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Approcci educativi

Metodi e strumenti pedagogici ed educativi per una didattica efficace

Al via la 3a edizione della Maratona Pinocchio

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A novembre dello scorso anno organizzavamo la 1a Maratona Pinocchio, con il supporto di ben 82 insegnanti della primaria, provenienti da ogni regione d’Italia. Sabato 27 novembre al via la 3a edizione!

Nel 2020 è andata in scena (online) e in 2 puntate – la prima a maggio e la seconda a novembre – la Maratona letteraria Pinocchio.

Una lettura integrale del capolavoro di Carlo Lorenzini, realizzata dagli insegnanti  e dedicata a loro e a tutti i giovani studenti della scuola Primaria.

Quasi 12 ore totali di lettura ininterrotta, 82 insegnanti della primaria provenienti da ogni regione d’Italia, una partecipazione che ha unito adulti e bambini. Ma soprattutto un libro, Le avventure di Pinocchio, che continua a regalarci grandi emozioni!

I perché dell’iniziativa

L’iniziativa è nata da Librì Progetti Educativi come un ringraziamento verso tutta la classe docente italiana così straordinariamente provata nei lunghi mesi di chiusura scolastica causa Covid-19.

Ma è stata fortemente voluta anche per porre in risalto un aspetto mai troppo sottolineato: il grande legame relazionale e affettivo tra docente e studente, fondamento della relazione educativa.

Leggere Pinocchio oggi

In merito al testo di Pinocchio, lo stesso Franco Nembrini – pedagogista, insegnante e volto noto della televisione, nonché uno dei massimi studiosi italiani di Dante e Collodi – ci ha raccontato il valore di leggerlo oggi:

Collodi, con le sue “Avventure di Pinocchio”, si concentra sull’infanzia, con l’idea che se vogliamo costruire un mondo migliore dobbiamo ricominciare dai bambini.

Nel parlare ai bambini ritrova, consapevolmente o meno, quell’immagine del mondo che lui stesso da bambino aveva respirato: quello della tradizione cristiana, che ha dato forma alla civiltà occidentale.

In fondo questo ritorno all’infanzia, e al linguaggio fantastico e simbolico che la caratterizza, è sempre un ritorno alle origini, un ritorno alle sorgenti della vita e del linguaggio stesso.

Le cose più grandi e più importanti non si imparano attraverso complicati ragionamenti ma con l’immediatezza di un’immagine in cui sia descritta, fotografata, un’esperienza reale.

In questo forse il compito della letteratura in generale e della letteratura per i bambini in particolare, è più grave che in passato: si tratta di aiutarsi a riconoscere e ad affrontare le domande fondamentali dell’esistenza cioè le domande sul senso delle cose, sul loro destino.

Per seguire la nuovissima edizione della Maratona Pinocchio: sabato 27 novembre alle ore 15:00 https://kitscuola.com/maratonapinocchio3

Teatro Ragazzi: perché è fondamentale per le giovani generazioni

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Vivere, accanto ai propri compagni di scuola o alla famiglia, emozioni formative e stimolanti per la mente, attraverso la fruizione di uno spettacolo teatrale che diverte, intrattiene, fa riflettere: è la potenza del teatro ragazzi!

Prima di avventurarci nel Teatro ragazzi, ricordiamo che in questo articolo avevamo parlato dell’importanza del FARE teatro, soprattutto per le giovani generazioni:

Fare teatro è un’esperienza che coinvolge, fa riflettere, emoziona, avvicina agli altri; che siano le emozioni dei compagni sul palco, o l’empatico sentire del pubblico in ascolto.

Non è da meno, dunque, il “vedere teatro” che, nel caso in cui abbia come pubblico quello dei bambini, delle scuole e delle famiglie, con linguaggi e metodologie proprie dell’infanzia e dell’adolescenza, prende il nome di Teatro ragazzi.

Un po’ di storia

Mentre il teatro di figura e il teatrodanza si autodefiniscono in base agli elementi linguistici utilizzati, e il teatro sperimentale o di avanguardia lo fanno in base alla metodologia, il teatro ragazzi si autodefinisce in base al pubblico.

Nato inizialmente in Europa come fenomeno teatrale, il teatro ragazzi rappresenta, soprattutto in Italia, un vero e proprio genere teatrale, comprendente diversi tipi di spettacoli ed espressioni artistiche: il teatro d’animazione, il teatro dei burattini, il teatrodanza.

Il teatro ragazzi contemporaneo nasce in Italia alla fine degli anni sessanta come vero e proprio movimento, proprio in rapporto ai cambiamenti culturali dell’epoca, i quali portano ad un nuovo modo di concepire la scuola e il teatro, fondendo il teatro ragazzi con il teatro ‘per ragazzi’ e, attraverso il lavoro di alcuni operatori, esce dalla scuola e diventa autonomo, adottando stilemi propri, con un linguaggio al servizio dell’immaginario del bambino.

Perché è importante?

Dalle semplici fiabe – comunque portatrici di determinati valori – a spettacoli che mettono al centro temi civili forti, in grado di aiutare a comprendere meglio il presente e dunque a dare un senso al mondo: quella teatrale è un’arte che stimola sia la fantasia che il pensiero critico, aprendo alla diversità, sviluppando empatia.

Diffondendo la bellezza, l’arte e la cultura, il teatro è un veicolo sociale potentissimo, portatore di messaggi positivi.

Il teatro ragazzi ha dunque una grande utilità formativa, offrendo strumenti utili a capire e a dare un senso al proprio io e alla comunità: la scrittura, il movimento, il suono, l’immagine… tutto si fa veicolo di un sapere che attraverso la voce/il gesto dell’attore passa allo spettatore.

Pubblico di adulti e di ragazzi: quali le differenze?

Più estraneo alle forti emozioni, il bambino accoglie con entusiasmo ciò che gli viene mostrato, e più di un adulto si lascia andare alle esternazioni delle proprie emozioni: il riso, la paura, la commozione… tutto ciò che come pubblico il bambino riceve, lo restituisce a sua volta, raddoppiandone la potenza!

Teatro ragazzi: dove andare a vederlo?

Molte in Italia sono le compagnie specializzate nel Teatro ragazzi; ecco di seguito un elenco di alcune di queste, dove poter trovare il programma della stagione dedicata al pubblico delle giovani generazioni:

TEATRO DEL BURATTO MILANO
TEATRO DELLA TOSSE GENOVA
TIB TEATRO BELLUNO
TEATRINO DEI FONDI SAN MINIATO (PISA)
VENTI LUCENTI FIRENZE
KANTERSTRASSE TERRANUOVA B.NI (AREZZO)
FONTEMAGGIORE PERUGIA
TEATRI DI BARI
TEATRO LIBERO PALERMO

Foto di copertina by Barry Weatherall on Unsplash

Halloween in arrivo? Mamma mia che paura!

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Dei ragni, dei fantasmi, o magari del compito in classe di matematica: tutti noi abbiamo paura, e parlarne con gli amici e la famiglia è il primo passo per sconfiggerle.

Con la notte più paurosa dell’anno che si avvicina, eccoci a parlare di paura. E non ci riferiamo certo ai vampiri o alle streghe che impazzeranno ad Halloween, ma a quelle paure che sono così familiari a tutti noi.

Proprio come affermato da Marianna Balducci, protagonista insieme a Francesco Fagnani di un webinar per il progetto Più unici che rari:

“La paura è quella bestiaccia che si mette (e ci mette) sulla difensiva quando ci troviamo in una condizione sconosciuta e che, per qualche ragione (a volte ingiustificata), ci appare minacciosa. A volte ci blocca, ci impedisce di comunicare, ci allontana dagli altri ma anche un po’ da noi stessi.”

(Trovi qui il resto dell’intervento).

Se ci riflettiamo bene, però, non può esistere il coraggio, senza la paura! Inoltre, è un elemento in grado di farci sentire uniti!

Più unici che rari

E proprio la paura, in queste due accezioni, è un tema centrale della campagna educativa nazionale per le scuole primarie e secondarie Più unici che rari, grazie alla quale gli studenti possono scoprire come ognuno di noi è diverso, sì, ma tutti insieme possiamo diventare una forza, e contrastare così ogni paura!

L’obiettivo della campagna è infatti raccontare il valore dell’unicità di ciascun alunno, e promuovere tra i bambini e i ragazzi l’importanza dell’accoglienza e dell’inclusione  scuola, partendo da quelle difficoltà che possono nascere in presenza di patologie.

Come stai con la paura?

4 le domande su cui verte la campagna (come stai con gli amici/con il corpo/con te stesso sono le altre 3), ma soffermiamoci sulla paura.

Una domanda non facile, visto l’affollamento di fobie e terrori che si annidano dentro di noi.

La paura è in noi fin dalla nascita, e spesso anche l’immaginazione ci mette la sua, per aumentarla: è vero o no, che quando è buio si materializzano magicamente inquietanti figure?

La paura è utile

Proprio così: se non la provassimo, ci troveremmo a compiere gesti inconsulti, che metterebbero a rischio noi o gli altri. Ci insegna quindi a stare attenti ai pericoli, e questo è sano!

…ma non sempre!

A volte, però, non c’è una spiegazione chiara riguardo ad una paura: potrebbe derivare da una brutta esperienza della nostra infanzia, e fin da allora ci è rimasta addosso, senza più andarsene. Alzi la mano chi da piccolo/a non ha bevuto un po’ d’acqua mentre imparava a nuotare, e da allora non si è più avvicinato/a al mare?

In questi casi è una paura che non fa bene, e che rischia di impedirci una vita sana e serena: è necessario quindi fare un grande sforzo di volontà, per distinguere cosa è davvero pericoloso da ciò che invece non lo è.

Il consiglio antipaura di Più unici che rari

Difficile dare un consiglio per ogni specifica paura o fobia; ma questo, siamo sicuri, è sicuramente d’aiuto per tutti: parlarne!

Proprio così: condividere le proprie paure, guardarle con gli occhi di un’altra persona, è il primo passo per rimpicciolirle!

“Un giorno la paura bussò alla porta. Il coraggio andò ad aprire e non trovò nessuno.” (Martin Luther King)

Maria Montessori: le sue migliori 10 frasi in tema di educazione dei bambini

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nomi scuole
Un decalogo di Maria Montessori, semplice ma potente, per capire ancora di più quanto è importante che i bambini sviluppino i loro talenti liberamente, grazie anche ad educatori capaci di risvegliare il loro interesse.

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STEM+CODING: una nuova filosofia dell’educazione!

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Stem+Coding, ovvero, scienza e arte insieme, per formare e preparare le nuove generazioni alle complessità del mondo.

Steam-C, acronimo inglese di Science, Technology, Engineering, Art, Mathematics, è un affascinante mondo in cui troviamo materie scientifiche (matematica, tecnologia, ingegneria) unite agli strumenti digitali e alla creatività artistica.

E se il binomio non appare immediato, in realtà scienza e arte possono far parte armoniosamente di una stessa attività, volta a lavorare in modo creativo, innovativo e sostenibile, favorendo così un progresso economico, umano e sociale!

I bambini, diventeranno così adulti con grandi capacità di pensiero critico e attitudine al problem solving, caratteristiche ideali per fronteggiare un mondo sempre più tecnologico!

Ecco perché la Steam-C è così importante!

Il Coding

Come afferma Gianmario Verona, rettore dell’università Bocconi, il coding è “l’inglese dei nostri giorni”. Questo termine ancora sconosciuto ai più, racchiude infatti possibilità infinite da scoprire e conoscere.

Vero e proprio linguaggio di programmazione, con il coding si identificano l’ideazione e lo sviluppo di software che hanno lo scopo di risolvere problemi di vario tipo, migliorando la qualità della nostra vita.

Effetti positivi dell’apprendimento del Coding:

  • Contribuisce a sviluppare capacità di analisi e di logica
  • Insegna a cooperare e condividere: si lavora insieme per risolvere uno stesso problema
  • Permette di essere creativi nell’esprimere se stessi: non solo è possibile realizzare giochi, ma anche musica e opere d’arte!
Scratch

Questo buffo nome che richiama alla mente un personaggio dei cartoni animati, è in realtà il linguaggio di programmazione che permette di imparare il coding, studiato appositamente per rendere l’apprendimento il più semplice ed immediato possibile.

Un linguaggio, dunque, che si rivolge ai bambini, e dunque pensato per essere insegnato a partire dalla scuola primaria.

Come funziona Scratch?

Nato al MIT Media Lab, Scratch è un linguaggio di programmazione grafico che ha come elemento base il blocco di costruzione.

Se si rispetta il giusto ordine di assemblaggio – ovvero la sintassi del linguaggio di programmazione – la combinazione di blocchi permette di creare vere e proprie animazioni, accompagnate da musica e suoni.

Proprio così: mettendo in campo fantasia e creatività, i bambini stessi creeranno animazioni in grado di evolversi, fino a diventare storie interattive o addirittura giochi!

Attraverso il gioco e la pratica, cresceranno i piccoli programmatori del domani!

CityCampus

Per imparare ad utilizzare e fare proprio Scratch, ma anche il mondo dei Maker e del Tinkering, fino ad arrivare alla Robotica, a Firenze è stato inaugurato il 13 settembre il CityCampus, vera e propria palestra per la mente!

Ideato da Librì Progetti Educativi, CityCampus è un luogo speciale a metà strada tra il doposcuola e la ludoteca, che si rivolge a 2 fasce di età: dai 6 ai 10 anni e dagli 11 ai 14 anni.

Previsto nei pomeriggi di lunedì, martedì, giovedì e venerdì, con orario 14.30-17.00, si tiene al circolo ARCI di via Maccari.

Per ulteriori informazioni sul progetto clicca qui oppure scrivi a info@progettiedu.it, o chiama lo 055. 9073.999.

Foto di copertina by Robo Wunderkind on Unsplash

Il Museo di Ustica e quel bisogno di verità.

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Il Museo di Ustica è un’esperienza toccante che afferma il bisogno di verità su quanto accaduto nello scenario di guerra in tempi di pace, nei cieli italiani del giugno 1980.

Qui abbiamo parlato dell’importanza del visitare i musei per conoscere la (nostra) Storia, a maggior ragione se il lavoro che svogliamo è quello di insegnarla alle giovani generazioni.

E a proposito di musei – in questo caso meno battuti e frequentati – a distanza di 41 anni dall’incidente mi sono trovata a visitare il Museo di Ustica a Bologna, in Via di Saliceto 3/22, negli spazi che prima ospitavano i depositi dell’ATC.

L’ingresso del Museo di Ustica

La strage di Ustica: dopo tutti questi anni, ancora oggi non sappiamo con precisione cosa sia avvenuto in quei cieli, nella notte del 27 giugno 1980.  

O meglio, abbiamo importanti pezzi di verità ed una  sentenza del giudice istruttore Rosario Priore, il quale nel 1999 dichiarò che:

l’incidente al DC9 era occorso a seguito di azione militare di intercettamento.

L’aereo era stato dunque coinvolto in un’ azione militare, nel corso della quale un missile ne aveva causato la caduta: uno scenario di guerra in tempo di pace.

Chi ha realizzato il Museo?

Inaugurato il 27 giugno 2007, il Museo di Ustica è stato realizzato grazie alla determinazione dell’Associazione dei Parenti delle Vittime della Strage di Ustica.

L’associazione è presieduta da  Daria Bonfietti (sorella di Alberto Bonfietti, una delle vittime), persona straordinaria che non si è davvero mai stancata di lottare per chiedere verità e giustizia.

Dal recupero del relitto al Museo

Dopo il ripescaggio, avvenuto soltanto alcuni anni dopo la strage, il relitto fu trasferito nell’hangar militare di Pratica di Mare, vicino Napoli.

Alla fine del lavoro inquirente, la carcassa dell’aereo sarebbe stata destinata al macero: una fine ingiusta agli occhi di coloro che si battevano per non spegnere i riflettori sulla vicenda.

Così, per mantenere viva l’attenzione dell’opinione pubblica, nacque l’idea di metter su un difficile e delicato progetto.

Si decise, infatti, di organizzare un trasporto speciale; obiettivo:

riportare il gigantesco ammasso di rottami a Bologna, luogo da cui era partito senza più fare ritorno.

E lì giace oggi, dove è possibile visitarlo gratuitamente previa prenotazione, ciò che resta del velivolo.

L’installazione di Christian Boltanski

L’installazione all’interno del Museo di Ustica è opera del compianto artista francese Christian Boltanski. Recentemente scomparso, riesce con delicatezza a restituire il senso di opacità di tutta questa triste vicenda.

Oltre alle 81 vittime della notte dell’incidente, infatti, la vicenda si trascina dietro un’infinita catena di sofferenze e di misteri.

Basti pensare che almeno un’altra trentina di vittime, tra persone che avrebbero dovuto testimoniare al processo e altre informate sui fatti, hanno perso la vita in circostanza poco chiare.

Passeggiare intorno al velivolo…

Dentro al Museo di Ustica lo spettatore può camminare attorno al velivolo, percorrendo una pedana con appesi 81 specchi neri (a richiamare l’oscurità della vicenda), tanti quanti il numero delle vittime dell’incidente.

Sopra i resti del DC-9 sono appese anche 81 lampadine, che si illuminano e si affievoliscono senza sosta, a ricordare un respiro, o il battito del cuore.

La luce si affievolisce, ma mai si spegne, simbolo di una richiesta di verità che non perde mai forza, né mai si esaurisce.

Colonna sonora dell’istallazione è un “coro” di voci, trasmesso dagli altoparlanti collocati dietro agli specchi.

Frasi semplici che si sovrappongono, bisbigli che rappresentano lo spirito delle persone presenti sull’aereo.

Completa l’opera la presenza di nove enormi casse: ricoperte da teloni neri, contengono gli effetti personali delle vittime.

Scarpe, pinne, boccagli, occhiali, vestiti: per evitare il macabro effetto voyeuristico, Boltanski ha deciso di sottrarre alla vista tali oggetti.

La sala video

All’interno di una piccola sala video si può assistere alla proiezione di filmati e testimonianze riportate da agenzie giornalistiche e telegiornali.

Per prenotare la visita al Museo di Ustica, clicca qui.

Settembre, tempo di rientro in classe: come affrontarlo, in questi tempi così delicati?

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Per voi i consigli di Giulia Ammannati, psicologa psicoterapeuta, per prepararsi al rientro in classe a settembre e “riabbracciare” i più piccoli dopo l’ultimo anno e mezzo alle prese con il Covid-19.

A maggio 2020, quando ci apprestavamo ad entrare nella 2° fase della pandemia da Covid-19, abbiamo fatto una piacevole chiacchierata con la dottoressa Giulia Ammannati riguardo al rientro in classe.

Psicologa psicoterapeuta, la dottoressa aveva all’epoca da poco realizzato un vademecum ricco di utili consigli per insegnanti e genitori, per capire come parlare ai bambini di questa situazione e come aiutarli a tornare alle loro abitudini pre-pandemia.

Siamo a settembre 2021, alle porte con la riapertura delle scuole, e ancora ci pervade questo senso di dubbio riguardo alla ripresa delle lezioni e alle modalità in cui queste saranno affrontate. Inoltre, soprattutto con i più piccoli, è sicuramente necessario affrontare e rielaborare ancora quando successo in questo anno e mezzo.

Ecco perché ci sembra giusto riprendere esattamente le parole di Giulia Ammannati, valide ancora oggi per approcciarsi a questa nuova fase.

Ancora non sappiamo come avverrà il rientro a scuola, ma quali consigli possiamo già dare agli insegnanti per riabbracciare i loro piccoli studenti?

In questa nuova fase molti sono ancora i dubbi e gli interrogativi, in particolare sui bambini e sul rientro in classe. Credo che sarà fondamentale dedicare un tempo all’esperienza che abbiamo vissuto, non facendosi prendere dalla paura di dover recuperare.

Sarebbe molto rischioso far finta che nulla sia accaduto, o peggio ancora cercare di dimenticare. Più che ai programmi scolastici rimasti in sospeso, sarà importante dare voce ai timori e alle preoccupazioni che i bambini portano con sé.

Alle loro domande, al loro punto di vista, cercare di farli sentire abili e responsabili. Tenendo sempre in mente che ognuno di loro può aver sperimentato vissuti soggettivi molto diversi, a seconda delle emozioni che ha respirato in questo periodo.

Non dobbiamo dimenticare che i bambini e gli insegnanti durante questa didattica a distanza si sono “sperimentati”, reinventati. E hanno acquisito moltissime conoscenze e abilità. È proprio da qui che sarà importante ripartire.

È giusto che l’insegnante racconti ai più piccoli quello che sta accadendo? E qual è il modo migliore per farlo?

È molto importante prendersi del tempo per parlare di ciò che sta accadendo. I bambini non aspettano le spiegazioni degli adulti per interpretare il mondo, ma si creano una loro personale idea.

Per questo è fondamentale parlare con loro, anche per evitare che si creino idee sbagliate e confuse. I bambini percepiscono sempre le emozioni che circolano tra gli adulti, colgono i sentimenti, le preoccupazioni e tutto ciò che cerchiamo di nascondere.

Quindi non dobbiamo avere timore a parlare con loro in modo chiaro e diretto dell’esperienza che stiamo vivendo, ricordandoci di dire sempre la verità. A questo proposito sarà importante adeguare il linguaggio all’età cercando di trasmettere speranza e serenità, poiché è difficile aiutare e rassicurare gli altri se siamo eccessivamente preoccupati o spaventati.

Credo che l’insegnante abbia un ruolo fondamentale in questo momento, soprattutto per quei bambini che non hanno avuto lo spazio per parlare di quest’esperienza con altri adulti di riferimento.

Soprattutto in alcune regioni, sono state settimane piene di paura, che hanno coinvolto anche i bambini. Cosa potrà fare un insegnante per cercare di riprendere nel migliore dei modi tutte quelle trame che fanno di tanti studenti isolati una vera classe?

Sappiamo quanto le relazioni sperimentate con gli insegnanti e con il mondo dei pari siano fondamentali per lo sviluppo affettivo ed emozionale. Dopo l’isolamento vissuto da tutti a causa dell’emergenza una prima e importante sfida per gli insegnanti al rientro in classe sarà quella di ricostruire un clima di serenità e fiducia, in se stessi e negli altri.

Con la didattica e le amicizie a distanza, le interazioni dei più piccoli sono cambiate andando così a interrompere un normale processo evolutivo. Gli insegnanti potranno aiutare gli studenti promuovendo forme di cooperazione, di ascolto, di comprensione e di scoperta delle nuove regole di comportamento, fornendo a ciascuno gli strumenti necessari per riprendere l’apprendimento lì dove era stato interrotto.

Considerando la difficile situazione, in attesa di settembre, può suggerirci uno sportello d’ascolto o qualche iniziativa di sostegno utile a grandi e piccoli? Ci sono state moltissime iniziative sia a livello regionale che nazionale, in rete è possibile trovare vari servizi di ascolto gratuiti.

Tra questi segnalo l’iniziativa dell’Ordine degli Psicologi della Toscana, a cui sto partecipando insieme a molti altri colleghi, quella del Ministero della Salute che ha messo a disposizione un numero verde nazionale per il supporto psicologico di tutta la popolazione e il Telefono Azzurro che ha aperto una sezione sul sito dedicata al coronavirus.

Questo è un periodo emotivamente molto faticoso sia per i grandi che per i piccoli. Pensando proprio a questi ultimi, consiglio nel caso dovessero insorgere paure consistenti o ad esempio difficoltà a dormire o a giocare, di non sottovalutarle e di consultare un professionista. Alcune scuole inoltre hanno attivato sportelli di ascolto online per famiglie, genitori e insegnanti.

Quindi il mio consiglio è di informarsi presso il proprio Istituto Comprensivo se è presente questa possibilità di supporto.

Foto di copertina by Deleece Cook on Unsplash

Lorenzo Baglioni: no, non sono solo canzonette!

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Leggi, teoremi, regole grammaticali, attenzione all’ambiente e l’invito a fare della cultura un distintivo da mostrare con fierezza: vi presentiamo il cantante e attore Lorenzo Baglioni!

Lo avevamo già fatto qui, affrontando nello specifico il tema della dislessia, ma torniamo nuovamente e in modo più approfondito a parlare di Lorenzo Baglioni!

Come canta il buon Max Gazzè, “una musica può fare”. Tutto, aggiungiamo noi, dal momento che quelle magiche 7 note hanno il potere di emozionare, intrattenere, divertire, addormentare, insegnare e, se male assortite, pure disturbare. Tutto, insomma.

Insegnare con la musica

Soffermiamoci però su questo aspetto: la musica può insegnare.

Questo lo sa bene, appunto, Lorenzo Baglioni, classe 1986, originario di Grosseto ma fiorentino d’adozione.

Attore comico di cinema, tv, teatro, web e social network, Lorenzo Baglioni, per tutti “Il Baglio”, si è fatto conoscere come Youtuber nel 2015, con il video Le ragazze di Firenze , elenco musicale ironico dei locali più noti della città, e delle ragazze che li frequentano.

E se da una parte porta avanti, negli anni, il suo lato giocherellone, con canzoni sul perché al mare ci lamentiamo di tutto , su un improbabile McDonald in Piazza Duomo a Firenze, sui  9 Amici che tutti hanno su Facebook, dall’altro utilizza proprio il mezzo musicale per far passare concetti e nozioni di per sé assai poco musicali.

Dalle ossidoriduzioni alle Leggi di Keplero, dal Teorema di Ruffini ai principi della termodinamica, passando per l’uso corretto del congiuntivo (volesse il cielo!): chi mai, prima di lui, ha mai dedicato una canzone a questi temi?

Così, proprio come negli anni ’90 la mitica versione remix di San Martino del Carducci, ad opera di Fiorello (per i nostalgici, eccola qui, e per il massimo godimento, qui trovi la versione di Fiorello e Lorenzo Baglioni insieme, in diretta su radio deejay!), ci fece imparare a memoria la suddetta poesia, Lorenzo Baglioni si rivolge a studenti e curiosi in generale, allungando una mano (con l’altra tiene la chitarra), e accompagnandoli tra nozioni di italiano, matematica, latino, fisica e molto altro (la matematica nella musica l’avevamo già affrontata qui)!

Un giullare matematico!

Il perché della svolta didattica alla sua musica, forse va ricercato nel percorso professionale, precedente al successo sul web.

Dietro al suo profilo istrionico, infatti, si nasconde nientepopodimeno che un laureato in matematica!

Del resto, alcuni ricercatori austriaci hanno scoperto che le persone divertenti hanno un livello di Q.I. superiore alla media!

Come si arriva dalla matematica alle canzoni su Youtube? Lo ha spiegato diverse volte lo stesso cantante, raccontando che insieme al fratello Michele (con il quale scrive tutti i pezzi), aveva visto  alcuni monologhi di stand up comedy appunto su Youtube, decidendo di cimentarsi in un progetto simile, ma condito con una forte componente musicale. Nacque così Selfie, il primo spettacolo con 7 canzoni comiche con monologhi.

Con un piede nel dottorato e un altro nel mondo dello spettacolo, Lorenzo è riuscito  così ad unire le due strade, facendole confluire nel magico mondo di Youtube.

Un’ ora e mezzo per salvare il mondo

Dal titolo diretto ed eloquente, nel 2020 Lorenzo Baglioni scrive insieme al noto geologo Mario Tozzi il libro “Un’ ora e mezzo per salvare il mondo. I veri motivi per cui dobbiamo tornare subito a occuparci del riscaldamento globale” , partendo dalla convinzione condivisa che la pandemia sia un problema passeggero, mentre quello del global warning è un’emergenza da considerare al primo posto:

“Se non facciamo nulla rischia di essere irreversibile. Ci dobbiamo spaventare per darsi un mossa. Ma SI PUO’ FARE QUALCOSA, questo è il senso del nostro libro.”

Un libro, dunque, per smascherare le bufale su clima e surriscaldamento globale, invogliando a condurre una vita più ecologica.

Rivoluzione Culturale

Un libro, il cui messaggio sembra fare eco nel testo di Insieme, canzone di recente uscita, realizzata da Baglioni con il Piccolo Coro dell’Antoniano (un sogno che si è avverato, per il cantante!), nella quale canta: “Perché l’insieme è maggiore della somma delle parti”.

Dunque se si può fare qualcosa, è soltanto insieme.

Oltre ad aver fatto uscire recentemente un nuovo album (“siamo le foto che scartiamo”), Lorenzo Baglioni è sbarcato anche su Audible, a marzo 2021, con la sua prima serie Podcast, dal titolo “Rivoluzione Culturale”.

In ciascuna puntata tratta di eventi, scoperte e invenzioni che hanno cambiato, anzi, rivoluzionato appunto, il mondo.

Ma c’è anche una seconda ragione che spiega la scelta del nome del podcast; talmente bella e condivisibile, che riportiamo testualmente:

“Nel mio piccolo, io sogno che pian piano la gente, e soprattutto i ragazzi, i più giovani, cambino il modo in cui guardano alla cultura. Avere voglia di studiare, essere curiosi, coltivare la cultura devono diventare cose di cui andare fieri, e non cose di cui quasi ci si vergogna. Ecco, perché anche se non sembra, questa sarebbe un’altra piccola grande rivoluzione. Una rivoluzione culturale, per l’appunto.”

Per ulteriori approfondimenti su Lorenzo Baglioni:
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Ma anche qui!

Foto di copertina dal sito https://www.repubblica.it/

CityCampus: insegnare coding, robotica ma anche arte, per preparare al Futuro

in Approcci educativi/Esperienze digitali by

Da settembre 2021 a Firenze apre CityCampus, palestra per la Mente ideata da Librì Progetti Educativi – per insegnare a bambini e ragazzi i principi di coding, tinkering e robotica. Ma anche gioco e arte.

I bambini, i ragazzi: un serbatoio infinito di energia ed entusiasmo riversato non solo nel gioco, ma anche nella scuola e nelle attività sportive: perché, si sa, ad allenare il corpo ne beneficia di conseguenza anche la mente.

Ma perché non affiancare alle palestre per il corpo, una vera e propria palestra per la mente?

Questa domanda è stata il punto di partenza per Librì Progetti Educativi, e la risposta è sfociata nello sviluppo di un suo progetto ambizioso quanto innovativo: CityCampus, appunto.

Steam-C

Per arrivare a capire appieno le potenzialità di CityCampus, è necessario prima avventurarci nel mondo delle Steam-C (acronimo inglese di Science, Technology, Engineering, Art, Mathematics), ovvero le materie scientifiche (matematica, tecnologia, ingegneria) mescolate agli strumenti digitali e alla creatività artistica.

Ebbene sì, il binomio forse non è immediato, ma in realtà scienza e arte possono far parte armoniosamente di una stessa attività, volta a lavorare in modo creativo, innovativo e sostenibile, favorendo così un progresso economico, umano e sociale.

I lavori di domani

Viviamo in un mondo velocissimo, in continuo cambiamento, e che lascia libera la mente di immaginare per il futuro (assai prossimo), lavori che al momento nemmeno esistono: secondo alcune ricerche, infatti, il 60% dei lavori più interessanti del prossimo decennio non sono stati ancora inventati!

Lavori immersi nelle nuove tecnologie (come il pilota di droni), nel digitale (lo psicoterapeuta del digitale), ma che rivelano anche un’attenzione verso l’ambiente (l’agricoltore verticale o l’esperto in cambiamenti climatici).

Va da sé che per affrontare questa grande trasformazione sono richieste conoscenze tecniche e grande fantasia: è dunque necessario essere ben preparati e formati a dovere.

Insegnare il futuro

Ed ecco quindi il perché di CityCampus: per insegnare il futuro che sta arrivando. Come? Attraverso il gioco – le cui funzioni psicopedagogiche sono ormai ampiamente dimostrate – e gli incontri, che si rivelano vere e proprie esperienze immersive.

Cosa è CityCampus

A metà strada tra il doposcuola e la ludoteca, luogo di studio e di relazione sempre aperto e immerso nel ritmo cittadino, CityCampus prevede lezioni in cui verranno insegnati il coding (alias il linguaggio di programmazione), il tinkering (dal mondo Maker, un laboratorio creativo in cui “pensare con le mani”) e la robotica.

Il tutto, ponendo sempre una grande attenzione verso l’aspetto delle relazioni sociali e interpersonali (e qui entra di diritto la dimensione del gioco).

Com’è strutturato CityCampus

Le lezioni, che partiranno dalla seconda metà di settembre 2021, si svolgeranno in un ambiente accogliente, sicuro e motivazionale, e saranno suddivise in due fasce d’età:

  • KIDS (6-10 anni)
  • JUNIOR (11-14 anni)

Non è richiesta alcuna competenza precedente, e l’impegno prevede 4 giorni a settimana, con orario 14-17 per i Junior e 17-19 per i Kids.

Inoltre, tutti i partecipanti avranno a disposizione tablet personali, computer e set di robotica.

Dove si terrà CityCampus?

Il battesimo del progetto avverrà a Firenze per poi estendersi in futuro ad altre città d’Italia.

Del resto, quale migliore città di Firenze – culla del Rinascimento –  per dare vita ad un progetto di rinascita, dopo l’impoverimento educativo e relazionale che due anni di Covid hanno lasciato ai bambini e ragazzi?

Per ulteriori informazioni sul progetto clicca qui, o scrivi a info@progettiedu.it, oppure chiama lo 055. 9073.999.

San Carlo di Napoli: bambini, tutti all’Opera!

in Approcci educativi by
Teatro San Carlo di Napoli

Abbiamo fatto 4 chiacchiere con Francesca Tesauro, Responsabile Educational & Outreach della Fondazione Teatro di San Carlo a Napoli, per scoprire insieme l’Opera, un mondo affascinante ed educativo in grado di appassionare anche i più piccoli!

1) Quando e perché è avvenuta, nel vostro teatro, un’apertura alle scuole? Qual è la risposta degli alunni che vengono a vedere un’Opera lirica a teatro?

L’apertura alle scuole, nella storia recente del Teatro San Carlo, c’è sempre stata. Sotto l’attuale direzione del settore da parte della Dott.ssa Emmanuela Spedaliere, l’Educational del Teatro si è certamente  strutturato in modo molto preciso, ampliando il proprio raggio d’azione ben oltre le rappresentazioni mattutine dedicate alle scolaresche.

C’è stata la precisa volontà di inglobare progetti di avvicinamento all’opera e alla musica per tutte le fasce d’età, secondo obiettivi didattici sviluppati a seconda del target di riferimento.

Questo modo di lavorare ci ha portati enormi soddisfazioni:

il numero di studenti, docenti e appassionati coinvolto nelle attività Educational del Teatro, negli anni, è cresciuto in modo davvero esponenziale

Molti dei nostri progetti didattici sono riconosciuti anche dal Ministero.

2) C’è, da parte vostra, una fase di preparazione alla visione dell’opera, e una post spettacolo, per analizzarla, oppure se ne occupa in maniera indipendente l’insegnante?

Naturalmente dipende dal progetto che si decide di seguire, ma in generale la preparazione all’ascolto e alla visione dello spettacolo è certamente il cuore dell’offerta didattica.

Abbiamo progetti che prevedono in modo specifico appuntamenti finalizzati all’introduzione, alla preparazione alla visione dello spettacolo da parte degli studenti (come, solo per citarne alcuni, All’Opera! All’Opera! LAB, indirizzato ai ragazzi degli Istituti Secondari di Secondo Grado, e  Scuola InCanto, progetto di avvicinamento per bambini dai 4 ai 13 anni).

Abbiamo però la necessità di prevedere anche esperienze che non includono questo genere di “impegno”, in quanto non tutte le scuole possono o vogliono affrontare un percorso più strutturato, preferendo occuparsi della preparazione dei ragazzi in aula, portando poi gli alunni al Teatro San Carlo solo per la fruizione dello spettacolo.  

3) Quali sono le fasce d’età a cui vi rivolgete con questo tipo di offerta? E tra i bambini e gli adolescenti, qual è la fascia che risponde più positivamente a questo tipo di spettacolo? Quali sono gli elementi che attraggono maggiormente la loro attenzione?

Per quanto riguarda i progetti di avvicinamento all’Opera rivolti alle scuole partiamo dall’infanzia, con i bimbi di 3-4 anni, fino ad arrivare alle scuole superiori.

Ci sono molte attività Educational però rivolte anche alle famiglie e agli appassionati, quindi possiamo dire di spaziare dagli 0 (Opera Baby) agli 80 anni (Signore e Signori…all’Opera!).

Sicuramente tra i feedback maggiormente positivi quelli dei bambini dai 3 ai 10 anni

che rispondono alle iniziative pensate per loro sempre con molto entusiasmo, anche perché in un’età nella quale si è enormemente ricettivi rispetto ai concetti che vengono trasmessi loro.

4) Quali sono le attività extra scolastiche che organizzate, riferite sempre ad un target di giovanissimi? (under 18)?

Come anticipavo, ci sono progetti rivolti ai giovanissimi, che spesso coinvolgono anche le famiglie, programmati nei week-end o durante il periodo estivo, come Opera Baby, uno spettacolo sensoriale pensato per i piccolissimi a partire dagli 0 anni di età.

Ma anche Canta con Me…MUS!, laboratorio di canto al nostro Museo e Archivio Storico, e Opera Camp, il Summer Camp del Teatro San Carlo per i giovani dai 6 ai 18 anni.

Ci sono poi delle attività anche in ambito scolastico che si svolgono in orario extra-scolastico come il già citato All’Opera! All’Opera! LAB, che prevede dei percorsi di approfondimento tematici su tre spettacoli, ognuno dei quali preceduto da un incontro di approfondimento in orario pomeridiano, e un momento finale di raccordo e analisi dei tre spettacoli proposti.

Infine, tutte le attività di PCTO che non sono necessariamente legate all’orario scolastico, essendo dei percorsi di avvicinamento al mondo del lavoro.

5) Il Covid ha inevitabilmente segnato una battuta d’arresto a tutta la programmazione. Avete offerto delle alternative alle scuole, in attesa di tornare in presenza?

Il Covid ha inevitabilmente impattato in modo importante sulla programmazione delle attività Educational del Teatro: abbiamo dovuto reinventare e adattare, per quanto possibile, le attività in programma e strutturarne di nuove in linea con le possibilità offerte dai vari Decreti.

Durante il lockdown abbiamo strutturato una serie di contenuti didattici digitali a supporto della DAD che i docenti portavano avanti quotidianamente, con grande soddisfazione degli stessi, che potevano accedere a una sorta di archivio permanente da utilizzare a seconda delle loro esigenze.

E nel nuovo anno scolastico?

Con il nuovo anno scolastico abbiamo proposto agli Istituti un pacchetto di contenuti digitali  – composto da visite guidate digitali in italiano, inglese e francese, spettacoli in streaming e progetti dedicati ai più piccoli come Il mio Elisir at Home e Cosa farai da grande? – utilizzabili sia in classe a supporto dell’attività didattica sia a casa dagli studenti con relative famiglie, attraverso un link personalizzato.

Abbiamo poi proposto i nostri abituali corsi di formazione, come Raccontare la Musica e la Danza, rivolto ai docenti e riconosciuto dal MinisteroAll’Opera! All’Opera! LAB e il nuovissimo Signore e Signori…all’Opera!in modalità FAD/DAD con grande successo.

Come hanno risposto gli studenti?

Sia gli studenti che i docenti, nonostante l’impegno richiesto da oltre un anno di attività a distanza, hanno accolto di buon grado la ripresa delle attività, apprezzando, cosa non affatto scontata, la voglia del Teatro di mantenere vivo e costante il contatto con tutti coloro che seguivano già prima dell’emergenza le nostre attività, e quella di reinventarsi in un momento così complicato per tutte le attività di spettacolo dal vivo.

6) Tra tutte quelle proposte, qual è l’opera che riscontra maggior successo tra i giovanissimi, e perché?

Abitualmente la reazione degli studenti a uno spettacolo dipende molto anche dal lavoro preparatorio che viene svolto a monte.

In generale possiamo però certamente dire che gli spettacoli che appassionano maggiormente i ragazzi sono, per quanto riguarda le opere, i titoli più popolari (come ad esempio La Traviata) e poi in generale il balletto ha sempre un grosso seguito tra i giovanissimi.

7) L’Opera lirica richiede una certa attenzione per essere compresa ed apprezzata, e per questo si tende a far fatica ad immaginare che dei bambini possano invece apprezzarla. Qual è, secondo voi, il segreto del suo successo? 

L’Opera lirica, contrariamente a quanto si possa pensare, ha un grosso potenziale e può avere un grande appeal sui bambini in quanto spesso attinge ad un linguaggio, a storie ed atmosfere che possono facilmente essere reinterpretate attraverso un linguaggio più simile a quello delle fiabe.

Il flauto magico_Ph_Francesco Squeglia
Il flauto magico | ph. Francesco Squeglia

Per poter quindi coinvolgere i bambini e portarli all’interno di questo mondo meraviglioso è fondamentale il lavoro di adattamento che si fa sullo spettacolo e sul materiale didattico proposto alle scolaresche.

È importante stabilire bene i tempi di rappresentazione e coinvolgere i bambini attivamente sia nella rappresentazione della storia, che nei processi didattici che li portano a comprendere i meccanismi del Teatro.

Altra cosa nella quale crediamo molto e che riteniamo fondamentale affinché i bambini si appassionino al mondo dell’Opera, e del Teatro in generale, è il coinvolgimento delle famiglie nel processo didattico:

se la passione per la musica riesce ad entrare in casa e far parte della vita di tutti i giorni dei ragazzi, il processo di avvicinamento al mondo dell’Opera lirica sarà sicuramente più semplice e naturale.

Così, una volta adulti, ci saranno molte più probabilità che scelgano in modo consapevole di acquistare un biglietto per il Teatro.

Per maggiori informazioni riguardo tutte le attività educative del Teatro di San Carlo di Napoli, clicca qui.

In copertina: Opera Camp, ph. Francesco Squeglia

Foto-illustrazione: la prima idea è sempre la migliore?

in Approcci educativi by
Una nuova attività di foto-illustrazione di Marianna Balducci.

Con l’attività foto-illustrazione di oggi proviamo a rispondere a una domanda: la prima idea è sempre, in fondo, quella buona? Ovviamente la risposta è “dipende”. E il “da cosa dipenda” è influenzato da una quantità di variabili ingestibili in un unico articolo.

Però da qualche parte bisogna pur cominciare e, proprio perché spesso l’incertezza è la principale scusa per rimandare le decisioni cruciali, da qualche parte cominceremo, guardando, fotografando e, naturalmente, disegnando. Quando ci cimentiamo nella combinazione tra disegno e fotografia (cioè la nostra foto-illustrazione) per definire in cosa la nostra matita trasformerà l’oggetto reale in questione, facciamo appello al nostro archivio mentale di immagini, riferimenti, esperienze.

La nostra capacità di lavorare per connessioni, di creare associazioni tra forme e concetti ci permette di risalire a una sorta di catalogo di opzioni: ciascuna di esse è arrivata alla ribalta richiamata da questioni estetiche, cromatiche, a volte anche per via di inneschi molto personali generati da ricordi e fatti accaduti.

Quella forbicina appoggiata sul tavolo chiusa e con la punta rivolta verso il basso spalanca subito il cassetto dell’immaginario cartoon che ho assimilato da bambina: due occhi tondi e un becco a punta, basta aggiungere un paio d’ali al posto giusto e un uccellino dall’espressione buffa è atterrato sul foglio in un lampo.

Però devo dire che il mio bagaglio adulto sgomita, cerca di farsi spazio pure lui e, con la medesima forbice nella medesima posizione, reclama una donnina felliniana dal seno abbondante e l’aria familiare. 

Si vede perciò che la domanda “a cosa somiglia?” è sufficiente a generare più di una via che possiamo prendere per il nostro esperimento foto-illustrato. Bruno Munari in “Fantasia”, a questo proposito, esortava a prenderci cura della nostra “cultura”: solo assimilando molte cose nel nostro archivio saremo in grado di rendere quelle famigerate connessioni sempre più interessanti e ci concederemo il lusso di affermare che davvero la prima idea che è arrivata magari è la migliore e non la risposta obbligata da una gamma ristretta di possibilità. 

Con la nostra classe o sfidando noi stessi, proviamo a trasformare questo allenamento in un gioco.

Scegliamo uno o più oggetti e prepariamoci dei fogli in cui siano fotografati più di una volta e magari da più punti di vista.

Fotografiamoli su un fondo neutro (appoggiandoli su un foglio bianco e ben illuminati) e poi componiamo i mix fotografici anche sperimentando con la fotocopiatrice (che ci permette di zoommare con facilità su una o più versioni dello stesso oggetto).

Con oggetti come le forbici il gioco si fa subito interessante perché le possiamo fotografare aperte o chiuse, frontali o di lato (facendole stare in bilico con l’ausilio di una pallina di nastro adesivo). Se lavorate su fogli a4, vi consiglio di fare un massimo di 3 oggetti per foglio per lasciare spazio per disegnare intorno.

Ma sarebbe bellissimo posizionare le tante versioni fotografate dello stesso oggetto anche su un’unica lunga striscia di cartoncino stesa per terra dove tutti potranno disporsi a disegnare. 

Il gioco può svolgersi in due fasi: la prima è ovviamente disegnare quante più cose ci vengono in mente a partire da quell’oggetto fotografato.

Possiamo mettere a disposizione più copie dello stesso mix fotografico, possiamo classificare gli esiti e premiarli con menzioni speciali: l’animale foto-illustrato più buffo, il personaggio più matto (gli oggetti suggeriscono spesso facce ed espressioni), il mezzo di trasporto più geniale! Victor Nunes, illustratore, grafico e art director, in questo è un vero maestro.

Potete scoprire le sue numerose declinazioni foto-disegnate sulla sua pagina facebook.

La seconda fase può restringere il campo e complicare il gioco sfidando a inventare una storia con i 3 elementi di uno dei nostri composit, improvvisandola e costruendola anche collettivamente in classe, un po’ come ho fatto io con questi due esempi.

Mi raccomando, il segreto, come sempre, non è tanto saper disegnare ma è saper guardare quindi osservate (e ruotate il foglio in tutti i versi, se necessario) e raccontate!

Composit forbici

C’era un ragazzo molto alla moda, talmente puntiglioso da pretendere il taglio di capelli più alla moda del mondo. Il signor Baffonis era il barbiere più rispettato a livello internazionale e quindi sicuramente quel che faceva al caso suo. In effetti, il taglio che gli confezionò era impeccabile, ma il ragazzo era così puntiglioso che tartassò l’illustre barbiere con mille domande e lui, esasperato gli rivelò il suo segreto: a curare i tagli dei clienti più esigenti era il suo amico Forbicino, un rarissimo pennuto dal becco tanto preciso da poter rifinire le basette perfino a un topolino! 

Composit fermaglio

Quella mattina, a casa di Lucia sembrava tutto tranquillo eppure il postino stava per recapitarle una lettera d’amore… del tutto anonima! Chi l’avesse scritta era un mistero, ma Lucia era comunque contenta di sapere che una persona si era presa la briga di scriverle parole tanto dolci e decise che anche lei avrebbe spedito una bella lettera misteriosa a qualcuno, anche solo per far contento per una mattina.

Scuole d’eccellenza: la Margherita Fasolo a Firenze

in Approcci educativi/Che scuole!/Protagonisti by

Il Nido e la Scuola dell’Infanzia Margherita Fasolo, a Firenze, promuove il concetto di Scuola Attiva che, opponendosi all’autoritarismo educativo, valorizza carattere e interessi del singolo alunno fin dall’infanzia.

Se inizialmente il Nido e la Scuola dell’Infanzia Margherita Fasolo era ospitato e finanziato dalla Società di Mutuo Soccorso “Andrea Del Sarto” di Firenze, negli anni è stato spostato in viale Segni, via Faenza, via Bolognese e, infine, è approdato al numero 5 di via Cambray Digny.

Margherita Fasolo

Ma chi è stata Margherita Fasolo, che dà il nome al metodo pedagogico e a questo istituto privato, diventato negli anni scuola d’eccellenza nel panorama fiorentino (e non solo)?

Nata a Torino e trasferitasi a Firenze per ragioni di studio, Margherita Fasolo si laurea nel 1934 in Pedagogia, seguita dal pedagogista Ernesto Codignola.

Negli anni ’50 diventa non solo assistente alla cattedra di Pedagogia del Magistero fiorentino, ma anche traduttrice (dal francese) di alcuni classici dell’attivismo pedagogico, come La scuola su misura di E. Claparède e L’autonomia degli scolari di A. Ferrière.

Pubblica dunque La finalità dell’educazione, partecipando a varie associazioni internazionali educative, tra cui i CEMEA (Centri di Esercitazione ai Metodi dell’Educazione Attiva), della cui delegazione toscana è a capo.

Gli anni della guerra

Margherita Fasolo si distacca subito dal fascismo, aderendo ad un gruppo segreto in cui si leggono libri considerati proibiti. Con lo scoppio della guerra, la sua casa a Firenze, al civico 92 di via dei Della Robbia, diventa un centro di ritrovo della lotta clandestina e di assistenza ai prigionieri alleati in fuga.

Terminato il conflitto bellico, Margherita Fasolo sente l’esigenza di ricostruire l’Italia, partendo dalla scuola: da una parte, per offrire un futuro professionale ai giovani che avevano perso anni di studio; dall’altra, per il bisogno di una riedificazione culturale.

Occorre, infatti, segnare una radicale discontinuità con la scuola fascista.


Per una società di individui attivi e responsabili

Nel 1953 esce il suo Orientamenti sul problema educativo, in cui riporta le principali soluzioni pedagogiche che si collegano al bisogno di democrazia.
L’intento è dare vita a una società formata da individui attivi, responsabili, collaborativi, partecipi.

Come fare? Per Margherita Fasolo, opponendosi all’autoritarismo educativo, e valorizzando carattere e interessi del singolo alunno fin dall’infanzia, orientandolo nella direzione dell’autogoverno.

La Scuola Attiva

Tutto questo si traduce nel concetto di Scuola Attiva: l’insegnante deve conoscere e capire la psicologia del bambino, così come i suoi interessi, centrali nella stessa attività scolastica.

Così, si rinnova radicalmente il modo di “far lezione”, e si valorizza, più che il ruolo del maestro, quello dell’ambiente educativo.

Una scuola privata che non ha fini di lucro, né intenti confessionali, non può che ricercare le proprie ragioni in un’idea pedagogica che abbia le mani libere per poter sperimentare forme educative innovative, decisamente centrate sul benessere del bambino.

Il Nido e la Scuola dell’Infanzia Margherita Fasolo

L’esperienza educativa di questa scuola ha inizio nel 1965, promossa da un gruppo di genitori e di educatori facenti parte del già citato movimento educativo dei CEMEA.

Tra le caratteristiche peculiari di questa scuola d’eccellenza troviamo:

  • La pedagogia dei piccoli numeri: ideale per compiere esperienze in una situazione seguita e rilassata, con condivisione affettiva e senza un eccessivo sovraccarico.
  • Lo spazio per accogliere il disagio, di qualsiasi natura, senza trattarlo come speciale, ma considerandolo “ugualmente speciale”.
  • La programmazione, l’analisi, la verifica dell’azione educativa come elemento irrinunciabile e strumento cardine del lavoro di educatrici e insegnanti.
  • Il coinvolgimento delle famiglie nel progetto educativo, alla ricerca di un confronto e di una reciproca formazione.
La Carta dei servizi della Scuola

Realizzata in collaborazione con i servizi educativi del Comune di Firenze, e attraverso un percorso condiviso tra genitori, educatrici e insegnanti, è un documento che fa luce sul significato e sul modo di fare educazione nella scuola Margherita Fasolo.

Tra i suoi valori, spicca quello di costruire un ambiente di accoglienza laico, dove le opinioni hanno pari dignità, e il rispetto per l’altro è osservato ad ogni livello e su ogni piano.

Valore, questo, che si lega al principio di libertà nei tempi e nel vivere gli spazi, e che si esprime in un’offerta formativa ricca di proposte aperte: i bambini possano così orientarsi, riconoscersi e scegliere in base al proprio talento.

Metodi dell’Educazione Attiva

I metodi dell’Educazione Attiva che si ritrovano nel Nido e nella Scuola d’Infanzia Margherita Fasolo, sono:

  • la fiducia nelle risorse proprie di ognuno
  • la globalità dei linguaggi
  • il rispetto dei bambini: agire educativo nella totale assenza di giudizio
  • il clima di libera espressione
  • l’importanza dell’ambiente di vita elaborato dal gruppo delle insegnanti e dalla coordinatrice
  • il costante riferimento alla realtà: ciò che si propone risponde alle esigenze e competenze di quei bambini e di quegli adulti in quel momento specifico
  • l’atteggiamento educativo delle educatrici: nessuna prevaricazione né intromissione, ma presenza costante durante tutte le attività
Linee guida della scuola

I principi sopra riportati si legano indissolubilmente a queste linee guida, che fanno della scuola Margherita Fasolo un punto di riferimento nel panorama educativo:

  • attività organizzate in piccoli gruppi
  • rapporto adulto bambina/o 1 a 10 nella scuola per l’infanzia e 1 a 7 nelle sezioni “margherita” e “primavera”
  • seguire il metodo del lavoro di gruppo tra le insegnanti
  • partecipazione attiva dei genitori
  • formazione e aggiornamento permanente delle insegnanti

Per ulteriori informazioni sul metodo e sulla scuola Margherita Fasolo, clicca qui.

Benvenuti al Museo sulla Civiltà della Scrittura!

in Approcci educativi/Protagonisti by
Toccare con mano, letteralmente, 5000 anni di storia della scrittura: è l’affascinante percorso educativo, perfetto per le classi, che vi aspetta al Museo sulla Civiltà della Scrittura di San Miniato!

Il Museo sulla Civiltà della Scrittura: ne hai mai sentito parlare?

Che poi, si fa presto a parlare di scrittura: un foglio, una penna, e giù “fiumi di parole”, come canterebbero i Jalisse!

Ma come siamo arrivati a questo? Quali le fasi che, fin dai tempi dei Sumeri e degli Egizi, ci hanno portati a maneggiare agilmente la carta?

La risposta è un viaggio!

Proprio così: la risposta è un viaggio affascinante lungo più o meno 5000 anni, magicamente racchiusi in un museo – il Museo sulla Civiltà della Scrittura – situato nel comune di 28.000 anime di San Miniato, in provincia di Pisa.

Prima di varcare virtualmente le porte di questo piccolo gioiello di storia, è importante capire le ragioni che stanno dietro alla sua apertura.

Per farlo, abbiamo contattato l’operatrice museale Cinzia Cioni, che da 10 anni lavora con entusiasmo all’interno del Museo sulla Civiltà della Scrittura, per conto della Cooperativa La Pietra D’Angolo.

Cinzia Cioni durante un percorso didattico
Cinzia, come siamo arrivati all’apertura di questo originale museo?

Fino alla fine degli anni Ottanta le istituzioni museali italiane si sono impegnate nella ricerca e nella conservazione delle collezioni.

Hanno però tralasciato quasi del tutto un aspetto fondamentale: quello delle iniziative di tipo divulgativo, in grado di attrarre nuovi target di pubblico.

Le sale erano dense di opere prive di didascalie esplicative che ne permettessero la comprensione, così il museo veniva percepito come un luogo ad uso esclusivo degli addetti ai lavori: come dargli torto?

Cosa è cambiato oggi?

Negli ultimi decenni abbiamo assistito ad una rivoluzione in Italia:

il museo non è più solo un monumento a se stesso, ma un luogo vivo, dinamico, in grado di conservare, tutelare e produrre cultura.

Oggi le collezioni sono valorizzate da attività che intercettano gli interessi di pubblici diversificati: conferenze, visite a tema, performance teatrali, concerti, workshop, laboratori ludico-didattici.

Un’attenzione particolare è stata data alla sfera della didattica museale: perché se l’obiettivo è quello di cambiare la percezione che una parte della società ha dell’istituzione museo, è necessario scommettere sui giovani.

Pertanto, Scuola e museo collaborano per sensibilizzare le giovani generazioni alla cultura e al patrimonio storico-artistico del territorio, sperimentando approcci didattici innovativi che favoriscano lo sviluppo delle capacità critiche e la creatività.

Ed è proprio in questi anni di rivoluzione, che a San Miniato viene organizzata la mostra che poi darà vita al museo permanente.
Veduta di San Miniato (Pisa), con il Convento di San Francesco e la Rocca di Federico II (foto dal sito nuoviorizzonti.org)

Esatto, presso i locali dell’ex frantoio del Convento di San Francesco, il Comune di San Miniato inaugurò a marzo del 1998 una mostra, dal titolo “La materia della memoria. I supporti della scrittura nel tempo”, che aveva in sé molte delle caratteristiche che le istituzioni museali erano chiamate a sviluppare.

Un suo punto di forza fu la possibilità di interazione con i materiali. I visitatori erano chiamati a sperimentare in prima persona le antiche tecniche di scrittura, manipolando i materiali in esposizione, e riproducendo i gesti antichi degli scribi o degli amanuensi.

Grazie all’impegno di coloro che avevano progettato la mostra, ed in particolare di Roberto Cerri, allora Coordinatore del Sistema Museale, l’esposizione fu trasferita in un ampio edificio di tipo industriale a San Miniato Basso.

Così, nel 1999, il Museo sulla Civiltà della Scrittura venne inaugurato al pubblico.

Ed eccoci, dunque, all’interno del Museo. Come è organizzato?

Il percorso comprende sei “luoghi della scrittura”, attraverso i quali si ripercorre cronologicamente la storia dei supporti, soffermandosi sul rapporto tra i materiali scrittori e i contenuti di memoria.

Classe di bambini ascolta rapita l’operatore museale

Ad ogni tipologia di supporto è dedicata una stazione arricchita da immagini, mentre un pannello esplicativo aiuta ad inquadrare il contesto storico-geografico e le tecniche di scrittura più diffuse in quel periodo storico.

L’area centrale di ogni stazione del Museo sulla Civiltà della Scrittura è occupata dalle postazioni di lavoro, dove i visitatori possono sperimentare la scrittura sui materiali riprodotti fedelmente.

Il primo luogo: LA PIETRA

A differenza degli altri supporti tradizionali, l’utilizzo della pietra come supporto per la scrittura rimase costante nel corso della storia, in particolare per messaggi pubblici o commemorativi.

In questo spazio i visitatori possono incidere una lastra di pietra utilizzando scalpello e mazzuolo, sperimentando le stesse difficoltà degli antichi nel tracciare i segni.

Il secondo luogo: L’ARGILLA

Nella seconda stazione si propongono i materiali utilizzati dai Sumeri circa 5000 anni fa,  nella città di Uruk.

Su panetti di argilla cruda, utilizzando uno stilo di canna, si tracciano alcuni caratteri della scrittura cuneiforme.

Giovani Sumeri!

È possibile osservare schematicamente la trasformazione da semplici pittogrammi, a complessi ideogrammi con valore fonetico.

Il terzo luogo: IL PAPIRO

Segue il misterioso mondo dell’antico Egitto, rappresentato all’interno di uno spazio che invita i visitatori a sedersi a gambe incrociate, tipica posizione dello scriba all’opera.

La tavoletta lignea appoggiata sulle loro ginocchia diventa piano d’appoggio per i materiali scrittori privilegiati: il foglio di papiro, il calamo e il contenitore per l’inchiostro.

Grazie alla presenza di un agile vocabolario, i visitatori possono comporre frasi di bassa o media complessità, utilizzando i caratteri della scrittura geroglifica.

Il quarto luogo: LA TAVOLETTA CERATA

La quarta stazione illustra le tecniche di scrittura del mondo etrusco e romano. L’introduzione delle scritture alfabetiche aveva semplificato l’arte della scrittura, diffondendola anche presso le classi medio-alte della società.

Uno dei supporti più diffusi per le scritture correnti era la tavoletta cerata, su cui si scriveva a sgraffio con uno stilo dotato di spatola. Si poteva così “cancellare” il contenuto spalmando nuovamente la cera, riutilizzando il supporto per scrivere nuovi messaggi.

A tu per tu con la tavoletta cerata e lo stilo
Il quinto luogo: LA PERGAMENA

Il percorso espositivo procede con il quinto luogo di scrittura, in cui è stato ricreato uno Scriptorium medievale.

Qui i visitatori hanno l’opportunità di scrivere su fogli di pergamena utilizzando penne d’oca e inchiostro, come dei veri monaci amanuensi.

Giovane amanuense all’opera!
Il sesto luogo: LA CARTA

Il percorso si conclude con la stazione dedicata alla carta, che giunse in Europa grazie ai mercanti arabi provenienti dalla Cina, e si diffuse capillarmente fino a soppiantare quasi del tutto gli altri supporti tradizionali.

Qui è esposto un torchio ottocentesco perfettamente funzionante. Il torchio offre l’opportunità di seguire il processo meccanico di stampa: dalla composizione del testo fino alla realizzazione del foglio stampato!

E poi, nel 2005, fanno il loro ingresso i numeri!

Grazie al definitivo trasferimento della biblioteca di San Miniato Basso nell’ala opposta dell’edificio, si pensò ad un ampliamento del percorso espositivo, inaugurando nel 2005 una nuova sezione dedicata alla storia dei numeri.

Perché si sentì il bisogno di includere questo percorso, accanto alla scrittura?

Nei programmi scolastici la matematica come “scienza in divenire e dotata di storia”, è quasi del tutto assente.

Per questo motivo il Museo sulla Civiltà della Scrittura ha voluto offrire alle scuole un percorso espositivo che ponesse l’accento sull’aspetto evolutivo di una disciplina fondamentale.

Dunque anche qui i visitatori possono sperimentare in maniera ludica le conoscenze acquisite, osservando gli oggetti e i pannelli che illustrano gli antichi sistemi di numerazione .

Vi siete sempre proposti in maniera proattiva nei confronti del mondo della Scuola.

In questi 22 anni di attività, il Museo sulla Civiltà della Scrittura si è affermato a livello regionale come punto di riferimento per la didattica museale, in particolare per il mondo della scuola.

Le insegnanti scelgono il museo per far provare agli alunni un’esperienza diretta, coinvolgente e immersiva, che porta i ragazzi “a toccare con mano” la storia.

L’offerta didattica integra i programmi scolastici, proponendo per le diverse classi approfondimenti mirati su varie tematiche:

  • la scrittura nell’antichità nel laboratorio dei supporti
  • la matematica nel percorso sulle antiche numerazioni
  • il mondo egizio, con il laboratorio sul geroglifico
  • la scrittura nel mondo greco, etrusco e romano
  • il mondo medievale , con il laboratorio dedicato al Capolettera miniato e l’altro ai vari tipi di scrittura utilizzati, come la gotica e la cancelleresca
  • il percorso dedicato al processo di stampa con il torchio
Per le classi che decidono di trascorrere l’intera giornata a San Miniato, come si struttura l’offerta didattica?

Oltre al Museo sulla Civiltà della Scrittura, offriamo anche tutte le altre attività proposte dai poli museali della rete civica di San Miniato: il Museo del Palazzo Comunale; la Torre di Federico II; il Museo dell’area archeologica di San Genesio;  il Museo della Memoria, l’ultimo nato tra i Musei Civici.

Nell’ottica di un mantenimento degli standard qualitativi, la Cooperativa La Pietra d’Angolo, che gestisce il Museo dal 2011, ha anche creato nuovi percorsi.

Sì, due nuovi percorsi mirati ad accogliere vari tipi di pubblico, come glistudenti delle scuole superiori, e un pubblico di adulti:

  • il laboratorio sulla scrittura giapponese
  • il laboratorio di approfondimento sulla grammatica geroglifica

Intercettare anche questa tipologia di utenza è senza dubbio uno degli obiettivi che il museo si prefigge da tempo.

A proposito di utenza: qual è il vostro pubblico?

Le statistiche ci dicono che il museo viene visitato ogni anno da circa 5000 persone, con una media di 250 attività didattiche.

Un dato che si è stabilizzato dal 2009 ad oggi, segnando un picco nel 2008 (8000 visitatori), in concomitanza con la realizzazione della mostra dedicata agli antichi misuratori del tempo.

Indubbiamente quello delle scuole è il nostro pubblico di riferimento, ma nei ragazzi stessi vi è un forte interesse a tornare al museo anche con le proprie famiglie.

E come si presenta il vostro Museo, al target extra-scolastico?

Negli ultimi 4 anni la Cooperativa La Pietra d’Angolo ha proposto una serie di attività che permettessero di vivere maggiormente il museo, anche al di fuori dell’orario scolastico.

“Metti un pomeriggio al museo”, per esempio, prevede l’apertura nei week-end con laboratori aperti a tutti, pensati soprattutto per le famiglie.

Oppure la più recente formula “Soloxte”, con aperture su prenotazione per gruppi privati o singole famiglie.

Ma anche l’organizzazione di campi museali settimanali, durante le vacanze scolastiche, o la possibilità di usare gli spazi museali e prenotare i relativi percorsi didattici attraverso la formula “Compleanno al Museo”.

Il Museo viene quindi vissuto dai giovani in maniera naturale, facendoli sentire come a casa; questo permette loro di conoscere la storia e l’arte attraverso il gioco e il divertimento.

Ecco che il museo non è più soltanto l’involucro di opere e di conoscenze ma offre un servizio alla società.

Un servizio alla società: questo ci porta a parlare degli attuali obiettivi ai quali il museo aspira.

Obiettivi che si possono riassumere in due parole: inclusione e integrazione.

Un museo accessibile è innanzitutto un luogo empatico, che fa dell’ascolto attivo la prima strategia per il coinvolgimento.

A questo scopo è chiamato a rimuovere le proprie barriere (sensoriali, fisiche, cognitive ma anche culturali ed emotive), per permettere ai visitatori di sentirsi parte attiva.

Convinti che i musei abbiano la responsabilità di rendersi accessibili anche ad un pubblico “fragile”, negli ultimi anni sono state organizzate attività in collaborazione con associazioni e residenze sanitarie assistenziali del territorio.

Tutto questo, per cercare di far vivere anche a persone affette da alcune tipologie di disabilità, un’esperienza profonda e multisensoriale all’interno del museo, rendendolo un luogo amichevole.

Puoi farci un esempio?

Per migliorare la capacità di accogliere pubblici speciali, alcuni di noi hanno frequentato il corso proposto dalla Regione Toscana “Musei toscani per l’Alzheimer”.

Un corso che forma operatori museali in grado di progettare e svolgere attività mirate ad accogliere persone con Alzheimer, o con altre forme di demenza.

Il Museo sulla Civiltà della Scrittura, tra i poli museali della rete civica, è infatti quello che più si presta a sperimentare attività didattiche con un pubblico che necessita di essere coinvolto anche attraverso l’esperienza tattile.

E riguardo all’integrazione?

Per quanto riguarda l’integrazione, tra i vari servizi della cooperativa vi è l’impegno attivo anche nel settore dell’immigrazione.

La Cooperativa ha favorito l’attivazione di inserimenti lavorativi attraverso convenzioni con la Società della Salute, nello specifico, giovani che si affacciano per la prima volta al mondo del lavoro italiano e trovano, presso il Museo sulla Civiltà della Scrittura, realtà scolastiche multiculturali.

E poi arrivò il Covid...

E con lui, uno stop ai musei e una battuta d’arresto alle varie attività. Ovviamente tutto ciò non ha giovato, ma la speranza è quella di riaprire presto le porte del nostro museo.

Negli ultimi mesi abbiamo approntato alcuni dei nostri laboratori nella versione online, mettendoci a disposizione di tutte le insegnanti che, senza l’emergenza sanitaria in corso, sarebbero venute come ogni anno al Museo con le loro classi.

Per supplire all’esperienza diretta di scrittura che i ragazzi svolgono durante l’attività laboratoriale al Museo, diamo loro la possibilità di utilizzare un kit con i materiali scrittori, così da rendere la loro partecipazione attiva come durante i percorsi didattici svolti in presenza.

Ci auguriamo, come tutti gli altri musei che si occupano di didattica, che i ragazzi possano di nuovo varcare le soglie del nostro museo. Le loro voci, i loro sorrisi e i loro abbracci ci mancano davvero tanto!

Vogliamo tornare ad essere a servizio della società, e a cambiare con essa. Il nostro desiderio è continuare ad essere un riferimento importante per tutta la comunità, così come lo siamo stati in questi ventidue anni.

Clicca qui per maggiori info e per prenotazioni.

Buchi illustrati per aprire passaggi segreti

in Approcci educativi/Arte in galleria/Attività in classe by
Con Marianna Balducci una nuova attività per mescolare disegno e fotografia e… riempire i buchi con delle illustrazioni!

Per spiegare da dove partire quando si mescolano disegno e fotografia a chi si approccia per la prima volta a questa tecnica spesso suggerisco di concentrarsi in prima battuta sugli spazi vuoti. Sono gli spazi che una composizione fotografica ci lascia a disposizione per spostare il peso di quell’immagine da un’altra parte, sono in realtà anche i buchi, gli spazi vuoti, in cui la nostra fantasia trova posto quando osserviamo le cose intorno a noi con attenzione e quelle ci iniziano a suggerire una nuova via per esplorarle e magari trasformarle

In esercizi precedenti abbiamo generato quel vuoto attorno all’oggetto su cui intervenire, mettendolo in scena su uno sfondo neutro che ci lasciasse ampi margini di manovra (recuperate il bestiario immaginario qui). Altre volte quel vuoto lo abbiamo fisicamente portato a spasso per vedere che effetto facesse vestire le nostre storie in presa diretta con le cose del mondo (recuperate gli stencil narranti qui).

Oggi con quel vuoto giochiamo partendo dall’idea che la fantasia a volte sia una dispettosa impicciona, che non si accontenta di girare attorno alle questioni, ma ci vuole andare a fondo a tutti i costi. Oggi apriamo varchi, portali, buchi. 

Tranquilli, non rovineremo niente. La fantasia sarà pure impicciona, ma è molto rispettosa del mondo di cui si nutre. I buchi che andremo a creare saranno immaginari, ma non per questo meno pieni di storie. Come per altre occasioni in cui ci siamo messi a esplorare insieme, vi lascio qualche disegno da cui partire, ma vi invito anche ad inventarne di vostri (salvate e stampate il file in formato A4, divertitevi a fotocopiarlo anche in diverse dimensioni per rendere i buchi disegnati piccoli o giganteschi).

Dei buchi poi non ci accontentiamo: queste aperture sono veri e propri passaggi segreti che conducono verso nuove storie (vi ho suggerito sul mio file come potrebbero cominciare, avete altre idee?). Ecco perché ad ogni varco è associato un personaggio che sbuca fuori o si imbuca dentro (attenzione a ritagliarlo con cura prima di partire con l’esplorazione!).

Fuori o dentro? Questa è già una bella domanda. Se immaginiamo di entrare dentro a un oggetto (un libro, un albero, il cuscino, il pallone, la pentola,…) sicuramente la nostra storia sarà diversa rispetto a quella di chi da quell’oggetto è sbucato fuori. 

Potete procedere posizionando i vostri buchi sia all’aperto che in casa, vi basterà avere sottomano un po’ di nastro carta adesivo o di gommina adesiva removibile, insomma, cose che vi permettano di appicciare temporaneamente il vostro buco su diverse superfici senza rovinarle. Una volta trovato il posto giusto, scegliete angolazione e inquadratura per fotografare la vostra storia.

Per esempio, scegliete quali altri oggetti intorno dovranno essere compresi nell’inquadratura. Il mio coniglio viaggiatore del tempo è sbucato proprio vicino a una misteriosa chiave… sarà quella che gli permetterà di tornare nella sua epoca o che gli aprirà la porta verso nuove dimensioni? Il pigro orso lettore stava cercando da non so quanto tempo una tana in cui trascorrere il letargo coccolato dai suoi libri preferiti e l’ha trovata proprio sul tavolo della colazione… guarda caso, dentro a un goloso pacco di biscotti. Come vedete, i buchi e i personaggi sono in bianco e nero.

Potete lasciarli così e magari divertirvi a virare in bianco e nero la foto successivamente, per vedere come cambia l’effetto, oppure potete colorarli voi. La nostra cagnolina esploratrice sembra immersa in un’atmosfera da vero film di paura nella versione in bianco e nero, davanti a quel libro dalle proporzioni monolitiche che però, sono certa, scoprirà essere molto interessante!

Don’t worry: be Happy (Child)!

in Approcci educativi by
Alla scoperta del network “Happy Child”, dove tempestività dell’apprendimento e pedagogia positiva guidano lo sviluppo dei bambini da 0 a 6 anni.

Dopo aver affrontato il Montessori e il Waldorf-Steiner, con l’Happy Child chiudiamo il cerchio dei metodi pedagogici maggiormente utilizzati oggi.

Il network Happy Child si presenta come  una realtà educativa che offre servizi per la prima infanzia e la famiglia, che affianca il nucleo familiare accompagnandolo nel suo cammino di crescita, e aiuta le aziende a trovare soluzioni sostenibili per l’equilibrio tra attività lavorativa ed esigenze familiari dei propri dipendenti.

Il sistema di valori e l’impianto metodologico del network Happy Child si basa su una domanda molto precisa, ovvero:

Come possiamo aiutare i bambini ad esercitare in futuro, nel rispetto dell’altro e dell’ambiente, la propria libertà, apprendendo tutte le opportune capacità indispensabili per diventare gli uomini e le donne del domani?

Un interessante punto di partenza, che ha visto all’interno di Happy Child un chiaro intento di perfezionamento metodologico, organizzativo e strutturale.

Il metodo Happy Child interessa i primi 6 anni di vita del bambino, ovvero l’arco di tempo ritenuto più importante da un punto di vista dell’assimilazione di insegnamenti e attività.

Proprio per questa sua caratterizzazione, nell’ Happy Child è centrale il concetto di tempestività dell’apprendimento, con un programma didattico volto a sviluppare l’enorme potenziale che i bambini possiedono da piccoli.

Adatto ad ogni bambino, questo metodo è particolarmente indicato nei piccoli tendenzialmente insicuri e poco ottimisti verso le proprie capacità: vengono infatti sviluppate la gratitudine e la lode del comportamento positivo (pedagogia positiva), per incoraggiarli nei progressi quotidiani ed aumentare l’autostima anche in caso di ‘insuccesso’.

I principi pedagogici

Oltre all’educazione tempestiva e alla pedagogia positiva, i principi pedagogici dell’Happy Child sono:

  • l’educazione personalizzata, che tiene conto delle attitudini individuali e che si mette in pratica attraverso l’adozione di sezioni miste, omogenee per età.
  • la metodologia didattica specifica, che mira a far approfondire le conoscenze del bambino, attraverso attività in grado di stimolare i 5 sensi, favorendo anche la conoscenza della lingua inglese. Giocando e divertendosi, infatti, i bambini sono capaci d’imparare la seconda lingua in modo naturale.
  • la collaborazione genitori/insegnanti: lo sviluppo integrale e il benessere del bambino passa necessariamente attraverso la buona sintonia tra la famiglia – i genitori sono i primi e i principali educatori dei figli – e le educatrici.

Il network Happy Child propone una continuità metodologica ed educativa tra asilo nido e scuola dell’infanzia; nelle scuole d’infanzia, infatti, si passa alla partecipazione e al coinvolgimento attivo dei bambini nelle attività quotidiane.

L’educazione personalizzata e tempestiva, la didattica partecipativa, la direzione collegiale sono le metodologie che meglio si accordano con le caratteristiche di una scuola autonoma che tiene conto delle attitudini individuali.

Qui trovi maggiori informazioni sul progetto pedagogico, e qui le possibilità di formazione per educatori, staff e genitori.

Reggio Emilia Approach: il metodo che ci invidia il mondo

in Approcci educativi/Protagonisti by
Scopriamo il Reggio Emilia Approach, il metodo educativo ideato nel dopoguerra dal pedagogista Loris Malaguzzi, e Reggio Children, il Centro Internazionale per la difesa e la promozione dei diritti e delle potenzialità dei bambini e delle bambine, che continua a promuoverlo in tutto il mondo.

Reggio Emilia Approach: è la fine della Seconda Guerra Mondiale quando, Loris Malaguzzi, importante pedagogista italiano ed insegnante, si fa portavoce di una sentita esigenza della comunità, ovvero, veder rinascere la società attraverso l’educazione e l’ istruzione dei bambini.

E così, sfidando contrapposizioni classiche come studio/divertimento, teoria/pratica, realtà/fantasia, e stravolgendo i ruoli dell’educatore e del bambino, Malaguzzi dà vita alla sua rivoluzione.

Una rivoluzione che si concretizza in un vero e proprio metodo educativo, e che prende il nome dalla città in cui è nato: il metodo Reggio Emilia, più internazionalmente noto come Reggio Emilia Approach (lo avevamo menzionato qui e ne avevamo parlato anche qui).

Cos’è il Reggio Emilia Approach?

Il Reggio Emilia Approach, è un sistema educativo che interessa i bambini da 0 a 6 anni, e che vede il bambino occupare una posizione centrale.

Attraverso determinati percorsi che chiamano in causa la creatività, l’ intuito, la curiosità, si sviluppano le attitudini e le caratteristiche specifiche di ogni singolo bambino.

In questo metodo, infatti, proprio come nel Montessori, ogni bambino è considerato nella sua individualità, e ha un personale percorso di sviluppo. Come dire, cucito addosso come un abito!

Quali sono gli obiettivi di questo metodo?
  • Una crescita equilibrata e armoniosa del bambino
  • Formare un cittadino consapevole e capace di entrare in relazione con gli altri e con l’ambiente
  • Fornire condizioni di apprendimento, e non sterili conoscenze
Come viene considerato il bambino?

Un soggetto “dotato di diritti”, creatore di conoscenza, in grado di comunicare e con la piena facoltà di essere ascoltato, cui spettano iniziative e proposte: ecco qua il bambino, agli occhi del Reggio Emilia Approach.

Un esempio della sua autonomia? All’interno dell’assemblea di classe mattutina è il bambino stesso, o anche in gruppo, che inventa e programma la giornata.

Grazie ai suoi cento linguaggi e modi di pensare, esprimersi e capire, il bambino apprende attraverso un processo spontaneo che si sviluppa nella rete di relazioni che ha con la famiglia e con gli educatori.

È compito della scuola – in collaborazione coi genitori – valorizzare i suoi linguaggi, anche attraverso il gioco, l’arte, la musica, la cucina. 

Che ruolo ha l’educatore?

Dando piena fiducia al bambino, e fornendogli gli strumenti per osservare la realtà e porsi domande, ma anche progettare partendo dai propri interessi, l’educatore osserva e ascolta il bambino.

Dunque, più che salire in cattedra, l’educatore collabora con il bambino (ma anche con i genitori), seguendo e documentando passo passo progressi e risultati.

All’interno della scuola sono previsti degli spazi chiamati atelier in cui far entrare in contatto i bambini con diversi materiali, sperimentando e svolgendo attività che impegnino mani, pensiero ed emozioni.

Che ruolo hanno i genitori?

I genitori diventano educatori protagonisti. Nello specifico:

  • Si confrontano tra loro
  • Discutono con gli educatori riguardo alle eventuali difficoltà che il bambino incontra
  • Si occupano dell’accoglienza dei bambini
  • Gestiscono l’allestimento degli spazi all’interno delle strutture educative

Nel corso degli anni il Reggio Emilia Approach ha raggiunto un grande successo e una notorietà tale da essere imitato in tutto il mondo: Stati Uniti, Cuba, Palestina, Kenya, molti Paesi dell’Est Europa e altri ancora.

Esempio concreto e tangibile di questa fama lo abbiamo avuto nel 1991, quando la prestigiosa rivista statunitense “Newsweek”, identificò nella Scuola comunale dell’infanzia Diana, in rappresentanza della rete dei servizi comunali, l’istituzione più all’avanguardia nel mondo riguardo l’educazione dell’infanzia.

Reggio Children

Per valorizzare e rafforzare sempre più il Reggio Emilia Approach, nasce nel 1994 Reggio Children, centro internazionale per la difesa e la promozione dei diritti e delle potenzialità dei bambini e delle bambine.

Attraverso le sue attività, tra loro in relazione, Reggio Children sperimenta, promuove e diffonde un’educazione di qualità.

Oltre alla ricerca, Reggio Children si occupa di organizzare mostre e atelier, pubblicare libri sul tema e offrire consulenza e formazione costante.

Quello dell’educatore è un lavoro di formazione continua, soprattutto agli occhi del Reggio Emilia Approach. Proprio per questo motivo Reggio Childreen propone (a docenti, insegnanti, educatori, studenti, professori, operatori o chiunque è  interessato al tema) percorsi di formazione, seminari e incontri in Italia e nel mondo per conoscere e approfondire sempre più il Reggio Emilia Approach.

Infine, nel 2011 nasce la fondazione no profit Reggio Children Centro Loris Malaguzzi, per diffondere in tutto il mondo i valori del Reggio Emilia Approach, anche attraverso il confronto con altri Paesi e altre esperienze.

Per maggiori info:

  • Qui per formazione a Reggio Emilia
  • Qui per convegni e seminari nel mondo

9 marzo: ad un anno dal lockdown italiano

in Approcci educativi by
Ripercorriamo insieme i progetti educativi e le iniziative nate in epoca Covid-19, a partire dal 9 marzo 2020.

Il 9 marzo 2020 è una data che probabilmente troveremo riportata nei futuri libri di storia. Segna infatti l’inizio del lockdown in Italia – che terminerà lunedì 18 maggio 2020 – e a comunicarla fu l’allora Presidente del Consiglio Giuseppe Conte: l’Italia intera diventa “zona protetta”.

9 marzo – 18 maggio: 70 giorni in cui tutto si è fermato – gli spostamenti, le occasioni di vita sociale, la vita fuori casa – in un eterno presente che impediva qualsiasi programmazione futura.

Ma la speranza e la volontà di offrire sostegno e supporto ai bambini, categoria che più di tutti non aveva i mezzi per capire la portata di quello che stava succedendo, non hanno fermato le idee, e così sono nati tanti progetti interessanti in casa Librì – Progetti educativi, in collaborazione con vari enti e aziende.

Progetti, questi, pensati per portare gratuitamente in tutte le scuole strumenti, libri e kit didattici, per conoscere e affrontare la pandemia e tutte le sue conseguenze, anche sul piano emotivo.

La Banda dei Virus

Con SELEX Gruppo Commerciale SpA è nata l’iniziativa Tutti per la scuola, rivolta alle scuole dell’infanzia e alle scuole primarie paritarie e pubbliche di tutto il territorio nazionale.

Tutti per la scuola ha lo scopo di distribuire agli istituti materiale di consumo e didattico, oltre che progetti educativi, grazie ai punti fedeltà donati dai clienti dei supermercati delle insegne del gruppo.

La banda dei virus è dunque proprio uno dei progetti educativi proposti, ed è nato come forma di sostengo alle classi dopo l’emergenza Covid-19. Il progetto aiuta i bambini a scoprire, con divertimento, alcuni dei virus più famosi (tra cui, appunto, il Sars-Cov 2).

Si passano in rassegna le doti naturali dei virus e i loro punti deboli, per capire come difendersi e per toccare con mano quanto è importante la ricerca scientifica per arrestarli. Il tutto, al grido accorato: “il miglior antidoto è la conoscenza”!

Bentornati a scuola

Dopo il lockdown per l’emergenza legata al Covid-19, a quasi otto mesi di distanza, gli studenti sono finalmente rientrati nelle loro classi. Ma il carico delle emozioni vissute in quei mesi, non poteva essere certo dimenticato, bensì raccontato, rielaborato, metabolizzato.

Per supportare gli insegnanti e i più piccoli in questo rientro così delicato, è nata Bentornati a scuola, una campagna educativa molto speciale ideata e realizzata in collaborazione con Intesa Sanpaolo, e distribuita gratuitamente alle scuole che ne hanno fatto richiesta.

Perché “Bentornati a scuola”?

Il titolo strizza l’occhio ad uno dei valori più importanti della scuola, l’accoglienza, ma è  anche il grido che il protagonista della campagna educativa – e del libro illustrato presente nel kit – rivolge ai bambini per dar loro il benvenuto nella classe.

Storie di quando eravamo lontani

Questo il titolo del libro che le insegnanti hanno ricevuto gratuitamente (e che puoi acquistare qui) e che hanno potuto leggere alla loro classe, raccontando le vicende di un giovane e misterioso Contastorie.

Chi è il protagonista della campagna?

Il Cantastorie, nostro eroe giovane misterioso, aiuterà i più piccoli a tirar fuori dal proprio cuore le emozioni di quando erano lontani e chiusi nelle loro case.

Come? Raccogliendole nel suo cappello a cilindro, fino a che, come per magia, proprio da quel cappello usciranno fuori tante storie straordinarie!

La piattaforma WEBECOME

Grazie al percorso didattico di Bentornati a scuola, tutti i bambini e le bambine hanno l’opportunità di scrivere una loro storia, che sarà pubblicata online sul sito webecome.it, una piattaforma dedicata al mondo della scuola.

Costruita per contrastare il disagio infantile e favorire lo sviluppo delle competenze trasversali del bambino, webecome.it vuole raccogliere e preservare tutto il prezioso materiale scritto, un’incredibile fonte storica dei nostri giorni: il lockdown e la quarantena, visti dagli occhi dei bambini italiani.

Per ricordare quanto è avvenuto, scoprirsi solidali nelle emozioni provate, ma anche e soprattutto per ricominciare, insieme, a vivere il luogo straordinario che è la scuola.

La scuola, infatti, non è solo il luogo dell’apprendimento, ma è anche e soprattutto agenzia educativa e formativa dell’età evolutiva, luogo e spazio delle relazioni sociali, degli affetti, dello scambio, in cui si esprimono tutte le complessità delle relazioni e della vita di gruppo.

Corepla e il riciclo ai tempi del Covid-19

Con Corepla è stato realizzato un utile vademecum per una corretta raccolta differenziata “ai tempi del Covid-19”.

Perché se il Coronavirus ha cambiato molte abitudini, quella della raccolta differenziata è un’abitudine che non ci ha abbandonati. E che, anzi, si è fatta ancora più necessaria e delicata nel caso in cui qualche componente della famiglia possa aver contratto il virus.

Approfittiamone per fare un piccolo ripasso, guardando il video!



9 marzo 2021: ad un anno esatto, e nonostante i vaccini realizzati a tempo di record, restiamo ancora in attesa di capire quando tutto questo costituirà solo un lontano ricordo.

Ma la speranza e la volontà di offrire sostegno e supporto ai bambini, categoria che più di tutti non ha i mezzi per capire la portata di quello che sta succedendo, continueranno a non fermare le nostre idee.

Metodo Waldorf-Steiner: dove dita abili producono abilità di pensiero

in Approcci educativi by
Il Waldorf-Steiner, metodo pedagogico della funzione armonizzante tra il proprio io e il mondo esterno

Dopo avervi fornito qui alcuni elementi del Montessori, passiamo in rassegna il metodo Waldorf-Steiner, dal nome dell’antroposofo e scienziato austriaco – collaboratore anche di Goethe – che lo teorizzò nella prima metà del ‘900.

Premessa della pedagogia Waldorf-Steiner è che ogni essere umano vive 3 diversi aspetti dell’esistenza:

  • ESTERIORE: percepibile attraverso i sensi;
  • INTERIORE: condito di esperienze personali, attraverso il quale si relaziona col mondo esterno e si esprime nei pensieri, sentimenti, atti;
  • quello in cui, nella sua individualità, si esprimono ideali e contenuti patrimonio dell’intera umanità;

Inoltre, il Waldorf-Steiner parte anche dalla considerazione dello sviluppo umano come interazione, all’interno di ogni persona, tra l’organismo ereditato e l’Io, nucleo essenziale di ogni individuo che mira ad  esprimersi appieno.

Queste premesse costituiscono le fondamenta di un processo educativo che ha una funzione principalmente armonizzante, perché visto come sostegno all’individuo in evoluzione su due aspetti:

  • aiutare il bambino a far sì che la sua corporeità diventi sia uno spazio abitativo idoneo ad accogliere la sua interiorità, che una porta aperta sul mondo;
  • sostenere il bambino durante il suo apprendimento su come utilizzare al meglio la sua corporeità, nel suo rapporto con il contesto sociale, culturale e ambientale.

Anche il metodo Waldorf-Steiner è generalmente adatto a tutti ma, più del Montessori, viene adattato progressivamente ad ogni situazione, in base al temperamento dei bambini presenti.

I quattro tipi di temperamento infantile riconoscibili
  •  Malinconico, in cui prevale l’importanza dell’io con una fragilità fisica e carenza di appetito;
  •  Collerico, proprio dei bambini iperattivi che sfidano il pericolo per ottenere ciò che vogliono; 
  • Sanguinico, caratteristico dei bambini molto nervosi, che compiono più azioni contemporaneamente; 
  • Flemmatico, proprio dei bambini tranquilli a cui piace bere e mangiare, e che iniziano a camminare tardi.

Il nostro obiettivo: elaborare una pedagogia che insegni ad apprendere, ad apprendere per tutta la vita dalla vita stessa.

La pedagogia Steineriana cerca dunque di riconoscere, coltivare e portare a manifestazione le potenzialità di ogni bambino, rispettando i tempi della sua evoluzione fisica ed interiore.

Parallelamente allo sviluppo delle conoscenze, per Steiner è fondamentale sapere come si evolvono le facoltà dell’animo umano: volere, sentire, potere. 

L’attività motoria, la fantasia, l’espressività, la creatività, l’iniziativa, sono per Steiner fondamentali nel percorso di apprendimento, ma oggi sono per lo più sacrificate; questo porta inevitabilmente ad un impoverimento dell’esperienza, pregiudicando la formazione di una sana capacità di iniziativa autonoma.

Ecco perché, nella pedagogia steineriana, le materie intellettuali e quelle artistiche/manuali hanno pari dignità: perché  “dita abili producono abilità di pensiero”.

Gli educatori sono chiamati ad eseguire con i bambini giochi ritmici con le dita sulla serie di brevi versi, e ad insegnare le tabelline a passo di marcia o battendo le mani a ritmo .

Così facendo i bambini sono stimolati ad esprimere le proprie abilità con soddisfazione personale, interessandosi a quelle dei compagni. Questo rende viva l’esperienza di armonia del gruppo classe, perché uguale attenzione viene data alla maturazione sociale.

L’organizzazione in settenni

Il percorso delle scuole basate sul metodo Waldorf-Steiner è diviso in settenni. Aspetto fondamentale è che l’educatore sia lo stesso, per ogni ciclo.

Questo perché è necessario che si sviluppi uno speciale rapporto di fiducia con i bambini. Il  maestro deve scendere come persona in mezzo ai bambini, farsi esempio, e seguirli, conoscerli, guidarli, orientarli: educarli.

Lo sviluppo del percorso
1° SETTENNIO | GIARDINO D’INFANZIA

Il bambino impara, da gesti, parole ed espressioni, a parlare, a camminare, a pensare, a “dire “io” a se stesso. In questa fase è importante evitare stimoli troppo  intellettuali, mentre è importante l’organizzazione dell’ambiente intorno a lui, che deve essere curato e ricco di fantasia, immagini e, soprattutto, gioco.

Il gioco è infatti il lavoro più serio: è giocando che i bambini riproducono ciò che accade intorno a loro, e dunque è proprio il gioco che pone la premessa per la futura comprensione del mondo.

2° SETTENNIO | SCUOLA DELL’OBBLIGO

In questa fase del suo percorso didattico, il bambino ricerca il rapporto col mondo e con chi lo abita, e dunque è molto importante l’educazione dei sentimenti.

Ecco perché il maestro verrà affiancato da insegnanti specializzati nelle singole materie, che sapranno sempre unire l’aspetto della pratica a quello della formazione cognitivo-intellettuale. Nel processo di apprendimento, che passa attraverso l’azione, tutto deve essere coinvolto: testa, mani, cuore!

Strumento importante è l’Attestato descrittivo, una sorta di pagella senza voti che descrive i vari aspetti del bambino, nello sviluppo globale delle sue capacità.

3° SETTENNIO | SCUOLA SUPERIORE

Qui troviamo insegnanti maggiormente specializzati, così da rispondere più efficacemente al bisogno di conoscenza e relazione dei ragazzi adolescenti.

Gli obiettivi sono:

  • Educare all’autonomia, alla creatività, al senso di responsabilità;
  • Allenare al pensiero autonomo, attraverso una reale comprensione;
  • Offrire sempre arte e cultura, perché ogni uomo è un artista: il rapporto con l’arte – in ogni sua forma – nobilita la quotidianità e crea riserve di forza;

Qui è possibile trovare una serie di appuntamenti legati alla pedagogia Steineriana, filtrati per città e argomento; qui è disponibile un elenco di seminari di formazione sul metodo Waldorf-Steiner, per insegnanti; infine qui una lista di proposte di lettura per approfondire questo metodo pedagogico.

Il pongo come pulsante di un videogame? È Click4all!

in Approcci educativi/Bisogni Educativi Speciali/Protagonisti by
Con Nicola Gencarelli, del team Click4all, scopriamo la tecnologia digitale che aiuta l’inclusione di persone con disabilità e fragilità

Prima di parlare di Click4all, facciamo un passo indietro: dobbiamo infatti ricordare che è terminata il 14 febbraio la raccolta degli elaborati che hanno partecipato al Concorso “Come stai. Dillo con arte!“.

Perché ricordarlo? Perché il Concorso è promosso dalla campagna educativa nazionale Più unici che rari di Librì Progetti Educativi, in collaborazione con Sanofi, e vede come premio per le prime 15 classi, proprio il dispositivo Click4all.

Dunque, eccoci qua: di cosa si tratta, nello specifico, Click4all?

La domanda non è banale, e per questo abbiamo chiamato in causa uno degli ideatori di questo affascinante dispositivo: Nicola Gencarelli, laureato in Scienze della Comunicazione e Scienze dell’Educazione, nel 2012 ha scritto “Ausili fai da te. Creare e adattare oggetti e strumenti tecnologici per la disabilità“.

Il team che ha ideato Click4all fa parte della Fondazione ASPHI Onlus. Ci può parlare brevemente di cosa si occupa?

La Fondazione ASPHI Onlus promuove l’inclusione delle persone con disabilità e fragilità in tutti i contesti di vita, attraverso l’uso delle tecnologie digitali.

Partendo dai bisogni e dai contesti in cui si trovano queste persone, e attraverso un’attività di ricerca mirata alle tecnologie digitali, realizziamo i necessari adattamenti e cambiamenti che incidono concretamente sulla qualità di vita.

Come lo facciamo? Con azioni di sensibilizzazione, comunicazione, formazione e consulenza.

Click4all: cos’è e a chi si rivolge?

Click4all è un kit per costruire pulsanti e bottoni creativi che interagiscono con il mondo digitale e multimediale.

Quasi tutto può così diventare un tasto: il pongo, bicchieri d’acqua, una mela o una banana, ritagli di carta stagnola, scatole di latta e qualsiasi oggetto che contenga parti di metallo o acqua.

Con Click4all tutto diventa un pulsante per giocare a un videogame, ma anche per scegliere una musica su Spotify, suonare uno strumento musicale virtuale, comunicare sui social, sfogliare un e-book, far partire un video su Youtube, ecc. 

Click4all permette, in sintesi, di collegare questi tasti assemblati e modellati a proprio piacimento, a qualsiasi device, attivando relazioni di causa-effetto o di esplorazione.

Può essere utilizzato da bambini con disabilità diverse (cognitive, fisiche o entrambe), da adulti con disabilità, nell’ambito di attività riabilitative, educative o anche solo come gioco.

Come e quando è nata l’idea di questo dispositivo?

L’idea è nata nel 2015, in un momento di fioritura del fenomeno della digital fabrication, della prototipazione rapida e del movimento dei Makers e del fai-da-te digitale.

E’ ispirato nella sua realizzazione tecnica al bellissimo “Makey Makey”, strumento per l’educazione digitale nato da alcuni ricercatori del Media Lab del M.I.T. di Boston.

Partendo dalla loro geniale intuizione, abbiamo creato qualcosa che fosse più orientato alle esigenze delle persone con disabilità. 

Alla base di Click4all c’è l’approccio pedagogico costruzionista di Seymour Papert, ovvero l’idea che:

l’apprendimento non è una trasmissione di conoscenze, ma un processo di esplorazione e manipolazione di oggetti reali e artefatti cognitivi

Tutti, anche chi non è ingegnere informatico, possono quindi diventare creatori – e non solo consumatori – di tecnologia digitale.

Nel nostro piccolo, con Click4all permettiamo a bambini e adulti di esplorare, immaginare e realizzare forme nuove di interazione con il digitale.

Quante professionalità hanno contribuito alla sua realizzazione?

L’idea è nata dalla squadra di ricerca tecnologica di ASPHI: attualmente il gruppo è formato da un informatico, un educatore, uno psicologo e una pedagogista.

Dall’idea iniziale alla sua realizzazione, quanto tempo è trascorso?

Le prime versioni, nel 2015, erano fatte con una scheda Arduino chiusa dentro scatole di gelato. Nel 2016 siamo passati alla produzione dei kit che ora sono in commercio.

Ad oggi, quanti premi ha vinto Click4all?

Abbiamo vinto il bando Thinkforsocial di Fondazione Vodafone nel 2016, che ci ha permesso di passare dai prototipi alla produzione del kit.

Inoltre, abbiamo potuto ambire a una distribuzione capillare sul mercato italiano delle soluzioni tecnologiche, in ambito educativo e riabilitativo.

Abbiamo poi vinto il premio Make to Care di Sanofi Genzyme nel 2016, e il premio Cariplo Crew nel 2019, che ci sta permettendo di sviluppare una app, Click&DO, utile a chi utilizzerà Click4all in futuro.

Fino ad ora il kit è utilizzato soprattutto da operatori dell’educazione e della riabilitazione, con predisposizione alle tecnologie. Con l’ app vogliamo rendere più semplice la creazione di attività digitali, anche da parte di famiglie e insegnanti.

Ha un sogno da realizzare, o un bisogno specifico che vorrebbe soddisfare, attraverso la realizzazione di una qualche tecnologia?

La mission di Fondazione ASPHI è contribuire a processi di innovazione sociale, cercando di dare il nostro piccolo contributo a colmare l’ultimo miglio che separa l’ecosistema tecnologico, dalle necessità e dai desideri delle persone con fragilità.

Per questo, più che l’invenzione di nuove tecniche o strumenti, serve una rivoluzione culturale, un cambiamento di paradigma verso un welfare di comunità: nella scuola, nel lavoro, nel sistema socio-sanitario della cura.

La tecnologia di per sé è neutra: può creare ponti o barriere, contribuire alla coesione sociale o approfondire diseguaglianze. Saranno le nostre scelte politiche, sociali e culturali a fare la differenza. Il nostro impegno per il futuro è contribuire a questo cambiamento.

Ringraziamo Nicola Gencarelli per aver risposto alle nostre domande.
Per coloro che vogliono approfondire ulteriormente, ecco i riferimenti ai profili social Facebook e Twitter di Click4all.

Il kamishibai,”teatro di carta” che incanta e racconta

in Approcci educativi/Protagonisti by
Scopriamo il kamishibai, letteralmente “teatro di carta”, dove racconto orale e illustrazioni si uniscono armoniosamente

Se ancora non possiamo tornare a viaggiare verso mete lontane, la nostra curiosità non conosce limiti, e stavolta si è spinta fino al Giappone, alla scoperta del kamishibai, il magico “teatro di carta“.

Ne abbiamo parlato con Paola Ciarcià, Presidente dell’AKI (Associazione Kamishibai Italia), docente e formatrice nel settore della pedagogia applicata all’arte e ai beni culturali, e Mauro Speraggi, pedagogista, membro del CIGI (Comitato Italiano del Gioco Infantile) e del comitato scientifico dell’Artoteca di Cavriago (RE).

Cos’è il Kamishibai e qual è la sua origine?

Il kamishibai è una tecnica di narrazione giapponese, che ha avuto la sua massima espressione nel periodo tra le due guerre mondiali, grazie alla combinazione di 3 fattori:

  • la diffusione della bicicletta
  • la crisi economica del 1929
  • l’avvento del cinema sonoro

I primi artisti del kamishibai erano narratori benshi, disciplina che consisteva nel commentare i film muti di allora. Con l’avvento del sonoro migliaia di loro persero il lavoro, e iniziarono l’attività di narrazione in strada.

Si stima che in quel periodo, in tutto il Giappone vi fossero oltre 30.000 kamishibaiya (cantastorie kamishibai)!

Non era raro trovare in un angolo di strada un narratore che, in sella a una bicicletta, con il suo piccolo teatro in legno (butai), richiamasse i bambini battendo tra loro due bastoni di legno. Tutti accorrevano per comprare dolciumi e ascoltare storie, che di solito erano: un racconto buffo, una storia d’amore o una di avventure. Così, tutti i gusti venivano accontentati!

Illustrazione tratta da “L’uomo del kamishibai
Di Allen Say – Edizioni Artebambini
Come funziona il kamishibai?

Il dispositivo si basa sullo scorrimento di singole tavole illustrate, inserite dal narratore all’interno di un piccolo teatro in legno (il butai): attraverso il loro scorrere la storia prende vita.

Il narratore, oltre a gestire il flusso del racconto, commenta le immagini e da’ voce ai personaggi, leggendo il testo riportato sul verso di ogni tavola.

Come ogni buon cantastorie, il narratore cura la drammaturgia della messa in scena, attraverso suoni, rumori ed “effetti speciali”, dando vita a un vero e proprio spettacolo.

Qual è il suo pubblico? È pensato solo per i bambini o anche per gli adulti?

Dal momento che prima di iniziare la narrazione, il cantastorie vendeva caramelle o proponeva giochi e canzoncine, il pubblico è storicamente quello dei bambini e dei ragazzi.

Non esclude però gli adulti; anzi, avendo molte parentele con i cantastorie c’è anche un repertorio per gli adulti o quantomeno per le famiglie. 

Oggi noi portiamo le storie kamishibai nelle biblioteche, nelle scuole, ma anche nei quartieri e nelle piazze. La tecnica rimane sempre quella di una performance basata sul racconto e sulla stretta simbiosi con le immagini.

Quali sono le sue funzioni pedagogiche?

Il kamishibai è innanzitutto una forma di spettacolo, quindi si condivide la storia con altri. Ha in sé il rito dell’attesa di “inizio spettacolo”, concentra l’attenzione e la focalizza sulla potenza della storia letta a voce alta, e sulle grandi illustrazioni. 

Potremmo dire che è la dimensione collettiva del racconto.

Nella sua apparente semplicità, è un congegno narrativo assai complesso: recupera la dimensione originaria della narrazione orale popolare, e si collega all’invenzione del libro, dal momento che il cantastorie sfoglia pagine e mostra immagini.

Il kamishibai è uno strumento prezioso dal punto di vista educativo: è l’anello di congiunzione fra il gioco simbolico e l’albo illustrato.

A scuola e in un museo diventa un mezzo per trasformare una lezione in storia narrata: è uno straordinario facilitatore per un apprendimento complesso e  accattivante.

Il kamishibai segue un copione preciso o è anche frutto dell’improvvisazione del narratore? Ci sono momenti di interazione con il pubblico?

Le tavole illustrate raccontano ognuna una sequenza di una storia definita in precedenza.

La parte della tavola rivolta verso il pubblico è interamente illustrata, mentre nel retro c’è il testo, e una piccola immagine che riproduce l’illustrazione della tavola che si sta leggendo.

Il kamishibai predilige storie semplici, di forte impatto narrativo in cui sia facilmente riconoscibile la struttura della storia e si rispetti la triade narrativa inizio/svolgimento/fine.

Prima di raccontare una storia, il narratore deve:

  • leggere con attenzione il testo
  • cogliere nelle illustrazioni gli aspetti significativi
  • esercitarsi nello scorrimento delle tavole: farlo davanti ad uno specchio aiuta a gestire armoniosamente i passaggi
Quali possono essere gli insegnamenti di questa arte?

È un’esperienza estetica a tutto tondo, perché coinvolge tutti i sensi oltre ad essere uno strumento di cittadinanza attiva e partecipata, se la lettura avviene in luoghi pubblici. Inoltre:

  • Rimette al centro il racconto ad alta voce
  • Dà dignità al mondo delle figure
  • Ripristina un legame stretto tra narratore/trice e pubblico
  • Potenzia la dimensione dell’ascolto, dell’attesa, dell’attenzione
L’AKI (Associazione Kamishibai Italia), da quale spinta/esigenza è nata, e perché?

Alla Fiera Internazionale del Libro di Bologna del 2000, in cui eravamo presenti con Artebambini, siamo stati incuriositi da una strana valigetta di legno di uno stand del Giappone, in mezzo a libri e grandi tavole illustrate.

La storia di questo antico strumento di lettura, che seduceva per la sua stretta parentela con il teatro, ci ha spinti a credere che poteva essere lo strumento ideale da portare nelle classi, nelle biblioteche, negli incontri con i genitori.

Il libro, l’albo illustrato, la lettura ad alta voce: era come se avessero trovato un’altra dimensione!

Da quell’incontro sono passati diversi anni di sperimentazioni, letture, corsi di formazione, storie prodotte. Ma le emozioni che è in grado di suscitare questo antico strumento non si sono per niente scalfite!

Finché si leggeranno e ascolteranno storie kamishibai, si rinnoverà l’incanto, la meraviglia e lo stupore propri dei racconti e della narrazione che risalgono all’alba dell’umanità.

Paola Ciarcià con i bambini

Per questo motivo da qualche anno è nata a Bologna l’AKI – Associazione Kamishibai Italia, che è socia dell’Associazione Internazionale dei Kamishibai, con sede in Giappone. Per tutelare, diffondere e fare ricerca su questo strumento culturale ed educativo.

Ogni anno promuove il World Kamishibai Day, che si celebra il 7 dicembre, giorno in cui i giapponesi attaccarono la Marina degli Stati Uniti a Honolulu, nel 1941.

Per questo l’Associazione Internazionale Kamishibai del Giappone lo ha scelto: perché diventi una ricorrenza di pace, e il kamishibai uno strumento di pace.

Quale miglior antidoto alla paura, ai conflitti, alle guerre, se non quello che ci viene dalle storie narrate con il kamishibai, portatore di gioia e colori?

Sbadiglia la Città: a caccia di storie sonnacchiose anti-noia

in Approcci educativi/Arte in galleria/Attività in classe by
Con Marianna Balducci ci avventuriamo in una nuova attività anti-noia in giro per la città!

La nuova avventura anti-noia di Marianna Balducci, qualche tempo fa avevamo già immaginato un laboratorio che ci portasse a guardarci intorno, “educando lo sguardo“.

Con il freddo che ci circonda e ci intorpidisce e tutto il tempo trascorso tra le mura di casa, capita di sentirsi un po’ come gli animali in letargo. Le giornate iniziano ad allungarsi, ma ancora troppo poco, le occasioni per incontrarsi scarseggiano e, sempre più spesso, siamo costretti a dare forma a porzioni di tempo vuoto, pesante e, diciamolo, noioso… Proviamo con un’attività anti-noia, prima di cedere nuovamente alla sonnolenza invernale.

Proviamo per un momento a fare quello che facciamo di solito insieme in questo appuntamento: capovolgere il punto di vista.

Un’attività anti-noia: a caccia di sbadigli nella città!

Siamo sicuri di essere solo noi quelli annoiati? 

“Erano mesi che nessuno usciva più se non per necessità o per qualche rara eccezione. La Città era sempre più silenziosa, i cittadini impegnati a convivere con nuovi ritmi e presi da nuove preoccupazioni non le prestavano più le attenzioni di un tempo e si limitavano a lanciarle sonnolente occhiate dalla finestra o frettolosi sguardi al rientro dalle loro occupazioni, giusto il necessario per non inciampare in qualche imprevisto. 

La Città ci aveva pure provato a piazzarlo qua e là, qualche imprevisto: un sanpietrino fuori posto, una perdita nel rubinetto della fontana in piazza, un barile da osteria nel mezzo del vicolo… Ma niente. Nessuno notava più nien-te. 

È così che è iniziata ed è stata da subito contagiosa. No, per fortuna, non era un contagio pericoloso, ma di certo sembrava inarrestabile. Di cosa parlo? Di una luuunga, disteeesa, plaaacida, sonnacchiooosa catena di… sbadigli!”

Vi assicuro che questa storia è vera. Se non mi credete, uscite voi stessi a controllare. Vi servirà una macchina fotografica (o un cellulare), una certa conoscenza delle forme tonde e tondeggianti (come andate in geometria?) e una eroica resistenza agli sbadigli che, lo sapete, si appiccicano addosso appena li captiamo anche solo da lontano.

“La Città impigrita sbadigliava continuamente. Qualche volta sembrava accennare un piccolo sforzo a mettere almeno una mano davanti alle sue bocche, come vuole la buona educazione, ma quelle si spalancavano senza preavviso ad ogni angolo. 

Non la si poteva biasimare, in fondo. Non vedendo più nessuno in giro, aveva iniziato ad annoiarsi davvero tantissimo. Prima che i brutti pensieri prendessero il sopravvento (“E se mi avessero abbandonata per sempre?”), aveva deciso che un sonnellino magari le avrebbe fatto pure bene, che la siesta in certi paesi è quasi un’istituzione, che tanto aveva il sonno leggero e presto si sarebbe ripres….zzzzzzzz.”

Mi raccomando, fate piano. Quando vi muoverete per le strade a caccia di sbadigli, siate rispettosi.

A nessuno piace essere svegliato di soprassalto, neppure alle Città.

Il vostro campionario di sbadigli cittadini dovrà essere il più completo e scrupoloso possibile. Ci sono sbadigli di alto profilo come quelli delle facciate delle case piene di finestre, sbadigli tunnel che ti ci perdi dentro tanto sono profondi come quelli delle grondaie, sbadigli minimi come quelli dei tombini che non aprono troppo la bocca per non far cascar dentro qualcuno.

Schedate tutti gli sbadigli urbani che riuscirete a trovare, prendendo appunti su tipologia, qualità e intensità (non dimenticate di scrivere dove li avete incontrati).

Tornati a casa, stampateli per poterli archiviare al meglio e completate le fotografie aggiungendo occhi e dettagli e trascrivendo i vostri appunti. 

“La Città era sicura di aver sognato: un mucchio di piedini e diverse paia di occhi curiosi dotati di strampalati dispositivi l’avevano percorsa in lungo e in largo. All’inizio le erano sembrati molto invadenti e l’avevano fatta sentire un po’ in imbarazzo (sembravano lì a coglierla di sorpresa ogni singola volta che le scappava uno sbadiglio…), ma poi le erano sembrati anche così familiari. Le ricordavano dei cari amici che non venivano a trovarla da un po’. Si era perciò ripromessa che, una volta sveglia del tutto, anche lei si sarebbe guardata intorno con maggior attenzione, per poterli riconoscere e così ritrovare.”

Metodi pedagogici: quali sono?

in Approcci educativi by
Il più noto è il Montessori, ma di metodi pedagogici ne esistono davvero tanti: proviamo ad orientarci!

Si fa presto a parlare di metodi pedagogici: molte, infatti, sono le strategie e le tecniche di insegnamento che hanno dato vita a vari metodi didattici, più o meno adatti al contesto educativo in cui si opera.

Facendo un rapido excursus, chiudiamo gli occhi e torniamo indietro fino al 1937, anno di nascita, in Francia, dei Centri di Esercitazione ai Metodi dell’Educazione Attiva (CEMEA).

Costituiti da persone impegnate nell’educazione e nella formazione sociale, arrivati poi anche in Italia nel 1950, si fondano sui principi dell’Educazione Attiva. I CEMEA affermano che:

  • ogni essere umano ha la libertà di svilupparsi e trasformarsi nel corso della sua vita
  • esiste soltanto una educazione, che si rivolge a tutti
  • l’educazione tiene conto del reale in tutte le sue forme
  • l’ambiente è fondamentale nello sviluppo dell’individuo
  • l’educazione deve fondarsi sull’attività
  • ogni persona ha diritto al rispetto
Cosa significa EDUCAZIONE ATTIVA?

Significa offrire a chiunque situazioni nelle quali essere consapevole del mondo che lo circonda. In questo modo, egli/ella contribuisce all’ evoluzione, in una prospettiva di progresso individuale e sociale.

Il metodo Margherita Fasolo

Rientra nel principio dell’educazione attiva, e la sua finalità educativa è seguire gli interessi dei bambini in età 2 – 6 anni senza imposizioni, lasciandoli liberi nella scelta delle attività.  

Parte integrante del metodo Fasolo è il progetto di formazione continua o permanente dell’insegnante, per acquisire o migliorare gli strumenti professionali che valorizzino sempre di più i desideri del bambino.

Forte è anche il rapporto con i genitori, con incontri organizzati in gruppi nei quali discutere dei vari momenti della vita dei bambini a scuola.

Il metodo Analogico Bortolato

Da Camillo Bortolato, suo ideatore, è definito come quello più naturale e istintivo. Nella sua genialità, infatti, il bambino compie ogni minuto migliaia di calcoli e supposizioni, e metafore e analogie sono per lui all’ordine del giorno.

Quale migliore strumento dell’analogia – anziché la logica – per conoscere il mondo?

Il Reggio Emilia Approach

Punto di riferimento nel mondo, si sviluppa e rinnova quotidianamente nelle scuole e nei nidi d’infanzia del Comune di Reggio Emilia.

Se ne inizia a parlare nella seconda metà dell’800, ma è negli anni ’60, con la figura di Loris Malaguzzi, che comincia a concretizzarsi l’idea di una rete di scuole e nidi d’infanzia comunali reggiani. 

Principale obiettivo di questo metodo, è il raggiungimento di una crescita armoniosa del bambino, portandolo ad essere un cittadino consapevole in grado di cooperare con il prossimo e rispettando l’ambiente.

Ogni bambino è considerato unico in quanto, nei suoi diversi tempi di sviluppo e crescita, possiede i “100 linguaggi e i 100 modi di pensare”.

L’ambiente poi è fondamentale nel valorizzare i 100 linguaggi, e lo fa tramite l’utilizzo del gioco, della musica, dell’arte e della cucina.

Ma quali sono, oggi, i metodi pedagogici più importanti? E come si decide se utilizzare l’uno piuttosto che l’altro?

Domande da un milione di dollari! Ma possiamo affermare che quelli al momento più utilizzati sono: il Montessori, il Waldorf-Steiner e l’Happy Child.

Il metodo Montessori è il più noto, e non solo agli addetti ai lavori, grazie anche alla fiction del 2007 di Canale 5 “Maria Montessori – una vita per i bambini”, con protagonista una strepitosa Paola Cortellesi. 

Elaborato tra il XIX e il XX secolo, il metodo Montessori parte dalla tesi che ogni bambino deve essere lasciato libero di esprimere le proprie capacità, senza che un adulto lo guidi.

Vi è alla base una grande fiducia dell’adulto verso il bambino, e la consapevolezza che questi apprenderà in tempi e modi diversi, in base alle proprie capacità e alla propria “mente assorbente”.

Le attività educative sono organizzate in modo da favorire la scoperta e la costruzione, senza oppressioni. Il docente semplicemente controlla che il bambino non diventi pericoloso per gli altri o per sé.

Libertà, spontaneità, fiducia, osservazione: questi i termini chiave del metodo Montessori, talmente noto e apprezzato da essere adottato attualmente da circa 65mila scuole in tutto il mondo.

Dal 1987, l’Opera Nazionale Montessori  – organizzazione nazionale di ricerca e formazione – sostiene, dal punto di vista metodologico, le scuole pubbliche e private che adottano il metodo Montessori, mediante apposite convenzioni.

Per questa ragione l’ONM promuove, a livello nazionale e internazionale, iniziative di studio e confronto con gli organismi istituzionali e con i rappresentanti delle diverse posizioni scientifiche e culturali.

Qui una lista aggiornata di tutti gli asili nido e le scuole Montessori in Italia.

Qui 100 attività in linea con la pedagogia montessoriana, per bambini dai 18 mesi. Per uno sguardo a 360° sul metodo, qui i riferimenti.

Per l’approfondimento del Waldorf-Steiner e dell’Happy Child, l’appuntamento è ai prossimi articoli in materia di metodi pedagogici!

Fare e vedere teatro a scuola: ecco perché è necessario

in Approcci educativi/Attività in classe by
Dire, fare, vedere teatro: la perfetta armonia tra razionalità e creatività tra i banchi di scuola.

Sicuramente anche tu, nel tuo lungo percorso scolastico, ti sei avvicinato/a almeno una volta al fare e vedere teatro. Chi non ricorda, infatti, di aver preso parte ad una recita di fine anno, seppur nei panni del cespuglio immobile in 3° fila (comunque con una sua utilità ai fini della storia)?

Fare teatro è un’esperienza che coinvolge, fa riflettere, emoziona, avvicina agli altri; che siano le emozioni dei compagni sul palco, o l’empatico sentire del pubblico in ascolto.

Il medesimo turbinio di emozioni – dallo spegnersi delle luci in sala e il dissolversi del brusio, fino agli applausi finali – lo vive anche chi ne è spettatore.

Nella nostra società, in cui si moltiplicano le piattaforme social, è ancora uno strumento valido il teatro a scuola?

Oggi più che mai, con alunni che – figli dell’era Hi-Tech – mangiano pane e video Tik Tok, il teatro rappresenta uno strumento valido ed efficace. Contrasta infatti la loro grande incapacità di mantenere l’attenzione e la concentrazione, arricchisce le capacità creative e comunicative, migliora il lavoro di gruppo. Anzi, lo costruisce e fortifica, il gruppo.

Un gruppo da cui nessuno è escluso: al suo interno non esiste un qualcosa che non si sa o che non si riesce a fare, e le caratteristiche di ognuno/a trovano qui la propria dimensione.

Se ci fermiamo un attimo a pensare, il fare teatro appartiene all’istinto di ogni bambino/a che, in gruppo o da solo/a, si diverte giocando a “fare finta che”.

Facciamo finta che io sono una principessa e tu sei un principe, e voliamo con i nostri unicorni sopra l’arcobaleno, fino ad arrivare a toccare il sole?

Due personaggi, una storia, tanta fantasia: il teatro è servito.

Dunque l’attività teatrale è puro estro ed emozione?

Sicuramente è un  ottimo mezzo per il recupero della propria affettività, della propria immaginazione e creatività; non è però da intendersi solo su un piano puramente irrazionale.

L’attività teatrale è infatti anche costruzione, processo cognitivo, tecnica. Dunque, pura razionalità.

All’interno del programma didattico, l’attività teatrale – diversa dalla teatralizzazione – si pone come un lavoro trasversale. Ben impostata, si interseca con l’educazione linguistica e psicomotoria dell’immagine, del suono, della musica, ma anche con la storia, la geografia e – incredibile! –  persino con la matematica.

Come una qualsiasi materia scolastica, anche l’attività teatrale deve essere:

  • programmata annualmente
  • diluita nell’arco dell’anno
  • seguita da un operatore teatrale esterno, affiancato dal docente disposto a “mettersi in gioco”, con preferibilmente alle spalle corsi/laboratori di teatro

È bene ricordare di non separare le 2 componenti dell’attività teatrale: il fare e vedere teatro si prendono a braccetto e si rafforzano vicendevolmente, andando ad integrare con perfetta armonia quegli aspetti di razionalità e creatività spesso tenuti separati nella scuola.

Confliggere è inevitabile?

in Approcci educativi/La Facile Felicità by
Insieme a Giulia Lensi e Renato Palma parliamo di relazioni umane, chiedendosi se confliggere sia inevitabile o no.

Gli esperti dei Peace studies sostengono che i conflitti fanno parte della fisiologia delle relazioni umane (in pratica non è possibile “non confliggere”).

Se così fosse potremmo metterci l’anima in pace (scusate il gioco di parole) e pensare che il conflitto sia come il moto della Terra: è così e basta.
Poi viene da pensare che forse gli appartenenti a quel gruppo, solo qualche secolo fa, erano convinti, a ragione, visto che la maggioranza la pensava come loro, che la Terra fosse piatta e il sole viaggiasse su un carro.

Fatta questa breve premessa, occorre anche dire che una delle caratteristiche degli esseri umani a noi più care è il loro senso della possibilità, tanto che ci siamo inventati una serie di storie che hanno come protagonisti i Sissipole (in Toscana è così che si dice: sì, si può) ai quali dobbiamo la maggior parte delle scoperte e dei tentativi di miglioramento delle condizioni di vita. Il fuoco, le strade, le comunità, le case, l’infanzia, e chi più ne ha più ne metta.

Ci siamo immaginati che le condizioni di vita degli umani siano migliorate in questo modo. Una mattina, molti ma molti secoli fa, qualcuno (più probabilmente qualcuna) si sveglia e dice: “Ho dormito bene stanotte e ho fatto un bel sogno. Invece che sulla nuda terra avevamo organizzato un mucchio di paglia (l’idea che si potesse chiamare pagliericcio è successiva) ben delimitato sul quale dormire. Una meraviglia.

Il bello dei Sissipole era che l’idea era immediatamente accolta con entusiasmo e con una riflessione: vediamo come si può fare.

Naturalmente non tutti reagivano nello stesso modo. Qualcuno, o forse la maggioranza, scrollava le spalle, scuoteva la testa, disapprovava l’idea e se ne andava pensando: le solite donne. Erano gli Unsipole (non credo sia necessario spiegare perché li chiamavano così).

Vedete, l’espressione che più ci ha colpito nelle affermazioni rispettabilissime dei Peace studies è che la logica conseguenza del considerare fisiologico il conflitto è che, in pratica, non è possibile non confliggere.

Chissà allora quante altre cose non sono possibili, oltre a non confliggere. Se è fisiologico non avere ali, allora non è possibile volare.

Ma volendo giocare al gioco dei Sissipole, ci siamo chiesti cosa succede se non consideriamo né come fisiologico, né come inevitabile il conflitto, inteso come confronto nel quale vien fatto ricorso all’uso della forza da parte di chi sa già di essere più forte (una questione di fair play, se vogliamo), cioè nel mondo dell’educazione.

Poi ci siamo chiesti quale sia il momento di spostare una relazione dal campo affettivo a quello conflittuale, nel caso della relazione totalmente asimmetrica che si instaura tra adulti e bambini, e in questo caso ci siamo dati una risposta: il prima possibile, questo suggeriscono gli educatori più seguiti, in modo da evitare di farsi prendere la mano.

E in un certo senso li capiamo. Se si tratta di confliggere, meglio mettere subito in chiaro chi comanda.

Allora forse – un forse naturalmente gigantesco, perché i Sissipole sono pieni di possibilità e quindi di dubbi – abbiamo pensato che non è detto che tutti gli esseri umani abbiano come caratteristica fisiologica l’impossibilità di evitare il conflitto.

Così non ci siamo lasciati condizionare dai molti che sono convinti che i conflitti facciano parte della “fisiologia delle relazioni umane” e che, pertanto, ritengono che non sia possibile non confliggere.

Abbiamo solo pensato che, forse, sempre forse, è da questa loro convinzione che fanno derivare l’approccio conflittuale, e la sua giustificazione fisiologica, e anche che per questo il conflitto continua a essere, per loro, il modo in cui scelgono di educare i loro figli (o sono obbligati dalla fisiologia?).

E se invece i conflitti fossero riconducibili alle modalità con cui si stabiliscono le relazioni umane, e venissero trasmessi attraverso l’esempio delle persone di riferimento (educatori e genitori, nonni e zii e così via), che sono certi che non si possa fare altrimenti e, ovviamente, non amano essere contraddetti?

Cioè: e se il conflitto si apprende dall’esempio, come la lingua e molti altri comportamenti?

In questo caso il conflitto diventa soltanto una risposta adattiva a una relazione basata sul conflitto fin dai primi momenti dell’accoglienza. Bene, il fatto che si possa imparare a essere, generazione dopo generazione, sempre più umani, è un’idea che ci piace molto, certamente che ci rende più liberi e quindi più responsabili: i nostri comportamenti dipendono dalla cultura che creiamo o alla quale aderiamo.

È vero, siamo molto ottimisti, e pertanto, come dice Guenassia, certamente abbiamo torto, ma noi abbiamo deciso di impegnarci in una direzione del tutto diversa.

Ci siamo svegliati una mattina e ci siamo detti: secondo te è possibile immaginare un mondo senza conflitti?

Ovviamente abbiamo risposto: Sissipole!

Per questo non consideriamo i conflitti fisiologici, a un punto tale che cerchiamo di non crearne le condizioni, soprattutto nelle relazioni in cui si trasmette la cultura, e quella forma meravigliosa e molto raffinata della cultura che si chiama affetto. In questo modo quando il conflitto fa parte della relazione lo consideriamo una fase transitoria, un deficit di cultura, frutto di quel modo di vedere che lo considera inevitabile, e finisce per renderlo inevitabile.

Potremmo tentare un esperimento, ci siamo detti. Per rendere il conflitto evitabile non alleviamo le nuove generazioni nell’idea che il conflitto sia inevitabile, solo perché è uno strumento che noi scegliamo di usare. Ci è parso ovvio pensare che se semini conflitto raccogli conflitto. Proviamo, invece, a verificare la possibilità di creare un mondo nel quale la relazione, almeno quella tra due esseri umani, può diventare il luogo nel quale sia facile non ammettere l’uso neanche di una dose minima di forza, e quindi di maltrattamento.

Questo ci impegna a trattare ogni essere umano, a prescindere dall’età, come uno che ha gli stessi nostri diritti a essere trattato bene, senza quelle deroghe che sembrano necessarie a educarlo. Che dire, forse litigare per educare educa a litigare? In questo modo non sentiamo, per cominciare almeno nella relazione educativa, l’esigenza di imporre il conflitto come inevitabile. Questo perché non vogliamo giustificare in alcun modo la nostra sordità ai segnali di arresto, e quindi la scortesia, la mancanza di gentilezza.

Il conflitto, per noi, non è mai qualcosa da trasmettere “a fin di bene” o da utilizzare se “porta a una crescita”. Solo cambiando il nostro approccio, possiamo evitare di far sperimentare ai nuovi arrivati il conflitto come normale, persino utile e fisiologico. Ovviamente si può eccepire che non tutti i litigi sono conflitti, e noi, per superare queste utilissime osservazioni, preferiamo parlare di uso della forza, che viene percepita come fatica.

Se l’educazione viene percepita come faticosa da chi educa e da chi è educato, è ovvio che si sta o usando la forza o resistendo all’uso della forza. In più, quando la forza entra nel tessuto della relazione ha come conseguenza la creazione di un sentimento che certamente non facilita lo stare insieme: la paura.

I bambini hanno paura dei loro educatori, così come all’inizio gli educatori avevano paura dei bambini. Paura significa non fidarsi. Non fidarsi obbliga a difendersi e dà una brutta piega all’affetto, che comunque fa parte dello scambio di esperienze. Si può volere bene e confliggere? Per molti la risposta è ovviamente sì. Ma la domanda dovrebbe essere: si può trattarsi bene e confliggere? Qui la risposta non è così immediata.

Il conflitto non è mai un modo di trattarsi bene, o di trattare bene.

Il conflitto rompe i legami di fiducia, genera paura e distanza, rende difficile la comunicazione, impossibile l’intimità. Allora, come sanno molti, anche nelle relazioni è meglio prevenire, se possibile, i conflitti e quelle forme di maltrattamento che generano sofferenza. Non dimentichiamo che stiamo parlando di relazioni di prossimità che sono la matrice della relazione con sé stesso.

Pertanto preferiamo chiederci come fare per evitare una sottovalutazione di qualsiasi uso della forza. È successo così.

Un’altra mattina qualcuno si è svegliato e ha detto: abbiamo già fatto tanto a inventare la scuola, la famiglia. Che ne pensi se troviamo il modo di rendere la scuola, e in generale la relazione educativa, uno spazio gentile?

La risposta potete immaginarla.

La valutazione degli studenti, dalla DDI al futuro

in Approcci educativi by
Facciamo luce insieme su uno dei problemi più sentiti e attuali: la valutazione degli studenti, alla luce dell’attuale situazione scolastica

Nel generale scombussolamento della didattica provocato dalla pandemia e dal conseguente ricorso alla DDI, quello della valutazione degli studenti si è rivelato uno dei problemi più sentiti. Di sicuro è quello che più spesso finisce sui giornali, con tutto lo scalpore che ne segue, a dimostrazione delle tensioni che esso genera.

Molti docenti sono sul chi vive, e non per ragioni astruse. Se tra gli studenti l’abitudine di imbrogliare era già pervasiva quando di DaD o DDI non v’era il minimo sentore (tanto che Marcello Dei ha potuto scrivere un’intera monografia al riguardo: Ragazzi, si copia, figurarsi ora che le possibilità di controllo sono ridotte praticamente a zero.

È per questo che alcuni zelanti colleghi hanno concepito trovate insolite e crudeli quali l’obbligo di parlare bendati o di fissare la web cam senza interruzioni, a rassicurazione della genuinità delle risposte.

Si tratta di episodi che fanno cadere le braccia e che dimostrano una volta di più come talora la scuola italiana faccia una fatica assurda a reagire correttamente a problemi reali, finendo per polarizzare la discussione in opposte banalizzazioni: da un lato un atteggiamento alla “sorvegliare e punire” che non produce risultati (pur godendo di una legione di convinti fautori) e dall’altro la superficiale tolleranza di un fenomeno che viene ridotto a goliardia.

Forse è il caso di ritornare sui fondamentali e di ricordarci le ragioni e gli scopi della valutazione scolastica. Spero che tra docenti si sia tutti d’accordo sul fatto che la valutazione abbia principalmente due scopi (nessuno dei quali, sia detto en passant, può sopravvivere a imbrogli sistematici): rendere intellegibili i progressi fatti da uno studente e fargli capire dove e come può ancora migliorare.

In gergo specialistico, ma stranoto a tutti gli insegnanti, la prima è una valutazione sommativa, la seconda, la più importante nella scuola dell’obbligo, formativa.

Attraverso un voto (sommativo) facciamo capire quanto lo studente si sia avvicinato all’obiettivo che volevamo fargli raggiungere; attraverso un giudizio (formativo e spesso e volentieri discorsivo) gli facciamo una diagnosi.

Il sistema di valutazione della scuola italiana è efficace nel perseguire questi obiettivi? In realtà, no. Il nostro è un sistema caotico che anche in assenza di pandemie fa danni in tutte le direzioni e scontenta tutti senza fornire dati utili.

Gli studenti vivono la valutazione con sospetto e ansia, i docenti con stress. Gli studenti non vogliono essere valutati e i docenti li inseguono con compiti e interrogazioni, sfinendosi reciprocamente.

Anche il più convinto sostenitore della docimologia italiana finisce per lamentarsi di “non avere il tempo di interrogare” o di dover fare i salti mortali per riuscire a mettere un voto agli acrobati delle assenze strategiche.

Si fa fatica a capire perché questo sistema così scombinato sia anche così inamovibile, ma non è un mistero. In parte c’entrano l’abitudine e la tradizione: la scuola fa parte del nostro panorama infantile in maniera così profonda che non immaginiamo possa cambiare. Dall’altro, c’è una funzione impropria di cui più o meno consapevolmente non sappiamo fare a meno, quello della “retribuzione”.

I voti sono premi e castighi che noi docenti gestiamo come fossimo occhiuti confessori o, peggio, censori. Molto spesso il voto altro non è che uno strumento di governo della classe.

La didattica digitale ha inferto dei pesanti colpi a questo gioco. Quand’anche non si abbia della valutazione scolastica l’opinione severa che ho illustrato e anzi la si trovi adeguata, bisogna riconoscere che è un gioco al quale per ora non si può più giocare. È necessario trovare delle alternative.

Se non possiamo impedire agli studenti di alterare la valutazione sommativa con l’imbroglio, sospendiamo la valutazione sommativa e posponiamola a quando sarà possibile farla davvero. Per adesso i voti non ci servono.

Ci serve piuttosto che gli studenti imparino qualcosa. Se pensiamo che gli studenti imparino qualcosa soltanto se continuamente minacciati di votacci, la mia proposta deve sembrare un non sense, ma bisogna anche riconoscere che raramente le minacce rimangono efficaci a lungo.

Proviamo allora a far così: durante la didattica digitale facciamo soltanto valutazione formativa, ricordando quanto più spesso possibile agli studenti che quel che si fa è in vista di valutazioni sommative serie, da svolgersi più avanti e in cui non sarà possibile imbrogliare. Invece di fare tanti compiti e interrogazioni con calendario e argomenti più o meno casuali, faremo fare tante esposizioni orali, relazioni, riassunti, simulazioni di esame, laboratori e lavori di gruppo, il tutto in preparazione di una prova uguale per tutti, ponderata, programmata ed elaborata per tempo, da tenere alla fine del quadrimestre o dell’anno. Intessute in tutte queste attività troveranno agevolmente luogo le valutazioni formative, quelle che entrano davvero nel merito dell’apprendimento.

In questo modo uno studente non è incentivato a trovare mezzucci per scappottarsi questa o quella prova di valutazione, ma a elaborare un metodo di studio di ampio respiro; il docente non deve andare a caccia di numeretti da raccattare alla bell’e meglio; si riduce a zero l’attualmente spropositata conflittualità per eventuali “ingiustizie” nella valutazione, che possono essere reali come inventate, ma che finiscono per essere inevitabilmente evocate se la valutazione si riduce a domande random fatte in momenti più o meno casualmente sparpagliati nell’anno scolastico.

La mia idea è che una volta fatto tutto questo, la didattica digitale possa procedere più spedita e tranquilla. I docenti penserebbero a insegnare, gli studenti ad imparare. Certo, sarebbe bello avere studenti maturi e motivati a prescindere da come vogliamo strutturare la nostra didattica, ma maturità e motivazione sono cose che si costruiscono e si insegnano anch’esse.

E avere un sistema valutativo funzionale, con risorse più ampie di quello attuale, che alla fine conosce solo prediche, minacce e qualche occasionale blandizia, di sicuro aiuta moltissimo.

Oppure possiamo continuare come abbiamo sempre fatto, e continuare a lamentarci degli studenti, senza neanche accorgerci di quanto siamo ripetitivi. A noi la scelta.

Una mappa interattiva per scoprire l’origine dei nomi delle città

in Approcci educativi by
Più di 190 città sparse per il mondo nascondono “qualcosa” di straordinario nel loro nome: divertiamoci a scoprirle con una mappa interattiva.

Cosa si nasconde dietro il nome di tante città in giro per il mondo? Qual è la loro origine o il loro significato nascosto? È quello che si è chiesto il sito onthegotours, e la risposta è stata davvero sorprendente!

Il risultato di questa ricerca fuori dal comune li ha portati a realizzare una mappa del mondo incredibile, sulla quale possiamo muoverci con il mouse e scoprire che il significato di Roma è la traduzione di Forte, che Vienna significa Forte bianco, che Dublino deriva da Piscina nera e che Berna viene da Orsa.  Le sorprese vengono però anche dagli altri continenti: da Tokyo che significa Capitale orientale, al Cairo che vuol dire Vittoriosa fino a Buenos Aires che deriva da Venti favorevoli.

Insomma, tra sentimenti, forze della natura, creazioni dell’uomo o riferimenti ad animali, i misteri da scoprire sono davvero tanti. Questa mappa è anche un modo diverso per esplorare paesi e continenti e può essere usata anche in classe – collegandosi alla LIM – per presentare agli studenti lo studio dei continenti in un modo completamente diverso!

Non resta che partire per l’esplorazione sul sito onthegotours, collegandosi alla pagina Literal Translations of Cities Around the World.

Buon viaggio!


Il Premio Asimov: trasformare gli studenti in critici lettarari

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Insieme al professor Francesco Vissani, scopriamo il Premio Asimov per le opere di divulgazione e di saggistica scientifica più meritevoli e la particolarissima giuria che lo assegnerà nell’edizione 2021.

Nato da un’idea del fisico professor Francesco Vissani, che abbiamo conosciuto in una recente intervista, il Premio Asimov è un importante riconoscimento per opere di divulgazione scientifica. Una manifestazione che vede la partecipazione attiva sia degli autori delle opere in lizza, sia degli studenti provenienti da ogni parte d’Italia che con il loro voto decretano i vincitori.

Per conoscere da vicino il premio e scoprire le novità della sesta edizione, abbiamo contattato proprio il professor Francesco Vissani.

Bentrovato professore, subito la prima domanda: com’è nata l’idea del Premio Asimov?

Buongiorno e grazie per la bella domanda! L’inizio di questa avventura mi fa pensare a quando metti insieme un puzzle. L’ultimo pezzo me l’offrì mia figlia, quando mi disse: “Renzi vuole che lavoriamo”. Claudia si riferiva alle direttive della politica, che intendevano far familiarizzare gli studenti di scuola superiore col mondo del lavoro. Mi chiesi allora: perché non chiedere aiuto proprio agli studenti per valutare, recensire e scegliere i migliori libri di divulgazione scientifica? Anche se molti credono che la cultura scientifica meriterebbe qualche attenzione in più, curiosamente solo pochi pensano che sia possibile fare qualcosa di utile. Dunque, una buona parte del lavoro è stata proprio convincere tanti colleghi e amici che, insieme, era possibile fare qualcosa del genere.

Come avvengono la scelta delle opere e la votazione da parte degli studenti? E a proposito di studenti, è veramente molto bello che siano parte attiva di questa manifestazione…

I libri in lizza vengono selezionati da una commissione scientifica, cioè da un gruppo di 400 persone (professori, ricercatori, dottorandi ecc.) che esamina i numerosi libri di divulgazione apparsi nei due anni precedenti al premio. C’è una sola regola: chi ha letto il libro lo può proporre e votare. Dopo diversi mesi di lavoro, la giuria stila una lista di finalisti. A questo punto, la scelta vera e propria del libro vincitore viene affidata completamente a una giuria formata da studenti, che hanno il compito di votare un’opera e scrivere una sua recensione. Gli studenti che hanno prodotto le recensioni più interessanti vengono inoltre invitati a raccontarci le loro idee. Personalmente, credo che la cosa più bella del nostro premio sia poter dare a ragazze e ragazzi della scuola secondaria di II grado l’occasione di parlare in pubblico di scienza.

Ci può raccontare qualche aneddoto particolare delle passate edizioni?

Ce ne sono così tanti… Potrei raccontarvi di quando abbiamo scoperto che una delle studentesse vincitrici era una ragazza madre che – pensate! – aveva preparato la sua recensione in ospedale, mentre curavano il suo piccolo. Ma anche di quando Wikipedia nel 2017 decise di cancellare la pagina del Premio Asimov dopo la vittoria del professor Burioni… Insomma, sembra che la scienza scaldi parecchio gli animi, e al Premio ne abbiamo viste di tutti i colori!

Com’è stata organizzata la nuova edizione a causa della pandemia e dei conseguenti lockdown?

Non è stato molto difficile. Se c’è una cosa che si può far bene da casa è leggere un buon libro e ragionarci sopra! I cinque libri selezionati per l’edizione 2021, la cui cerimonia finale avrà luogo il 17 aprile 2021, sono:

“L’albero intricato” di David Quammen, edito da Adelphi

“L’ultimo Sapiens. Viaggio al centro della nostra specie” di Gianfranco Pacchioni, edito da Il Mulino.

“La natura geniale. Come e perché le piante cambieranno (e salveranno) il nostro pianeta” di Barbara Mazzolai, edito da Longanesi.

“L’ultimo orizzonte. Cosa sappiamo dell’universo” di Amedeo Balbi, edito da UTET.

“Imperfezione. Una storia naturale” di Telmo Pievani, edito da Raffaello Cortina.

E per chi fosse interessato, le recensioni dei nostri giurati possono essere ancora ascoltate sul nostro canale YouTube.

Grazie professore e a presto!

Un dicembre rosso cuore

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Una lettura per prepararsi al Natale con Ivan Sciapeconi

Ivan Sciapeconi è già noto a tutti i lettori di Occhiovolante: insegnante di scuola primaria, autore di testi per docenti, formatore, cura da molto tempo un rubrica molto letta e apprezzata: Maschile singolare. Questa volta però lo incontriamo in veste di scrittore per bambini, con Un dicembre rosso cuore, un libro edito da Einaudi, con cui è andato a toccare temi importanti con leggerezza e sensibilità. Un invito a guardare oltre le apparenze.

Ecco la storia. Giulia ha dieci buoni motivi per odiare dicembre, o meglio: nove motivi sono brutti, uno è bruttissimo! Per esempio, a dicembre la sua peggior nemica festeggia un attesissimo compleanno. Poi fa freddo, senza dimenticare che con le vacanze di Natale la scuola chiude e comincia un lungo periodo di noia e solitudine. Ma il motivo più brutto di tutti è il grande vuoto che prova da quando la sua mamma non c’è più.

Natale si avvicina, Giulia fa i conti con la rabbia e la solitudine, ma quest’anno le cose prendono inaspettatamente una strana piega, per l’arrivo di una misteriosa coppia di anziani: un uomo e una donna. Giulia ne è certa, i due sconosciuti nascondono qualcosa, e ha ragione: sono i nonni materni che tanti anni prima avevano litigato con i suoi genitori e che adesso sono ricomparsi per…

Una storia delicata, raccontata con leggerezza, di crescita e riconciliazione. Una storia di Natale.

Quindi, buona lettura con Un dicembre rosso cuore.

A tavola con tutti i colori della frutta

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Educazione alimentare: frutta e verdura a scuola per educare il gusto e guadagnare salute

Il consumo quotidiano di frutta e verdura è uno dei fattori essenziali per una sana e corretta alimentazione. La frutta e la verdura infatti garantisce l’assunzione di vitamine, fibre e minerali utili allo sviluppo dei più piccoli, oltre all’alta percentuale di acqua. Per questo è importante educare i bambini, fin dai primi anni della primaria, a un suo consumo, sia a scuola che a casa, dopo i pasti e come merenda nell’arco della giornata.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda di consumare ogni giorno 5 porzioni tra frutta e verdura, preferendo quella fresca e di stagione, perché più ricca di nutrienti. Mangiare frutta e verdura ci regala vitalità, rinforza le difese immunitarie e riduce il rischio di contrarre, in età adulta, molte malattie. Ma l’OMS ci dice anche di fare attenzione ai colori della frutta, perché ogni colore corrisponde a sostanze specifiche di cui ha bisogno il nostro organismo.

L’invito per tutti è dunque quello di portare a tavola frutta e verdura di tanti colori diversi!

Per raccontare ai più piccoli la bontà e l’importanza di mangiare ogni giorno frutta e verdura, Ismea – Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare, in collaborazione con Librì Progetti Educativi, ha realizzato un divertente percorso online interattivo“Gioca con Superchef” – rivolto alle scuole primarie di tutta Italia.

Superchef è un mago della cucina, che vive nel frigorifero dei bambini, e ha una missione: aiutare i più piccoli a conoscere i benefici e la bontà di frutta e verdura. Dalla colazione alla cena, i bambini aiuteranno Superchef a trovare sempre la soluzione migliore in cucina, scoprendo le sue ricette buone e gustose a base di frutta e verdura di tutti i colori.

“Gioca con Superchef” rientra nel programma dell’Unione Europea “Frutta e verdura nelle scuole”, promosso dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari, Forestali e del Turismo, in collaborazione con il Ministero della Salute e le Regioni, per portare i colori della frutta nelle scuole di tutta Italia e la sua educazione al consumo.

E alla fine del percorso online, Superchef regala il suo SuperRicettario: delle schede, una per ogni pasto, con tante informazioni utili e suggerimenti per scoprire proprietà e varietà di frutta e verdura, ma anche divertenti e semplici ricette per rendere i più piccoli protagonisti in cucina! 

“Gioca con Superchef” è gratuito per le classi e le famiglie: per cominciare a giocare, basta collegarsi alla pagina di Giochiamo con la frutta!

Orti botanici : 5 spunti per delle piccole gite educative

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Un viaggio alla scoperta di 5 orti botanici tra i più belli e spettacolari d’Italia.

In Italia sono tanti i tesori nascosti da visitare, tra questi vi sono sicuramente gli orti botanici, luoghi straordinari, che rappresentano delle mete ideali per una gita con bambini e ragazzi. Gli orti botanici sono dei veri e propri musei viventi, dove grandi e piccoli possono fare incredibili scoperte e trascorrere del tempo all’aria aperta.

Ecco una lista di 5 orti botanici italiani, tra i più importanti e belli, che meritano una visita.

1. Orto botanico di Bergamo “Lorenzo Rota”

Si sviluppa in 2.400 metri quadrati e raccoglie oltre 1.200 tipologie di piante, molte delle quali sono state poste in microhabitat che riproducono ambienti naturali. Oltre all’orto nella città alta – da dove si può ammirare un bellissimo panorama sulla città di Bergamo e sulle Prealpi – è stata realizzata ad Astino la Valle della Biodiversità, una realtà unica in Italia per mostrare concretamente la diversità delle piante alimentari.

Per informazioni https://www.ortobotanicodibergamo.it.

2. Orto botanico di Messina “Pietro Castelli”

Posto nel cuore della città, si estende per circa 8.000 metri quadrati e raccoglie varie tipologie di piante. Grazie al clima mite dell’isola, qui è possibile ammirare tante specie esotiche, tropicali e subtropicali, oltre a molti alberi e arbusti tipici della vegetazione mediterranea. Non mancano serre e un giardino roccioso all’aperto.

Per informazioni http://www.ortobotanico.messina.it.

3. Orto botanico di Roma “Tor vergata”

Nato a metà degli anni 80 del secolo scorso, presenta diverse aree che danno la possibilità ai visitatori di compiere molte esperienze. Intorno al Centro per la conservazione del germoplasma, si sviluppano i giardini tematici, quelli fossili e il Giardino biblico, e poi le serre e le zone con le piante officinali. Nel 2015 sono state piantate circa 150 specie di querce: il progetto è poter conservare qui tutte le specie di quercia esistenti al mondo.

Per informazioni  http://bio.uniroma2.it/ortobotanico/

4. Giardino Alpino Monte Bianco “Saussurea”

È il giardino botanico più alto d’Europa, con i suoi 2.173 metri d’altitudine, e prende il nome dal fiore Saussurea alpina. Presenta due diverse zone visitabili. La prima con delle roccere artificiali, in cui sono coltivate specie vegetali suddivise per provenienza. La seconda invece è stata lasciata a pascolo alpino, con molte specie spontanee.
Per informazioni https://www.saussurea.it

5. Orto Botanico di Firenze “Giardino dei Semplici”

Fondato nel dicembre del 1545 da Cosimo I de’ Medici, come giardino di piante medicinali (i semplici), è il terzo orto botanico più antico al mondo. Posto nel centro storico di Firenze, presenta una vasta tipologia di specie vegetali: dalle piante alimentari alle aiuole con quelle medicinali e velenose, fino alle specie esotiche. Sono inoltre presenti vasche con piante acquatiche, un giardino zen e delle grandi serre.
Per informazioni https://www.sma.unifi.it/vp-244-orto-botanico.html

Si ringrazia per la consulenza scientifica, la dottoressa Marina Clauser, curatrice dell’Orto Botanico Università di Firenze.

Qualche consiglio di lettura per approfondire:

Inventario illustrato degli alberi: Albero della pioggia, albero del pane, baobab, ginkgo biloba, sequoia sempreverde, guapuruvu… In questo ampio Inventario scoprirete 57 alberi e arbusti in Europa e nel mondo.

Inventario illustrato dei fiori: Dal ranuncolo alla pratolina, dal papavero al nasturzio, questo inventario presenta tanti fiori conosciuti, facili da osservare durante una passeggiata, ma anche specie sorprendenti e preziose come la stella alpina, la Venere acchiappamosche o il gigantesco aro titano… 

Dov’è finito Gianni Rodari?

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Insieme a Roberto Padovani scopriamo come Gianni Rodari ha raccontato il geniale espediente di introdurre elementi inaspettati in favole e racconti

In occasione del centenario della nascita di Gianni Rodari è inevitabile ripercorrere alcune delle sue tappe biografiche.

Grammatica della Fantasia

Vorrei portare un breve contributo sui principi della Grammatica della Fantasia: un testo che chiunque abbia a che fare con bambini e giovani ragazzi dovrebbe affrontare. Le intuizioni dell’autore sono esposte in modo concreto e pragmatico, ma allo stesso tempo inquadrate in una cornice teorica rigorosa. Un esempio perfetto di Grammatica & Prassi, piuttosto raro ai giorni nostri.

Un capitolo che mi ha colpito profondamente è quello dedicato al tema della cacca, pupù, popò o merda che dir si voglia. Io l’ho applicato in questo modo con i miei figli, quando potevano avere rispettivamente 3 e 7 anni. Raccontando e leggendo con loro il Libro della Giungla ne ho stravolto alcune vicende. Una è rimasta in modo indelebile nella loro memoria e tuttora, a distanza di oltre cinque anni ritorna a volte con grande passione e divertimento di tutti.

Mowgli è impaurito dalla tigre Shere Khan che lo sta cercando: è in allerta verso tutti i rumori e pericoli della foresta. Sente un fruscio di cespugli e va a vedere cosa potrebbe essere. Spostata un’ultima frasca, si trova davanti alla tigre… che sta facendo la cacca con grande fatica e trasporto. Shere Khan lo guarda e con voce roca gli intima di andarsene: “Non vedi che sto facendo la cacca, vattene. Lasciami in pace. Non mi distrarre.” Ma Mowgli infierisce ulteriormente: “Shere Khan fai una puzza pazzesca. Cos’hai mangiato? Sette topi morti e cinque melanzane fritte? Vergognati e vai a cercare un bagno”. Qui solitamente ho già i figli sbudellati dalle risate e devo attendere che rientrino in loro. La storia può poi arricchirsi di ulteriori dettagli, sempre ad infierire sulla povera tigre che, ricordiamo, è in un momento intimo e delicato: “Mowgli ne parliamo dopo, ora fammi finire. Le tigri non vanno in bagno.” Mowgli chiaramente non molla: “Male, molto male. Siete animali incivili, maleducati. Se non andate in bagno, almeno dovete raccogliere la vostra cacca puzzolente. Che poi, se la pestiamo noi… pensa che schifezza.” Figli a terra dalle risate e ulteriore colpo basso del padre: “Avete in mente la grandezza della cacca di una tigre: una cacca gigantesca, una caccona talmente grande che se la pesti… ci finisci dentro fino al ginocchio”.

Il tema della cacca, che diventerà un grande tabù al crescere delle menti e delle persone, credo abbia a che fare con la puzza e con la repulsione all’odorato: verosimilmente con il disgusto, una delle emozioni primordiali di noi essere umani. Così ho spesso coinvolto i figli in estenuanti gare su altre vicende puzzolenti, ad esempio la gara di puzza dei piedi: con alcuni amici dei miei piccoli quando si partiva con la gara di puzza dei piedi era sempre una grande attesa. Il vincitore con i piedi più puzzolenti di tutti, dall’odore di formaggio ammuffito, acido e vomitevole mostrava sempre un grande orgoglio. Non l’ho mai provato ma sono convinto che i personaggi delle fiabe che raccontiamo ai bimbi parteciperebbero con grandi prestazioni a una gara di puzza di piedi. Va segnalato che Gianni Rodari sperimentava e proponeva queste tecniche anche con gruppi più ampi di bambini, in particolare nei contesti scolastici, con esiti di grande partecipazione e divertimento: dimensioni centrali nei processi di apprendimento attivo. 

Elementi inaspettati

L’introduzione di elementi inaspettati nelle fiabe e nei racconti è un espediente geniale che Rodari per primo ha cercato di sistematizzare. Quando l’elemento introdotto ha a che fare con un tabù, come appunto il tema della cacca, è molto interessante la sintonia emotiva che si va a creare in modo spontaneo tra l’educatore adulto e il bambino. Si tratta di una grande opportunità per il genitore/educatore perché canalizza molteplici dimensioni dello sviluppo: focalizza l’attenzione su un evento inaspettato, lo condivide con un’altra persona, stimola il processo creativo e permette di costruire un momento di condivisione affettiva piuttosto intimo e unico. L’integrazione di queste componenti contribuisce a creare una traccia di memoria incredibilmente potente, perché legata ad un’esperienza di emozionalità positiva intensa, inaspettata e connessa a sensazioni somatiche e percettive.

La complicità che si crea tra adulto e bambino nell’affrontare un tema tabù può diventare un incredibile trampolino di lancio per aprire i canali della comunicazione. Un elemento certamente indispensabile e protettivo nella relazione affettiva ed educativa verso i nostri piccoli cittadini. 

Una giornata per dire no alla violenza sulle donne

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Il 25 novembre si celebra la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne, una data importante da ricordare anche a scuola

Voluta dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, nel 1999, il 25 novembre è diventato in ogni paese la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne. L’obiettivo dell’ONU era accendere i fari e sensibilizzare su un problema che nasce dalla discriminazione di genere, legale e sociale, e dalle diseguaglianze che persistono ancora oggi nelle società.

Per questo, la violenza sulle donne è riconosciuta dall’ONU come crimine contro i diritti umani ed è oggi un importante ostacolo al conseguimento di obiettivi fondamentali per l’umanità, come l’eliminazione della povertà, la pace e la sicurezza nei paesi.

Non a caso il 25 novembre è una data simbolo: è il giorno in cui, nel 1960, le sorelle Mirabal furono oggetto di terribili violenze e poi trucidate da alcuni militari del regime di Rafael Leonidas Trujillo, dittatore della Repubblica Dominicana.

Sono trascorsi sessant’anni da quel terribile giorno, eppure ancora oggi registriamo varie forme di violenza sulle donne, fisica e psicologica, oltre che diseguaglianze di genere in molti ambiti, a cominciare da quello lavorativo.

La violenza, lo sappiamo, ha tante forme: percosse, maltrattamenti, umiliazioni, offese sui social.

E questo può avvenire anche tra gli adolescenti, nelle giovani coppie. Per questo, oggi più che mai, è importante parlarne il più possibile anche a scuola, attraverso iniziative e campagne educative, rivolgendosi direttamente alle ragazze e ai ragazzi.

FM – Stiamo sulla stessa frequenza

È il caso di FM – Stiamo sulla stessa frequenza, una campagna educativa nazionale realizzata da Croce Rossa Italiana in collaborazione con Fondazione Lang Italia e Librì Progetti Educativi, destinata alle scuole secondarie di I grado.

Il progetto, che ha ricevuto il contributo della Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento delle Pari Opportunità, ha l’obiettivo di parlare nelle classi di discriminazione e violenza di genere nelle coppie di adolescenti. Ma anche di prevenire e contrastare quei comportamenti che possono svilupparsi all’interno di una giovane coppia: comportamenti basati sul controllo, il possesso e l’esercizio di potere da parte del ragazzo.

Grazie alla campagna educativa, le ragazze e i ragazzi coinvolti potranno realizzare un percorso insieme ai loro insegnanti: riceveranno dei magazine con una storia illustrata, avranno la possibilità di partecipare a incontri in presenza o a distanza con i volontari CRI, potranno accedere a un sito internet dedicato, con questionari e video realizzati da famosi youtuber. Alla fine del progetto, poi, gli studenti avranno l’occasione di realizzare un video, per raccontare il loro punto di vista sulla discriminazione di genere nelle giovani coppie, e partecipare a un contest.

Per saperne di più sulla campagna educativa FM – Stiamo sulla stessa frequenza, è possibile visitare il sito dedicato all’iniziativa.

Obiettivo: divulgazione scientifica

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Conosciamo da vicino il professor Francesco Vissani, docente di Fisica e ricercatore presso i Laboratori del Gran Sasso INFN, con il pallino per la divulgazione scientifica

Per lui parla il curriculum: Phd in fisica presso la SISSA, dirigente di ricerca presso i Laboratori Nazionali del Gran Sasso INFN, coordinatore del Phd in fisica del GSSI, docente presso l’Università de L’Aquila, di Milano e di Campinas (Brasile)… insomma, il professor Francesco Vissani è quello che si definirebbe un “super cervello” nel suo settore. Eppure, la cosa che ci ha stupito di più, è sapere che lui ama parlare di argomenti scientifici con chiunque e a tutti i livelli, e che è un fortissimo sostenitore della divulgazione scientifica.

Buongiorno professore e benvenuto a Occhiovolante! Ci racconti un po’ di lei e di quando è nata la sua passione per la fisica.

Buongiorno a voi prima di tutto! Beh, una delle prime immagini della mia infanzia è un bambino col naso all’insù che guarda il cielo stellato. E poi, lo stesso bambino che si rigira tra le mani un sasso che contiene una conchiglia, tanto simile a quelle che aveva visto in riva al mare pochi giorni prima. Son cose che ti fanno pensare, e a volte ti cambiano la vita”.

Attualmente, professore, di che cosa si sta occupando e quali sono i suoi campi di interesse?

Ai laboratori del Gran Sasso siamo molto interessati a certe fantomatiche particelle dette neutrini, grazie alle quali siamo riusciti ad osservare il centro del sole, proprio come siamo in grado di vedere l’interno del nostro corpo coi raggi X. Il loro studio venne iniziato da Enrico Fermi, e fu Ettore Majorana a sostenere che queste particelle siano un ponte tra materia e antimateria. Stiamo cercando di capire se è possibile creare degli elettroni in laboratorio siccome questo fornirebbe prove a sostegno della sua ipotesi”.

Parliamo della sua “seconda” grande passione: la letteratura scientifica. Ci dica in poche parole perché è così importante e perché dovrebbe essere letta da piccoli e grandi.

Non so se “dovrebbe essere letta”; ognuno dovrebbe sentirsi libero di leggere o di non farlo, e son convinto che un bel romanzo ci possa insegnare molto. Dico solo che certi libri di divulgazione scientifica ci possono offrire spunti di riflessione altrettanto validi. Per esempio, ho appena finito l’ultimo libro di Ilaria Capua sul dopo COVID e mi sento proprio di raccomandarlo a chi fosse interessato”.

Come valuta oggi, in Italia, la produzione di letteratura scientifica?

Sono orgoglioso del livello e della qualità della nostra letteratura di divulgazione scientifica nel nostro paese. Ogni anno, vengono pubblicati un centinaio di nuovi libri di questo tipo, e tra di questi, ce ne sono diversi assai meritevoli”. 

Concludiamo con un grande evento nazionale che la riguarda da molto vicino: il Premio Asimov.

“Ho molto a cuore il premio ASIMOV, non tanto perché l’ho ideato e lo seguo, ma perché la giuria di questo premio è formata da migliaia di ragazze e ragazzi delle nostre scuole superiori. La sesta edizione sta iniziando proprio adesso, vorrei invitare tutti gli interessati a dare un’occhiata alla nostra pagina web. Chi volesse contattarmi mi trova all’indirizzo vissani@lngs.infn.it Grazie ancora per l’ospitalità!”

Di divulgazione scientifica, di scuole e studenti e in particolare del  Premio Asimov, torneremo a parlare con il professor Francesco Vissani fra pochi periodi della radiazione corrispondente alla transizione tra due livelli iperfini, da (F=4, MF=0) a (F=3, MF=0), dello stato fondamentale dell’atomo di cesio-133 [per gli amici: “giorni”, secondo la definizione scientifica dell’unità di misura del tempo!]

Scopri i webinar di novembre: formazione online per gli insegnanti!

in Approcci educativi/Esperienze digitali by
Sono in arrivo i webinar per gli insegnanti di Librì Progetti Educativi, un modo utile e semplice per fare formazione a distanza: scopri il calendario di novembre 2020

Oltre ai kit didattici, quest’anno Librì Progetti Educativi ha pensato di offrire ai docenti che hanno aderito alle campagne educative una serie di webinar: strumenti digitali gratuiti, utili ad approfondire gli argomenti e a fare formazione a distanza.

Il programma per l’anno scolastico 2020/2021 presenta una grande varietà di tematiche: dai laboratori di scrittura all’utilizzo del digitale nella scuola, dalla sostenibilità ambientale ai laboratori di arte creativa. I webinar, tutti gratuiti, saranno tenuti ogni volta da esperti di settore, tra cui il Premio Strega per ragazzi Paola Zannoner, la giornalista Cristina Gabetti e gli educatori della Fondazione internazionale Reggio Children.

Ricordiamo inoltre che tutti gli insegnanti che parteciperanno ai webinar, una volta effettuata l’iscrizione seguendo le indicazioni di ogni singola campagna, riceveranno un attestato che certifica le ore di formazione ai sensi della Direttiva Ministeriale 170/2016.

Scopri il calendario dei webinar di novembre 2020, effettua l’iscrizione utilizzando l’apposito link che troverai sotto ogni titolo e preparati a seguire la diretta online!

Per stare bene insieme. Come costruire un ambiente scolastico positivo

Un webinar legato alla campagna educativa “Più unici che rari”

Quando: 15 novembre 2020, ore 16:15

Relatrice: Giovanna Tambasco, psicologa e vice-presidente della Società Cooperativa Sociale “EbiCo”, Spin Off dell’Università di Firenze; e Ilaria Berardini, psicologa e psicoterapeuta.

Descrizione: Introduzione al tema dell’inclusività scolastica, per favorire relazioni positive e fare della propria classe un luogo stimolante e accogliente per tutti.

A chi è rivolto: ai docenti della Scuola primaria e della Scuola secondaria di I grado

Per iscriversi: https://attendee.gotowebinar.com/register/1226340704436340235

Agenda 2030 – Una mappa per navigare il presente

Un webinar legato alla campagna educativa “A2A”

Quando: 17 novembre 2020, ore 17:00

Relatrice: Cristina Gabetti, giornalista, scrittrice e consulente per la sostenibilità di eventi internazionali e aziende.

Descrizione: Come nasce l’Agenda 2030 con i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile o SDG e perché è necessario conoscerla e integrarla nei percorsi di insegnamento. Panoramica sulle sfide del nostro tempo e importanza di comprendere l’inter-relazione tra sostenibilità economica sociale e ambientale. Analisi e discussione aperta sui Fridays for Future e Greta Thunberg.

A chi è rivolto: ai docenti delle Scuole secondarie di I e II grado.

Per iscriversi: https://attendee.gotowebinar.com/register/5378518823542711054?source=Libr%C3%AC2

Agenda 2030 – Obiettivi da 1 a 8

Un webinar legato alla campagna educativa “A2A”

Quando: 18 novembre 2020, ore 17:00

Relatrice: Cristina Gabetti, giornalista, scrittrice e consulente per la sostenibilità di eventi internazionali e aziende.

Descrizione: Approfondimento dei primi 8 obiettivi e relativi target dell’Agenda 2030. Metriche e possibili implementazioni nel curriculum delle varie materie. Discussione su opportunità e ostacoli nella comprensione del futuro in relazione ai primi 8 obiettivi.

A chi è rivolto: ai docenti della Scuola secondaria di I.

Per iscriversi: https://attendee.gotowebinar.com/register/4125040383592370188?source=Libr%C3%AC2

Agenda 2030 – Obiettivi da 9 a 17

Un webinar legato alla campagna educativa “A2A”

Quando: 30 novembre 2020, ore 17:00

Relatrice: Cristina Gabetti, giornalista, scrittrice e consulente per la sostenibilità di eventi internazionali e aziende.

Descrizione: Approfondimento degli obiettivi 9-17 e relativi target dell’Agenda 2030. Metriche e possibili implementazioni nel curriculum delle varie materie. Discussione su opportunità e ostacoli nella comprensione del futuro in relazione agli obiettivi 9-17.

A chi è rivolto: ai docenti della Scuola secondaria di I.

Per iscriversi: https://attendee.gotowebinar.com/register/2372433142568664588?source=Libr%C3%AC2

A dicembre continuano i nuovi webinar per la formazione online!

Esercizi foto-illustrati di design sovversivo

in Approcci educativi/Arte in galleria by
Insieme a Marianna Balducci, prendendo spunto dai grandi design e dagli Ikea Hackers per creare nuovi oggetti.

Molto spesso alcune forme di “saper fare” pratico si rivelano ottimi espedienti per applicarci in esercizi di creatività. Mi piace partire dal saper fare che interessa le cose di tutti i giorni, quelle che diamo per scontate; perché, ammettiamolo, non sempre ci chiediamo, quando usiamo una lampada o impugniamo una matita, chi abbia progettato il design quegli oggetti, perché li abbia fatti in quel modo, come è cambiato il nostro presente da quando li usiamo.

A volte invece i bambini e i ragazzi se lo chiedono (e magari ci mettono pure un po’ in difficoltà) e sono molto più bravi di noi adulti a valutare possibili scenari alternativi quando, di quegli oggetti, iniziano a osservare qualità estetiche, percettive, usi e applicazioni.

Eccoci quindi a scomodare il design. Ci sono due requisiti che gli oggetti di design devono avere per essere definiti tali: devono essere classificabili come “oggetti d’uso” quindi presupporre una precisa funzione che soddisfi un bisogno, risolva un problema, faciliti dei passaggi; devono poi essere oggetti riproducibili secondo il sistema industriale che del design ha decretato la nascita e permesso la divulgazione su ampia scala.

Ancora una volta, proveremo ad avvalerci della creatività come strumento sovversivo per giocare con le cose (e così impararle meglio), per spalancare nuovi scenari (utili o semplicemente piacevoli), per testare quello che fa l’immaginazione: generare nuovi problemi e andare a caccia di nuove soluzioni. Con l’attività foto-illustrata di oggi rovesciamo i requisiti base del design e lo facciamo prendendo in prestito due casi emblematici: un grande designer fuori dagli schemi e un blog pieno di piccole rivoluzioni domestiche.

Il designer Alessandro Mendini si definiva un “pasticcione”: accanto alla funzionalità, nei suoi oggetti occupava un posto importante anche la loro componente emotiva. “Per essere interessante, un oggetto deve contenere un errore” diceva, ed è grazie a quella dissonanza che il nostro sguardo cade su di lui e più facilmente tende a stabilire un rapporto di affezione autentico. Quell’oggetto, certo, ci serve, ma soprattutto ci rende felici e non ci stupisce che, tra i suoi oggetti più noti, ci siano utensili da cucina trasformati in veri e propri personaggi.

Per conoscere Alessandro Mendini più da vicino, sono disponibili dei saggi sulla sua vita o dei suoi scritti, come Scritti di domenica.

A ribaltare l’ordine razionale del design arriva poi un vero e proprio piccolo movimento, quello degli Ikea Hackers, sul blog ikeahackers.net [link https://www.ikeahackers.net/] che raccoglie modi alternativi di montare oggetti Ikea per farne un uso diverso da quello per cui sono stati concepiti. Il brand, che ha fondato la sua identità sulla linearità dei processi, si ritrova scombinato, hackerato appunto dagli utenti, proprio in nome di questa conquistata autonomia: lo monto tutto da me, quindi mi prendo la libertà di montarlo anche seguendo istruzioni tutte mie, perché non è detto che le cose debbano per forza funzionare in un modo solo.

Ecco cosa proveremo a raccontare oggi: per imparare a risolvere i problemi e progettare cose nuove serve creatività e spesso la creatività si innesca quando inventiamo nuovi problemi e ci poniamo in modo critico verso gli schemi già acquisiti, senza paura di capovolgere le regole. Sarà importante portare la classe dentro a questo argomento prima di dedicarsi all’attività. Mostrare esempi visivi dei due riferimenti citati – e farli riflettere su queste strategie di pensiero laterale – sarà un buon punto di partenza.

Forniamo poi a ciascun alunno la fotografia di un oggetto di design la cui funzione ed estetica sono ormai consolidate nel nostro repertorio visivo e mentale: una lampada da tavolo, una moka per il caffè, una penna biro, una sedia… Cerchiamo di reperire o realizzare foto con sfondo bianco o neutro, poi stampiamole in formato A4 o A3. Assieme alla foto, consegniamo anche un quadrato di carta bianca (possiamo farlo di 7x7cm, per esempio, se lavoriamo con foto in A4). Questa toppa quadrata sarà l’errore di cui parla Mendini, sarà la variabile che scombina l’equilibrio modello Ikea dei nostri oggetti.

Invitiamo ora a posizionare la toppa bianca sulla foto, facendo più prove, neutralizzando di volta in volta una parte dell’oggetto fino a scegliere il punto che più si preferisce per intervenire e hackerarlo. Scombiniamo gli equilibri visivi di una cosa creando questo vuoto inatteso, e a questo vuoto diamo la missione di cominciare una nuova avventura. Ciascuno dovrà, infatti, disegnare a partire dalla toppa bianca dei nuovi profili per il suo oggetto provando a inventare per lui una nuova funzione. Si può aggiungere un accessorio che ne potenzi la funzione di partenza oppure un dettaglio che la capovolga completamente o semplicemente qualcosa che lo renda “più bello”.

Chiediamo di agire come veri designer spiegando quindi, con una descrizione scritta o orale, la nuova funzione dell’oggetto contaminato, le sue nuove istruzioni d’uso, il suo nuovo nome. Al termine, tutti gli oggetti potranno essere raccolti in un catalogo di design sovversivo di classe.

A scuola con la dislessia

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La dislessia è uno dei disturbi dell’apprendimento più diffusi, eppure ancora oggi la dislessia non viene sempre riconosciuta, creando problemi in bambini e ragazzi.

Bianca è una bambina che frequenta la classe terza della primaria, è piena di vita e le piace fare sport, ma ha un problema. Ogni volta che la maestra la chiama per leggere ad alta voce, le lettere davanti ai suoi occhi cominciano a muoversi, a ribaltarsi, a contorcersi e le parole perdono di significato. Sì, perché è così grande l’impegno che Bianca deve mettere per leggere quelle parole, che alla fine non riesce neanche a capire quello che ha letto. Eppure Bianca non è svogliata né pigra, e sta sempre molto attenta quando la maestra spiega.

Col tempo, questa difficoltà è diventata così ingombrante che Bianca si sente spesso a disagio, è fragile, e col tempo le ha creato dei problemi nell’apprendimento e nell’andamento scolastico. Anche nei rapporti con i suoi compagni e con gli adulti, Bianca si sente spesso in difficoltà: è stanca di vedere sul volto degli altri la delusione o il sorriso. Si sente sempre più inadeguata, meno intelligente, e si chiude sempre più in se stessa. Finché un giorno una giovane insegnante appena arrivata nella sua classe intuisce qual è il problema di Bianca…

Questa di Bianca è una storia inventata, ma non così tanto, perché assomiglia alla storia di tanti altri  bambini e bambine che soffrono di dislessia, considerata oggi il disturbo dell’apprendimento più diffuso: secondo i dati dell’AID – Associazione Italiana Dislessia, sono circa 1.500.000 gli individui che ne soffrono in Italia.

Ma cos’è la dislessia?

Forse è meglio dire cosa non è la dislessia! Non è un deficit di intelligenza né è dovuta a problemi ambientali o psicologici, né a deficit sensoriali o neurologici. L’International Dyslexia Association ci dice che “è caratterizzata dalla difficoltà ad effettuare una lettura accurata e/o fluente e da scarse abilità nella scrittura (ortografia). Queste difficoltà derivano tipicamente da un deficit nella componente fonologica del linguaggio”.

Il risultato è che il bambino dislessico fa così tanta fatica a leggere e a scrivere – perché impegna tutte le sue energie! – che si stanca prima degli altri, è quindi portato a commettere degli errori, a rimanere indietro, ad avere difficoltà nell’apprendimento. Anche se sono studenti intelligenti, svegli e creativi! Per questo è importante riconoscere subito questo disturbo: per la loro autostima, per far vivere loro con serenità il gruppo classe.

Ed è, questo, un aspetto fondamentale! La dislessia, come tutti gli altri disturbi dell’apprendimento e come altre patologie di diversa natura, ha un ruolo importante anche nelle relazioni della classe. Riconoscerla e mettere in moto gli strumenti necessari significa favorire la nascita di una classe inclusiva:

“Educazione per tutti significa effettivamente per tutti, in particolare quelli che sono più vulnerabili e hanno maggiormente bisogno”. (Prefazione alla Dichiarazione di Salamanca su educazione e bisogni educativi speciali)

Parliamo di temi importanti, come la diversità e l’inclusione scolastica, argomenti quanto mai attuali nel mondo della scuola. Questi sono anche i temi principali diPiù unici che rari”, una campagna nazionale rivolta alle scuole secondarie di I grado, realizzata da Librì Progetti Educativi e Sanofi. Il progetto vuole porre l’attenzione dei ragazzi – e delle loro famiglie – su tutte quelle difficoltà e barriere che possono nascere in una classe in presenza di determinati disturbi o patologie.

Oltre ai DSA come la dislessia, o ad altre patologie, la campagna vuole accendere i riflettori anche sulla categoria delle malattie rare, riguardo alle quali Sanofi è da molti anni in prima linea nella ricerca e nello sviluppo di terapie e soluzioni.

Una campagna educativa che oggi è diventato anche un libro, scritto da Sabrina Rondinelli e illustrato da Francesco Fagnani.

A proposito di dislessia, tra i più giovani ha avuto un grande successo – e tantissime visualizzazioni su Youtube – la canzone scritta e interpretata da Lorenzo Baglioni, L’arome secco sé.

La canzone, sviluppata con la collaborazione di AID, “affronta il tema della dislessia con ironia e leggerezza ma anche con sensibilità e rispetto”, senza dimenticare che tutto il ricavato delle vendite digitali della canzone verrà destinato ai progetti AID a favore dei ragazzi e delle ragazze con DSA.

Editore Piuma, fra albi e app

in Approcci educativi/Esperienze digitali by
In compagnia di Giulia Natale, scopriamo le originali e ricche app per bambini e ragazzi realizzate dall’Editore Piuma

Ben ritrovati a tutte e a tutti a questo settimo appuntamento con il digitale e con la segnalazione di un editore speciale. Entro subito nel vivo. Da qualche anno esiste, nel ricco scenario editoriale italiano, Edizioni Piuma di Francesca Di Martino, una piccola casa editrice indipendente che lavora bene e che pubblica storie per bambini e ragazzi, di quelle case editrici che potremmo definire di nicchia. Pubblica anche albi illustrati cartacei ma il motivo per cui la segnalo in questa rubrica è che ha fatto la scelta, seria e coraggiosa, di veicolare le sue storie anche attraverso la tecnologia.

Sul sito delle Edizioni Piuma si accede al catalogo delle pubblicazioni dei libri illustrati, a tutte le indicazioni e i link alle app disponibili sugli store, per iOs e per Android. Lavorare su contenuti destinati a supporti misti (carta e digitale) significa mettere in campo risorse, inventiva, tempi di ricerca, slancio verso il futuro e sforzo autoriale, tutti ottimi motivi per andare insieme a scoprire le loro produzioni digitali narrative interattive e animate.

Dal mio punto di vista, queste pubblicazioni per gli insegnanti rappresentano un’occasione ulteriore per esplorare contenuti curati, facilmente utilizzabili sia in presenza sia come fonte di ispirazione in caso di DAD, a vantaggio della diffusione di un’esperienza di lettura basata sul multisensoriale e dall’approccio innovativo, quello che bambini e ragazzi oggi cercano.

Le storie interattive di Edizioni Piuma affrontano temi disparati, vale quindi la pena dare uno sguardo, o due, o tre… fino a sette sguardi: tante sono le loro app-story! È un editore che offre forma e sostanza, trattando l’amore osteggiato fra due giovani così come i giochi di squadra fra maschi e femmine, e ha il merito di credere in un linguaggio narrativo che avrà spazio in futuro e di volerci essere per tutti (ad esempio, l’app Festa su misura usa il font ad alta leggibilità).

L’app Gli animali di Pinocchio offre un approccio originale alla storia del burattino di Collodi, analizzato qui attraverso gli animali che incontra o che compaiono, e che sono ben 25. Le illustrazioni artistiche dallo stile geometrico in bianco, blu e celeste affiancano con forza una solida struttura per la didattica; infatti, ciascuno dei 25 animali (gatti, lucciole, faine, ciuchini…) si presenta al lettore con un indovinello e con blocchi di lettere da trascinare correttamente per poi spiegare la sua presenza nella storia. Ne deriva un’interattività utile per memorizzare la divisione in sillabe, sorpresa e apprendimento sono assicurati. Non meno importante la traccia sonora che dà lettura del testo, rendendo possibile apprendere da soli o tutti insieme!

L’app I segreti di Romeo e Giulietta è ricchissima. Offre la lettura del narratore, sia in inglese sia in italiano, che interpreta Shakespeare associata a diciotto temi musicali con animazioni in ogni tavola. Una book app con illustrazioni accurate riferite per lo stile al periodo storico, con riduzione e adattamento del testo pensato per una fruizione interattiva che porta Shakespeare a conoscenza del pubblico dei piccoli, attratti dalle possibilità di interagire con il racconto.

Ma la proposta non si esaurisce qui. Ci sono tanti temi, domande, immagini, risposte, giochi e divertimento da scoprire anche nelle altre app che segnalo brevemente:

– l’esperienza di essere adottati raccontata dalla voce stessa dei bambini adottati (l’ebook Da bambino a bambino, sul sito le indicazioni per scaricarlo gratuitamente).

– la consapevolezza che tramite l’amicizia e la collaborazione si arriva dove da soli è più difficile arrivare, con personaggi creati in plastilina sagomata dall’artista Benedetta Frezzotti (Indovina cos’è).

– la salvaguardia della Natura con le simpatiche mascotte interattive (Pip’s World).

– fra balli e dubbi, le illustrazioni di Morena Forza animate portano a scoprire la vita e la quotidianità di alcune bambine particolari (Cosa fanno le principesse?).

– una storia digitale e misteriosa con giochi da risolvere, frutto della collaborazione fra questo editore e alcuni allievi di un corso sulla narrazione interattiva per bambini della scuola Holden (Festa su misura).

Buon lavoro con le app!

Giocare, creare, imparare… un laboratorio di colori!

in Approcci educativi/Attività in classe by
Per i più piccoli, i colori sono uno strumento privilegiato per giocare con le emozioni e sviluppare la creatività: ecco un’attività da fare in classe

Perché giocare con i colori? Perché sono naturalmente un mezzo privilegiato per giocare con l’arte e con le forme di comunicazione visiva, oltre che per parlare di emozioni. Per realizzare l’attività, avremo bisogno di carta da pacchi bianca, va bene anche un rotolo da tagliare in fogli, e tanti colori diversi: vanno bene le tempere o gli acquerelli, le matite o i pennarelli, ma anche le tempere a dita che piacciono molto ai bambini.

Dividiamo la classe in 6 o 7 gruppetti, quindi affidiamo a ogni gruppetto un foglio e un colore. Ogni gruppo avrà dunque il compito di disegnare, sul proprio foglio, tutti gli animali, le cose, le emozioni, la frutta e altro ancora che abbiano a che fare con quel colore!

Ecco qualche suggerimento per aiutare i bambini.

Il gruppo blu, sul proprio foglio, potrà disegnare e colorare un’onda del mare, un mirtillo, un paio di jeans, la terra vista da lontano, una balenottera azzurra…

Il gruppo verde, sul proprio foglio, potrà disegnare e colorare la chioma di un albero, un coccodrillo, un pistacchio, una rana, una foglia di menta, un bambino verde di rabbia…

Il gruppo giallo, sul proprio foglio, potrà disegnare e colorare un sole con i raggi, un canarino, un limone, una giraffa, un girasole, uno scuolabus…

Così faranno anche gli altri gruppi con gli altri colori, ognuno sul proprio foglio.

Una volta che ogni gruppo avrà terminato la sua piccola mostra, appendiamo i fogli sul muro della classe. Poi sveliamo che tutti i colori di cui abbiamo parlato, ma anche quelli che non abbiamo preso in considerazione, si possono ottenere partendo da solo tre colori: il blu, il giallo e il rosso. Sono i colori primari. È mescolando i colori primari tra loro, che otteniamo i colori secondari e mescolando ulteriormente i colori secondari con i colori primari, otterremo nuovi colori e nuove sfumature!

Sono molti i libri a cui possiamo attingere per realizzare in classe delle attività sui colori. Tra i più noti ricordiamo: La fabbrica dei colori, che raccoglie alcuni dei laboratori ideati e realizzati da Hervé Tullet.

Oppure Facciamo i colori, pieno di ricette e idee per dipingere e giocare con la natura.

A proposito di colori e creatività, Librì Progetti Educativi e Carioca hanno realizzato un percorso didattico esclusivo rivolto agli insegnanti della scuola dell’infanzia. Sono Gli Scarabocchioli. Gioca, crea e impara, grazie al quale ogni insegnante potrà ricevere gratuitamente un kit didattico ricco di tanti materiali e accedere a strumenti digitali di formazione.

Per maggiori informazioni, è possibile consultare la pagina dedicata sul sito di Librì Progetti Educativi.

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Buon compleanno Gianni Rodari!

in Approcci educativi/Protagonisti/Senza categoria by
Tanti auguri a Gianni Rodari: un maestro che ci ha invitato a  liberarci di tante consuetudini letterarie del passato; ci ha insegnato a spalancare le porte e le finestre alla libertà d’espressione e ha fatto di tutti noi, appassionati di letteratura per ragazzi, dei lettori felici!

Per festeggiare in allegria la data del 23 ottobre abbiamo improvvisato in casa editrice una lettura ad alta voce di “I viaggi di Giovannino Perdigiorno”!

Ecco alcuni consigli di lettura per tutti quelli che non lo leggono da molto tempo e per quei fortunatissimi che non lo hanno ancora letto!

I viaggi di Giovannino Perdigiorno, che racconta le avventure di Giovannino, un viaggiatore curioso che esplora tanti paesi straordinari.

Le favole al telefono, per scoprire da vicino tanti straordinari e divertenti personaggi.

Le avventure di Cipollino, con la storia di un monello che fa piangere chi gli strappa i capelli e un principe acido, cattivo e poco furbo.

La grammatica della fantasia, in cui Rodari parla dei processi della fantasia e delle regole della creazione per renderne l’uso accessibile a tutti.

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Immagine di copertina dal sito ufficiale di Gianni Rodari.

“Bentornati a scuola” video-intervista all’editore

in Approcci educativi/Bisogni Educativi Speciali by
Una video-intervista con l’editore per scoprire la nuova campagna “Bentornati a scuola”

L’inizio di un nuovo anno scolastico è sempre qualcosa di speciale. Ma quest’anno lo è ancora di più! Dopo il lockdown per l’emergenza legata al Covid-19, a quasi otto mesi di distanza, gli studenti sono rientrati nelle loro classi. Ma quali emozioni, paure e desideri si sono portati nel cuore? Per supportare gli insegnanti e i più piccoli in questo delicato momento, è stata ideata e realizzata “Bentornati a scuola”, una campagna educativa molto speciale, da Librì Progetti Educativi in collaborazione con Intesa Sanpaolo.

Per conoscere più da vicino la campagna e i suoi strumenti didattici, abbiamo incontrato la dottoressa Maria Cristina Zannoner, editore di Librì Progetti Educativi, la casa editrice fiorentina che da oltre venticinque anni si occupa di educazione.

Buona visione!

Studiare all’aria aperta: tanti vantaggi!

in Approcci educativi by
Chi ha detto che è meglio studiare in classe? Ecco alcuni spunti per organizzare delle lezioni all’aria aperta.

Studiare all’aria aperta fa bene alla salute e aiuta anche l’apprendimento. È questo che ci dicono molti studi, tra cui quello svolto dalla Plymouth University e Western Sydney University, secondo cui gli effetti positivi dello studio all’aria aperta non riguardano solo l’aspetto educativo-culturale ma anche quello del comportamento, delle competenze, della fiducia in se stessi.

I risultati sono così incoraggianti, nei vari ordini e gradi, da far ipotizzare l’introduzione di vere e proprie lezioni open air. Una proposta, questa, più che mai attuale considerando l’emergenza legata al Covid-19: perché allora non provare a realizzare alcune ore di didattica fuori dalla classe, all’aria aperta, magari per approfondire alcuni argomenti? Sì, ma… di quali materie?

Ecco allora qualche proposta per portare i propri alunni fuori dall’aula, e scoprire che i vantaggi di studiare all’aria aperta possono essere anche “didattici”.

Storia. Molti luoghi della nostra penisola sono legati ad avvenimenti e personaggi importanti, che ritroviamo sui libri: dall’epoca antica fino al Novecento. Può trattarsi di una battaglia o di un incontro, del passaggio di un politico o di un generale. Realizzare in loco una lezione su un determinato argomento (un evento o un personaggio storico) può davvero stimolare l’interesse degli studenti, ed essere l’occasione per portare a nuovi e originali spunti.

Geometria. Figure geometriche, angoli, linee che si intersecano e si allontanano… per i bambini più piccoli, poter vedere “dal vivo” gli elementi di geometria che si nascondono nelle nostre città può essere davvero divertente e interessante! Un esempio? Un incrocio può trasformarsi in due linee perpendicolari, una piazza può essere una figura geometrica piana, due strade possono diventare due parallele… Ecco allora l’occasione per muoversi e osservare con occhi diversi piazze e strade!

Scienze. Le gite nel verde sono molto amate dai bambini e dai ragazzi, ma possono diventare anche delle originali lezioni open air di scienze. Muoversi lungo un torrente, sul lungo mare, in un prato o in un sottobosco è il modo migliore per mostrare loro cos’è un habitat o una nicchia ecologica. Si possono osservare in maniera chiara i legami invisibili che uniscono organismi animali e vegetali in perfetto equilibrio. Ma anche realizzare approfondimenti legati all’ecologia.

Italiano. Perché non avvicinarsi a un autore visitando la casa in cui è nato o vissuto, oppure i luoghi che ha descritto nelle sue opere? È sicuramente uno dei modi più stimolanti per insegnare letteratura italiana agli studenti! A questo proposito, esiste in Italia l’Associazione Nazionale Case della Memoria che riunisce le abitazioni (oggi musei visitabili) in cui vissero i poeti e gli scrittori più famosi, ma anche altri personaggi illustri dei vari campi del sapere. Le vostre lezioni potrebbero essere l’occasione per realizzare un atlante dei luoghi letterari della vostra zona, sull’esempio di quelli già in commercio: dall’Atlante dei paesaggi letterari all’Atlante dei luoghi letterari

Non ci resta che augurare a insegnanti e studenti: buona lezione open air!

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Nel “portafoglio” delle competenze c’è spazio per l’educazione finanziaria?

in Approcci educativi by
Parlare in classe di economia e risparmio è un buon inizio per aumentare  competenze e strumenti critici degli studenti e introdurli alla complessità del mondo che ci circonda.

È inutile negarlo. Molti adulti reputano i soldi e l’economia argomenti troppo difficili da trattare in classe come se si trattasse di argomenti tabù, qualcosa di cui devono occuparsi solo gli adulti. Ma è veramente così? Se è vero che un bambino può non comprendere le oscillazioni del mercato finanziario, è sicuramente vero che crescendo sentiranno parlare in famiglia – e non solo in famiglia – di soldi, mutui, bollette, stipendi, tasse e tante altre cose che hanno a che fare con l’economia.

Ci sono poi alcuni argomenti dell’economia che interessano più di altri: uno fra tutti è il risparmio. È proprio grazie al risparmio infatti che è possibile realizzare un desiderio speciale, e i bambini (e tutti noi), si sa, sono pieni di desideri!

Ecco allora una semplice e divertente attività per la scuola primaria (in realtà, con qualche piccolo accorgimento, può essere declinata anche per i successivi ordini scolastici) che aiuterà a comprendere un altro argomento molto importante: il budget. La scusa? Dover organizzare una grande festa e avere a disposizione una cifra precisa.

Diciamo alla classe che vogliamo organizzare una grande festa (l’occasione può essere reale o inventata) e che abbiamo a disposizione una cifra precisa, ad esempio 100 euro. Spieghiamo che con questa cifra dovremo acquistare tutto ciò che serve: dal cibo alle bevande, dai festoni a un piccolo spettacolo. Il primo passo è raccogliere dai bambini le varie proposte e scegliere insieme quelle che piacciono di più alla maggioranza: ogni volta che una proposta convince tutti, scriviamola alla lavagna e, con l’aiuto di un tablet o con la LIM, scriviamoci accanto il prezzo.

Naturalmente il valore in euro di cibi e oggetti può essere approssimato: la cosa importante è che i bambini comprendano che il budget è un modo per capire le spese che ci attendono e per meglio distribuirle secondo le nostre esigenze.

Sono molti i libri utili agli insegnanti e agli studenti per approfondire alcuni aspetti dell’economia.

E come economia, di Editoriale Scienza, affronta in maniera semplice e con tante piccole attività gli aspetti più importanti della finanza.

Per i più grandi invece c’è Il libro dell’economia, edito da Gribaudo, per parlare di denaro, recessione, tasse e modelli economici.

Per le classi della scuola primaria, infine, Librì Progetti Educativi e BPER Banca hanno realizzato Un’economia che abbraccia tutti, una campagna educativa di educazione finanziaria per capire cos’è l’economia, evidenziando quanto sia collegata alla vita quotidiana. L’adesione alla campagna è gratuita e permette di accedere a tanti strumenti didattici, quali un kit cartaceo e contenuti digitali. Per maggiori informazioni, basta visitare la pagina dedicata sul sito di Librì Progetti Educativi.

In copertina illustrazione da “Un’economia che abbraccia tutti”, Librì Progetti Educativi.

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Bentornati a scuola!

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Dopo la solitudine del lockdown e la didattica a distanza, le porte della scuola si riaprono! Ma con quali emozioni e speranze le bambine e i bambini tornano sui banchi? 

Sono trascorsi molti mesi dal giorno in cui le porte delle scuole di tutta Italia sono rimaste chiuse a causa della pandemia. Da quel momento, per alcune settimane, le bambine e i bambini sono rimasti lontani dai loro amici, dalla loro classe, dai loro insegnanti. Poi la vita lentamente è ricominciata, ma da allora il pensiero di ognuno di loro è comunque sempre stato rivolto al giorno in cui avrebbero nuovamente varcato la porta della scuola.

La scuola infatti non è solo il luogo della didattica, dell’apprendimento, ma è soprattutto la palestra delle relazioni. È qui che i più piccoli imparano a stare con gli altri, si confrontano l’un l’altro giorno dopo giorno, sperimentano l’amicizia e le emozioni.

Tornare insieme però, pur con le dovute cautele, non sarà facile. Ci saranno il distanziamento sociale, la mascherina e altre regole da seguire, ma soprattutto ogni bambino porterà con sé nel proprio cuore le paure, i disagi e le emozioni che ha vissuto in questo anno incredibile e difficile.

Per supportare gli insegnanti della scuola primaria e stare vicino ai più piccoli nel delicato momento del rientro a scuola dopo il lockdown, Librì Progetti Educativi in collaborazione con Intesa Sanpaolo ha realizzato e distribuito gratuitamente nelle scuole che ne hanno fatto richiesta la campagna educativa “Bentornati a scuola.

Il titolo vuole ricordare a tutti gli studenti uno dei più importanti valori della scuola, l’accoglienza. Ma “Bentornati a scuola” sarà anche il grido di accoglienza che il protagonista della campagna educativa – e del libro illustrato presente nel kit – rivolgerà ai bambini per dar loro il benvenuto nella loro classe. È il Contastorie, un giovane bello e misterioso, che aiuterà i più piccoli a tirar fuori dal proprio cuore le emozioni di quando erano lontani e chiusi nelle loro case. Come? Semplicemente raccogliendole nel suo cappello a cilindro… finché, come per magia, proprio da quel cappello usciranno fuori tante storie straordinarie!

Ma la magia del Contastorie non si ferma qui! Grazie al percorso didattico di “Bentornati a scuola”, tutti i bambini e le bambine avranno l’opportunità di scrivere una loro storia, che verrà poi pubblicata on-line sul sito webecome.it, una piattaforma dedicata al mondo della scuola.

Le storie di tutti gli studenti rappresenteranno anche un importante documento storico, pensato e scritto dai più piccoli: un modo per ricordare quanto è avvenuto e condividere le emozioni, ma anche e soprattutto per ricominciare, tutti insieme, a vivere quel luogo straordinario che è la scuola.

Rientro a scuola: la borsa dell’insegnante!

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Con l’apertura del nuovo anno scolastico, si torna tutti in classe! Ecco tanti piccoli suggerimenti per trasformare la borsa di un insegnante in qualcosa di unico.

Dopo la chiusura delle scuole e i lunghi mesi della didattica a distanza, alunni e insegnanti tornano finalmente in aula, pur con le mascherine e il distanziamento sociale. Sono state tante le cose fatte per rendere la scuola un luogo più sicuro e accogliente, e altre andranno ancora fatte. Ogni insegnante però, lo sa bene, dedicherà del tempo anche alla preparazione della sua borsa.

Dolci intermezzi

Ogni tanto qualcosa di dolce rende più gradevole la spiegazione. Perché allora non portare qualche caramella da mettere sulla cattedra o da distribuire agli alunni?

Momenti unici da immortalare

Una macchina fotografica o uno smartphone sono gli strumenti più semplice e veloci per riuscire a cogliere e fermare i tanti bei momenti vissuti dal gruppo classe. Possiamo farne uso durante i laboratori artistici o, se preferiamo, per raccontare lo stato d’animo degli studenti durante alcuni avvenimenti o attività. Non dimentichiamoci poi di stampare le foto più belle e magari appenderle in classe.

Un libro di poesie

Perché? Perché leggere e ascoltare le poesie ci aiuta a vivere meglio e ci rende migliori. Ogni tanto, può essere un bel modo per far riposare gli studenti e per accendere una bella discussione.

Un gioco a quiz

 È il modo migliore per fare appassionare gli studenti agli argomenti e per finire la mattinata prima di tornare a casa. Possiamo dividere la classe in gruppi, far scegliere gli argomenti e dare inizio alla sfida. Ne esistono di tanti tipi in commercio ma, se abbiamo tempo e voglia, possiamo preparare da soli tante schede con delle domande.

Un gioco per mettere alla prova il tuo cervello e le tue abilità.

Giochi matematici per testare la tua abilità coi numeri.

La scatola delle meraviglie

Chiederemo agli studenti di portare un piccolo oggetto di cui vogliono disfarsi per regalarlo ai compagni di classe (un giocattolo, un personaggio, un “tesoro” raccolto in spiaggia…) Tutti gli oggetti entreranno a far parte della scatola delle meraviglie. Potremo usarli per piccoli premi durante l’anno o per far realizzare agli studenti dei piccoli lavoretti o abbellire i loro elaborati.

Siamo sicuri che nella borsa di un insegnante troveranno spazio tanti altri piccoli utili oggetti, ma di sicuro un posto speciale sarà sempre e comunque riservato alla voglia di stare insieme, di far tornare la scuola – malgrado le tante accortezze – quel luogo straordinario di emozioni e di rapporti che tutti gli studenti conoscono.

Buon lavoro!

Rientro a scuola: cosa mettere nello zaino dei bambini?

in Approcci educativi by
Da lunedì si rientra in classe! Ecco qualche suggerimento per rendere lo zaino di bambine e bambini ancora più super.

Sappiamo già che a scuola sarà un anno particolare, a causa dell’emergenza legata al covid-19 e ogni studente dovrà munirsi di mascherina e del gel disinfettante. Ma perché non mettere nello zaino anche dei piccoli oggetti che renderanno le ore a scuola ancora più belle? Ecco alcuni suggerimenti!

Una penna di sicurezza da regalare

Una penna, si sa, smette sempre di funzionare all’improvviso. Perché allora non preparare questo piccolo dono per la classe? Quest’anno, a causa del covid-19, non sarà possibile prestarsi oggetti, ma possiamo ovviare a questa situazione preparando a casa una penna regalo: basterà disinfettarla, incartarla e poi tenerla a scuola a portata di mano.

Un quaderno delle emozioni

Il rientro a scuola, dopo tutto quello che è accaduto in questi mesi, sarà un momento veramente emozionante, pieno di desideri e anche qualche timore: con i miei compagni sarà tutto come prima? E io sarò un po’ cambiato? Portarsi dietro un quaderno – il colore della copertina sarà il nostro preferito! – sarà utile ad appuntarsi qualche pensiero o a fare qualche piccolo disegno che ci ispirerà il ritorno in classe.

Una borraccia con l’acqua aromatizzata.

Tutti le bambine e i bambini sanno già che a scuola si devono portare una borraccia al posto della bottiglietta in plastica usa e getta: è un’azione sostenibile che fa bene alla Terra! Ma perché non trasformarla in una bevanda rinfrescante? È semplice, basterà aggiungerci qualche piccolo ingrediente. Ad esempio, qualche goccia di limone e una foglia di menta, oppure pezzettini di fragole e basilico, mela e cannella… insomma, tanti sapori per tutti i gusti!

Una foto del nostro pet

Che sia un cane o un gatto, un pesciolino rosso o una tartaruga, il legame che ci lega ai nostri amici animali è qualcosa di unico e straordinario. Portarsi una sua foto o un suo disegno a scuola può fare sicuramente piacere, magari incollata nell’ultima pagina del diario.

Un tesoro trovato durante l’estate

Nelle settimane estive, trascorse al mare, in montagna o in campagna, ogni bambino avrà sicuramente raccolto qualche tesoro che poi si è portato a casa: una conchiglia, un sasso dal colore intenso, qualcosa di più particolare come l’aculeo di un istrice. Mettiamo il nostro tesoro in un sacchettino trasparente e portiamolo a scuola: ci ricorderà i bei momenti trascorsi ma sarà anche uno splendido modo per raccontare ai compagni e agli insegnanti come avete trascorso le vacanze.

In realtà, potrebbero essere ancor tanti gli oggetti da portarsi dietro, dal portafortuna preferito alle carte collezionabili da gioco. Ma ogni mattina non dobbiamo comunque mai dimenticare di mettere nello zaino anche la voglia di stare insieme ai nostri compagni e ai nostri insegnanti, di parlare e di ascoltare, di guardare e di imparare. La voglia di far parte di un gruppo, la nostra classe!

Gli albi illustrati per creare un buon gruppo classe

in Approcci educativi/Attività in classe/Senza categoria by
Tre attività di laboratorio che, partendo dalla lettura di albi illustrati, ci aiutano a impostare un buon gruppo classe fin dall’inizio dell’anno

Durante il lockdown, bloccata come tutti a casa, ho pensato di usare il (poco) tempo libero per approfondire un tema che negli ultimi anni mi ha molto incuriosita: l’uso degli albi illustrati nella didattica.

Mi sono iscritta così a un corso di perfezionamento in “Letteratura per l’infanzia” che mi ha portato ad approfondire l’argomento dal punto di vista letterario, pedagogico e didattico.

Alla fine del percorso di studi ho elaborato una tesina che, partendo dall’uso degli albi illustrati come attivatori emotivi e cognitivi, tenta di fornire strumenti pratici e strategie per affrontare uno dei periodi più delicati dell’anno scolastico: l’inizio.

Il mio lavoro è rivolto alle classi secondarie di primo grado dove insegno italiano, storia e geografia, ma con qualche aggiustamento è sicuramente valido anche per altri gradi di scuola.

La mia tesi parte da un concetto molto semplice, a cui sono arrivata con l’esperienza ma che è anche scientificamente sostenuto, ovvero: si impara meglio e di più, quando in classe c’è un buon clima!

Leggiamo nelle Indicazioni Nazionali per il Curricolo: “Particolare cura è necessario dedicare alla formazione della classe come gruppo, alla promozione dei legami cooperativi fra i suoi componenti, alla gestione degli inevitabili conflitti indotti dalla socializzazione.”

In tanti anni di lavoro a scuola mi sono resa conto di come il gruppo classe influisca in modo forte nell’apprendimento di ciascun membro, trainando, se positivo, alunni in difficoltà, e spegnendo, se negativo, ogni desiderio di stare a scuola!

Ho visto classi eccellenti dove però vigeva un clima freddo senza relazione e dove ognuno pensava a se stesso, così come ho visto classi camminare davvero insieme cercando di  non lasciare indietro nessuno.

Capitare in una buona classe è certo questione di fortuna, ma credo sia indispensabile dedicare una parte dell’anno – la prima – a conoscere i ragazzi, a fare in modo che conoscano i loro compagni e decidere con coscienza quale direzione prendere come gruppo classe.

Il percorso che ho progettato si divide in tre incontri da circa 2 ore ciascuno.

– Il primo incontro si intitola “Chi sono io?” durante il quale, attraverso alcune attività, ogni ragazzo sarà invitato a riflettere su se stesso e a condividere le proprie riflessioni con agli altri.

Nel secondo incontro, intitolato “Io e gli altri”, l’obiettivo è quello di riflettere sui tanti rapporti che si possono impostare in un gruppo classe e più in generale in un gruppo.

Nel terzo incontro, intitolato “La Classe in gioco: regole e obiettivi condivisi per camminare insieme”, i ragazzi saranno invitati a scegliere quale tipo di classe vorrebbero avere e a darsi alcune regole per convivere bene.

Primo incontro: “Chi sono io?”

È la domanda a cui tutti cerchiamo di dare una risposta, per trovare un posto nel mondo e la motivazione per sopravvivere nei momenti difficili.

La scuola secondaria di primo grado è la scuola in cui comincia l’età della metamorfosi, l’età dello sviluppo; i maschi tardano un po’, le femmine di solito anticipano ma i grandi cambiamenti, sia mentali che fisici, cominciano a cavallo di questi tre anni.

Questo periodo della vita non per tutti è uguale naturalmente: c’è chi lo affronta come un momento desiderato in cui finalmente si cresce, si cambia forma, si diventa alti, barbuti, formosi, si diventa grandi…

Per alcuni invece la metamorfosi è una grande fatica: a metà fra l’infanzia e l’adolescenza, questo momento di passaggio è un cambiamento non desiderato che va a complicare magari altre situazioni.

Volenti o nolenti comunque, in questi tre anni avvengono o cominciano cambiamenti importanti nella mente e nel corpo; e in tanti, guardandosi allo specchio, faticano a riconoscersi.

Come aiutare i nostri ragazzi a riconoscere quell’estraneo che da tempo ormai li guarda dallo specchio? Per prima cosa possiamo far notare che quello non è proprio un vero estraneo! In effetti nello specchio ci sono sempre io con le mie caratteristiche, solo un po’ diverso; il primo passo quindi è riconoscere quella parte di me che ancora c’è e che probabilmente ci sarà sempre.

Ecco quindi che l’estraneo non è più tale, ed il compito è più semplice: si tratta di conviverci fino a quando la figura nello specchio diventerà famigliare.

Come traghettare i ragazzi nel conoscere e riconoscere se stessi?

Per riconoscermi e poi conoscermi ho necessità di sapere chi sono ed ecco perciò la domanda che apre il primo laboratorio. Credo che per stare bene con gli altri prima sia necessario stare bene, almeno un po’, con noi stessi, per questo il percorso comincia con un lavoro personale.

Le tre regole

Cominciamo il primo dei tre incontri dedicando un po’ di tempo alla presentazione del progetto in generale con i suoi obiettivi, le sue tempistiche e le sue regole; per riuscire a creare un buon clima in cui tutti si sentano liberi di esprimersi è necessario partire da tre atteggiamenti fondamentali: l’ascolto reciproco, il rispetto e la compartecipazione. L’enunciare queste regole non vuol dire che saranno rispettate sicuramente dai ragazzi, ma riuscire a rispettarle è un obiettivo a lungo termine, da ribadire di volta in volta senza stancarsi. Per realizzare l’attività ci mettiamo in cerchio, che è la più democratica fra le figure geometriche!

Perché usare gli albi illustrati

Dopo la presentazione entriamo nel vivo dell’esperienza dedicando circa 20, 25 minuti alla lettura ad alta voce degli albi scelti dall’insegnante. Nella mia tesi ho dedicato un intero capitolo al perché scegliere gli albi illustrati per cominciare un progetto ma qui, per questioni di praticità, citerò i motivi principali lasciandovi alla lettura di testi completi sulla questione scritti da insegnanti che da anni li usano nella didattica.

Nella mia personale esperienza mi sono resa conto che un albo illustrato, se ben progettato, può davvero essere una porta per entrare in altri mondi e per questo è molto utile all’inizio di un’attività di laboratorio, per introdurre l’argomento. Il “raccontare” in generale, se ben fatto, trasporta l’ascoltatore in un’altra dimensione in cui vi scivola spesso in modo incosciente.

La scelta degli albi illustrati come apertura di un’attività di laboratorio è motivata quindi dalle molteplici capacità di questo genere letterario: parlare un linguaggio profondo e polisemico, che unisce parola e immagine; mostrare punti di vista differenti; avere per ciascuno di noi un significato diverso in base all’esperienza vissuta; parlare in modo trasversale a piccoli e grandi ecc…

Un altro aspetto importante degli albi illustrati è quello di saper creare meraviglia e curiosità, entrambe emozioni che aiutano i ragazzi nel loro processo di apprendimento. Infine, ma non certo per importanza, mi affascina la gratuità del gesto della lettura ad alta voce perché, oltre ad essere dono, è anche creatore di relazione intima e positiva. Nella mia esperienza personale chi ha  potuto essere fruitore di lettura ad alta voce, diventa a sua volta dispensatore di essa creando un circolo virtuoso di dono e relazione.

Per questa parte del percorso (Chi sono Io) ho selezionato alcuni albi che conosco, ma naturalmente potrebbero essercene tanti altri…

“Dentro me”, A. Cosseau, Topipittori, 2008

“Casa di Fiaba”, Giovanna Zoboli e A. E. Laitinen, Topipittori, 2013

“Io sono Io”, Maria Beatrice Masella e J. Muñiz , Il leone verde, 2015

 “A che pensi”, L. Moreau, Orecchio acerbo 2012

Dopo la lettura appoggiamo un cartellone bianco sul pavimento in mezzo al cerchio e chiediamo ai ragazzi di ripetere a voce e poi scrivere alcune immagini, frasi o parole che la lettura ha fatto risuonare dentro di loro.

Dopo qualche minuto di “risonanza” togliamo il cartellone e consegniamo a ciascun ragazzo un foglio A4 con disegnato un omino stilizzato al centro; questo foglio sarà il nostro “attivatore grafico” che servirà ai ragazzi per riflettere su se stessi. Da alcune parti del corpo dell’omino partono delle frecce che terminano in fumetti; all’interno dei fumetti ci sono alcune domande: cos’ho in mente? Cosa so fare? Quali sono le cose che mi danno equilibrio? Ecc…

Una volta spiegata l’attività ogni alunno è invitato a cercarsi “un angolino” della classe dove svolgere, da solo, il lavoro richiesto.

Terminato il tempo del lavoro personale comincia la riflessione nel gruppo. Il lavoro di riflessione su se stessi è di per sé già molto utile ma lo è ancora di più se condiviso con altri e questo per alcuni motivi:

• ascoltando gli altri imparo sempre qualcosa su me stesso

• ascoltando gli altri vedo altri punti di vista.

• nell’ottica di dover condividere con i membri della classe tre anni di scuola, è utile e piacevole conoscere meglio gli altri membri della classe non limitandoci ad una conoscenza superficiale.

Messe in chiaro queste cose e ribadite le tre regole spiegate all’inizio del laboratorio, si comincia il giro di presentazione. 

Concludiamo il primo incontro incollando tutti i nostri “me stesso” su un cartellone che appenderemo in classe.

In copertina “Dentro me”, A. Cosseau, Topipittori, 2008

A scuola di meditazione o meditazione a scuola?

in Approcci educativi/Attività in classe/Opinioni/Senza categoria by
Una facile guida per portare in classe alcuni semplici esercizi di meditazione e tecniche di respirazione.

Se uno degli obiettivi della scuola di ogni ordine e grado è il benessere mentale e fisico degli studenti, perché non aggiungere esercizi di rilassamento e momenti di meditazione tra le classiche materie scolastiche?

Potrebbero sembrare attività poco compatibili, eppure in alcuni paesi europei, tra cui la Gran Bretagna, la meditazione sta diventando materia di studio: è il caso della Mindfulness che uno studio britannico porterà avanti fino al 2021 e che coinvolge i ragazzi di ben 370 istituti, i quali avranno l’occasione di conoscere e mettere in pratica tecniche di rilassamento.

Per capire quanto le tecniche di rilassamento e di respirazione possano diventare degli strumenti importanti per bambini e ragazzi, oltre che un aiuto per la loro concentrazione e la capacità di applicarsi, abbiamo contattato Micol Chiara Degl’Innocenti, un’insegnante di Yoga, operatrice olistica e Reiki Master fiorentina. Micol Chiara si è formata tra Firenze, Londra e la Patagonia.

Ciao e grazie! Cominciamo col dire che, malgrado i risultati sul benessere siano ormai noti, in alcuni paesi tra cui l’Italia le pratiche legate alla meditazione e alla respirazione faticano a entrare in ambito scolastico. Secondo te a cosa è dovuto?

In primo luogo c’è da considerare che le pratiche legate alla meditazione e al respiro ci sono arrivate da culture diverse dalla nostra. Storicamente in Europa e in Occidente sono stati privilegiati e sviluppati il pensiero logico-razionale, la filosofia, il metodo scientifico. Al contrario, molte culture orientali hanno dato maggior peso all’intuizione, alla spiritualità e alla connessione col Divino. La meditazione è stata esplorata ampiamente da culture come quella Vedica (Yoga), il Buddhismo, la filosofia Zen.

Meditazione e pensiero logico-razionale non sono però in contraddizione di per sé, anzi le pratiche legate alla meditazione hanno come funzione quella di pulire la mente e di conseguenza di farla lavorare meglio. Ci liberiamo da pensieri ripetitivi o ossessivi, e creiamo spazio perché nuovi pensieri – più autentici e più in connessione con la nostra natura profonda – possano entrare.

Il fatto che tante di queste pratiche derivino da filosofie connesse alla spiritualità crea ancora resistenze. Può darsi che la cultura cattolica da secoli radicata in Italia veda ancora con sospetto meditazione e Yoga. Ma la meditazione non ha niente a che vedere con la religione, è solo uno strumento potente di benessere e connessione che può essere utilizzato da tutti e in ogni luogo, anche a scuola.

Per capire di cosa si tratta, ecco un esempio di respirazione molto semplice.

Parliamo di benefici. Quali sono i più importanti a livello psicofisico e qual è l’età più adatta per cominciare?

Il cervello è un organo e come tutti gli organi lavora “a ripetizione”. Il cuore non smette mai di pompare sangue, i polmoni respirano in maniera involontaria in ogni momento. Allo stesso modo il cervello produce pensieri su base ripetitiva, cioè siamo più propensi a pensare sempre alle stesse cose. Purtroppo il 90% dei nostri pensieri è basato sulla paura, che un tempo era legata all’istinto di conservazione dell’uomo primitivo, ma che oggi si manifesta sotto forma di stress, spesso cronico. Molti studi scientifici attuali dimostrano una correlazione diretta tra stress e l’insorgere di molte patologie.

La meditazione, l’osservazione del respiro ci riportano al momento presente. Ci permettono di prenderci una pausa dal ritmo ripetitivo dei pensieri, di osservarli senza attaccamento. Una volta creato questo spazio, quello che la filosofia Zen definisce “vuoto fertile”, diamo modo a nuove idee, nuove intuizioni e nuove soluzioni di entrare nella nostra mente.

Stando nel presente lasciamo andare l’ansia (che è paura per il futuro) e sentimenti come depressione, tristezza o rimpianto (che sono paure relative al passato). Diventiamo capaci di osservare le nostre emozioni, di riconoscerle e sentirle senza però lasciarci dominare. Quindi è una pratica estremamente utile anche per il benessere emotivo di un individuo. Se praticata con costanza aiuta a liberarci da condizionamenti esterni, permettendoci di vivere con maggiore libertà e sicurezza in noi stessi.

Si può cominciare a meditare a qualsiasi età e i benefici di cominciare fin da piccoli sarebbero sicuramente moltissimi.

In ambito scolastico, sarebbe preferibile effettuare un esercizio di respirazione o rilassamento tra un’ora e l’altra, oppure possiamo immaginare una vera e propria “ora di meditazione”?

Imparare a meditare richiede una certa costanza, quindi a mio parere meglio poco ma spesso. Un’ora di meditazione settimanale non sarebbe del tutto inutile e potrebbe fornire buoni spunti e buone basi ai ragazzi, ma l’ideale sarebbe cominciare ogni giornata con 15-20 minuti di meditazione.

Ci sono anche molti esercizi estremamente brevi ma molto efficaci che potrebbero essere fatti anche all’inizio di ogni lezione, anche solo per 3 minuti. Chiaramente questo richiederebbe un grosso cambiamento culturale… Detto questo, qualsiasi spunto anche piccolo sarebbe benefico per bambini, ragazzi e famiglie.

Ecco un esempio di pratica di presenza breve e semplicissima!

Sperando che le pratiche legate alla respirazione e alla meditazione possano trovare sempre più spazio nella scuola italiana, reputi che dovrebbero entrare nelle classi veri e propri insegnanti oppure, ad esempio nella scuola primaria, sarebbero sufficienti dei corsi di formazione per maestri e maestre?

Sicuramente è importante che chi insegna sia convinto e creda in quello che sta facendo e abbia una pratica consolidata. Un insegnante di Yoga o un terapeuta che utilizzi la Mindfulness sicuramente potrebbero offrire competenze più profonde, ma gli insegnanti che passano più tempo coi ragazzi avrebbero modo di creare una pratica più costante nelle classi. Credo che entrambe le soluzioni possano essere buone.

Approfondimenti

Alcuni dei libri più noti per conoscere la pratica dello yoga.

Yoga, manuale per la pratica a casa

La bibbia dei principianti di yoga

Un piccolo manuale con cd audio per aiutare la meditazione

Un soffio di energia fra i banchi

in Approcci educativi/Attività in classe by
Per iniziare l’anno scolastico con nuova energia e risorse per docenti e studenti

Mai come per questo nuovo anno scolastico c’è bisogno di un soffio di energia e una ventata di novità per supportare gli studenti (e gli insegnanti).

Allora aggiungiamo un segnalibro importante alle nostre pagine preferite e andiamo a esplorare la ricca proposta editoriale di Librì Progetti Educativi,  casa editrice specializzata in kit didattici gratuiti per tutti gli ordini scolastici.

Scopriamo insieme i temi proposti per questo nuovo anno scolastico

Scuola Primaria: #accoglienza, #inclusione, #sostenibilità, #ambiente, #economia, #ricercascientifica e #stilidivita.

Scuola Secondaria I: #gentilezza, #inclusione, #sostenibilità, #ambiente e #riciclo della plastica.

Perché gratuiti? Grazie (è il caso di dirlo!) al sostegno e alla collaborazione di tanti enti pubblici e aziende private, sensibili alla formazione delle nuove generazioni, Librì Progetti Educativi realizza dei kit didattici che ogni insegnante può prenotare gratuitamente e ricevere direttamente in classe senza alcun costo di nessun genere.

Ogni kit è composto da una guida docente e 25 copie di materiali didattici da distribuire agli alunni, oltre a poster e materiali per la classe. Ogni kit è una grande risorsa per gli alunni e per i docenti.

Le campagne educative di Librì Progetti Educativi, sono sempre collegate a concorsi nazionali a premi, che rappresentano il momento finale del percorso didattico e permettono alle scuole di ricevere tanti utili materiali didattici.

Librì Progetti Educativi è una casa editrice accreditata presso il MIUR, in grado di rilasciare, per ogni percorso educativo, attestato delle ore formative per il curriculum del docente.

Alcuni esempi di campagne educative?

Bentornati a scuola | Scuola Primaria

Un kit didattico dedicato al rientro a scuola dopo l’emergenza covid-19. Per affrontare e elaborare in classe le paure e le preoccupazioni suscitate dalla lunga interruzione didattica.

Una costellazione luminosa | Scuola Primaria

Ricerca scientifica, e stili di vita al centro della proposta realizzata in collaborazione con AIRC e arrivata quest’anno alla decima edizione con tante novità

Gentile come te | Scuola Secondaria I

Novità editoriale per la scuola secondaria di primo grado per portare in classe il tema delle Gentilezza.

Per scegliere e prenotare un kit didattico gratuito per il prossimo anno scolastico per la tua classe o per saperne di più: progettieducativi.it

Pittogrammi: una scrittura antica… sempre attuale!

in Approcci educativi by
Dall’antico Egitto ai giorni nostri: perché l’uomo continua a utilizzare i pittogrammi per raccontare il mondo che lo circonda?

Un noto dizionario della lingua italiana ci dice che i pittogrammi sono una “forma primitiva di scrittura e che possiamo definirli come “disegni di oggetti con valore semantico aderente e immediato”. Ma soprattutto che “il loro significato può essere inteso anche da individui che parlino lingue diverse”.

Sono queste le caratteristiche vincenti che hanno permesso ai pittogrammi di arrivare dall’epoca antica fino a nostri giorni, passando di società in società, attraverso millenni di cambiamenti, sviluppo tecnologico, di nascita e morte di tante lingue. Tanto che i pittogrammi vengono utilizzati ancora oggi in molte situazioni, lungo le strade, nei locali pubblici, addirittura sui libri.

Per scoprire più da vicino i pittogrammi e dare agli insegnanti degli strumenti per parlane in classe (magari attraverso un laboratorio), abbiamo contattato la professoressa Maria Pia Marchese, ordinario di Linguistica generale presso l’Università degli Studi di Firenze.

Grazie per la sua disponibilità, professoressa. Subito la prima domanda. Che cos’è un pittogramma e qual è la differenza con altre scritture antiche, ad esempio i geroglifici?

I pittogrammi sono disegni, spesso molto stilizzati, che l’uomo fin dall’antichità ha prodotto per esprimere tramite un’immagine aspetti del mondo. Una forma di scrittura che poggia su un principio completamente diverso rispetto alle scritture fonetiche come il greco e il latino, che si basano sul principio della corrispondenza tra suoni emessi nel parlato e segni usati nello scritto. I pittogrammi si basano sulla corrispondenza tra immagine e oggetto concreto rappresentato. O tra immagine e concetto astratto che l’immagine richiama: per esempio un bastone per indicare la vecchiaia, un orecchio per indicare l’udire. In quest’ultimo caso è più appropriato parlare di ideogrammi o logogrammi.

È evidente che i pittogrammi sono più “universali” rispetto alla scrittura fonetica che riproduce i suoni e quindi le parole delle singole lingue.

Per quanto riguarda il geroglifico, bisogna dire che questa scrittura non era semplicemente pittografica; se così fosse stata sarebbe stata molto più facile la sua decifrazione. Il geroglifico si basava sulla pittografia in senso lato... Cioè corrispondenza tra immagine e oggetto e anche tra immagine e concetto (es. bastone per indicare la vecchiaia), ma anche su principi fonetici da intendere in maniera particolare. Per es. l’uso della rappresentazione di una rondine, il cui nome suonava in maniera simile alla parola “grande”. Un po’ come se noi rappresentassimo una pizza per indicare il concetto di “pazzo” perché le due parole suonano in maniera simile.

Dove possiamo trovare, oggi, i pittogrammi?

Oggi i pittogrammi si trovano con una certa frequenza nei locali pubblici, quali stazioni, aeroporti, cinema, teatri, nei depliant, nei segnali stradali ecc. Possiamo indicare come esempi di pittogrammi l’immagine stilizzata di un uomo o di una donna sulla porta delle toilette riservate agli uomini o alle donne, l’immagine della doccia o della vasca nei depliant degli alberghi per indicare camera con bagno dotato di vasca o di doccia.

È un pittogramma l’immagine di bambini all’interno di un segnale stradale triangolare, che indica il pericolo di attraversamento di bambini in prossimità di scuole. Tutti questi segnali, grazie all’universalità dell’immagine, risultano immediatamente percepibili a chiunque, mentre la scrittura alfabetica richiederebbe la traduzione in più lingue.

Se volessimo ideare e realizzare dei pittogrammi, di cosa avremmo bisogno?

Per ideare o realizzare un pittogramma bisogna presupporre una base culturale comune. Cioè bisogna pensare a rappresentare oggetti ben noti agli eventuali destinatari e la cui funzione sia inequivocabilmente identificabile.

Allora perché non provare ad arricchire gli ambienti della scuola o della classe con tanti utili pittogrammi destinati agli studenti? Le tecniche da utilizzare sono tante, dalle matite ai pennarelli fino alle tavolette d’argilla, a voi la scelta! Grazie per la sua disponibilità, professoressa, e buon lavoro!


Approfondimento

Se ti interessa l’argomento e vuoi approfondire con degli strumenti, abbiamo pensato a una selezione per te.

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