelle nostre vite. L’emergenza legata al Coronavirus (Covid-19) ha creato un cambiamento radicale nel nostro modo di vivere e, conseguentemente, nel nostro modo di comunicare e stare con gli altri.

Nelle aziende si è messo in atto lo smartworking, finora poco utilizzato nel nostro Paese; Pubblica Amministrazione e musei si stanno sempre più appoggiando ai social. E nelle scuole di ogni ordine e grado è partita – anche se in maniera non uniforme sul territorio – la didattica a distanza.

Nella scuola italiana, a livello tecnologico, è stato fatto un improvviso salto in avanti nell’uso di social e piattaforme on-line, che molti già auspicavano.

Suona dunque profetico un celebre aforisma di Kafka: “Da un certo punto in là non c’è più ritorno. È questo il punto da raggiungere”.

Per capire insieme agli insegnanti e agli educatori che seguono Occhiovolante cos’è accaduto e cosa potrebbe accadere, in ambito scolastico, abbiamo rivolto qualche domanda alla professoressa Benedetta Baldi.

La professoressa è Presidente del Corso di Studio in Scienze Umanistiche per la Comunicazione dell’Università di Firenze e Coordinatore del Master in ‘Pubblicità istituzionale, comunicazione multimediale e creazione di eventi’.

Prima di tutto, grazie per averci dedicato un po’ del suo tempo. In queste settimane, insegnanti di ogni ordine e grado si sono dovuti “reinventare” docenti a distanza per continuare la didattica. Come pensa che gli insegnanti – ma anche i bambini e i ragazzi – abbiano risposto a questo nuovo modo di fare scuola?

La familiarità con i mezzi di comunicazione digitali ha senz’altro facilitato la maniera di affrontare una contingenza così imprevista e drammatica. Certo, gli insegnanti e gli studenti hanno dovuto abituarsi ad un utilizzo del digitale più intenso, complesso e con nuove finalità. Rispondendo in generale in maniera efficace.

Tuttavia, l’intera comunicazione, non solo quella scolastica, risente di un disagio generale legato al fatto che negli esseri umani l’interazione in presenza, l’esperienza diretta e il coinvolgimento attivo sono essenziali dal punto di vista cognitivo.

Gli insegnanti mirano a riprodurre queste condizioni. Cercando di superare le differenze culturali e socio-economiche per cui ancora il 33,8% delle famiglie non ha un computer.

Quali consigli può dare, da esperta sulla comunicazione, agli insegnanti per utilizzare al meglio gli strumenti della didattica on-line?

In molte aree dell’insegnamento, le tecnologie multimediali hanno da tempo favorito nuove modalità di apprendimento, come nel caso delle lingue. Inoltre l’impiego di strumenti digitali per aumentare e compensare le conoscenze mostra che è possibile realizzare forme di collaborazione all’apprendimento, anche non in presenza.

Le potenzialità offerte dai mezzi digitali e dai social sono molte, come la possibilità di combinare oralità, materiali scritti e immagini in attività di tipo collaborativo.

In questa prospettiva, la comunicazione degli insegnanti dovrebbe tendere a privilegiare cultura e umanità che sono alla base di una scuola che mira a promuovere le capacità di ricerca e la curiosità dell’apprendente.

Gli alunni di tutta Italia si sono ritrovati improvvisamente lontani dalle aule, dagli insegnanti, dai compagni, dai gesti quotidiani. Secondo lei come possiamo aiutarli nello studio e sostenerli a livello emotivo in questo momento?

Come ricorda Dehaene nel suo bel libro “Imparare”, l’apprendimento si basa su capacità cognitive di cui disponiamo dalla nascita che dobbiamo parametrizzare sulla base delle esperienze e delle informazioni che riceviamo.

Apprendere non è imprimere sulla ‘cera molle’, in maniera arbitraria, ma attivare questa ricca dotazione e la plasticità cerebrale degli apprendenti, al fine di sviluppare conoscenze e abilità, quali scrittura e lettura, calcolo e matematica.

Il primo compito della scuola è favorire una modalità attiva da parte del discente, con una comunicazione impegnata a stimolarne la ricerca personale. Il rischio maggiore è legato alle distorsioni soggettive, autoreferenziali che questi mezzi consentono: lo studente deve essere educato ad un uso consapevole della discussione e del ragionamento online.

Quando saremo usciti dall’emergenza, cosa rimarrà di tutta questa esperienza nella didattica?

Il ritorno nella classe tradizionale sarà un momento emozionante, per tutti. La mancanza di socialità è il vero punto debole del processo a cui assistiamo. L’interazione tra persone crea la situazione e il contesto, cioè quell’insieme di contenuti e informazioni, implicazioni, ipotesi e conoscenze, emozioni, che solo lo scambio reale riesce a generare.

Questi sono gli aspetti che la lezione a distanza o l’interazione tramite mezzi digitali riducono drasticamente, anche se non completamente. Resterà forse l’esperienza di questa comunicazione ridotta, piuttosto che aumentata, visto che qui la tecnologia non si aggiunge alla comunicazione ordinaria, potenziandola, ma la sostituisce.

Si sarà fatto tuttavia un esercizio critico di particolari tipi di comunicazione artificiale, per quanto nati dall’uomo.

Crediti foto di copertina: uncoolbob

Lezioni di scienze a distanza, seconda parte

in Approcci educativi/Attività in classe by

Impariamo a osservare: due lezioni di scienze raccontate da Erica Angelini, ai tempi della didattica a distanza.

Dopo il precedente articolo torniamo a parlare di una didattica a distanza capace non solo di essere un mero passaggio di sapere, tra insegnante e alunni, ma di creare curiosità e rendere autonomi gli alunni nello studio. Un modo per accompagnare i bambini e i ragazzi verso la “scoperta”.

Come avvenuto per la precedente attività, Osservare e disegnare, anche questo nuovo laboratorio può essere proposto dagli insegnanti, realizzato in autonomia dai bambini, infine condiviso con tutti; ma anche realizzato dai più piccoli insieme ai genitori.

Lo spunto di partenza, anche in questo caso, è stata la video lettura de I Bestiolini, di Gek Tessaro, realizzata dai lettori volontari del Ròdari club. Si comincia dunque dall’osservazione che, come ripeto sempre nei miei laboratori, è il primo passo per imparare a disegnare.

Tanti insetti, tante forme

Questa attività ci aiuta e studiare gli insetti attraverso le loro forme. Per realizzarlo, ho preparato un file con delle carte da stampare (ed eventualmente, se possibile, da plastificare) che si può scaricare cliccando qui o stampando l’immagine sotto.

Ho chiesto poi alle bambine, M di 8 anni e B di 5, di aiutarmi a raccogliere nel giardino vari tipi di materiali naturali come: bastoncini, semi, sassolini, pagliuzze, foglie… e abbiamo sistemato i materiali in modo ordinato.

A questo punto ho chiesto di scegliere una carta e di ricostruire l’insetto usando i materiali raccolti.

Ed ecco il risultato:

Sia questa attività sia quella proposta nel precedente articolo, sono adatte a diverse età, cambia solo il modo di approcciarsi:

– Se proposte ai bambini della scuola dell’infanzia, sarà un gioco che attraverso osservazione, disegno e lavoro sulle forme li aiuterà a prendere coscienza di come sono fatti gli insetti.

Se proposte ai bambini della scuola primaria, possono essere di supporto alla lezione di Scienze, coinvolgendo però anche Arte e immagine e Italiano, se si aggiunge una descrizione scritta dell’insetto.
Le stesse attività possono essere proposte anche nella scuola secondaria di primo grado richiedendo naturalmente un impegno diverso nelle consegne. Come sempre… buon lavoro a tutti!

Lezioni di scienze a distanza

in Approcci educativi/Attività in classe by
Impariamo a osservare: due lezioni di scienze raccontate da Erica Angelini, ai tempi della didattica a distanza

Impariamo a osservare: due lezioni di scienze ai tempi della didattica a distanza. In questo momento di scuola a distanza credo sia necessario trovare strategie per rendere autonomi i bambini e i ragazzi nello studio. Non ho mai amato gli insegnanti che, stando in cattedra, declamano la lezione mentre pretendono il silenzio; al contrario amo quegli insegnanti che si mettono al fianco dei loro alunni e, creando curiosità attorno a un argomento, accompagnano i ragazzi alla “scoperta”.

Credo che questo modo di insegnare si possa applicare anche alla didattica a distanza. Per darne un esempio, propongo due attività che possono essere spiegate e proposte dagli insegnanti, poi realizzate in autonomia dai bambini, infine condivise con tutti. Le stesse attività possono essere anche realizzate a casa dai genitori.

I due laboratori che propongo mi sono venuti in mente dopo aver ascoltato, insieme alle mie bambine più piccole, una video lettura realizzata dai lettori volontari del Ròdari club che in questi tempi difficili ci allietano con tante bellissime storie.

Il titolo dell’albo illustrato è I Bestiolini, scritto e illustrato da Gek Tessaro. I Bestiolini sono gli insetti, e noi per loro siamo pericolosi giganti! Spesso li scostiamo, li schiacciamo, ci schifiamo ma… se li guardiamo da vicino sono davvero interessanti!

Tutti siamo in grado di disegnare una farfalla, se ci viene chiesto, ma domandiamoci: il nostro disegno riproduce una farfalla vera o solo uno stereotipo? Nei miei laboratori, che prevedono il disegno dal vero, dico sempre che per imparare a disegnare è necessario imparare a osservare, cioè guardare con attenzione, esaminare. A prescindere dalle capacità artistiche, attraverso l’osservazione, ognuno dovrebbe essere in grado di riprodurre fedelmente le parti che compongono un insetto. È con questo obiettivo che ho creato questa prima attività.

Osservare e disegnare

Ho chiesto alle bambine, M di 8 anni e B di 5, di prendere i cellulari e andare in giardino a fotografare degli insetti. La proposta è piaciuta subito, non tanto per gli insetti, quanto per l’essere autorizzate a usare il cellulare che di solito è vietato. Se non doveste avere la possibilità di andare in un giardino e nemmeno un terrazzo con qualche vaso, si possono prendere immagini di insetti in rete.

Dopo dieci minuti, abbiamo guardato insieme le foto; ho chiesto loro di scegliere uno degli insetti fotografati e loro hanno scelto l’ape.

Poi abbiamo preso matita e gomma, colori a pastello e a cera e ho chiesto di disegnare l’ape osservando attentamente la foto. Ho scelto appositamente di non usare pennarelli perché pastelli colorati e a cera permettono di modulare il colore realizzando colori tenui o forti e tante sfumature. Dopo mezz’ oretta di lavoro questo è il risultato.

Questo è il risultato “visibile” ma c’è anche un risultato “invisibile” che posso solo raccontarvi e si è manifestato nelle tante domande che le bambine mi hanno fatto sulle parti dell’ape, per poterla disegnare correttamente: quante zampe? Come riprodurre gli occhi? Come fare la pelliccia? Cosa sono quelle sacchette gialle sulle zampe? In quante parti è diviso il corpo?

Se questo gioco viene proposto da una maestra, si potrebbe completare con la richiesta di un breve testo descrittivo da allegare al disegno e con una legenda in cui scrivere i nomi delle varie parti del corpo dell’insetto.

Presto scopriremo la seconda parte della lezione di scienze a distanza.

Il blog di Erica Angelini: http://maniingioco.blogspot.com/

Scopriamo la Democrazia Affettiva®

in Approcci educativi/Tavola Rotonda by
La Democrazia Affettiva: teorie e buone pratiche per fare della scuola uno spazio in cui tutti stanno bene.

La Democrazia Affettiva: teorie e buone pratiche per fare della scuola uno spazio in cui tutti stanno bene.

Molti studenti, piccoli o grandi che siano, associano alla scuola una sensazione non gradevole. Spesso raccontano di convivere ogni giorno con l’ansia e con la paura di essere continuamente misurati, cosa che li porta a sentirsi non all’altezza di quello che viene loro richiesto o addirittura poco intelligenti.

Di contro molti docenti, anche quelli più disponibili a mettersi nei panni dei loro alunni, sono convinti che sia normale che le prove della vita, compresi compiti a scuola e interrogazioni, debbano creare un po’ d’ansia.

Alcuni affermano che, anzi, sia salutare il disagio che gli studenti lamentano, perché mette loro addosso la giusta tensione che li aiuta a mantenere la concentrazione.

Poi succede che qualcuno fa due conti e si accorge che ci sono studenti che soffrono di attacchi di panico, o si bloccano di fronte a un esame, o abbandonano la scuola. E questo succede sempre prima nel percorso che noi adulti abbiamo immaginato per aggregarli al nostro gruppo. C’è poi un altro piccolo problema: la scuola non è ancora un posto per noi.

È un luogo di noi e loro. Noi che ci lamentiamo della fatica che ci fanno fare loro. Loro che si lamentano della fatica che noi facciamo fare loro.

Il progetto della Democrazia Affettiva, che immagina la scuola come uno spazio affettivo nel quale sia possibile sperimentare quanto è bello e interessante fare, imparare e stare insieme, cerca di dare una risposta alla domanda di relazione che ci rivolgono i ragazzi e alla domanda di minore fatica che viene dai docenti nello svolgimento del loro compito.

Questa figura, che disegna un circolo virtuoso, spiega bene cosa succede di solito nella relazione educativa, ma propone anche un cambiamento fondamentale nel modo di stare insieme.

Nella maggior parte dei casi gli adulti partono dall’idea che una Buona Educazione sia la base per creare una Buona Relazione.

Quindi intervengono correggendo, indirizzando, dando regole, perché pensano che i bambini (e i ragazzi) vadano prima di tutto educati e che questo risultato debba essere raggiunto nel minor tempo possibile e senza nessun cedimento.

I bambini mostrano di non gradire quello che noi proponiamo loro. Noi pensiamo che piangeranno un po’, ma poi si abitueranno (visto che non hanno alternative).

In questo lavoro faticosissimo per noi, e doloroso per loro, si creano due effetti collaterali:
  • Il primo è la rottura dei vincoli di fiducia.
  • Il secondo è un attrito che inizialmente vinciamo con piccole dosi di forza, ma che nel tempo diventa paralizzante.

Il circolo diventa invece virtuoso se cambia il nostro punto di partenza (e si sovrappone a quello dei bambini, che manifestano fin dalla nascita un gran desiderio di stare con noi). Una delle regole che si dà la Democrazia Affettiva è che nessun obiettivo da raggiungere vale un peggioramento della relazione.

Se, attraverso scelte culturali, noi stiamo con i nostri giovanissimi e giovani compagni di apprendimento con pazienza, intelligenza e generosità, succede quello che vediamo nella figura, perché sappiamo che se il punto di partenza con loro è avere una buona relazione (che loro imparano attraverso l’esperienza diretta), il risultato sarà soddisfacente per tutti.

Infatti una buona relazione fa fare poca fatica, rende piacevole lo stare insieme, produce una buona educazione, fa sì che l’apprendimento sia piacevole per tutti.

* Codice identificativo MIUR: 31568 – https://sophia.istruzione.it

Articolo di Renato Palma, Lorenzo Canuti, Giulia Lensi, Anna Maria Palma, Gianni Spulcioni.

Didattica innovativa: è il metodo MODI

in Approcci educativi/Che scuole! by
Torniamo a esplorare le caratteristiche del metodo MODI, ovvero Migliorare l’Organizzazione Didattica.

Il metodo MODI sperimentato con successo da Caterina Cassese, insegnante nella Scuola Primaria dell’Istituto Ciresola di Milano, col supporto dei suoi colleghi e del Dirigente scolastico dottoressa Anna Polliani.

Parola d’ordine: personalizzare l’apprendimento

L’attenzione al singolo alunno, ai suoi tempi, alle modalità di apprendimento, ai suoi punti di forza, è fondamentale nel metodo MODI. Con la lettura della Storia dei Quattro Alberi (tratta da Immaginazione e apprendimento di R. Ciambrone), ogni bambino sceglie un albero (che rappresenterà il suo temperamento): il Salice piangente rappresenta il temperamento malinconico, la Betulla il temperamento sanguinico, il Tiglio il temperamento flemmatico, la Quercia il temperamento collerico.

Per individuare i temperamenti, viene raccontata anche la Storia dei Quattro Cavalieri(da Immaginazione e apprendimento di R. Ciambrone) e gli alunni rappresentano, con matite colorate e acquerello, il cavaliere che maggiormente rispecchia il proprio temperamento: il Cavaliere Giallo rappresenta il temperamento sanguinico, il Cavaliere Blu il temperamento malinconico, il Cavaliere Verde il temperamento flemmatico, Cavaliere Rosso il temperamento collerico.

E adesso, parola alla maestra Caterina Cassese!

Sono tante le domande e le curiosità che ci vengono in mente avvicinandoci al metodo MODI. E alcune le abbiamo girate direttamente alla maestra Cassese, che da qualche anno lo sperimenta con successo nelle sue classi.

Come viene vissuto dai bambini e dalle famiglie questo metodo innovativo? Ci sono state delle resistenze o è stato vissuto subito come un’opportunità?

I bambini e i genitori sono entusiasti e soddisfatti, sin dall’inizio hanno colto nel progetto un’arricchente opportunità di crescita formativa per i loro figli. Questo perché favorisce tempi più distesi, un maggiore rispetto del modo in cui ogni singolo bambino apprende, una riduzione della frammentazione “per discipline” e del lavoro singolo. Questo a favore di maggiori approfondimenti per ogni singolo argomento e la possibilità di lavorare molto in gruppo. Senza dimenticare che il CeDisMa (Centro studi e ricerche sulla Disabilità e Marginalità) ha il compito di supervisionare la sperimentazione oraria”.

Come viene visto questo metodo dagli altri insegnanti, che utilizzano il metodo tradizionale?

Preferirei non rispondere, si tende un po’ ad evitare ciò che ci spaventa, ma è normale…“.

Facendo riferimento alla sua esperienza, quali sono le sue impressioni?

“Il progetto richiede la disponibilità di tutti i componenti del team a mettersi in gioco, rendendo molto flessibile la programmazione delle discipline, accantonando le rigidità che “ingessano” lo sviluppo delle stesse in schemi molto settoriali”.

Un’ultima domanda, che può interessare molti lettori di Occhiovolante: gli insegnanti hanno bisogno di una formazione specifica?

No, occorre solo tanto coraggio a mettersi in gioco…“.

“Il più grande errore fatto nell’insegnamento nel passato è stato quello di trattare tutti i ragazzi come se essi fossero varianti di uno stesso individuo, e così sentirsi giustificati nell’insegnare loro lo stesso argomento nello stesso modo”

(H. Gardner)

Una didattica innovativa all’Istituto Ciresola di Milano: è il metodo MODI

in Approcci educativi/Che scuole! by
Scopriamo il metodo MODI, (Migliorare l’Organizzazione Didattica), sperimentato nell’Istituto Ciresola di Milano con due articoli speciali.

Un argomento alla volta al posto della classica alternanza tra materie umanistiche e scientifiche, tappeti e isole per i bambini e nessuna cattedra per i docenti, niente compiti a casa per gli studenti e un modo tutto nuovo di concepire il rapporto con gli insegnanti. Sono queste alcune delle caratteristiche del metodo MODI, ovvero Migliorare l’Organizzazione Didattica,

Sperimentato con successo da Caterina Cassese, insegnante nella Scuola Primaria dell’Istituto Ciresola di Milano, col supporto dei suoi colleghi e del Dirigente scolastico dottoressa Anna Polliani. Un metodo che scopriremo in due articoli speciali realizzati in collaborazione con l’Istituto Ciresola!

Il progetto – ideato da Raffaele Ciambrone, pedagogista e funzionario del MIUR, con l’ausilio del Centro studi ricerche e disabilità dell’Università Cattolica – appare per molti versi rivoluzionario, ed è per questo che negli ultimi tempi ha suscitato l’interesse dei media, tra cui ricordiamo un articolo de Il Giorno, riviste per gli insegnanti e un’intervista su TGR Lombardia “Buongiorno Regione” del 14 gennaio 2020.

La classe della maestra Caterina Cassese, la IIIC, ha iniziato la sperimentazione fin dal primo anno, ma oggi lavorano con il metodo MODI altre due classi della primaria e addirittura tre classi della secondaria di primo grado; dimostrazione che il metodo dà i suoi frutti anche con i ragazzi più grandi. Ma in cosa consiste questo metodo?

Nessun compito a casa e un argomento alla volta

Tra gli aspetti più importanti c’è sicuramente la scelta di non assegnare compiti per casa, così come quella di rinunciare in classe alla classica alternanza tra materie umanistiche e scientifiche. In pratica si sceglie un solo argomento alla volta per dare la possibilità agli alunni di affrontarlo senza interruzioni per vari giorni e di non abbandonarlo senza prima averlo acquisito. Sono i cosiddetti cicli ritmici, che accorpano le varie discipline, cui poi si affiancano le attività artistico-manuali, come i laboratori di ceramica.

Impariamo a leggere e a scrivere

Interessante è l’apprendimento della letto-scrittura, un percorso che prende spunto da un’immagine. Ogni consonante viene illustrata con la forma di un oggetto o di un elemento della natura (come la falce per la F e la montagna per la M) mentre le vocali sono associate a un sentimento (così la A può essere la meraviglia e la U la paura). Per quanto riguarda l’impostazione della scrittura, s’impara a scrivere dall’alto verso il basso con la tecnica degli acquerelli, utilizzando un album da disegno senza quadretti o righe su cui “poggiarsi”.

Scopriremo ancora la didattica del metodo MODI e l’esperienza della maestra Caterina Cassese, nel prossimo articolo.

La scuola (primaria) ai tempi del Coronavirus 3° parte

in Approcci educativi/Redazione Aperta by
Tre maestre, tre scuole diverse, per scoprire come le classi stanno vivendo la didattica a distanza in queste settimane di emergenza per il Coronavirus.

Si conclude la tavola rotonda che abbiamo realizzato con la maestra Carla Caiafa (dell’Istituto Comprensivo Le Cure), la maestra Francesca Liberati (delle Scuole Pie Fiorentine) e la maestra Elena Bini (dell’Istituto Comprensivo Pieraccini). Un’intervista a tre voci in cui ci hanno raccontato la loro esperienza di insegnanti “a distanza” ai tempi del Coronavirus.

Abbiamo già parlato di didattica a distanza e strumenti digitali. Adesso però, facciamo finta che non ci possa ascoltare nessuno… Come pensate che i vostri alunni debbano trascorrere queste giornate durante l’emergenza Coronavirus?

Maestra Carla: Credo che i bambini debbano impegnarsi quotidianamente a fare qualcosa di utile e produttivo, per mantenere il cervello attivo. Quindi, eseguire le consegne delle maestre, ascoltare i genitori e non arrabbiarsi, perché in casa bisogna mantenere un clima sereno e pacifico, per convivere al meglio. Non dimentichiamolo: il nemico è fuori!

Maestra Francesca: Una volta tanto i bambini dovrebbero vivere senza che il loro tempo sia troppo strutturato. Lasciamoli annoiare anche un po’ e vivere questo momento con la famiglia. Compiti? Pochi! Non credo molto nella didattica a distanza per i bambini della primaria. Ci sarebbero moltissime cose da dire su questo argomento.

Maestra Elena: La noia è uno strumento incredibile per far nascere nei più piccoli la creatività, affina il loro ingegno. Inoltre è molto importante per loro rimanere aggiornati, ascoltare tv e leggere qualche articolo semplice. Ma in qualunque momento dovranno sempre sentire il “calore” e la comprensione emotiva dei loro insegnanti, peculiarità che da sempre caratterizzano la nostra professione, perché solo così potranno far fronte alle difficoltà di questo terribile momento.

Per concludere, un’ultima domanda. Quando l’emergenza finirà – ma non le paure e gli interrogativi – come parlerete ai vostri alunni di quello che è successo?

Maestra Carla: Li farò semplicemente parlare, cercando di rispondere a ogni domanda con serenità ed esattezza. I bambini sono bravi a metabolizzare, basta che ne abbiano la possibilità, guidandoli senza condizionarli. Ai miei alunni di prima chiederò di scrivere un pensiero al giorno su un album, una sorta di diario, e poi di disegnare ciò che verrà fuori da un dibattito guidato. Vorrei che questo gesto quotidiano desse loro, gradualmente, modo di esternare le paure. Spiegherò l’accaduto con l’ausilio di video didattici, con letture sulla paura e il coraggio. Poi racconterò delle mie paure e dei miei interrogativi, chiedendo il loro aiuto. Insomma, ci aiuteremo a vicenda! Solo così ci riapproprieremo della nostra vita scolastica. Tutto finirà presto e io sono pronta, con tante idee e voglia di ricominciare.

Maestra Francesca: Ne parleremo in classe. I bambini racconteranno come hanno vissuto questi giorni. Sicuramente la conversazione seguirà le loro necessità. Sarà importantissimo rispondere alle loro domande e parlare di questo argomento ricordandosi però che sono bambini e che fortunatamente la loro visione della situazione non è – e non è stata – quella di noi adulti.

Maestra Elena: Quando tutto sarà finalmente passato, credo che i bambini saranno più maturi e vaccinati, così come i loro genitori, che forse avranno avuto l’occasione di conoscere qualche aspetto in più dei loro figli. A volte i tanti impegni ci stordiscono e non ci permettono di prendere veramente coscienza della nostra vita. Parleremo insieme di questi difficili giorni e sarà un vissuto vero che, credo, cementificherà meglio gli apprendimenti e le vicende future.

Ringraziamo le maestre Carla, Francesca ed Elena per la disponibilità e la sincerità, ma soprattutto per il grande impegno con cui affrontano giorno dopo giorno il loro lavoro. Anche a distanza!

Questi primi venti giorni di didattica a distanza

in Approcci educativi/Esperienze digitali by
L’esperienza di Francesco Rocchi, in questi primi venti giorni di scuole chiuse e didattica a distanza.

Come insegnante, anch’io mi sono trovato da un giorno all’altro a lavorare da casa e a mettere in pratica la didattica a distanza, per come m’è riuscito di organizzarla in italiano e storia nel mio istituto tecnico.

Nei primi giorni, ho pensato che fosse utile recuperare quanto fatto, una sorta di ripasso generale, perché per molti studenti era una novità. Prima di imparare cose nuove, era meglio che imparassero a gestire il proprio apprendimento “digitale”. Inutile dire che questo ha dato tempo prezioso anche a me.

Terminato il ripasso-riscaldamento, ho iniziato a introdurre qualcosa di nuovo, ma sempre all’interno della rielaborazione di concetti e nozioni già noti.

Mi è parso meglio evitare di proporre uno schema del tipo “Abbiamo finito col ripasso, ora si va avanti”. In italiano, ad esempio, ho evitato di dire: “Ora facciamo Montale”. Piuttosto, ho ripreso due poesie già studiate, A se stesso di Leopardi e Annuncio di D’Annunzio, dicendo ai ragazzi: “Questa nuova poesia (Meriggiare pallido e assorto) è più vicina a Leopardi o a D’Annunzio? E perché?”.

Si noti che a una domanda del genere non c’è una risposta preconfezionata su internet. Forse sono andati a riprendere i loro appunti sulle poesie già fatte e li hanno tenuti davanti mentre cercavano di capire, ma ciò va benissimo: è un ripasso utile. Potrebbero anche essersi scaricati un’analisi della poesia di Montale, ma va altrettanto bene: per fare il confronto con Leopardi è necessario studiarsela bene. Per un eccezionale colpo di fortuna potrebbero anche aver trovato un confronto Montale-Leopardi già fatto, ma il compito richiedeva in ogni caso di scendere nel dettaglio della poesia e c’era da considerare anche quella di D’Annunzio. Insomma, sono ottimista.

In tutto questo non ho dimenticato il punto dolente fondamentale: ora gli studenti sono più soli, nonostante la strumentazione digitale.

Per evitare che si lascino andare o rigettino lo studio, i materiali di studio devono essere scelti con cura, e i libri di testo si prestano poco alla bisogna, dato che erano piuttosto respingenti anche prima. Mi sono così riproposto di usare oggetti di studio con cinque caratteristiche.

I materiali non devono essere troppo pesanti. Mi sono imposto di non dare documentari oltre la mezz’ora, se non spezzandoli. Su Rai Storia ce ne sono di eccellenti di un minuto o due, come “Un minuto di storia” di Gianni Bisiach. Con film e serie tv sono stato più lasco, ma sempre con prudenza. Allo stesso modo, niente letture (dal libro o narrative) troppo lunghe.

I materiali devono essere tanto comprensibili da poter essere fruiti senza assistenza. Questo significa fare massiccio uso di materiali divulgativi, illustrazioni, foto, testi narrativi, film. Non bisogna cedere alla tentazione di pensare “Se la cavino un po’ come possono!”. E non è facile trovare tutto ciò che serve nella situazione attuale.

Gli oggetti di studio devono essere delle sfide, o quanto meno suscitare domande. Ad esempio, per storia si può dare un’immagine che sappia ben catturare lo spirito o l’essenza di un passaggio storico importante, ad esempio di una battaglia, avendo cura che ci siano degli indizi da cui gli studenti possano cominciare a ragionare. Di quale battaglia si tratterà? L’importante non è azzeccarci, ma farsi venire in mente tutte le battaglie studiate.

L’esempio mi viene comodo perché ho proposto un quadro con una scena di soldati francesi sopraffatti dal nemico a Sedan, con l’idea che gli studenti si chiedessero: “Quali guerre ha combattuto la Francia nell’800? Quali ha perso? Quando?”. Altre volte ho fatto vedere dei video (ad esempio l’inizio del serial tv del 1982 su Marco Polo) o leggere delle poesie (come Proprietà di mercato vecchio di A. Pucci), chiedendo ai miei studenti di dirmi loro perché gli avessi dato quel materiale e a quali argomenti di storia si potesse ricollegare. Bonus: ancora una volta, non c’è una risposta reperibile già pronta su internet.

Si tratta piuttosto di genuine riflessioni meta-cognitive, con solidi agganci alle “nozioni”.

I materiali devono poter essere usati senza un particolare ordine cronologico. Mi son fatto l’idea che sia bene spaziare il più possibile su quanto già fatto, anche in maniera (apparentemente) disordinata, per tenere vivo il cervello degli studenti. In questo momento di confusione è facile che “il programma svolto” finisca nel dimenticatoio.

È bene allora richiamarlo il più spesso possibile alla mente. In altre parole, bisogna fare esercizio di “pratica variata” (che favorisce la memorizzazione) e di “pratica deliberata” (che migliora le competenze). Su questa falsariga, mi è venuto comodo in storia un lavoro che facevamo anche prima. Ho presentato dei testi su argomenti già trattati, ma con un taglio leggermente più approfondito, e ho chiesto loro di schematizzare creando due colonne: una per le nozioni già note e una per le nozioni nuove (o problematiche o curiose).

È l’ideale per affrontare possibili difficoltà senza ansia e si presta bene alla didattica per DSA. E neanche in questo caso internet si può sostituire alla testa di uno studente, dato il riferimento “interno” al lavoro già svolto dalla classe.

Perché la fruizione dei materiali sia possibile, infine, è bene non affrontare lavori di troppo largo respiro. Le unità di apprendimento devono essere tenute compatte, unitarie, vere razioni K del sapere, ovviamente stando attenti a non cadere nel superficiale. La comunicazione con gli studenti ora è inevitabilmente desultoria, per cui è bene che ogni volta che si stabilisce un contatto, nulla resti vago o in sospeso o rimandato ad altri incontri virtuali che potrebbero facilmente saltare.

Insegnamento a distanza e didattica tradizionale

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L’emergenza legata al Covid-19 – e alla conseguente chiusura di scuole e università – sta cambiando l’insegnamento. Portandoci verso un insegnamento ibrido capace di coniugare didattica tradizionale e insegnamento a distanza.

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Disegni al telefono!

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Marianna Balducci ci racconta la sua iniziativa per questi giorni in cui siamo tutti a casa: disegni al telefono!
Cos’è il progetto Disegni al telefono?

Da questa specie di trincea, più o meno pericolosa e più o meno pericolante, che ognuno di noi si è costruito per sostenere il peso di questi giorni difficili, ho visto partire molti bellissimi segnali di vicinanza e di generosità. Alcuni sono già ben strutturati da chi si muove con scioltezza sui canali digitali. Altri sono più improvvisati, ingenui e non sempre efficaci ma comunque animati da ottime intenzioni.

Ora che abbiamo chiuso forzatamente le porte e aperto le finestre del web, c’è molto rumore…

E non sempre è facile orientarsi o filtrare quel che ci fa bene, godere di tutto quel che ci viene offerto.

Io stessa, che la rete la frequento spesso e mi ci muovo con criterio, sto accusando una certa fatica. Avverto la necessità di ragionare su una comunicazione che dovrà farsi, in futuro, più sostenibile.

Mi sono chiesta perciò se, in mezzo a questo mare magnum di contenuti magnifici, ci fosse bisogno di qualcosa di mio.

Per non tradire me stessa e trovare un compromesso anche con gli impegni lavorativi che continuano a tenermi impegnata (noi illustratori siamo abituati a lavorare da casa) ho pensato ai “Disegni al telefono”

Funziona così: ho messo a disposizione una finestra oraria (il sabato mattina, dalle 11 alle 12.30) per farmi chiamare su Skype, da qui fino ad aprile o comunque finché ci verrà chiesto di restare a casa.

Chi prende la linea ha a disposizione un po’ di tempo per una video-chiacchierata in cui io disegno in tempo reale per lui.

Condividendo lo schermo e avendo la tavoletta grafica adeguata, mi si può vedere dare forma al personaggio.

Di solito chiedo a chi mi chiama di pensare a un animale e a un colore) le cui caratteristiche spuntano mano a mano che il mio interlocutore si fa meno timido. 

“Mi chiami solo se ti va”, così ho scritto sui miei canali social dove ho lasciato circolare le informazioni sull’iniziativa.

Si crea perciò una sorta di contenuto “on demand”, confezionato solo se c’è qualcuno che ha ragione di chiedermelo.

Mi hanno contattata bimbi di tutte le età e di diverse parti d’Italia, ma anche adulti curiosi che seguono il mio lavoro da un po’.

Sono grata per la pazienza dimostrata: so che tentare e ritentare di prendere la linea è un po’ demodè, ma prendere prenotazioni come fossi un centralino snaturerebbe il senso dell’intera operazione e sono convinta che la logica del dono funzioni se si creano le condizioni giuste e non si impongono forzature.

L’iniziativa è totalmente gratuita, se a qualcuno piace quel che faccio e come lo faccio, lascio i miei canali social e le informazioni sui miei libri per seguire e sostenere il mio lavoro. Anche le mie energie in questo periodo sono scarse e l’umore non sempre alle stelle.

Aprire questa finestra e darle un ordine e un senso, ma anche un po’ di imprevedibilità, garantisce che ci sia davvero uno scambio. E soprattutto privilegia la comunicazione uno a uno in un momento in cui ciascuno ha bisogno di sentirsi abbracciato in tutti i modi possibili. 

Mentre si disegna, mi faccio raccontare in che modo si stanno trascorrendo queste giornate. I bambini mi parlano dei libri che stanno leggendo, delle attività con cui si tengono impegnati.

Spesso rimango piacevolmente meravigliata nel vedere quanta spontaneità c’è nel loro adattarsi a una condizione nuova (merito sicuramente anche di presenze adulte capaci di sostegno).

E penso che questa elasticità e questo entusiasmo da riversare anche sulle cose piccole sono qualità preziose che dobbiamo rimettere in allenamento anche noi grandi. 

A volte invece il personaggio disegnato lì per lì diventa il protagonista assoluto della telefonata.

Ci inventiamo un nome, la sua storia, i bambini si lanciano in appassionate descrizioni che magari, una volta chiusa la chiamata, diventeranno spunti per altre attività. Prolungando così un pochino questa piccola interruzione del quotidiano.

Così sono nati il cagnolino Lula che smista le lettere di Babbo Natale, il Drago Verde dei boschi che sfiderà presto il Drago Blu delle acque.

Ma anche il Coraggioso Cavallo Cavaliere e  il leggendario elefancorno.

Al termine della video-chiamata, spedisco via email il disegno e, a volte, ne ricevo in cambio un altro che i bambini, a loro volta, hanno fatto per me. 

Vi aspetto per le prossime sessioni, sabato 28 marzo e sabato 4 aprile.

Per eventuali variazioni o nuove date, rimando alla mia pagina Marianna Balducci Illustrator.

Tante divertenti app per scoprire i luoghi della storia

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L’emergenza per il Covid-19 ci fa rimanere a casa? Con le app di Art Stories, i bambini – e i genitori – possono partire alla scoperta dei luoghi più belli e misteriosi della storia, della cultura e dell’architettura.
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La scuola (primaria) ai tempi del COVID-19 – 2° parte

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Tre maestre, tre scuole diverse, per scoprire come le classi stanno vivendo la didattica a distanza in queste settimane di emergenza COVID-19.

Dopo il precedente articolo, torniamo a parlare con la maestra Carla Caiafa (dell’Istituto Comprensivo Le Cure), la maestra Francesca Liberati (delle Scuole Pie Fiorentine) e la maestra Elena Bini (dell’Istituto Comprensivo Pieraccini). Insieme ci raccontano, in questa intervista a 3 voci, la loro esperienza di insegnanti “a distanza” in queste settimane di emergenza da COVID-19.

Subito una domanda difficile. Vi preoccupa di più la sospensione temporanea della didattica o il fatto che, in questa situazione, possano perdersi un po’ quelle consuetudini e quei legami che giorno dopo giorno avete fatto crescere nelle vostre classi?

Maestra Carla: Sono preoccupata un po’ per tutti e due gli aspetti. La sospensione sarà piuttosto lunga e non è possibile in questa situazione seguire un ritmo “normale”. Questo può essere destabilizzante per i bambini. Inevitabilmente si perde anche la quotidianità.

Mi riferisco a quelle conquiste fatte giorno dopo giorno, con grande fatica e impegno, da parte di alunni e maestre. Penso soprattutto al lento lavoro d’inserimento che ho svolto all’inizio dell’anno nella mia classe prima!

Maestra Francesca: Sarò sincera, non sono molto preoccupata per la didattica. I bambini hanno ottime risorse e sicuramente recupereremo il tempo, che non considero perso, ma diverso. Credo invece che questo possa essere un periodo molto prezioso per le famiglie: è possibile stare insieme con ritmi ridotti, organizzare giochi, leggere.

Credo anche che i legami che abbiamo costruito in questi anni non si perderanno per uno o due mesi trascorsi a casa. Questo momento difficilissimo per tutti noi, se lo vogliamo, può trasformarsi anche in qualcosa di positivo per i bambini e le famiglie. Noi maestri faremo poi il punto della situazione quando torneremo a scuola.

Maestra Elena: Credo che, seppur terribile, questo momento sarà stimolante per riscoprire la noia tanto vituperata quanto importante per stimolare la creatività. Non sono preoccupata dal fatto che i programmi scolastici possano rimanere un po’ “indietro”, credo che i bambini sapranno riconvertire questo disagio in una capacità di resilienza culturale personale e alternativa.

Inoltre, anche se perderemo qualcosa sotto l’aspetto della didattica, sicuramente i bambini impareranno la paura, la solidarietà, l’affetto, la forza e il sacrificio, tutti aspetti importanti che contribuiranno alla loro crescita e alla loro maturità.

Proviamo ad aiutare gli altri insegnanti e i genitori che ci stanno leggendo: quali consigli vi sentite di dare per trascorre il tempo?

Maestra Carla: Agli insegnanti dico di non scoraggiarsi, perché dobbiamo rimanere un punto di riferimento per i bambini e le famiglie. Rimbocchiamoci le maniche e mettiamoci alla prova con le nuove tecnologie, senza timori.

Calibriamo i compiti, senza sovraccaricare i genitori! Usiamo le piattaforme on-line per assegnare laboratori d’arte, suggeriamo libri e video-letture. Ai genitori, invece, dico di usare questi momenti per stare con i figli.

Aiutiamoli nei compiti e giochiamo con loro, facciamo puzzle, giochi da tavolo, costruzioni, ascoltiamo musica, balliamo, guardiamo foto e video di quando erano piccoli.

Il suggerimento più importante, però, è mettersi sul divano con loro e leggere una favola al giorno; e leggiamo anche noi, per dare il buon esempio! Consiglio anche di limitare tv e videogiochi, piuttosto fatevi aiutare in cucina, a fare biscotti, impastare la pizza, e date loro piccole mansioni come rifarsi il letto.

Maestra Francesca: Penso sia importante dare spazio alla costruzione di giochi manuali, lavori creativi, inventare giochi o fare giochi di ruolo con fratelli e genitori.

Molto importante è anche, secondo me, non imporre mai un libro ai bambini ma farglielo scegliere, cercando solo di indirizzarli in base ai loro gusti. Possono anche vedere dei video molto interessanti, come fiabe sonore, ma non solo!

Proprio qualche giorno fa ho chiesto ai miei bambini di guardarsi su YouTube Pierino e il lupo, con Abbado e Benigni, e di illustrare le scene descritte. Insomma, è l’occasione per scoprire tante belle cose, senza esagerare col computer però.

Maestra Elena: Il momento è difficile, tutti siamo emotivamente impreparati, credo quindi che non sia opportuno sobbarcare le famiglie con troppi compiti. È però l’occasione per fare e scoprire tante cose. Di certo la più importante è la lettura.

Ho detto agli alunni di leggere anche un quotidiano a settimana e di fare la sintesi di qualche articolo interessante o particolare.

Inoltre, ho consigliato loro di tenere un diario giornaliero in cui appuntare e descrivere ciò che vedono dalla finestra, le cose fatte, i libri letti, le emozioni vissute.

La nostra tavola rotonda on-line, con le insegnanti della primaria, continuerà e terminerà nel prossimo articolo.

credits: https://www.flickr.com/photos/chrisandjenni/
licenza: https://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.0/

La Fisica (a distanza) che ci piace. Parliamone con Vincenzo Schettini

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Vincenzo Schettini
Le scuole e le università di tutta Italia rimangono chiuse, ma molti docenti si sono già attrezzati per continuare la didattica a distanza. Piattaforme online, social e nuove tecnologie: così gli Istituti comprensivi si sono organizzati per supportare studenti e insegnanti.

Per parlare di come sta cambiando la scuola in questi giorni di emergenza, dopo l’ultima intervista del 9 marzo, torniamo a parlare di didattica a distanza con Vincenzo Schettini, professore di fisica, youtuber seguito da più di 30.000 studenti e adesso anche volto televisivo.

È stato proprio lui uno dei primi a proporre, on-line, dei video per supportare gli insegnanti in questa nuova didattica.

Caro Vincenzo, nel tuo canale YouTube si stanno moltiplicando le lezioni di didattica a distanza rivolte agli insegnanti. Come stanno procedendo e qual è la risposta dei tuoi colleghi?

È incredibile, a dir poco entusiasmante! Questo dimostra che i professori sono schierati in prima linea e hanno tutta la volontà di far sì che questo brutto momento per la nostra nazione diventi un momento di crescita sia per loro che per i loro studenti. Pensate che, durante la prima live organizzata da me mercoledì scorso, hanno partecipato contemporaneamente più di 200 docenti da tutta Italia, ecco il link per rivedere questa bellissima “chattata” online”.

Abbiamo notato che, anche in queste settimane di emergenza, continuano i video del venerdì, in cui tratti argomenti non strettamente didattici, ma sempre molto interessanti per le ragazze e i ragazzi. Ci vuoi dire di cosa hai parlato ultimamente?

“Ho trattato uno degli argomenti più delicati per i ragazzi: la scelta del corso di laurea. Specie in questo momento i ragazzi saranno particolarmente disorientati ma non è la prima volta che parlo di questo nell’ormai celebre “video del venerdì”. Nell’ultimo episodio ho chiarito quali sono le differenze fra la triennale in fisica e ingegneria fisica”.

Una delle caratteristiche dei tuoi video e dei tuoi passaggi televisivi sembra essere: “potete trovare la scienza nella vita di tutti i giorni”! Un po’ come ha fatto Keith Enevoldsen, che ha tradotto la tavola periodica degli elementi in immagini e parole [link]. In questi giorni di “confino forzato domestico”, puoi darci qualche spunto per cercare “un po’ di fisica” anche in casa nostra?

Certamente! Proprio questo tipo di spunto mentale è quello che sto utilizzando per raccontare la fisica di tutti giorni alla trasmissione televisiva “Detto Fatto”, in onda su Raidue. In particolare, abbiamo parlato della fisica in cucina, della fisica dei capelli e anche della fisica che si può utilizzare per svitare dei barattoli sottovuoto. Mi piace a tal proposito invitarvi a rivedere le puntate fatte finora, che trovate su RaiPlay [link] semplicemente scrivendo il mio nome e cognome, buona visione e buona fisica in casa!”.

Insegnare la grammatica: metodo implicito o esplicito?

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Alcune domande sull’apprendimento implicito ed esplicito della grammatica, nella scuola primaria: esploriamone i vantaggi e gli svantaggi insieme a Roberto Padovani.

Nelle Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione (2012) si cita un’interessante distinzione relativa all’insegnamento della grammatica nella scuola primaria: insegnamento implicito vs. esplicito.

Apprendimento implicito

Nell’apprendimento implicito della grammatica, il bambino impara la corretta formulazione delle frasi semplicemente parlando e ascoltando la comunità circostante. Attraverso meccanismi cognitivi automatici e inconsapevoli, “estrae” le regole sintattiche e le applica per approssimazioni via via più precise al proprio modo di parlare.

Tutto questo senza avere la conoscenza consapevole dei concetti tipici dell’analisi grammaticale e logica (ad esempio, soggetto, verbo, predicato nominale e verbale). Così i bambini in età prescolare imparano la sintassi della loro lingua madre e allo stesso modo la maggioranza delle persone impara a parlare altre lingue in età adulta.

Apprendimento esplicito

Diversamente da ciò, l’insegnamento esplicito della grammatica pone il bambino davanti a una forma di conoscenza complessa e metacognitiva. Cioè per la quale serve ampia riflessione consapevole.

Si tratta in sostanza degli apprendimenti scolastici legati tipicamente all’analisi grammaticale e logica, con uso di una terminologia tecnica specifica che va memorizzata e applicata alle competenze implicite di uso della lingua.

Le domande che dovremmo porci sulla base di questa distinzione sono plurime e vorremmo affrontarle direttamente. Quale correlazione esiste tra apprendimento implicito ed esplicito della grammatica? Quale bilanciamento dovremmo avere nel presentare la grammatica a scuola a seconda della classe di appartenenza?

La grammatica esplicita, certamente complessa e articolata, quando deve essere introdotta? Abbiamo strumenti validi per l’insegnamento di entrambe le “materie”?

Quale correlazione esiste tra apprendimento implicito ed esplicito della grammatica?

Difficile dare risposte definitive. È certo che la conoscenza esplicita della grammatica rappresenta una delle forme più alte di rappresentazione della lingua. Proprio per questo motivo, per poter avvenire con successo, necessita di ampia dimestichezza con l’uso regolare delle strutture morfo-sintattiche in esame. Ragionare esplicitamente su una frase di questo tipo “vorrei che il latte fosse più caldo” è utile solamente se l’alunno è in grado di usare strutture analoghe nel suo linguaggio quotidiano. Se manca la conoscenza implicita della struttura, non potrà esserci apprendimento esplicito.

In alternativa potrebbe avvenire un apprendimento meccanico e decontestualizzato: appreso solo con grande sforzo, di difficile elaborazione in termini di ragionamento attivo, di rapido oblio.

Quale bilanciamento dovremmo avere nel presentare la grammatica a scuola a seconda della classe di appartenenza?

Dato il punto precedente, conseguono svariati ragionamenti. L’insegnamento implicito dovrebbe anticipare sempre quello esplicito delle regole e strutture sintattiche. Non esiste una classe specifica in cui presentare per tutti gli alunni le regole e le terminologie della grammatica esplicita.

Questo perché gli alunni presentano grandi variabilità di competenza linguistica, tanto nello sviluppo tipico, quanto in specifiche condizioni di difficoltà (ad esempio, bilinguismo consecutivo, disturbi del neurosviluppo).

Anticipare la presentazione delle regole esplicite della grammatica è di grande svantaggio per una quota significativa della popolazione scolastica e non è chiaro se sia di aiuto per i bambini a sviluppo tipico. Andrebbe certamente potenziata la didattica di tipo implicito e ritardata il più possibile l’introduzione della riflessione meta-linguistica.

Va infatti tenuto in considerazione che lo sviluppo del linguaggio del bambino, specialmente l’elaborazione delle strutture sintattiche complesse, procede durante tutta l’età scolare. È quindi lecito domandarsi se, nella scuola primaria, abbia senso o meno insistere sull’analisi logica e grammaticale.

A mio avviso certamente NO: fino ai 10/11 anni andrebbe ampiamente stimolata la capacità implicita di elaborazione della sintassi e della grammatica, sia orale che scritta.

Abbiamo strumenti validi per l’insegnamento della grammatica implicita ed esplicita?

La grammatica esplicita vive nelle pratiche didattiche della scuola: analisi grammaticale, analisi logica, declinazione dei tempi verbali. Indipendentemente dalla creatività del docente, questi insegnamenti insistono su una serie di abilità linguistiche e cognitive mature, integre e performanti.

La grammatica implicita vive invece nel linguaggio quotidiano, orale e scritto. Può essere potenziata e presentata in varie forme e modi, di cui è utile dare alcuni suggerimenti che possono essere certamente ampliati e modellati dallo stile didattico di ciascun operatore di scuola primaria:

  • Distinguere e riconoscere frasi corrette da frasi scorrette. Ad esempio, “Piero disse a Maria di voler giocare con lei” vs. “Piero dice a Maria che ci vuole giocare insieme”. Anche introducendo le classiche concordanze dei tempi verbali: “Se io avessi i soldi, oggi andrei al cinema” vs. “Se io avessi i soldi, oggi vado al cinema”. Insegnare al sistema cognitivo la giusta forma sintattica permette al bambino un allenamento implicito delle regole sottostanti.
  • Abbinare la frase al disegno corretto, presentando strutture ad alta complessità sintattica (“Il bambino che il nonno tiene per mano ha il berretto blu”, “Solo alcuni pezzi di formaggio sono mangiati dai topi”). Le frasi relative e l’uso dei quantificatori sono esempi di forme sintattiche complesse che allenano anche i processi di comprensione del testo, in assenza di brani eccessivamente lunghi.
  • Potenziamento delle forme narrative. Trasformazione “dal discorso diretto a indiretto” e “dalla forma passiva a quella attiva” e viceversa. Descrizione di una serie di figure con una frase semplice Soggetto – Verbo – Oggetto (“la bambina prende la palla”) oppure con un’espansione subordinata (“la bambina prende la palla per giocare con le amiche”).
  • Descrizione di figure con frasi semplici oppure con frasi sintatticamente più complesse. Abituare i bambini all’idea che lo stesso concetto può essere espresso in diverse forme è di grande aiuto ai processi maturativi linguistici, cognitivi e di ragionamento. 

Tutti questi esempi di attività permettono l’allenamento dei processi linguistici, anche complessi, orientando il bambino di scuola primaria a trasformare il linguaggio orale nel linguaggio scritto con operazioni di ampliamento e modellamento delle forme narrative.

Abbandonare nella scuola primaria le attività di grammatica esplicita porterebbe ad uno sforzo culturale verso attività di potenziamento linguistico e cognitivo di grande aiuto per tutti.

Per i bambini con svantaggi e fragilità linguistiche e cognitive si tratterebbe di attività di potenziamento più ecologiche e semplici.

Per i bambini a sviluppo tipico sarebbe una grande opportunità di lavorare sulle trame narrative, sull’affinamento del pensiero e sulla flessibilità dei processi cognitivi in generale.

Crediti copertina: Sam O’Connor

Insegnare a distanza? Ne parliamo con Vincenzo Schettini

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Per l’emergenza legata al virus Covid-19 e l’interruzione delle attività didattiche in tutta Italia, in alcune classi grazie all’utilizzo dei nuovi media alcuni docenti hanno ripreso le lezioni con l’insegnamento a distanza.

Dopo l’intervista di febbraio, continuiamo la nostra corrispondenza con il professor Vincenzo Schettini, ideatore del canale YouTube La fisica che ci piace, parlando dell’insegnamento a distanza.

Caro Vincenzo, l’arrivo del virus Covid-19 ha creato grandi difficoltà nelle scuole di tutta Italia, che sono state chiuse per decreto governativo. Alcuni insegnanti hanno però risposto con la didattica a distanza. Vista la tua grande esperienza con i nuovi media, cosa puoi raccontarci?

Mi piace sottolineare il fatto che la trasmissione della conoscenza è cambiata radicalmente. Oggi insegnare significa innanzitutto comunicare e quale comunicazione può essere più efficace di un video? Proprio i social, dunque i nuovi media, devono essere sfruttati per questo! Gli adulti, intendo le persone che hanno la media dell’età dei professori, sono abituati a sfruttare YouTube per cercare canzoni oppure ricette. Ma dobbiamo finalmente renderci conto che YouTube offre un mare infinito di contenuti anche di didattica che già molti professori stanno condividendo da anni”.

Sul tuo canale, molto frequentato anche dai docenti, c’è una grande novità: stai creando delle lezioni dedicate a loro, per guidarli a diventare insegnanti digitali, è una grande sfida!

Sì, ho creato due playlist dedicate a loro! Con la prima chiamata “tutorial per la didattica innovativa”, in una serie di video molto brevi spiego come utilizzare alcune Apps per poter fare didattica innovativa”.

Con una seconda intitolata “come diventare un docente a distanza“, giorno dopo giorno, sto aggiungendo video nei quali guardo la telecamera e parlo direttamente al cuore dei docenti, affiancandoli con i miei consigli e non facendoli sentire soli perché mi rendo conto che per molti il passo all’innovatività non è semplice, essendo un po’ tutti abituati ad una didattica tradizionale”.

Molti tuoi colleghi hanno avuto dei problemi a passare da una didattica offline a una didattica online. Sulla tua playlist esistono però video molto utili nei quali ci racconti di Apps per fare didattica digitale. Ci vuoi parlare di quelle che secondo te, in questo momento, possono essere di maggiore aiuto ai docenti?

“Mi piace rispondere a questa domanda annunciando che farò una live sul mio canale YouTube dedicata ai professori mercoledì 11 marzo: lo scopo della live sarà raccogliere domande, dubbi ma soprattutto dare loro un orientamento chiaro su come cercare le informazioni per costruire una didattica digitale personale ed efficace. Per dettagli ulteriori sull’orario della live cercatemi sui miei social, è facile trovarmi: sia su Instagram che su Facebook ho due pagine ufficiali chiamate, guarda caso, ‘La fisica che ci piace'”.

Concludiamo con una nota di colore, perché malgrado la situazione internazionale non facile, sembra che alcune fake riescano comunque a circolare e a creare molto rumore. Stiamo parlando del cosiddetto mistero della scopa che resta in piedi, per il quale si è scomodata addirittura la NASA!

“Sì! Addirittura loro! Poi diciamocelo, serve rimanere allegri e vivere la vita anche in maniera leggera, questo aiuta molto. Effettivamente questa storia della scopa che resta in piedi viene spiegata da un semplice principio della fisica chiamato equilibrio del corpo appoggiato. Potevo io non realizzare un video per spiegare tutto questo? Ispirato e confortato dalla risposta della stessa NASA l’ho fatto ed il risultato è stato meraviglioso!”.

Se questa è una donna

in Approcci educativi/Attività in classe/Esperienze digitali by
Una proposta di lezione, senza volto e senza voce come è la scuola in questi giorni, per parlare della donna nella nostra società.

Otto Marzo 2020. Per introdurre questo lavoro voglio cominciare dalla data perché, in giorni strani come questi, è importante soffermarsi sui significati che si dispiegano da questi numeri.

Se ci fermiamo al giorno e al mese, subito la mente va alla ricorrenza dell’8 Marzo e a tutte le attività, le celebrazioni, articoli, film ed eventi che sempre si svolgono per questa ricorrenza.

Se invece passiamo all’anno, ecco che vanno in secondo piano tutte le celebrazioni e oggi, come domani, penseremo invece a quello che sta accadendo nelle nostre vite.

In questi giorni così precari e così inediti per noi del mondo occidentale, che non abbiamo mai conosciuto la guerra, mai il vero senso della vulnerabilità collettiva, mai il senso dell’imprevedibilità della vita e dello stare al mondo.

Ebbene, come in questi numeretti si respira tutta la stranezza di questi giorni, così sarà questa giornata. E la domanda è:

“Ha senso parlare di donna in questo 8 Marzo 2020?”

Forse che parlare di donna e di diritti, di visione della donna nel presente e nel passato in questa giornata del 2020 sia fuori luogo, visto che ‘fuori’ il mondo sta pensando ad altro?

Da docente che in questi giorni sta sperimentando tutta la difficoltà del proporre argomenti e contenuti a dei ragazzi senza la mediazione della parola e del volto, ho pensato che invece una lezione sulla donna, sulla visione della donna nella nostra tradizione occidentale sia necessaria proprio perché è la Storia a essere necessaria, la conoscenza a essere necessaria, anche in tempi di coronavirus.

E se la parola-corpo non può esserci perché siamo tutti a casa, quale tipo di lessico può venirci in soccorso per parlare di donna senza rischiare di affondare nei soliti slogan da social? Come provare a far riflettere i ragazzi affinché possano allargare lo sguardo e porsi domande?

Così ho pensato di farmi aiutare dal lessico delle immagini, lo strumento che veicola, si incolla alle emozioni e ci orienta, senza spiegazioni e troppi orpelli.

In una puntata del programma di Lessico amoroso di Massimo Recalcati che l’anno scorso è stato proposto sulla Rai, il professore parlò di violenza e, mentre parlava, scorrevano dietro di lui delle immagini molto eloquenti.

Io fui colpita in particolar modo da un’immagine: una mamma con una catena al collo con attorno i suoi figli e le parole del professore si cristallizzarono in quella immagine lì.

Le immagini sono scalpelli che danno forma all’informe e quindi, con una piccola ricerca in rete, ho costruito Se questa è una donna con la piattaforma Adobe Sparke.

Dal lessico cristiano a quello della pubblicità moderna, i fotogrammi sembrano sempre gli stessi. E l’aspetto sadico dell’ideologia del patriarcato sembra allungare le sue propaggini fino a oggi.

Qui trovate la proposta di lezione: https://spark.adobe.com/page/N4w3SR7EfDpnp/

Mediatori con la disabilità: mediare nei casi di handicap

in Approcci educativi by
Serena Neri ci accompagna nel mondo della mediazione nei casi di disabilità.

Il metodo Feuerstein nasce per sostenere e potenziare i bambini e i ragazzi con gravi disabilità e deprivazioni, e inizialmente si rivolgeva esclusivamente a loro. Finora abbiamo conosciuto principi di mediazione che sono assolutamente inclusivi: la mediazione della lettura, della classe, degli obiettivi didattici, sui comportamenti problematici…

Perché allora dedicare un articolo specifico alle persone con handicap?
Per dare un senso a queste parole.

Potenzialità

Potenzialità: spesso i test e le diagnosi ci dicono cos’ha una persona, il suo disturbo, la sua patologia. Ma quali test ci parlano delle sue potenzialità e di cosa può ancora imparare? Il metodo Feuerstein parte da questo, dalla capacità che ha quella persona, bambino o adulto che sia, di imparare.

Inclusione

Inclusione: gli obiettivi del metodo sono validi per tutti, sono adattabili a contesti individuali e di gruppo; perché allora dovrebbero beneficiare di questi obiettivi solo alcune categorie di persone? Tutti devono avere la possibilità di leggere, di avere obiettivi raggiungibili e di imparare a gestire i propri comportamenti in modo efficace.

Imparare

Imparare: il tema principale su cui si basa il metodo è proprio “imparare a imparare”. Avere delle strategie sicure da poter utilizzare in vari contesti della vita. Per i ragazzi con handicap, è uno degli obiettivi più importanti perché dovranno essere capaci di superare molte difficoltà nella vita, momenti difficili e persone che potrebbero non capire le loro difficoltà.

Le disabilità esistono ed è inutile negarle o far finta che siano meno gravi del reale.

Altrettanto vero è che le nostre scuole accolgono ragazzi con disabilità e noi adulti – insegnanti, educatori – abbiamo il compito di aiutare le loro potenzialità perché possano emergere.

Pochi giorni fa ho tenuto un corso di formazione ed è emersa la parola “sartoriale”… l’ho fatta subito mia!

Io, che ho sempre sostenuto che occorra essere artigiani della mente, penso che mediare la disabilità voglia dire essere dei bravi sarti.

Prendere le misure, pensare al modello che più si adatta al fisico, la stoffa giusta per il clima, per l’occasione, il taglio preciso e netto, senza esitazioni; le asole, le cuciture, le finiture… Il tutto per raggiungere il nostro obiettivo: la soddisfazione di una persona, perché possa portare quel bell’abito in giro per il mondo e tutti possano vederlo.

Crediti copertina: illustrazione di Cinzia Ghigliano per “Due Pirati come noi” scritto da Guido Quarzo.

29 febbraio: una data “rara” per parlare di malattie “rare”

in Approcci educativi/Bisogni Educativi Speciali by
Una panoramica per insegnanti ed educatori scolastici di articoli e informazioni, per lavorare in classe, in occasione della Giornata Mondiale delle Malattie Rare

Era il 29 febbraio 2008 quando, per la prima volta, fu celebrata la Giornata Mondiale delle Malattie Rare. Una data rara, dunque, che si ripete anche quest’anno. Un modo importante per dare visibilità a tante malattie e situazioni difficili che colpiscono molte persone, di ogni età. Patologie spesso silenziose, ma impattanti nella vita di tutti i giorni e, per i più piccoli, anche nella scuola.

Ma cosa sono le malattie rare?

Ognuna ha un nome più o meno difficile, e presenta sintomi diversi. Per definizione, una patologia rara è tale perché colpisce al massimo solo lo 0,05% della popolazione, quindi meno di 5 persone ogni 10.000 abitanti. Quello che però questi numeri non dicono è che di queste malattie se ne conoscono circa 7000. Una cifra enorme, destinata a crescere con lo sviluppo della ricerca genetica.

Solo in Italia, sono dunque quasi due milioni le persone affette da una malattia rara. E i dati ci dicono anche che più del 70% sono bambine e bambini in età pediatrica. Per questo è importante parlarne, conoscerle, fare ricerca e prevenzione. Se diagnosticate in tempo, infatti, molte malattie rare possono essere trattate e curate al meglio fin da subito, evitando così ai piccoli pazienti e alle loro famiglie maggiori difficoltà e danni irreversibili.

È possibile parlare a scuola di malattie rare servendosi di letture e storie adeguate all’età degli alunni. Per i bambini più piccoli, possiamo segnalare L’unicorno, scritto da Beatrice Masini e illustrato da Giulia Orecchia, Carthusia editore; Elmer l’elefantino variopinto, di David McKee, edito da Mondadori. Per la primaria, ricordiamo La bambina di burro e altre storie di bambini strani, sempre di Beatrice Masini, edito da Einaudi; ma anche il celebre Wonder, di R.J. Palacio, edito da Giunti.

Gli insegnanti possono inoltre trovare spunti interessanti in Piume di diamante, Youcanprint, un’antologia di casi per imparare ad affrontare le malattie rare con positività.

Segnaliamo che nell’anno scolastico 2019/2020, Librì Progetti Educativi e Sanofi hanno realizzato Più unici che rari, una campagna nazionale rivolta alla scuola secondaria di primo grado, che ha portato in oltre 1000 classi i temi della diversità e dell’inclusione scolastica legati alle malattie rare, coinvolgendo più di 24.000 alunni.

Il progetto Più unici che rari, che ha suscitato un grande interesse tra gli insegnati e le famiglie dei ragazzi, diventerà presto un titolo acquistabile in tutte le librerie, firmato da Sabrina Rondinelli e Francesco Fagnani, e sarà presentato in anteprima al Bologna Children’s Book Fair 2020.

Immagine in copertina di Francesco Fagnani dal progetto Più unici che rari

Covid-19, le parole giuste per parlarne in classe (e a casa)

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Come ci si difende da un virus (e dalla paura)? E soprattutto come possiamo spiegarlo ai bambini?

Ce lo raccontano, in questa chiara e divertente intervista uscita sulla Stampa, il noto autore Federico Taddia e Andrea Grignolio, docente di storia della medicina e bioetica, già coautori di Perché si dice trentatré?, edito da Editoriale Scienza.

Siamo qui! Ed è la dimostrazione più evidente che la specie umana ha sempre vinto contro virus e batteri: per rassicurare un bambino partirei proprio da questa contestazione, spiegando poi la centralità della scienza e degli scienziati per raggiungere questo sorprendente risultato.

Scuole che chiudono, campionati di calcio e pallavolo sospesi, inviti a rimanere tappati in casa. E poi le immagini di città deserte, di ospedali affollati, di migliaia di persone con la mascherina. Per non parlare di parole come “morte”, “epidemia”, “quarantena” che rimbombano da radio e tv, nei discorsi degli adulti, nelle chiacchiere tra coetanei.

Generando paura, confusione, panico più o meno espresso. Riuscire a trovare le parole giuste per narrare l’allarme da coronavirus ai più piccoli, può essere un primo efficace anticorpo per affrontare con più serenità l’emergenza, come afferma Andrea Grignolio, docente di Storia della Medicina e Bioetica all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano e al Cnr.

Grignolio, in che modo va toccato il tema delle malattie con i bambini? 

«I bambini hanno gli strumenti per affrontare un tema che coinvolge un aspetto fondamentale della vita. Strumenti che ovviamente cambiano e maturano nel tempo, ma proprio per non lasciar spazio agli equivoci al concetto di malattia va contrapposto a tutte le età quello di sapere scientifico. Va spiegato cosa sia la ricerca, vanno raccontati i grandi risultati ottenuti dalla medicina nei secoli, vanno ricordate le cure trovate. Viviamo in un Paese dove ci si indigna se non si conoscono Dante e Leopardi, ma non si fa una piega se non si sa la differenza tra virus e batteri: questa è l’occasione per ribadire che la scienza, e lo studio, sono il nostro scudo per difenderci da nemici che sono sempre dietro l’angolo».

Se ci chiedono informazioni sul coronavirus, cosa possiamo dire?

«Inizierei dalla sua forma, ovvero un virus che ha una certa somiglianza con una corona di re e regine, che da diversi secoli vivacchia nei pipistrelli, senza creare alcun problema. Nel suo passaggio dall’animale all’uomo, perché a volte questo salto può capitare, è però diventato più cattivo poiché il nostro corpo non è abituato a convivere con lui».

A quel punto ci chiedono perché sia pericoloso…

«Va spiegato ai ragazzi che i virus, per sopravvivere, sfruttano le risorse degli organismi che li ospitano. Ma anche noi abbiamo il nostro esercito di difesa: con il coronavirus però c’è qualche difficoltà, perché essendo nuovo i nostri “soldati” non sanno ancora riconoscerlo. C’è comunque almeno una buona notizia: dai dati che abbiamo in possesso pare che il coronavirus sia meno aggressivo con i bambini, e questo è opportuno ricordarlo».

Però non abbiamo ancora dato una soluzione al problema. Esiste una soluzione?

«Qui dobbiamo dire a gran voce ai bambini che una difesa ai virus esiste. E si chiama vaccino. Abbiamo trovato vaccini per malattie cattivissime come l’ebola, il morbillo, la rosolia. E tra dodici, diciotto mesi, esisterà presumibilmente anche un vaccino per questo nuovo virus. Questo messaggio di speranza va ripetuto con assoluta convinzione».

Possiamo responsabilizzare i bambini in chiave preventiva?

«E’ necessario farlo. Bastano piccoli gesti, come il lavarsi spesso le mani, non mettersele in bocca, starnutire nell’incavo del braccio, ma anche vaccinarsi contro l’influenza stagionale in modo che il coronavirus non trovi la strada facilitata da un organismo indebolito. E se ci guardano perplessi quando insistiamo nel lavarsi le mani, ribadiamo loro che la bocca è la porta d’ingresso principale per virus e batteri che sopravvivono sulle superfici che tocchiamo. E storicamente dobbiamo ringraziare gli arabi che da Aleppo hanno portato i primi saponi, che noi abbiamo copiato con il sapone di Marsiglia, se si sono salvate migliaia di vite».

E la quarantena, come va presentata per non sembrare una prigione domestica?

«Andrei all’origine del nome, che è molto più semplice del rendere accessibile un concetto come cordone sanitario. Parlerei di Venezia, dei tanti commerci con l’oriente, e delle navi con gli ammalati di peste a bordo costrette a non attraccare in porto per quaranta giorni, in modo da non fa diffondere la malattia. Ma poi direi che la quarantena è un isolamento che rimanda ad un gesto di altruismo: non esco non solo per non ammalarmi, ma – soprattutto – non esco per non far ammalare. Un gesto sociale per vivere meglio insieme: proprio come la vaccinazione».

Crediti: L’articolo di Federico Taddia: Grignolio: “Parliamo di virus e vaccini ai bambini: non si spaventano” è stato pubblicato sul quotidiano la Stampa il 23 febbraio 2020 https://www.lastampa.it/cronaca/2020/02/23/news/grignolio-parliamo-di-virus-e-vaccini-ai-bambini-non-si-spaventano-1.38504000

Per l’immagine Virus 3

credits: Anna Leask
https://www.flickr.com/photos/annaleask/
Pubblicato senza modifiche su licenza Creative Commons: https://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.0/

Vincenzo Schettini, il prof che ci piace!

in Approcci educativi/Esperienze digitali by
Abbiamo già incontrato Vincenzo Schettini qualche mese fa per un’intervista, ma a dare un’occhiata ai numeri del suo canale YouTube “La fisica che ci piace” – numeri più che raddoppiati! – sembra passato un secolo. Con Vincenzo iniziamo una corrispondenza che ci permetterà di gettare uno sguardo più attento nel mondo dei nuovi media e sull’uso che se ne può fare per migliorare la didattica.

Sono più di 30.000 gli studentima siamo davvero sicuri che siano solo ragazze e ragazzi? – iscritti al canale YouTube di Vincenzo Schettini. Canale in cui possiamo gustarci più di 400 video sulle materie scientifiche, ma non solo! Il titolo del canale non lascia dubbi: La Fisica che ci piace!

Lui è Vincenzo Schettini, che grazie ai passaggi televisivi sta diventando una vera e propria star delle scienze.

Per i pochi studenti – e insegnanti – che ancora non lo conoscono, lui è professore all’Istituto Tecnico Tecnologico Luigi Dell’Erba di Castellana Grotte (Bari), ma soprattutto uno dei prof youtuber più famosi d’Italia, da qualche mese spesso invitato a trasmissioni televisive, da Sky ai canali Rai, come divulgatore scientifico.

Prima di tutto, complimenti! Raccontaci cos’è successo dall’ultima volta che ti abbiamo intervistato, nel luglio del 2019. Ci sono state grandi novità…

Grandissime novità, direi! Le iscrizioni al mio canale YouTube “La Fisica Che Ci Piace” sono letteralmente esplose e ho iniziato a fare anche un po’ di televisione! Per un fisico ed artista – perché sono anche un musicista! – questo è davvero il non plus ultra.

Cosa ci racconti delle tue apparizioni in tv? Quali differenze ci sono con i tuoi video? Racconta ai tuoi utenti/studenti cosa succede dietro le quinte.

È un’esperienza completamente diversa perché, fra l’altro, ogni programma televisivo ha un suo target preciso. Quando sono ad esempio a Milano per “Detto Fatto”, il celebre programma condotto da Bianca Guaccero su Rai Due, io e il mio autore prepariamo settimane prima il copione; c’è un continuo movimento di addetti ai lavori durante la mattina quando facciamo le prove per la diretta del pomeriggio. Materiali utili per gli esperimenti che mostrerò, inquadrature con le diverse telecamere, simulazione dei tempi… davvero qualcosa di emozionante, ma nello stesso tempo super stimolante per me che sono abituato a lavorare da solo.

Tra le novità del tuo canale, abbiamo trovato tanti video che parlano non di problemi di matematica o di fisica, ma di problemi che possono avere le ragazze e i ragazzi nella vita di tutti i giorni, come la timidezza… Parlacene!

Mi sono reso conto molto presto che tutti quelli che mi seguono sul canale avevano bisogno di una “voce da ascoltare“, come un fratello maggiore che ti trasmette le proprie esperienze. Da lì, l’estate scorsa, è nata l’idea di dedicare lo spazio del venerdì ad un video in cui racconto il Vincenzo adolescente ed arrivo a consigliare ai ragazzi come gestire alcune cose che sono fondamentali: il carattere, l’organizzazione personale, la sicurezza. Ed uno di questi è stato proprio un video dedicato a come acquisire fiducia in se stessi: oltreché generare tantissime visualizzazioni, questi video sono super commentati diventando veri e propri blog di discussione sugli argomenti che io propongo.

Sul tuo canale hai pubblicato un tutorial su Kahoot, un’app veramente interessante che può risultare utile agli insegnanti per valutare la preparazione dei propri alunni, ma anche un modo divertente per mettersi alla prova. Raccontaci a cosa serve e che uso ne fai in classe.

C’è una playlist, sul mio canale YouTube, dedicata completamente ai docenti, per insegnare loro ad utilizzare alcune app divertenti che possono integrare l’apprendimento e soprattutto la fase di trasmissione delle conoscenze. Una di queste è Kahoot: nel tutorial che ho creato spiego, assieme ad un mio studente, come utilizzarlo. È un’app che contiene migliaia di quiz molto divertenti su qualsiasi tipo di argomento, anche e soprattutto argomenti che si studiano a scuola in qualsiasi materia. I docenti possono così creare un ripasso veloce e divertente e nello stesso tempo possono ad esempio fissare alcuni concetti che magari la classe non ha ancora acquisito: questo è una delle modalità in cui io uso Kahoot.

A proposito dei tutorial, sono tanti i modi, le metodologie e i nuovi strumenti tecnologici che possono essere utilizzati in classe. Quali sono, secondo la tua esperienza, i più efficaci?

Sono quelli che attingono alla propria personalità ed alle esperienze più riuscite. Ogni insegnante è un mondo a sé, se abbiamo il coraggio di tirare fuori questo mondo che abbiamo dentro, essere creativi e riuscire a trovare una connessione con i nostri studenti tutto cambia perché loro riescono ad apprezzare il fatto che ci stiamo mettendo in gioco. Spesso l’insegnamento passa attraverso pratiche troppo ripetitive, siamo noi i primi ad annoiarci di noi stessi. Quindi il consiglio che voglio dare a tutti: siate creativi, spingete sul vostro modo di fare, curiosate in rete e cercate le cose che sentite essere in sintonia con voi.

È possibile fare didattica con le serie tv?

in Approcci educativi/Esperienze digitali/Short & Movie by
Insieme a Francesco Rocchi scopriamo come utilizzare le serie tv per approfondire in classe argomenti di storia, riscoprire i classici e trattare temi di attualità.

Si possono utilizzare le serie tv in ambito scolastico, in particolare alle superiori? Prima di provare a capire come, possiamo soffermarci sul perché, visto che le serie televisive non nascono per scopi educativi, bensì di intrattenimento.

Una prima risposta è che la qualità di molte serie attuali è talmente alta che queste ormai sono di fatto cultura, non diversamente da romanzi, film, drammi ecc.

Una seconda risposta è che le serie tv sono il prodotto culturale con cui gli studenti hanno più familiarità. Costituiscono un gancio che è bene non trascurare, in una situazione in cui spesso docenti e studenti fanno fatica a trovare un terreno comune di interessi da condividere.

Se queste prime considerazioni possono sembrare ancora generiche o astratte, ce ne sono altre più specificamente didattiche che chiamano in causa la natura particolare delle serie tv.

Le produzioni attuali sono spesso opere sontuose che possono mettere in scena accurate ricostruzioni storiche, trattare temi sociali attuali e scottanti, riprendere classici della letteratura o sperimentare in maniera assai eclettica. Ma il loro tratto distintivo è evidentemente un altro, la serialità.

Il lungo arco narrativo delle serie, spesso cadenzato nel tempo, è tanto un limite quanto un’opportunità. Se è vero infatti che una stagione intera è lunghissima, è anche vero che un singolo episodio è molto più breve di un film.

Nei 40-50 minuti di un episodio si ha un’unità narrativa che può essere facilmente compresa. Spesso anche senza vedere tutta la serie (può bastare una rapida introduzione).

Didatticamente è più incisivo far vedere un episodio concepito per durare meno di un’ora che non lo spezzone di un film della stessa durata: il regista di serie tv, consapevole dei vincoli di durata, è specializzato nel riuscire a fare sintesi rapide ed efficaci.

Ciò permette di usare gli episodi con una maneggevolezza che i film difficilmente possono avere. Non solo possiamo trascegliere gli episodi che ci interessano di più, ma possiamo anche usare più serie contemporaneamente. Ciò risulta particolarmente utile per storia, come si può illustrare usando due serie come The Last Kingdom e Rome.

Già in un altro articolo avevo proposto l’uso di audiovisivi di varia natura al fine di creare un immaginario storico a disposizione degli studenti, ma qui possiamo approfondire in senso più specifico.

Un elemento importante della didattica del secondo anno delle superiori è il passaggio dall’età classica a quella medievale. Per capire entrambe le epoche bisogna che alcuni concetti fondamentali di taglio sociale e antropologico siano chiari, e il confronto tra le due serie può essere molto utile.

The Last Kingdom

The Last Kingdom è una storia ambientata nell’Inghilterra del IX secolo, incentrata sulle vicende di Uthred, un nobile sassone intenzionato a riprendersi quei possedimenti di cui le scorrerie dei danesi lo avevano privato (lasciandolo inoltre orfano).

Nel primo episodio di The Last Kindgom, Bebbanburg, dove vive Uthred, è un modesto insediamento di legno piuttosto povero, in cui solo un frate non è analfabeta e il re non ha a disposizione che qualche decina di soldati.

Rome

Rome invece parla degli anni di Cesare e di Augusto attraverso la storia di due legionari. Già l’analisi dei primi episodi delle due serie permette agli studenti di fare considerazioni importanti.

La Roma di Rome è una metropoli sontuosa, marmorea, enorme, con un sistema politico ben più articolato e complesso. Una simile sproporzione di mezzi si può vedere nelle scene di guerra.

Le battaglie tra danesi e sassoni sono poco più che mischie, se confrontate con quelle delle guerre civili romane. Quest’ultime coinvolgevano decine di migliaia di soldati e una catena di comando molto articolata. Tanto che alla fine era proprio l’esercito uno dei settori più alfabetizzati della società romana.

Perché gli studenti arrivino a cogliere tutti questi aspetti di civiltà è sufficiente porre loro alcune domande stimolo:

“Quali sono le dimensioni degli eserciti visti nelle due serie?”. “Quanti ufficiali ha Cesare e quanti il re sassone?”. “Descrivi Bebbanburg e Roma”.

A queste domande si potrebbe rispondere già vedendo i trailer. Ma mostrando il primo episodio di ognuna delle serie, gli spunti sono ovviamente di più e più sottili. E se non i primi episodi, altri che offrano adeguato materiale di lavoro. Serie del genere, hanno il potere di far ricordare molto più vividamente la storia, che qui non è “arida” narrazione da libro di testo, ma trama.

Scrubs: medici ai primi ferri

L’uso delle serie tv non è però ristretto alla sola storia. Morale, etica, scienza, questioni sociali: tutto può entrare nelle serie, proprio per quella alta qualità che ormai hanno raggiunto. I polizieschi in particolare offrono una serie di agganci e di temi di attualità tutt’altro che banali e scontati.

Ma talora può essere assai utile anche una serie come Scrubs: medici ai primi ferri. La serie, pur essendo comica ha vinto un Peabody Awards per come ha saputo trattare temi delicati come le malattie terminali.

A titolo di esempio dei polizieschi, cito soltanto un episodio di CSI Las Vegas sul tema della “legittima difesa”. La trama è semplice. Cinque persone su un aereo hanno ucciso un sesto passeggero: uno che aveva dato segni di squilibrio e minacciato di aprire il portellone in volo. Una situazione claustrofobica e pericolosissima, tale da far sì che i cinque vengano rilasciati. È omicidio o è legittima difesa?

Didattica e serie tv

Per didattizzare il lavoro è sufficiente interrompere la visione subito prima della scena in cui gli investigatori dicono la loro e chiedere agli studenti di esprimere la propria opinione. Fatto questo, si potrà vedere l’ultima scena. Dopo averla vista si può continuare a parlarne, o lasciare che la scena si sedimenti da sé negli studenti. Qualsiasi cosa si scelga di fare, credo che una riflessione come quella proposta da Grissom, il protagonista, sia da sola la dimostrazione del livello qualitativo raggiunto dalle serie tv.

Un utile episodio di Scrubs potrebbe invece essere “Le mie regole” (disponibile in inglese qui). In questo episodio, per quanto esilarante, i protagonisti sono portati a chiedere quanto e fino a che punto il rispetto delle regole, o la loro trasgressione, sia importante, soprattutto quando in gioco ci sono la vita e la morte dei pazienti.

Attraverso una storia corale vengono offerte risposte diverse, non auto-escludenti, tutte meditate e capaci di suscitare ulteriori riflessioni. In 25 minuti si ha non solo una problematizzazione approfondita e consapevole, ma anche una maniera molto chiara di porre il problema sul piatto.

Mi piacerebbe parlare anche di altre serie (Law & Order, Peaky Blinders, Empress in the palace, Le Bazar de la Charité o anche un classico come The Twilight Zone), ma forse è sufficiente concludere qui sperando di aver fornito qualche spunto utile.

La bella addormentata nel frigo, l’ebook di Primo Levi

in Approcci educativi/Esperienze digitali/Spunti di lettura by
Insieme a Giulia Natale partiamo alla scoperta di un classico di Primo Levi in una nuova veste multimediale: l’ebook.

Mi rivolgo in particolare agli insegnanti (e ai genitori) per suggerire un titolo insolito per la didattica. So, per esperienza diretta, che dalla lettura e dall’utilizzo condiviso con i ragazzi di questo formato interattivo (l’ebook) si possono ottenere attenzione da parte loro e non indifferenti benefici. Perché?

Perché la storia è fantastica, lo strumento idoneo, perché forse i ragazzi non immaginano questo genere di proposta e perché la forma e la sostanza generano un effetto destabilizzante che apre la via al dibattito, e infine perché sviluppa utili collegamenti logici fra le parti del testo tramite le potenzialità della tecnologia. Provare e poi credere.

Il digitale di qualità di cui parliamo oggi è l’ebook La bella addormentata nel frigo di Damiano Malabaila, pseudonimo con cui Primo Levi ha pubblicato, per Einaudi nel 1966, la raccolta di 15 racconti dal titolo Storie Naturali.

Credo che vedere Primo Levi,anche attraverso questi suoi racconti, sia interessante per ritrovare l’uomo immenso che è stato, amarlo come testimone imprescindibile e doloroso dell’olocausto e anche come autore di fantascienza spiritoso, ironico, apparentemente frivolo, arguto, sempre delicato.

La trama di questo racconto ruota intorno a un tema che da scienziato lo aveva molto appassionato per le conseguenze, biomediche e morali (ipotetiche), che sollevava e comportava: l’ibernazione di un essere umano.

Primo Levi, con piglio disinvolto e divertito, affronta la questione andando dritto al punto. La giovinetta protagonista è di una ricca famiglia della Berlino del 2115, vanta 163 anni, 20 di vita vissuta e 143 di vita ibernata. Nessuno l’ha costretta, è stata lei a volerlo fare, libera e consapevole ha scelto di trascorrere un lungo “tempo sospeso” nel frigo e di essere scongelata solo in particolari occasioni e ricorrenze… quando esce dal frigo ci riserva il primo starnuto.

Il tema è estremo, moderno, trattato con grazia e spassoso, ma non poco doloroso nei passaggi in cui l’autore accosta l’ibernazione alla medicalizzazione, e affronta la questione della libertà personale, di una vita trascorsa fra congelamenti continui.

Il motivo per cui tengo a darne segnalazione a fini didattici (con l’invito a scaricarlo al più presto) è che questo ebook è frutto di un lavoro complesso e articolato sul testo a opera del Centro Internazionale di Studi Primo Levi e del Dipartimento di Studi Storici di Torino.

Gli studiosi di Levi hanno voluto dare al libro una struttura multimediale, fruibile a diversi livelli, con video, sonoro, informazioni aggiuntive. Dalle icone del menu si attivano contenuti supplementari e approfondimenti storico-politici e le Note Concettuali (i pallini colorati in alto) offrono collegamenti fra le categorie.

Un lavoro ipertestuale sulla lingua, sull’ironia, la scienza.

Tramite l’icona del microfono è possibile addirittura attivare il sonoro (che ci offre la versione radiofonica andata in onda nel 1961) mentre il testo si evidenzia in sincrono.

Quanto costa? È gratuita! È creata per iOS: basta collegare, tramite apposito cavo, l’iPad o l’iPhone alla LIM o farla scaricare a ragazzi sui loro personali dispositivi.

Si scarica qui: https://books.apple.com/it/book/la-bella-addormentata-nel-frigo/id1223283388?l=en

Crediti illustrazione copertina: Pentool.Knight

La competenza di scrittura: qualche considerazione empirica

in Approcci educativi by
Francesco Rocchi ci parla della competenza di scrittura e ci porta degli esempi dalla sua classe di secondaria superiore.

Nel lavoro di un docente di lettere delle superiori insegnare la competenza di scrittura è uno dei compiti più importanti, nonché uno dei più difficili.

Vorrei fare alcune considerazioni pratiche, nate dall’osservazione del lavoro dei miei studenti, sperando che possano offrire qualche spunto per orientare la didattica della scrittura. Oggi tendiamo a concepire lo scrivere come una competenza puramente trasversale. L’idea invalsa è che se sei abituato ad adoperare correttamente i connettori logici, la punteggiatura e il lessico, sei praticamente a cavallo in qualsiasi campo dello scibile.

Io vorrei mettere in discussione questo assunto. In effetti la concatenazione logica, la proprietà linguistica e la punteggiatura risultano spesso assai difficili ai miei studenti.

Nel corso degli anni, però, mi sono accorto che tali debolezze, a volte eclatanti, non compaiono sempre  nelle produzioni scritte dei miei studenti.

Gli stessi studenti che una volta scrivono un testo del tutto destrutturato, in altre occasioni sono in grado di produrre dei testi scorrevoli. Come è possibile?

La mia ipotesi è che la competenza della scrittura sia strettamente legata alla padronanza della materia trattata nel testo.

Tra i testi dei miei studenti, a essere poco leggibili sono soprattutto quelli che parlano di letteratura o di storia, mentre gli elaborati dedicati ad argomenti più personali o comunque meglio posseduti sono assai più validi.

Qui di seguito riporto in parallelo alcuni esempi di scrittura da parte di alcuni miei studenti, a scopo esemplificativo.

Nessuno dei due testi di questo studente è perfetto (tutt’altro), ma il secondo è decisamente superiore. Il primo è scarno e stentato, mentre il secondo, sia pure con dei difetti importanti, è un testo leggibile e strutturato.

Nel secondo ci sono anche sicuramente molte frasi fatte, ma questo non è un problema, quanto piuttosto la soluzione: diventando competenti di un argomento se ne interiorizza non solo il lessico, ma anche il frasario e l’espressività.

Ed è proprio per questo che nel primo testo si hanno espressioni faticosissime (come ai rr. 4-5), mentre il secondo è scorrevole.

Anche in questo caso, nessuno dei due testi è perfetto.

Ma il secondo, pur presentando diverse costruzioni e connessioni “a senso”, rimane comunque articolato, sensato, percorribile facilmente nonostante gli errori.

Il primo è molto stentato ed è basato su espressioni e concetti orecchiati in classe, ma non ancora interiorizzati.

Senza il lavoro di spiegazione preliminare in classe su “Corrispondenze”, probabilmente il primo testo non sarebbe stato scritto del tutto, mentre il secondo è del tutto autonomo e personale (fanno fede gli errori stessi…).

La padronanza della materia, dunque, sembra riverberarsi nella chiarezza espressiva. Inserisco un ulteriore esempio e poi passo alle conclusioni.

Questi è probabilmente il migliore dei tre studenti, ma le differenze tra i testi mi sembrano ugualmente notevoli.

Il primo testo è un centone di informazioni non ben possedute, il secondo è un testo quasi inappuntabile, a parte qualche piccola sbavatura.

Un tempo Catone avrebbe detto:

Rem tene, verba sequentur

Avere chiaramente contezza di ciò che si dice aiuta a dirlo meglio. Questo implica  due cose:

  1. nella nostra scuola si deve scrivere molto di più (lo si dovrebbe fare praticamente tutti i giorni)
  2. dobbiamo incrociare questo allenamento con un approfondimento ragionato delle conoscenze in ogni campo.

La ricerca pedagogica ha ampiamente riconosciuto l’importanza della “conoscenza” non solo come qualità, ma anche come quantità.

Le due cose non sono separate, e la scrittura può essere il perfetto crogiolo in cui fonderle. L’attività di apprendimento profondo richiede che uno studente non venga semplicemente “esposto” alla conoscenza, ma che egli la possa manipolare, categorizzare e rielaborare in termini personali.

In altre parole, è necessario che scriva, in ogni occasione.

Spero che gli esempi riportati, per quanto minimi, mostrino nei fatti questa sovrapposizione.

Credit foto: Fredrik Rubensson

Il Natale HA più voci: laboratorio di scrittura

in Approcci educativi/Attività in classe by
Cinzia Sorvillo ci racconta un laboratorio di scrittura creativa per una classe III della scuola media.

Parlando di scrittura creativa ci si domanda: come nasce un racconto polifonico? A volte in maniera casuale, inaspettata, non PROGRAMMATA; basta sapersi porre con spirito entusiasta  e costruttivo di fronte all’imprevedibile e all’inatteso che una classe e una lettura portano necessariamente con sé.

C’è stato un periodo in cui nella mia scuola abbiamo fatto i turni pomeridiani.  Il giorno in cui è questo racconto ha fatalmente preso vita erano le cinque del pomeriggio. Dalla finestra entrava il buio dei pomeriggi invernali e da lontano vedevamo accendersi le prime luci di case addobbate per il Natale.

Io e i miei alunni in quei giorni stavamo studiando il RACCONTO BREVE e insieme, sfogliano il nostro libro di antologia, ci siamo fermati sul celebre testo di Paul Auster, Il racconto di Natale di Auggie Wren.

Come noto, questo testo è un esempio di racconto nel racconto.

Protagonisti sono Paul Benjamin, il quale deve scrivere un racconto per il ‘New York Time’ e l’amico Auggie Wren, che si offre di raccontargli la miglior storia di Natale mai sentita. Una storia che da un lato mette in risalto l’intensa storia d’amicizia tra lo scrittore e il tabaccaio fotografo Auggie, dall’altro ci propone un racconto in cui prorompe la fatalità della vita, quella “musica del caso” che ritma in maniera inconfondibile le pagine di Auster.

In questo racconto nel racconto una coincidenza prende la forma di un incontro che trasforma la vita del protagonista: un incontro natalizio, casuale e inaspettato, che genera un cambiamento (in questo caso positivo).

Al termine della lettura, ho proposto così ai miei ragazzi di inventare una storia tutti insieme, partendo da un mio input e poi proseguendo la storia uno alla volta, a turno. Un laboratorio di scrittura creativa!

Ovviamente loro hanno accettato, come sempre, con entusiasmo. Il mio input è stato:

il protagonista è un maschio, è seduto al tavolo di un bar di un quartiere malfamato di New York e, per caso, incontra un altro ragazzo che gli cambierà il Natale.

I ragazzi hanno cominciato così a immaginare una storia.

 Io ho dato la parola in base a come si alzavano le mani e ho annotato su un quadernetto il racconto che stava venendo fuori. Purtroppo il suono della campanella ha interrotto la storia a metà, quindi ho proposto ai miei alunni di inventare dei finali singoli e di mandarmeli via mail.

È così che quindi, proprio perché ogni persona ha la sua voce e la sua storia, ognuno ha inventato il suo finale.

A me poi l’onere della selezione dei finali, che ho scelto solo in base a dei criteri di coesione e coerenza testuale e non di contenuto. Alla fine ho inserito il testo e alcuni finali sulla piattaforma gratuita SparkPage, che in questa classe ho insegnato a utilizzare per presentazioni di progetti e lavori di Storia.

Ne è uscita fuori una bella storia e nonostante i quattro finali proposti siano diversi, c’è un fil rouge che li accomuna. I ragazzi hanno immaginato:

  • una figura genitoriale che non ascolta la voce del figlio e la sua specificità altra da quello che l’adulto  vuole,
  • la solitudine del non essere ascoltati,
  •  la possibilità dell’incontro positivo, dell’incontro che offre una possibilità di cambiamento. 

Nella speranza che ognuno possa aprire e non chiudere lo sguardo agli incontri, auguro a tutti buon Natale con “Un incontro di Natale a New York”.

Mediare obiettivi trasversali in classe

in Approcci educativi by
Mediare obiettivi trasversali in classe: capire cosa è davvero importante per la classe e mediare la lezione

Classe. Insieme di individui finiti insieme per caso con l’obiettivo di imparare cose nuove.

Classe. Insieme di individui che condividono spazi e tempo insieme con l’obiettivo di formare un gruppo.

Classe. Insieme troppo numeroso e chiassoso di individui a cui si deve insegnare qualcosa.

Classe. Insieme di individui, fra cui ci sono anche io insegnante ed educatore, che condividono obiettivi, spazi, tempi, risate, lacrime, pezzi di vita e che ha come obiettivo quello di non lasciare indietro nessuno e di creare in ognuno uno buon ricordo ( e qualche aneddoto) di questo periodo insieme.

Voi quale definizione preferite? Il dottor Feuerstein credo preferirebbe l’ultima…

In tutti gli articoli precedenti abbiamo cercato di declinare questo metodo educativo all’interno della didattica in senso stretto, ma sappiamo che insegnare è molto di più. È percepire l’intera classe come gruppo facendo attenzione ai singoli e alle relazioni fra loro, osservando le debolezze e le potenzialità di ognuno.

Sicuramente è un lavoro molto difficile e la cosa più difficile in assoluto è: definire la priorità! Qual è la priorità della mia classe? Non la mia, ma della mia classe. Come faccio a tenere insieme tutte queste informazioni sulle materie, sui ragazzi, sulle loro famiglie e su di me come insegnante?

Questo è un livello di complessità molto alto e fa parte in piena regola di uno dei processi mentali che Feuerstein introduce nel suo metodo; diversamente dai criteri della mediazione che riguardano il rapporto fra le persone (mediatore e bambino/ragazzo) i processi mentali analizzano le strategie che si mettono in pratica durante un compito.

Prima di trovare la nostra priorità in una classe, cerchiamo allora di coglierne  la complessità e cercare di analizzarla in modo analitico, ipotizzare soluzioni, e scegliere la via educativa migliore per quella classe in quel momento.

Sembrano banalità, ma quante volte ci si fa prendere dalla routine e dal caldo braccio accogliente del “ho sempre fatto così”?

Occorre mediare ogni singola lezione, il materiale può anche essere il solito di sempre, ma lo sguardo, le parole, l’obiettivo di ogni lezione deve cambiare costantemente.

Questa estate ho tenuto un corso sul metodo di studio con un gruppo di ragazzi che si apprestavano a iniziare la scuola media. Lavoriamo molto sui processi mentali che stanno dietro a una programmazione dei compiti e usiamo delle schede che ci aiutano a rendere concreto quei processi. Qualche mese dopo vedo la sorella universitaria, di uno dei ragazzi. Prendiamo la stessa scheda utilizzata per il fratello, ma la mia mediazione era totalmente diversa, lei mi guarda e dice: “Ma sai che credevo che queste fossero solo cose da bambini? Invece io mi sono davvero sentita aiutata!”.

Lo strumento è un mezzo…nulla di più.

Classe: insieme di persone con cervello, sentimenti, strumenti ed abilità proprie capaci di essere straordinari nella loro complessità.

La Scuola come cura e antidoto alla chiusura in se stessi

in Approcci educativi/Tavola Rotonda by
Cinzia Sorvillo ci accompagna in un viaggio alla scoperta della scuola, come antidoto all’iperconnessione e alla solitudine.

Vorrei partire da un bellissimo monologo scritto e interpretato da Lino Guanciale qualche giorno fa alla trasmissione Stati Generali della Dandini, sui ragazzi a scuola.

Il testo si apre con un’immagine, una visione, quella con cui noi adulti dipingiamo molto spesso i nostri ragazzi.

Li avete visti i ragazzi di oggi? I ragazzi che fanno le superiori, quelli delle medie? I bambini delle elementari pure.

Sono tutti sciatti, svogliati, sempre distratti, sembra sempre che non abbiano voglia di fare niente.

C’hanno sempre gli occhi su questi telefonini, le cuffiette alle orecchie, sembrano insensibili a tutto quello che gli sta attorno.

Per molti adulti e docenti, gli adolescenti di oggi appaiono proprio così. Se dovessi usare un’immagine, molto probabilmente la disegnerei anche io così. Una testa china su uno smartphone nello spazio chiuso delle pareti della propria stanzetta e immersa in un cyberspazio in cui si coltiva l’illusione di essere in un mondo pieno di contatti, ma in cui, in realtà, il contatto non c’è. Quanti camminano per strada con gli smartphone, mangiano una pizza ognuno col suo smartphone, giocano, ma ognuno col suo smartphone?! Ragazzi chiusi, immersi in una rete digitale che non consente relazioni se non attraverso il filtro dello schermo.

Ma questa non è la stessa immagine con cui potremmo rappresentare anche il mondo degli adulti? Genitori sempre piegati nello spazio virtuale della rete e conversazioni che si dispiegano nell’etere con la veemenza e l’ardimento di chi si sente potente perché protetto da uno schermo, potente perché non deve reggere lo sguardo dell’altro, l’incontro tra occhi e corpi, potente perché ha il tempo  di progettare risposte, pensieri e non rischia l’inciampo dell’errore, del non saper cosa dire.

Dietro uno schermo ci si sente potenti perché non si corre il rischio del confronto immediato, della domanda e soprattutto dell’imprevedibilità che ogni incontro reale e simmetrico nel tempo e nello spazio porta necessariamente con sé.

Siamo soli, ma con l’illusione di essere iperconnessi.

Nel suo nuovo libro “Le nuove melanconie. Destini del desiderio nel tempo ipermoderno“, Massimo Recalcati dimostra come i dati clinici oggi facciano emergere “nuove malattie psichiche, soprattutto tra le nuove generazioni, che condividono la caratteristica del ritiro, della introversione libidica, della sconnessione dai legami, del ripiegamento depressivo, della fobia sociale. […] Queste forme attuali del disagio contemporaneo sono ‘nuove melanconie’. Si tratta di una sofferenza che ha come tratto fondamentale il dominio della pulsione securitaria su quella erotica, della chiusura sull’apertura, della difesa sullo scambio. Una melanconia senza senso di colpa, senza delirio morale, senza autoflagellazione del soggetto sotto i colpi di una legge spietata; una nuova melanconia che suffraga la spinta della vita ad uscire dalla vita, a rifiutare la contaminazione inevitabile e necessaria della vita”.

Eppure esiste uno spazio, un luogo in cui, nonostante tutto, accadono continuamente incontri reali, uno spazio in cui nonostante gli edifici ormai troppo spesso fatiscenti e nonostante la volontà politica e sociale di distruggerne l’essenza, bambini, giovani, adulti, mamme, papà e anche nonni si incontrano con i loro corpi, i loro volti e le loro geografie.

Questo luogo è la scuola.

La condizione dell’essere studente peraltro attraversa e ha attraversato tutti. Tutti siamo stati in un passato recente o lontano degli studenti e tutti i cittadini di realtà che possano definirsi civili passano attraverso la scuola. Come l’essere figlio è una condizione che appartiene a tutti gli uomini, così quella dell’essere studente segna la vita di tutti e lascia segni che si incuneano sulla nostra pelle, definendone alcuni tratti che diventano parte di noi.

La scuola è quindi un segmento di vita fondamentale. Il luogo in cui avvengono i primi incontri con il mondo esterno alla famiglia, dove la lingua non è più quella intima della nostra casa e della nostra mamma, ma quella ‘straniera’ dell’Altro.

Alla luce di tutto questo, potremmo dunque considerare la scuola come antidoto alla chiusura e alla gabbia della rete?

Sì, ma solo se la scuola continuerà ad essere lo spazio in cui si potrà continuare a mantenere viva e centrale la fiamma dell’ora di lezione (vd. M.Recalcati, “L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento”).

Chi lavora nella scuola, sa quanto oggi l’ora di lezione sia diventata accessoria rispetto a tutto il resto. Scuola azienda e scuola delle competenze (per competenze io non intendo il senso originario e autentico di questa parola che porta in sé un significato splendido, ossia quello di andare insieme, far convergere in un medesimo punto, mirare ad un obiettivo comune, nonché finire insieme, incontrarsi, corrispondere, coincidere e gareggiare insieme, ma quella volontà a volte maniacale di tassonomizzare, quantificare, esplicitare, inglesizzare e imbrigliare in codici e griglie tutto quanto concerne la didattica, persino le ore. Ma anche scuola dell’efficienza e non dell’efficacia, scuola progettificio, scuola immagine e marketing, scuola delle responsabilità amministrative, scuola-documento, scuola delle skills, scuola dello psicologismo patologizzante, insomma, scuola che assomiglia sempre più ad un incubo kafkiano.

Oggi la scuola sembra sempre più assomigliare a un grande ufficio amministrativo che al luogo in cui si incontrano tra loro generazioni e in cui gli studenti incontrano un insegnante che porta con sé e testimonia quella che dovrebbe essere la sua passione.

Eppure i veri miracoli ancora accadono dentro l’aula e accadono proprio quando si chiude la porta e si comincia a fare lezione.

Quando un docente racconta e gli alunni riescono a entrare in quel racconto, quando un alunno si ‘confronta’ col docente e con i suoi compagni, quando si imbastiscono opinioni mediante un dibattito basato sull’ascolto, sulla parola e sulla mediazione dell’insegnante e non nella forma autistica e autoreferenziale del web in cui si vomitano sentenze tout court, quando a scuola un alunno scopre, attraverso la parola del docente, il caleidoscopio multiforme ma ordinato dell’oltretomba dantesco, o la poesia che emana Amore e Psiche di Canova, o la semplicità della legge gravitazionale di Newton, o la magia della genetica, o il mistero dell’universo finito ma dell’espansione infinita; quando un alunno scopre le lettere e i numeri,  impara a leggere da solo e a contare, quando entra nelle pieghe più nascoste e insidiose di un teorema o del pensiero di Kant; ecco, quando accade tutto questo, accade un miracolo e la scuola diventa una cura e un antidoto alla chiusura.

Un miracolo che si dispiega senza spettacolarizzazioni, senza foto, senza marketing e senza il bisogno di griglie e codici che quantifichino e imburocratizzino la lezione, ma solo attraverso due elementi:

  1.  Una profonda conoscenza di ciò di cui si parla
  2. Amore verso ciò di cui si parla.

Questo miracolo tende a far affiorare il desiderio di sapere e la voglia di confrontarsi con i propri compagni, coi docenti e, spesso, anche con i genitori, e non la voglia di chiudersi solo ed esclusivamente nell’autismo del web.

La scuola però purtroppo oggi bada sempre meno a questo aspetto e – in nome di un’innovazione che esecra la lezione classica, la spiegazione, il contenuto e soprattutto la figura del docente come volano di una testimonianza di desiderio – talvolta uccide anche gli insegnanti migliori e spegne anche i fuochi più accesi.

Questo per me però non significa che la scuola del nuovo millennio debba chiudersi alle novità digitali, sarebbe un atteggiamento antistorico e sterilmente nostalgico, tuttavia penso anche che questo mondo nuovo, dentro la scuola, debba essere l’accessorio, lo strumento, il mezzo per meglio amplificare la parola, non deve essere il ‘fine’ della lezione o sostituire la ‘parola’.  

Un giorno, una dirigente che teneva un corso di formazione ai docenti sulla didattica ‘innovativa’, disse che, essendoci nel cellulare già tutto, la voce del docente doveva ‘eclissarsi’ in nome di una didattica del ‘fare’ che permettesse ai ragazzi di risolvere problemi direttamente e senza passare attraverso la parola del docente che spiega, perché per i ragazzi di oggi, il docente che spiega, non è altro che una specie di mummia che fa annoiare e addormentare.

Se è vero che oggi non si può più pensare alla scuola come il luogo dove si trova depositato un sapere che viene travasato dal docente nella testa vuota di un alunno, proprio perché quel sapere oggi circola e sta già tutto dentro al cellulare, è anche vero però che nessun dispositivo potrà mai avere più effetto trasformativo della parola di un docente che conosce la sua disciplina, che non smette mai di studiare e che ama quel sapere, facendotelo toccare e sentire con il suo amore.

Senza quel passaggio, come si può pensare che i nostri ragazzi si orientino nell’oceano del web, che comprendano una pagina di wikipedia o di studenti.it, che sappiano destreggiarsi tra un sito attendibile e uno non attendibile, e che non incappino nelle teorie revisioniste o addirittura negazioniste?

La scuola può diventare un antidoto al mondo solipsistico delle nuove ‘melancolie’ e alla rigidità del pensiero, se sa far ‘incontrare’ persone e sa far incontrare ‘desideri’.

Io vorrei una scuola (soprattutto quelle di periferia, del Nord come del Sud dove, oltre agli spersonalizzanti centri commerciali, non ci sono spazi e punti di aggregazione) dove il docente possa realizzare ore di lezione con i propri alunni, ma anche con altri alunni dell’istituto in base alle sue discipline. Immagino una scuola con docenti che possano realizzare ore di lezione con i genitori per far conoscere Dante o il pensiero di Einstein,  immagino una scuola in cui l’incontro reale  tra docenti e allievi, adulti e bambini, possa essere il cuore acceso e pulsante di tutto questo grande ‘dispositivo’, tanto vituperato ma così essenziale per la vita di tutti noi.

Credits illustrazione: Agnese Innocente da “Scilla e il telefonino” Librì Progetti Educativi, collana Collilunghi.

Cosa significa educare alla lettura in una scuola secondaria?

in Approcci educativi/Spunti di lettura by
L’educazione alla lettura non è materia curricolare, ma è essenziale per la crescita intellettiva ed estetica dei discenti a tutte le età.

In un paese dove l’educazione alla lettura non è materia curricolare, quindi affidata alla passione di docenti, educatori, maestre e i finanziamenti dedicati ai progetti per l’infanzia si fermano alla fascia 0-3 escludendo di fatto, anche se sulla carta così non sarebbe, tutta la fascia prescolare cosa significa quindi educare alla lettura in una scuola secondaria?

Questa è la domanda che abbiamo rivolto a Giorgia Atzeni, docente, artista, illustratrice. E queste sono le sue riflessioni.

Intanto significa svelare mondi. Ovvero alleggerire il peso della crescita in fase adolescenziale.

Chi scopre l’esercizio della lettura non si annoia mai.

In primo luogo l’educazione alla lettura è arricchimento lessicale, dunque ampliamento degli orizzonti espressivi. In seconda battuta offre ai ragazzi una valida alternativa all’apatia e al senso di isolamento proposto oggi dalle nuove forme di intrattenimento virtuali.

Osservando i comportamenti dei bambini e ragazzi impegnati in tutte le classi di ordine e grado (avendo operato come docente sin da giovanissima passando con soluzione di continuità, nel giro di vent’anni, dal nido alle aule universitarie) ho potuto appurare quanto l’educazione alla lettura sia essenziale per la crescita intellettiva ed estetica dei discenti a tutte le età.

Il passaggio dalla primaria alla secondaria di primo grado non è facile per gli studenti. Improvvisamente catapultati in un sistema più complesso rispetto a quello affrontato nei cinque anni precedenti. Gli alunni devono confrontarsi coi nuovi compagni, con i numerosi insegnanti che incarnano le materie di studio. Il carico di lavoro per loro aumenta quanto lo stress e l’ansia da prestazione.

Sotto il profilo dell’amore per la lettura è facile trovarsi di fronte a gruppi di ragazzi eterogenei. Alcuni che sono già avvezzi alla parola scritta. Altri che non hanno mai ricevuto gli stimoli adeguati e son più diffidenti. Il libro è ancora una passione per pochi ma può diventare interesse per molti.

Nulla è perduto! Ritengo che nella scuola secondaria sia ancora possibile creare una nuova tribù di lettori anzitutto recuperando chi, per tanti motivi, è rimasto indietro e non ha avuto possibilità di assaggiare brani di letteratura.

Il segreto è diventare amici dei libri: toccarli, annusarli, sfogliarli, conoscerli. Incontrare i libri interessanti per contenuto e forma è un buon modo per educare al bello, per imparare divertendosi.

Questo affetto deve nascere piano piano, senza imposizioni. E ciò accade quando l’insegnante trova la chiave giusta per chiamare dentro le pagine tutti. I curiosi, gli iper stimolati, gli irrequieti, quelli che non hanno mai avuto un bel volume sotto mano o non hanno mai ascoltato le fiabe dalla voce dei genitori nell’infanzia.

Ho incontrato bimbi e ragazzi problematici, stanchi, irrequieti ma mai disinteressati o insensibili alla visione di albi illustrati di qualità vivacizzati dal suono delle parole in essi contenute.

Io avvio questo lento processo con la lettura a voce alta. Una pratica efficace, divertente e stimolante, con ricadute benefiche in tutte le fasi del percorso formativo.

Credits foto: https://www.artribune.com/



Arte e immagine a scuola: risvegliare creatività e curiosità

in Approcci educativi by
Claudia Ferraroli, pedagogista clinica, insegnante, autrice di libri e giochi per l’infanzia, ci racconta la sua esperienza in classe con le ore di arte e immagine.

Le ore dedicate ad arte ed immagine sono forse quelle maggiormente bistrattate dell’intero orario scolastico. Se non sono sostenute da una forte passione dell’insegnante finiscono per essere utilizzate per i cosiddetti lavoretti o per creare decorazioni a tema.

Nella peggiore delle ipotesi vengono assorbite da altre materie ritenute più importanti, tipo italiano. Il materiale a disposizione dell’insegnante e prodotto dai grandi editori della scolastica non aiuta di certo, soprattutto per i primi anni della scuola primaria.

Quest’anno ho deciso di impiegare le ore di arte ed immagine in una classe prima, per avvicinare i bambini ai grandi pittori moderni e contemporanei. Alle loro vite e opere, portando così gli alunni a guardare con i loro occhi pieni di stupore, meraviglia, curiosità e senza ancora troppe sovrastrutture.

Il programma ministeriale chiede che i bambini in prima apprendano i colori primari, secondari e terziari, nonché l’utilizzo dei principali mezzi. Perciò quale sistema migliore per arrivare al colore e al suo utilizzo se non attraverso quegli artisti che hanno fatto del colore la loro vita?

Ho iniziato da Vincent Van Gogh.

Per presentare questo pittore credo sia perfetta l’espressione di un mio piccolo alunno: “Ah! Quanto amava il giallo Vincent!”.Ho raccontato la vita del pittore come fosse una fiaba, non senza particolari macabri che ai bambini piacciono tanto. Abbiamo poi guardato e commentato liberamente le sue principali opere alla Lim, notando l’uso e la stesura del colore. Ho trovato sulla rete una serie di cartoni animati, trasmessi da Rai YoYo, proprio per avvicinare i bambini all’arte. Due personaggi che viaggiano nel tempo e hanno modo di incontrare Van Gogh e di seguirlo fino alla sua famosa cameretta. Il pittore mostra loro la sua tecnica e i protagonisti riproducono la tecnica acquisita nel loro atelier.

In classe infine ci cimentiamo con i “Girasoli”, “La Notte stellata” e la “Cameretta” di Van Gogh, usando pastelli, pennarelli, pastelli a cera, tempera. Ho trovato anche degli eccellenti albi illustrati sul pittore che guardiamo in classe. Una mamma mi ha riferito che il proprio figlio seienne ha riconosciuto due opere di Van Gogh nelle stampe appese all’interno di un bar, lasciando tutti gli astanti a bocca aperta. Che grande soddisfazione!

Siamo passati poi a Picasso.

Anche qui racconto della vita, visione delle opere alla Lim e cartone animato. In questo caso abbiamo usato i cubi logici, rendendo l’arte interdisciplinare, e abbiamo provato a comporre opere cubiste in gruppo. I cubi logici ci sono serviti poi per riprodurre le forme su cartoncino con i tre colori primari.

Andando a fare un lavoro di sagomatura e ritaglio molto utile per lo sviluppo della motricità fine, e con queste, creare delle opere cubiste su ispirazione picassiana.

Infine ho presentato “Guernica”, raccontando gli antefatti che hanno portato il pittore a dipingere questa enorme tela. Fotocopiata l’immagine dell’opera ne ho data una ciascuno e fatto scegliere uno degli elementi presenti, che dovevano riprodurre. Inevitabili commenti ed emozioni legate alle immagini. Ne è nato un collage comune su fondo nero che abbiamo appeso in bella mostra.

Altri pittori finora affrontati sono Kandisky e la sua pittura della musica attraverso le forme geometriche e i colori primari (abbiamo dipinto ascoltando il “Bolero” di Ravel e la “Carmen” di Bizet). Salvador Dalì con  i sogni surrealisti e gli orologi molli che abbiamo riprodotto con la creta.

Ma quello che ha forse maggiormente colpito il loro immaginario è stato Jackson Pollock.

Complice anche questo bellissimo video. Abbiamo cercato di riprodurre la tecnica attraverso dei vasetti di yogurt svuotati e bucati sul fondo, da cui la tempera mista ad acqua viene fatta sgocciolare su una grande cartoncino.

Per questo e altri lavori si è unito a noi anche un ragazzo disabile, che si muove solo con la carrozzina e la sua educatrice, dimostrando che l’arte è fortemente inclusiva. L’ora di arte ed immagine è un’ottima occasione per imparare a leggere le immagini, ascoltare storie, comprenderne la successione e collocarle nel tempo.

E ancora lavorare sulla percezione e l’orientamento spaziale, rafforzare la memoria visiva, esprimere le proprie emozioni, gestire le forme geometriche che sono alla base del disegno. Ma soprattutto rimane un momento magico ed importante per risvegliare creatività, talento, curiosità, stupore, gioia e passione. Ingredienti che non dovrebbero mai mancare in un bambino che si approccia alla scuola.

Grazie all’arte impariamo a guardare meglio, più da vicino e da prospettive diverse, facendoci domande. Picasso sosteneva inoltre che “l’arte scuote dall’anima la polvere accumulata nella vita di tutti i giorni”.

Compiti di realtà o semplicemente realtà?

in Approcci educativi/Tavola Rotonda by
Dal blog di Enrica Ena una riflessione sui compiti di realtà. Perché simularla, quando si può usare quella vera, in linea con le Indicazioni Nazionali?

Compiti di realtà o semplicemente realtà? … Perché simulare la realtà? Niente ha il valore della realtà stessa. E, oggi, gli apprendimenti informali e non formali sono tali che il nostro compito dovrebbe essere quello di fare indossare “gli occhiali giusti” per guardare ciò che conta.

Per mettere a fuoco, dare ordine, valorizzare tutte le opportunità. Perché i nostri studenti possano ripescare ciò che sanno e farne uso per affrontare le diverse situazioni, senza paura di spingerli un po’ più in là, oltre i saperi già affrontati.

Mi spaventa l’attesa, il fatto che certe proposte debbano trovare spazio alla fine (conoscenza, abilità, competenza?). Credo di più nell’abitudine a interrogarsi, a mettersi in movimento e nella nostra capacità di “perturbare” senza timore. La differenza, io credo, la faccia la nostra intenzionalità, l’ordinarietà e il nostro impegno a lavorare sulla nostra difficoltà di “liberare”. Ossia di dare ai nostri alunni il tempo perché facciano davvero da soli, garantendo il confronto con i compagni. Senza sostituirci mai.

L’errore è davvero una risorsa

L’errore è davvero una risorsa e bisogna lasciare che lo si commetta per poi, come in questo caso, dare spazio alla condivisione dei ragionamenti che, alla fine, ci occuperemo di smontare e rimontare con loro. Certo, bisogna scegliere.

L’esercizio “ripetitivo” tranquillizza di più tutti, ma sottrae il tempo per dedicarsi a tutto questo. Eppure, tendiamo a trattenerci in certe pratiche, pur sapendo bene –  per stare nell’esempio riportato – che, se modifichiamo anche uno solo degli elementi, o apportiamo una novità, si crolla…

Il post completo:http://enricaena.blogspot.com/2019/10/compiti-di-realta-o-semplicemente-realta.html
Il blog di Enrica Ena: https://enricaena.blogspot.com

Credits fotografia: TwoPointsCouture

Per formare lettori, riempiamo le classi di libri!

in Approcci educativi/Spunti di lettura by
Matteo Biagi, docente di lettere e allenatore di lettura, ci spiega perché è molto importante avere una buona biblioteca di libri in classe

La biblioteca di classe è un pilastro del laboratorio di lettura. Trascorrere del tempo di qualità circondati dai libri è, per gli studenti, occasione di crescita costante, per molti motivi. Innanzitutto di ordine pratico: la biblioteca di classe è accessibile quotidianamente. La biblioteca scolastica, ammesso che sia presente e aggiornata, lo è soltanto in orari prestabiliti.

Questo comporta il vantaggio che gli studenti abbiano l’opportunità di leggere in ogni momento “non strutturato” della vita scolastica. Nelle classi che sperimentano il laboratorio di lettura non è inusuale vedere studenti che prendono una graphic novel al termine di una verifica di matematica. Oppure che trascorrono le ore di supplenza in compagnia dei loro autori preferiti. Il vantaggio della biblioteca di classe è anche teorico: trasmette il messaggio che in quella classe si considerano i libri e la lettura un valore.

Certo, la biblioteca di classe deve avere alcune caratteristiche per essere davvero efficace.

Dovrebbe innanzitutto contenere un numero adeguato di volumi, per consentire possibilità di scelta a tutti. Difficile quantificare il “numero adeguato”: adottando il numero degli alunni come unità di misura, si può affermare che si parte dai due volumi per alunno fino ad arrivare a cifre superiori. Dovrebbe essere sufficientemente variegata, per generi, temi, livello di complessità. Contenere graphic novel, albi illustrati, libri di divulgazione, riviste. Soprattutto dovrebbe essere costituita da materiale che l’insegnante conosce bene.

Il libro presentato con passione, con la scintilla negli occhi, leggendone un passo che ci siamo sottolineati perché efficace e suggestivo, circolerà tra gli studenti molto di più del volume messo in biblioteca.

Nei corsi di formazione, a questo punto, si alza quasi sempre una mano a chiedere: “Dove si trovano i libri per la biblioteca di classe?”.

Si chiede a ogni ragazzo di portarne uno, oppure si chiede una cifra alle famiglie che magari hanno risparmiato sull’adozione del libro di narrativa o (addirittura) dell’antologia, si aderisce a progetti come “Il giralibro” o “ioleggoperché”, si concorda un prestito di classe con la biblioteca comunale…

Questa è senza dubbio la risposta più diplomatica, ma non è la più vera. Perché a parer mio non si può prescindere dal materiale proprio, dai propri libri. E non per una questione di numero, ma anche di relazione. Ogni insegnante sa quanto l’apprendimento passi attraverso di essa.

Se mi porti i tuoi libri, se compri libri per me, significa che io sono importante per te.

Credits foto: @nate bolt

Come capire cosa davvero i nostri alunni conoscono già?

in Approcci educativi by
I pre-requisiti di apprendimento: cosa si può dare per scontato e come fare a capire ciò che davvero l’alunno conosce già.

Mediare i pre-requisiti di apprendimento: una delle cose più difficili dell’insegnare e dell’educare è capire cosa realmente conosce o non conosce l’alunno; cosa ancora più difficile è mettersi al livello della persona che si ha davanti e diventare mediatore di quel che spesso si dà per scontato. In questo articolo voglio parlare dei pre-requisiti che occorrono per imparare, al di là della scuola e delle materie; perché la capacità di apprendere è parte integrante della vita!

Se potessi chiedere a ognuno di voi di dirmi tre cose che servono per imparare, credo che in tanti darebbero risposte che sono esterne alla persona (strumenti, insegnanti, oggetti…). Vi propongo di soffermarvi su tre potenzialità della persona, che sono già dentro a ognuno di noi: capacità di adattamento, modificabilità e autonomia.

Capacità di adattamento

Quanto è importante scoprire quanto i nostri educandi riescano ad adattarsi al contesto in cui si trovano o al compito che viene loro affidato? Adattarsi rende le persone più presenti a se stessi e alle loro capacità. Male rende anche più consapevoli dei loro difetti e questo li rende più attenti a trovare ciò che occorre per superare quella situazione.

Modificabilità

Noi per primi, educatori, adulti, insegnanti, ci sentiamo spesso arrivati e immodificabili, diciamo che non possiamo cambiare perché ormai siamo “fatti così”. Ma quale speranza ed esempio possiamo dare ai nostri giovani sull’importanza del cambiamento?

I nostri bambini e ragazzi devono avere la certezza di poter cambiare, di poter modificare il loro comportamento e linguaggio, le loro scelte e il loro futuro.

Autonomia

Tutte le scuole, le ricerche psicologiche e pedagogiche ne parlano, ma noi sappiamo davvero far accrescere nell’altro il senso di autonomia? Abbiamo davvero interiorizzato il significato di “godere della propria autonomia”? Il termine godere sta proprio a significare l’importanza che ha, per il singolo, l’essere felice nel poter scegliere da solo ciò che è meglio. E questo sta alla base della comprensione di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

Mediare queste capacità passa attraverso l’uso delle parole giuste. Quelle che infondono coraggio all’altro, che spingono l’altro a fare meglio, a usare al meglio le proprie capacità. Ma sono anche quelle che spingono ad accettare le proprie difficoltà, e a cercare di migliorare e migliorarsi.
I nostri comportamenti, il nostro linguaggio del corpo, la cura del luogo in cui si accoglie l’altro, è già mediazione dei requisiti che stanno alla base di ogni singolo apprendimento.

Mediare queste basi dell’apprendimento significa prendersi il tempo di poter guardare a fondo l’altro e attendere che, piano piano, apra le sue porte e ci dia il giusto “mazzo di chiavi” per aiutarlo in questa personale scoperta.

Crediti fotografia Muhammed-Faread

Testo espositivo e WRW: il manuale di storia lo creano gli studenti

in Approcci educativi/Fra cattedra e finestra by
Sabina Minuto da tre anni usa il metodo WRW anche in storia e fa costruire ai ragazzi un testo (personale) che sostituisce il manuale.

Come faccio a lavorare al testo espositivo con il metodo WRW? È abbastanza difficile in effetti. La parte facile è l’autobiografico. Lí, fra attivatori, testi mentore e albi illustrati, diciamo che te la cavi in modo più facile. Ma non è tutto: io devo affrontare il testo espositivo e dare le basi per la futura traccia d’esame. Non mi è mai piaciuta l’impostazione tradizionale data a questo testo dalle antologie e ho sempre pensato che ci fossero modi più “autentici” per scrivere un buon espositivo.

In effetti ho studiato sia sui maestri americani che trattano la non fiction in modo meno asettico, sia su alcuni manuali di scrittura, sia osservando me stessa come scrittrice e come lettrice. Ed è così che ho trovato e sperimentato quello che mi sembra funzioni. Fra i testi in inglese questo credo sia il più semplice: Georgia Heard, Finding the Heart of Nonfiction: Teaching 7 Essential Craft Tools With Mentor Texts (Heinemann). Un testo agevole, ricco di idee che mi hanno convinto. Scrivo ora in ordine sparso le idee che ho sperimentato in questi 5 anni alle superiori.

L’espositivo in storia
Poiché in realtà esporre ha come fine dare informazioni al lettore è da circa tre anni che lo uso per far costruire ai ragazzi un testo sulle informazioni di storia che hanno acquisito. In questo modo ottengo una doppia valutazione di storia e di italiano. Non abbiamo libro. Partiamo solo da fonti iconografiche, presentazioni mie, filmati alla LIM e tante letture in cui applicano lo schema a Y ( domande, connessioni , fatti – che sostituiscono le impressioni). Come letture attingo da documenti storici o più facilmente dalla storia narrata come quella di “Breve storia del mondo” di Enrich Gombrich (Salani) oppure “La storia del mondo in 100 oggetti” di Neil MacGregor (Adelphi). Anche in storia lo schema a Y è veramente uno strumento potente di pensiero. Sempre. I ragazzi, poi, ad ogni paragrafo incollano immagini che abbiamo usato (se vogliono) e ne fanno una didascalia che non è affatto un banale compito. In pratica costruiscono un loro particolare testo di storia con i loro appunti, la loro rielaborazione personale e i loro particolari processi di scrittura. In storia ovviamente l’espositivo perde l’idea della libertà dello scrittore. Cioè sono io, come docente, che decido il periodo o l’argomento. E come saprete la scelta di chi scrive è un caposaldo del metodo WRW. Per ovviare a questo, sperimento ad esempio l’ espositivo su un personaggio a scelta dei ragazzi. Questo mi permette di lavorare con il WRW classico: attivatori, prescrittura, minilesson, stesura bozze, consegna cioè pubblicazione.

Ho usato come attivatore l’albo “Il suo piede destro” di David Eggers (Mondadori) che contiene una lunga parte espositiva sulla storia della statua della libertà ma nel contempo mostra come si possa esporre ed argomentare anche narrando aneddoti e rendendo più vivo il testo. Ho poi proposto testi mentore da mappare: uno sul premio Nobel per la pace 2019 Abiy Ahmed Ali e uno sul calciatore Sadio Manè. Smontandoli abbiamo individuato alcune tecniche di scrittura importanti e le abbiamo mappate. Cosa si intende? Come ho imparato dai maestri americani si può proporre agli studenti di elaborare una leggenda con simboli particolari per segnalare le tecniche usate dopo averle riconosciute. Nel frattempo ognuno ha scelto il suo personaggio, quello su cui aveva piacere di scrivere. A questo punto ho introdotto la tabella KWL: ossia Know What Learn. È una ottima opera di prescrittura per mettere a punto le idee su cui lavorare. I ragazzi hanno compilato in classe la prima colonna e poi si sono fatti domande per arrivare a completare anche la seconda. Cosa so? Cosa invece mi manca e vorrei sapere? A questo punto entra in gioco il cellulare. Lo devono usare per la terza colonna in modo da reperire tutte le informazioni che vogliono imparare sul loro personaggio. Possono anche consultare alcuni testi espositivi facili che ho in biblioteca e ho comperato negli anni (specie sui campioni dello sport o su personaggi come Mandela o Martin Luther King).

Io nel frattempo ho scritto il mio testo espositivo mentore: ho fatto metacognizione sul mio modo di scrivere e impostato alcune minilesson fondamentali.

Eccone alcune:
● Come iniziare? Tre incipit presi da testi mentore diversi. In uno ho insistito molto sugli aneddoti personali della vita del personaggio scelti ovviamente ad hoc in modo da rendere più brillante il testo.
● Come strutturare i paragrafi: minilesson da Jennifer Serravallo sul paragrafo tradizionale (tecnica scatola/ proiettili) e sul paragrafo costruito sui contrasti (perché a me piace molto).
● Come fare una buona chiusura: ho preso idee da me stessa come scrittrice e dal testo di W. Zinsser “ Scrivere bene” (Dino Audino editore 2008 ), una vera bibbia per gli scrittori.
● Ogni testo espositivo deve avere un focus cioè deve attirare il lettore per cui chi scrive deve trovare per cosí dire un buon filo conduttore. Trovare un focus per il proprio testo è attività complessa. Aiuta anche a collegare bene i paragrafi fra loro per tenere unita la struttura.Ci dobbiamo chiedere: cosa voglio che rimanga al lettore di questo argomento? E su quello lavorare.
● Faró di nuovo anche la minilesson indispensabile sui titoli perché li aiuta a lavorare anche in vista della maturità. Le parole chiave saranno anche il modo per rivedere il focus e correggere eventualmente il tiro.

A questo punto siamo alle bozze. Mi pare che i ragazzi stiano lavorando bene. Prima della consegna finale daró loro una check list di controllo per vedere che nel testo ci sia tutto quanto richiesto dalla griglia di valutazione concordata con loro in fase iniziale. Tutto per ora funziona. Il lavoro avviato pare procedere. Ho specificato che non voglio testi banali ma “avvincenti come romanzi e pieni come enciclopedie.” Vedremo i risultati. Io sono fiduciosa

Credits immagine: illustrazione di David Eggers da “Il suo piede destro”, Mondadori ragazzi

Come si mediano i comportamenti tra curiosità e complessità del reale?

in Approcci educativi by
Serena Neri ci guida a scoprire il criterio di mediazione dei comportamenti del Metodo Feuerstein. Madrina d’eccezione: Pippi Calzelunghe!

A voi piace Pippi Calzelunghe? Da adulta mi infastidisce moltissimo, perché è stramba, senza regole, irriverente ma sono molti i bambini che la adorano (e non solo i bambini). E se ci pensiamo, tutti passano il momento in cui vogliono vedere Pippi e fare come Pippi proprio per il suo essere così strana. In effetti ad essere considerati strani sono soprattutto i suoi comportamenti: ecco la questione, spesso facciamo questo errore, sovrapponiamo la persona ai suoi comportamenti, la identifichiamo con essi, e questo ci indica quanto si importante osservarli, comprenderli e mediarli.

Feuerstein applica sui comportamenti il seguente criterio di mediazione: la mediazione del comportamento di sfida, di ricerca di novità e della complessità.

Si tratta di stimolare l’indipendenza della persona, attraverso la sollecitazione – mediante la proposta di compiti complessi – a raggiungere mete più avanzate, che abbiano il sapore della sfida, dopo un percorso per conseguire un più elevato grado di competenza. Questo tipo di mediazione si fonda sul presupposto che l’individuo possa procedere oltre il suo livello manifesto di performance.

Questo criterio è uno dei miei preferiti in assoluto perché mi piace osservare il comportamento, mi piace l’idea che sia modificabile, che dipende da noi, e mi piace anche come è strutturato e come ci guida a migliorare la relazione.

Il primo termine che troviamo è sfida: non è un problema, non fa male, semplicemente va mediata nel modo opportuno. La sfida ci spinge a migliorare, a metterci alla prova, ad avere fiducia in noi stessi e nelle nostre capacità. La sfida ha spinto Pippi ad essere autonoma nella sua immensa casa trovando soluzioni curiose e al limite del realizzabile.

Poi c’è ricerca di novità: ha origine dalla dalla curiosità e non possiamo farne a meno, ma va mediata perché sia una curiosità verso le scoperte e il superamento della zona comfort, a favore di un arricchimento personale.

Il terzo termine, complessità, ci indica anche una via per rendere il nostro muoverci nel mondo meno faticoso e più efficace: la realtà va presa, divisa, analizzata nei suoi singoli elementi perché è complessa, senza banalizzarla, senza sminuirla.

Pensiamo a quando ci viene chiesto dai bambini o ragazzi il perché accadono determinate ingiustizie nel mondo, o ci viene chiesta una spiegazione delle notizie dei telegiornali. Pensiamo alla ricchezza di una mediazione in cui noi spezzettiamo la complessità dell’informazione, la vediamo a piccoli pezzi assieme a loro, cerchiamo di indirizzarli alla curiosità di conoscere nuove prospettive e di uscire dal loro piccolo mondo. Quanta ricchezza si crea! E quanto poco invece abbiamo quando in due parole spieghiamo un fenomeno complesso e lo banalizziamo… Non
vi pare che mediare i comportamenti sia un ottimo modo per crescere? Forse anche la Pippi del nostro immaginario potrebbe chiedere a un adulto di aiutarla a mediare la sua curiosità…

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