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Didattica e diritto

Gianluca Piola

di Gianluca Piola

Gianluca Piola, laureato in Giurisprudenza e praticante abilitato in uno studio legale ci accompagna nel mondo del diritto. In sottofondo testi e suggestioni dal mondo del rap.

Libertà d’espressione: è giusto tollerare il linguaggio offensivo?

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Nelle comunicazioni scritte e in generale nelle relazioni interpersonali è importante l’uso consapevole del linguaggio per non ferire i nostri interlocutori. I consigli di Giovanni Piola.

“Dobbiamo fare un cambiamento, è ora che noi, come popolo, cominciamo a fare dei cambiamenti. Cambiamo il modo di mangiare, cambiamo il modo di vivere” e di parlare, aggiungo. Perché il linguaggio è importante.

Questo è il testo della splendida canzone Changes, brano estrapolato dall’album delle Greatest Hits di Tupac, una delle icone dell’ambiente hip-hop, figura leggendaria del genere. Non sarà l’unica volta che utilizzerò tale testo, visto il suo potente contenuto. Tupac auspicava che il popolo iniziasse il cambiamento, nel modo di parlare e esprimersi in generale, aggiungo io.

L’art. 21 della Costituzione recita che “tutti hanno il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e con ogni altro mezzo di diffusione”. Questo è un diritto, che ha deroghe precise (come abbiamo imparato), tra le quali vi è in primis l’onore e il decoro delle persone, tutelato dall’art. 595 c.p., la diffamazione.

È ormai prassi comune nascondersi (per i più furbetti), o meglio, invocare la propria libertà di manifestazione del pensiero per poterlo esprimere a piacimento. Ma non è affatto corretto.

La mia libertà di esprimere è garantita fintantoché non intacchi l’onore di una persona, assolutamente meritevole di tutela. Per comprendere al meglio il reato di diffamazione (ed evitare di commetterlo) è utile dividerlo su due piani: la verità della notizia attribuita e il linguaggio utilizzato per esprimerla.

La verità della notizia

La verità della notizia non è motivo di assoluzione. Significa che potrei dire una cosa vera ma essere comunque condannato, soprattutto se non vi è motivo lecito per cui io debba diffonderla (salvi taluni specifici casi, ai sensi dell’art. 596 c.p., ad esempio: notizia riguardante un pubblico ufficiale).

Un esempio: pubblicare un post dove affermo che un soggetto è un drogato potrebbe determinare una mia condanna, anche se quest’ultimo lo è veramente. Infatti, ai sensi dell’art. 596 c.p., potrei essere assolto soltanto se fosse lui stesso a richiedere di valutare la verità della notizia, cosa che ovviamente non farà mai.

Il linguaggio

Il linguaggio è ciò che ci caratterizza rispetto agli animali, non dimenticatelo! Diffondere una notizia o esprimere un’opinione con un linguaggio osceno o volgare potrebbe determinare una mia condanna. Anche se ciò che affermo è indiscutibilmente vero.

Ad esempio: scrivere sul profilo di una nota pornostar che è una “prostituta” è sicuramente lesivo dell’onore di una persona, indipendentemente dalla professione; cosa diversa se, nel corso di una discussione online con la stessa, l’apostrofassi quale “venditrice del proprio corpo per soldi”. Il linguaggio conta, molto.

Un esercizio in classe: ogni alunno prenda un bigliettino e scriva sopra un pensiero negativo riguardo chiunque preferisca, con due frasi differenti. In una è concesso l’utilizzo di una sola lievissima parola volgare (anche se non la pensano davvero gli alunni, è un esercizio importante per un corretto utilizzo dei social prima di tutto), nella seconda frase devono scrivere lo stesso pensiero eliminando totalmente ogni parolaccia o volgarità e giustificando il proprio pensiero negativo sulla base ad esempio di pregresse esperienze.

Ci si rende eventualmente disponibili per un confronto in merito ai risultati ottenuti al fine di spiegare il perché una frase sia passibile di rimprovero penale oppure non lo sia.

In copertina: sign language : friend
Credits r. a. ole
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Licenza CC BY 2.0

“Non volevo far male a nessuno”: la differenza tra dolo e colpa

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Gianluca Piola ci introduce alla differenza tra dolo e colpa partendo da un verso di una demo di Salmo del 1999. Abbiamo sempre la consapevolezza di commettere un reato?

E’ solamente dolo e premeditazione”. Siamo nel 1999 e questo è il ritornello della demo Premeditazione e dolo del rapper Salmo realizzata con Bigfoot e Scascio (con i quali formava il gruppo omonimo, chiamato appunto Premeditazione e Dolo). Chissà se si sarebbero mai immaginati che sarebbe diventata spunto di dialogo per professori e studenti.

Di certo c’è che è molto importante tentare di comprendere cosa sia l’elemento soggettivo di un reato, ovvero la consapevolezza che la propria azione sia un reato e si determini o un danno a un bene o la sua messa in pericolo. Ma la consapevolezza delle reali conseguenze delle proprie azioni, non è sempre così scontata (la cronaca ce lo dimostra).

La base è ovviamente conoscere e comprendere la differenza tra il dolo e la colpa. Sappiamo tutti benissimo che intascarsi il portafoglio di un altro è un reato e determina un danno; il dolo è evidente (rubare senza farlo apposta sarebbe un po’ complesso da dimostrare, non trovate? Anche se… sicuri che ci mettereste la mano sul fuoco?).

Invece la colpa è un grado dell’elemento soggettivo più lieve: manca la volontà, ma si è posta comunque in essere un’azione contraria a una regola cautelare. Un esempio: un soggetto che guida ad alta velocità non lo fa perché vuole investire qualcuno (se così fosse ci sarebbe il dolo e verrebbe considerato omicidio volontario), ma semplicemente lo fa per abitudine, per sbadataggine, ecc…, tuttavia nell’istante in cui colpisce un passante che non conosce minimamente sarebbe assurdo non punirlo perché non lo ha fatto apposta e (nella mente del soggetto alla guida) “non voleva mica fare male a qualcuno”. In questo caso si viene puniti per lesioni colpose, ossia non per averle causate volontariamente (con dolo), ma per aver violato una regola cautelare (il Codice della Strada) che impone di mantenere una certa velocità in quel tratto di strada (se così avesse fatto, di certo le probabilità di cagionare le lesioni sarebbero notevolmente diminuite).

Ci sono però molte, moltissime situazioni in cui è oggettivamente complesso comprendere le conseguenze delle proprie azioni, soprattutto in ambito penale. Un test che sarebbe interessante fare a scuola riguarda un videogioco abbastanza noto tra i più giovani: Fortnite, che si fonda su account (i personaggi) connotati da varie skin (oggettistica di natura estetica). Esiste un mercato di vendita tanto degli account quanto delle skin per avere personaggi diversi ed esteticamente più piacevoli, particolari, belli. La vendita è molto semplice: bonifico o ricarica Postepay. Accade che qualcuno finga di vendere un account, riscuota la cifra stabilita e faccia perdere le proprie tracce senza portare a termine lo scambio. Non è una ragazzata, è un furto vero e proprio anche se la giustificazione è quasi sempre “non volevo mica fare male a qualcuno”.

Tra virtuale e reale spesso c’è un abisso. Potrebbe essere utile far fare una ricarica tra due compagni di classe, come se si giocasse a Fortnite e fingendo di avere un account da vendere. Nessuno in classe ovviamente è a conoscenza di tale transazione, poiché nessuno, salvo l’accreditante e il ricevente, hanno cognizione dello scambio. E se chi ha ricevuto il bonifico (per questo account Fortnite inesistente) invece a questo punto prendesse, davanti agli occhi di tutti, cinque euro dal portafoglio di colui che gli ha fatto il bonifico?

Ovviamente (è evidente e naturale) c’è una certa ritrosia a mettere la mano in un portafoglio, in più davanti a molti testimoni. Eppure in entrambi i casi si tratta di un furto: l’unica differenza è la consapevolezza di essere visti (beccati) oppure no, l’unica. Una questione sulla quale riflettere e discutere, no?

Un pilastro del mondo giuridico: non “giusto e sbagliato” ma “lecito e illecito”

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Gianluca Piola, laureato in giurisprudenza, ci accompagna nel mondo del diritto. In questo primo articolo le basi per la comprensione delle leggi

Premessa programmatica: sono fortemente convinto che quando si affronta il mondo giuridico sia fondamentale estraniarsi dai concetti di giusto e sbagliato. Ci sono state epoche in cui la prassi era la schiavitù, in cui era normale perseguire gli omosessuali e certe donne erano considerate streghe. In altre epoche e culture gli sciamani o i santoni erano la legge e altri in cui si riteneva che un uomo fosse diretta discendenza di Dio e quindi non dovesse nemmeno materialmente toccare ciò che veniva toccato dagli esseri umani, Per affrontare il mondo del diritto dobbiamo quindi partire da un pilastro che regge tutto: non esiste giusto o sbagliato, esiste solo lecito o illecito. É profonda la differenza tra queste figure: rubare (al giorno d’oggi) è sbagliato, ma nell’epoca romana le risorse dell’Impero o, ancora prima, della Repubblica si trovavano in larga misura
grazie alle invasioni (“scippi” su scala nazionale per intenderci e nessun romano riteneva di fare qualcosa di sbagliato).

Certo, è sbagliato al giorno d’oggi rubare, ma… sicuri? E se io vi dicessi che non è punibile il coniuge che ruba all’altro (penalmente quantomeno) o il fratello che ruba alla sorella convivente o il nipote che ruba allo zio convivente (art. 649 del Codice Penale)? Dove finisce il sistema di valori? (Stiamo divagando, torniamo … in classe).

É ovviamente corretto dire che è illecito rubare, che è contrario al sistema di valori vigenti appropriarsi di qualcosa che non ci appartiene, anche se dobbiamo conoscere le eccezioni per non cadere nel giudizio “morale”: vi sono alcune situazioni in cui nemmeno lo Stato interviene (ovvero, nell’esempio riportato, nel contesto familiare).

Ecco, il diritto va affrontato in questo modo, lontani dalla morale, che va utilizzata sicuramente in casi limite, ma non può essere sempre l’ago della bilancia. Bisogna analizzare gli interessi in gioco e scrivere una norma che permetta di non sacrificarne nessuno o almeno uno dei due in misura minima, se possibile. Questo è il compito prima di tutto di chi le leggi le scrive, ma in secondo luogo di noi che le leggiamo e dobbiamo capirle per muoverci all’interno della nostra società.

Con il classico e semplice gioco dei perché diviene tutto più immediato: ogni volta che l’idraulico fa un lavoro chiede la fattura (art. 53 della Costituzione), perché così paga le tasse, perché così i clienti chiameranno lui perché non ha problemi con la legge, perché così gli stessi clienti non hanno problemi con la legge, perché con le tasse che ha pagato lui e il cliente pagano gli insegnanti, perché così gli insegnati insegnano ai figli dell’idraulico e del cliente (art. 34 della Costituzione).

Siamo partiti da una norma e con il gioco dei perché abbiamo affrontato una serie di leggi senza infilarci giudizi in mezzo e quindi abbiamo compreso il meccanismo per aprire una ditta che si occupa di idraulica. A parte l’evidente semplificazione, l’intento di questi articoli è affrontare il mondo giuridico (e la musica hip hop) con spirito critico senza ancorarci a nostri preconcetti di vita vissuta, fornendo agli studenti esempi ed elementi per potersi muovere nel mondo da cittadini consapevoli. E partendo da un altro principio: le leggi non sono mai perfette ma sempre perfettibili.

Vi lascio solo un ultimo spunto di riflessione per poi iniziare il lavoro vero e proprio. La Costituzione italiana è una legge fondamentale e splendida, ma pensate soltanto che non vi è mai all’interno della carta la parola “internet”, per questo vale anche per la Costituzione lo stesso concetto già espresso: non è una legge perfetta, ma perfettibile. Grazie della lettura buon viaggio nel mondo del diritto … A ritmo rap (ma questo lo scoprirete nei prossimi articoli).

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