Rubriche

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Voci di insegnanti e formatori:  esperienze, storie, opinioni e visioni sulla scuola condivise da chi a scuola ci vive ogni giorno

Leggere? Può diventare un bel gioco socializzante!

in Virgolette by
Ripercorriamo insieme le tante strategie per giocare con i libri: perché leggere può diventare un gioco spassoso, e non solo una bella attività individuale!

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Cenerentola: è uscito un nuovo film 2021

in Pensare con gli occhi/Senza categoria by
Cos’ha, ancora, da dirci, una favola come Cenerentola? Ce ne parla Carlo Ridolfi.

Cos’ha, ancora, da dirci, una favola come Cenerentola? Portato sullo schermo più volte, il racconto di Charles Perrault potrebbe apparire logoro e anacronistico.

Ma la forza dei classici è proprio quella di poter essere reinventati più e più volte, senza perdere in fascino e fantasia.

È il caso della versione sceneggiata e diretta da Kay Cannon e ora disponibile su Amazon Prime Video.

Prima di tutto Cenerentola (Camila Cabello) non è la solita infelice orfana che vive con matrigna e sorellastre e sogna di diventare una principessa. Adesso è una ragazza molto sicura di sé, che ha come obiettivo quello di diventare disegnatrice e realizzatrice di abiti.

Così come la stessa matrigna Vivian (Idina Menzel) ha in realtà un passato da musicista di talento, frustrato per le ristrettezze del ruolo casalingo che si è trovata a dover ricoprire.

E il principe Robert (Nicholas Galitzine) sarà così lontano dallo stereotipo del belloccio figlio di papà da rinunciare alla successione dinastica per vivere il suo amore con Cenerentola, seguendola nella sua attività professionale.

Giocato dall’inizio alla fine sul registro del divertimento e dell’ironia, il film di Kay Cannon è un musical che utilizza sia composizioni originali (di Mychael Danna e Jessica Weiss), sia riproposizioni di grandi successi della musica pop, come Somebody To Love dei Queen, Material Girl di Madonna o Seventh Nation Army degli White Stripes (resa famosissima come coro da stadio a partire dai mondiali di calcio del 2006).

E sono davvero irresistibili i momenti in cui compare in scena una fata madrina interpretata da una “fata” icona gay come Billy Porter.

Madrina che, a sua volta, trasforma i tre topolini amici di Cenerentola in tre nevroticissimi e pasticcioni e simpaticissimi valletti che la accompagnano al ballo (interpretati da Romesh Ranganathan, James Acaster e da quel James Corden, attore e presentatore inglese, di cui si possono trovare in rete spassosissime riproposte dei musical più famosi della storia, interpretate per strada).

Camila Cabello esce da X-Factor Usa. Tra i ballerini c’è anche Giuseppe Giofré, che ha cominciato la sua carriera in Amici di Maria De Filippi.

È la televisione che riproduce se stessa, rimanendo comunque a livelli di competenza artistica e professionalità che, soprattutto negli standard del grande spettacolo americano, sono irrinunciabili.

È intrattenimento di ottima qualità, che permette di passare un paio d’ore tra buona musica, coreografie coinvolgenti e sana, sanissima, ironia che decostruisce i luoghi comuni e le pigrizie intellettuali.

Il difficile rapporto Scuola-genitori

in Ora di Alternativa by
La riflessione di Valerio Camporesi, insegnante, sul rapporto tra la scuola e i genitori, scritta ben 3 anni fa, appare ancora molto attuale. 

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Le fiabe di un tempo, lette oggi!

in Maschile singolare by
Rivedere i finali, edulcorare i toni: sulle fiabe il dibattito è ancora acceso. Ma sicuri che la risposta sia, semplicemente, farne a meno?

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Luca, il nuovo film della Disney sulla diversità e l’inclusione

in Pensare con gli occhi by
Carlo Ridolfi ci parla di Luca, il nuovissimo film Disney da non perdere!

Chissà quante volte anche noi abbiamo usato l’espressione “né carne né pesce” per indicare qualcosa, o qualcuno, che non ha una identità definita. E chissà quante volte l’abbiamo usata sottintendendo una connotazione spregiativa. Luca (Usa, 2021) di Enrico Casarosa, un gioiello di inventiva e delicatezza, è partito, forse, dalla stessa frase per darne una rappresentazione affatto diversa.

Luca Paguro è un ragazzino-pesce che vive nelle profondità del mare con i suoi genitori, ma che è, come tutti i preadolescenti, affascinato dalle cose che gli sono proibite, primo fra tutti il fatto di mettere piede sulla terraferma.

L’incontro con il suo coetaneo Alberto Scorfano, che vive senza genitori, sarà il motore primo che lo spingerà a trasgredire il divieto, scoprendo che quando esce dal mare si trasformano, lui e il suo nuovo amico, in esseri umani. Sarà così che incontreranno Giulia Marcovaldo (il riferimento esplicito – e non sarà il solo – è chiaramente a Italo Calvino), ragazzina esuberante che ha come sua massima aspirazione quella di sconfiggere il presuntuoso Ercole Visconti nell’annuale gara di triathlon.

Questa, in poche parole, la trama di un film che ha nella storia l’impalcatura per una costruzione narrativa, visiva, psicologica e sociale davvero magnifica.

È decisiva l’ambientazione geografica: la Liguria delle Cinqueterre (da cui è originario Enrico Casarosa), con le sue piccole baie, le sue calette, i paesini che si inerpicano dal mare direttamente verso la collina. È altrettanto significativa la definizione del periodo storico: siamo all’inizio degli anni ’60, con tutta una serie di rimandi culturali, dalle insegne dei negozi e delle botteghe ai manifesti pubblicitari, dai cartelloni dei film in programmazione alle canzoni che punteggiano la colonna sonora (il quartetto Cetra, Gianni Morandi, Mina, Rita Pavone, con l’unico anacronismo de “Il gatto e la volpe” di Edoardo Bennato, che appartiene al decennio successivo).

C’è, soprattutto, tutta la passione e la sensibilità di raccontare una fase della vita dei ragazzi e delle ragazze, quella, appunto, in cui ciascuno di noi si è trovato ad essere “né carne né pesce”, con accenti di profondità e di delicatezza davvero rari.

Ultima produzione Pixar in ordine di tempo, realizzata con una qualità di animazione in computer graphic che ogni volta non smette di meravigliare (Casarosa aveva già realizzato nel 2011, per la casa di produzione statunitense, un magnifico cortometraggio come La luna) Lucaè un film che va visto, rivisto, gustato e approfondito.

Anche perché, non è che uno dei suoi moltissimi meriti, ma secondo me è importante sottolinearlo, è un film che racconta anche come la passione per lo studio e l’importanza della scuola siano elementi fondamentali per la crescita complessiva ed equilibrata di un ragazzo o di una ragazza.

Come sempre accade nei lungometraggi Pixar, lo si guardi fino alla fine dei titoli di coda, per non perdere un esilarante elogio della stasi della vita negli abissi che è, al contempo, la conferma di quanto necessaria e vitale sia la curiosità impertinente dei preadolescenti e la descrizione in due minuti di come gli adulti che pretendono di essere al centro dell’attenzione non possono che produrre danni gravi quando va peggio o, nonostante la cieca arroganza che è propria di qualsiasi cattivo educatore, al massimo una noia mortale.

(Luca è disponibile sulla piattaforma Disney+, ma l’auspicio è che, come meriterebbe, ne sia resa possibile anche la programmazione in sala e la visione su grande schermo).

Lo spirito di imprenditorialità alle medie

in Ora di Alternativa by
Lo spirito di imprenditorialità e la valutazione degli alunni agli esami di terza media.

A giugno si sono svolti gli esami di terza media (da anni definita un po’ pomposamente scuola secondaria di primo grado) e per fortuna in presenza, anche se soltanto orali come tutti ben sanno. Sarà stato forse per la semi-assenza dell’anno precedente, in cui l’esame si è limitato ad una chiacchierata online, che nel compilare la certificazione delle competenze (a proposito di termini pomposi) mi è risaltata agli occhi una dicitura che avevo dimenticato o che forse avevo voluto dimenticare: spirito di imprenditorialità.

Proprio così, né più né meno, anche se fa effetto a dirlo: un alunno che esce dalla scuola media viene valutato per la sua capacità imprenditoriale, non si sa bene in quale contesto dimostrata (chissà, forse nel gestire lo scambio di figurine o nell’organizzare una festa di successo).

Dopo aver steso un velo pietoso sulle modalità di attribuzione dei voti (assolutamente casuali e privi di senso, perché senso non ne potevano avere), viene da chiedersi da chi e da cosa derivi una simile aberrazione che per qualsiasi persona sana oltrepassa il normale senso del ridicolo.

Per quanto riguarda il chi andrebbe ricercato il nome del ministro a cui attribuire tale gloriosa innovazione, ma è compito da cui mi sottraggo volentieri in quanto il punto sta piuttosto nel cosa, e qui è più facile individuare il soggetto: lo si ritrova per l’appunto in quella intrusione violenta del pensiero unico economicista che attribuisce una valenza preponderante se non assoluta a quell’homo economicus posto da tempo al centro dei modelli collettivi di riferimento e anche dello sviluppo dei processi di conoscenza: perché vivere, perché imparare, studiare, se non per una finalità economica, o meglio imprenditoriale?

A tutto ciò fa da sfondo e da corollario una visione unilateralmente materialistica e utilitaristica della vita, deprivata di ogni senso e di ogni finalità che non siano appunto quelle suggerite o meglio imposte da questo modello unico al cui rispetto e alla cui osservanza si vuole coartare la mente delle persone a partire dall’età più giovane.

Se seguissimo queste ed altre indicazioni ministeriali (e non solo, perché la pressione finalizzata ad orientare la scuola è sempre più vasta), più o meno coercitive, la scuola risulterebbe davvero deprivata delle sue funzioni più proprie che sono quelle di trasmettere saperi e di garantire la possibilità di sviluppo autonomo ed individuale (individuato) di ogni studente, così che ognuno possa, nel rispetto degli altri e della società in cui vive, costruire la propria vita e, perché no, la propria felicità (questa parola non si trova nella certificazione delle competenze); se seguissimo, appunto, perché  – come diceva Cechov, ”Io non ho nessuna fiducia nell’intellighenzia, io ho fiducia nei singoli individui’‘ – alla fine la scuola è (almeno per il momento) da persone, da luoghi e spazi in cui circolano emozioni e materia viva, bollente, che nessuna indicazione ministeriale potrà cancellare, e sta agli insegnanti in primo luogo orientare i propri studenti verso mete e spazi ben più alti di quelli determinati dall’alto.

E sarebbe bello che qualche volta quell’alto ascoltasse e vedesse davvero cosa accade nelle nostre aule, anche in quelle sedi d’esame in cui gli insegnanti assegnano stancamente, sopraffatti dal caldo, voti casuali ai futuri giovani imprenditori di tredici anni; magari, come si diceva un tempo, una risata li seppellirebbe, con grande giovamento collettivo.

Quando una classe diventa un laboratorio di gentilezza

in Sentieri tra i banchi by
Laboratorio di gentilezza: alla scoperta di parole gentili ed emozioni, con la I B della Scuola Secondaria di I Grado “G. Pascoli” di Grosseto

Quest’anno la IB della Scuola Secondaria di I Grado “G. Pascoli” di Grosseto, insieme alla sua insegnante di lettere, la professoressa Francesca Roggi, ha realizzato in classe un percorso originale, diverso, dedicato alla gentilezza. Un vero e proprio laboratorio di gentilezza.

Un percorso fertile, potremmo definirlo, che ha subito ricevuto il sostegno della dirigente scolastica, la dottoressa Laura Superchi, e che ha permesso di seminare tante parole nel cuore dei ragazzi. Parole che col tempo, ne sono certo, daranno i loro frutti.

Gli studenti hanno letto insieme Gentile come te, edito da Librì progetti educativi, per poi discuterne in classe le tematiche più importanti. Il momento conclusivo del percorso è stato il nostro incontro, durante il quale le ragazze e i ragazzi della I B hanno deciso di diventare rivoluzionari.

Sì, rivoluzionari, disposti a cambiare punto di vista, a vedere persone e avvenimenti da diverse angolazioni. Perché è questa la chiave per capire meglio gli altri, e di conseguenza anche noi stessi.

Proviamo dunque a essere rivoluzionari con le parole.

Diversità

Diversità, siamo partiti da qui. Una parola che fa paura, spesso usata in maniera dispregiativa, per attaccare, per allontanarci. Una parola che comunichiamo anche con i gesti, con gli sguardi, ogni volta che escludiamo qualcuno. Perché allora non provare a usarla in modo rivoluzionario?

La verità è che ognuno di noi è diverso dall’altro, dagli amici, dai familiari, perché ognuno di noi è unico e irripetibile. Abbiamo scoperto che anche la nostra Costituzione, all’art. 3, non ci dice che siamo tutti uguali, anzi!

Ci dice che, pur avendo pari diritti e pari dignità, abbiamo la libertà di essere diversi per sesso, razza, lingua, religione, opinioni, condizione personale o sociale.

Abbiamo pensato alla classe come a un habitat, un luogo dove tanti organismi diversi – gli studenti – vivono in equilibrio.

E con stupore ci siamo accorti che così come un habitat è più forte quando al suo interno c’è una maggiore biodiversità, allo stesso modo una classe diventa più forte e compatta – un luogo migliore – quando al suo interno si respira tanta diversità.

Solitudine

Solitudine è una parola che ci ha fatto riflettere, perché è un’emozione che accompagna molte ragazze e molti ragazzi di questa età. Sentirsi soli è la cosa più terribile che ci sia, dice la protagonista del libro, e tutti erano d’accordo.

È come una specie di virus, un male invisibile che ti entra dentro e ti si attacca alle cellule, succhiandoti la vita. E può avvenire sempre: anche quando siamo in mezzo agli altri.

Succede quando non ci sentiamo capiti, quando non ci sentiamo considerati, quando ci sentiamo esclusi e abbiamo paura di tirare fuori quello che abbiamo dentro.

Parlando di solitudine, abbiamo compreso – ecco cosa vuol dire essere rivoluzionari! – che il modo per contrastarla è allenarsi ad ascoltare gli altri. Quindi a usare la gentilezza, la solidarietà, valori che diventano bussole, strumenti per non perdersi nell’avventuroso percorso di crescita.

Aiuto

Aiuto è una parola che ha messo in moto tante emozioni. Tutti i ragazzi hanno detto di essere pronti ad aiutare i compagni in difficoltà, lo hanno detto con le parole e con lo sguardo. Ma siamo sempre in grado di capire quando qualcuno ha bisogno di noi?

Non sempre chi si sente in pericolo è in grado di chiedere aiuto: qualche volta lo fa solo con lo sguardo, con i gesti, con il comportamento, tendendo a chiudersi, a fuggire, oppure a diventare aggressivo.

Per aiutarlo, sta a noi diventare rivoluzionari e cambiare punto di vista, solo così possiamo vedere meglio quello che accade intorno a noi. Abbiamo capito anche che qualche volta, quando notiamo un campanello d’allarme, può essere una buona idea chiedere l’aiuto di un adulto, di un professore, di un genitore.

Bullismo è una parola che nasconde una terribile trappola: tutti pensiamo di esserne immuni, che la cosa non ci possa riguardare da vicino, che a noi non accadrà mai! Ma è veramente così?

O forse è meglio rimanere con gli occhi aperti? Parlandone insieme, ci siamo accorti che non sempre è facile comprendere la differenza tra uno scherzo e un atto di bullismo. Questo perché il bullismo ha varie forme, alcune più brutali ed evidenti, come una percossa: quelle sì che sappiamo riconoscerle! Altre invece sono più labili e invisibili.

E si possono nascondere dietro scherzi ripetuti, soprannomi, prese in giro all’uscita della scuola e nella chat di classe.

Essere rivoluzionario significa ricordarsi sempre che una cosa pericolosa non va mai sottovalutata. Perché il bullismo è capace di assumere strane forme, e può portare le persone a fare cose inimmaginabili, sia chi lo commette sia chi lo subisce.

Amore

Amore è una parola che non poteva mancare. Questa è un’età in cui cambia il modo di vedere il mondo, e cambiano anche gli occhi con cui guardiamo gli altri. Non è però sempre facile fare i conti con le proprie emozioni e con i propri sentimenti.

Ci possiamo sentire inadeguati, sia nel fisico sia nel carattere. Eppure, i sentimenti ci sono. Sbucano dal cuore e chiedono di essere ascoltati.

Con le ragazze e i ragazzi della I B abbiamo parlato della storia di Matilde, tratta da Gentile come te, e di come l’amore abbia sempre a che fare con il rispetto, un’altra splendida parola che ci ha permesso di parlare di pregiudizi, di tutto quello che infesta le nostre menti: e abbiamo scoperto che i pregiudizi più famosi e terribili a questa età sono quelli di genere, quelli che ci dicono cosa può fare e dire una ragazza, e cosa può fare e dire un ragazzo.

Essere rivoluzionari significa non dar retta ai pregiudizi che, vecchi di millenni, si attaccano alle cose più belle che abbiamo: all’amicizia, ai nostri progetti, all’amore. E li trasformano in cose brutte.

Gentilezza

Gentilezza è l’ultima parola di cui abbiamo parlato, perché ci sembrava giusto terminare con lei, che alla fine le abbraccia tutte. E davvero ci siamo accorti che si tratta di un antidoto portentoso: “La gentilezza è come un antidoto, una specie di vaccino capace di combattere non solo il virus della solitudine, ma anche quello dell’ignoranza, del razzismo, dell’indifferenza”.

Grazie alle ragazze e ai ragazzi della I B perché sapranno portare quello che hanno imparato fuori dalla loro classe, ne sono certo. Grazie alla dirigente scolastica Laura Superchi, per la fiducia che ci ha dato e per la capacità di immaginare una scuola migliore.

Grazie alla professoressa Francesca Roggi, perché sa coltivare le menti e i cuori dei suoi studenti, e questo significa davvero essere un insegnante. A presto.

A proposito di lettura: chi legge non è solo!

in Virgolette by
lettura a scuola
“Mi stupisce il solito stereotipo monacale della lettura come solitudine, come ripiegamento e riflessione e anche fantasticheria personale, fuga dalla realtà, pura evasione. La lettura è una forma di relazione, non soltanto banalmente tra scrittore e lettore, ma tra lettori”

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Estate: tempo di giochi all’aperto!

in Giochi senza frontiere didattiche by
Scopriamo, insieme a Giovanni Lumini, tanti divertenti giochi all’aperto, i cosiddetti giochi di lancio, per divertirci con gli amici e i compagni in questa lunga estate!

Lo scorso anno, immersi in un clima di grandi restrizioni dovute alla pandemia e al conseguente lockdown, Giovanni Lumini ci aveva consigliato una serie di giochi all’aperto davvero divertenti, e in tutta sicurezza!

Giochi di lancio, dalle origini antiche ma dal divertimento sempre molto attuale, e che rappresentano la soluzione perfetta per passare gli assolati pomeriggi estivi in compagnia degli amici!

I giochi di lancio

I giochi di lancio hanno un’origine antichissima. Non deve sorprendere che in tutte le culture, in qualunque parte del mondo, esistano tipologie di giochi nei quali l’attività principale è quella di lanciare qualcosa in direzione di qualcos’altro.

La prima cosa che viene da pensare è che tutti questi giochi all’aperto abbiano una radice comune: la necessità giornaliera, dalla preistoria in avanti, di colpire le prede necessarie alla sopravvivenza. Così come, probabilmente, la necessità altrettanto importante di allenarsi. È una suggestione probabilmente molto vicina alla verità, ma non è questo il luogo per una ricerca storica.

Viaggiando in rete è comunque estremamente affascinante trovare e osservare che i giochi di lancio sono una realtà diffusissima con mille sfaccettature. Tipologie, varianti, materiali sono i più vari e i più strani. E non è solo una ricerca sulla tradizione e sui giochi del tempo passato. Al contrario, il gioco di lancio conosce, al giorno d’oggi, una continua rivisitazione e aggiornamento. Alcuni dei giochi che troviamo hanno origine recente o recentissima, frutto di invenzioni moderne, non tradizionali.

Possiamo evidenziare alcune categorie, ovviamente non fisse ma liberamente utilizzabili, integrabili e modificabili, per ordinare tutti i tipi di giochi all’aperto di lancio che si possono trovare, ben sapendo che, oltre a quelli citati negli esempi, mille altri giochi ci aspettano in ogni angolo del mondo.

Lanci in orizzontale di distanza

I giochi in cui si lanciano corpi più o meno pesanti per raggiungere una distanza più lontana possibile. Essi richiedono tecnica e soprattutto potenza. Questo tipo di gioco di lancio si è trasformato ben presto (sicuramente già dall’antica Grecia, ma probabilmente anche nella Scozia di molti anni fa) in un’attività sportiva. Lo scopo è solitamente quello di stabilire un record, di migliorare, dal punto di vista numerico, una prestazione.

Tra gli esempi: lanci olimpici (disco, peso, martello, giavellotto), lanci negli Highlands Games, tiro della rulla o della forma di formaggio, tipica di alcune zone d’Italia.

Lanci in orizzontale di precisione

Questa tipologia raggruppa quei giochi in cui la precisione è fondamentale, quindi risulta vincente l’abilità più che la forza. In questi giochi si deve raggiungere qualcosa utilizzando un oggetto per lanciare.

Tra gli esempi: bocce/petanque; tiro degli anelli; ferri di cavallo; freccette; la grenouille; giochi con le biglie

Lanci in orizzontale contro ostacolo

Sono giochi di precisione con lo scopo di rovesciare un ostacolo, abbattere qualcosa. Essi comprendono le numerosissime varianti di giochi di birilli, diffusissimi in Spagna (ma anche in tutta Europa) e molteplici giochi di “palet” (Francia) o piastrelle.

Tra gli esempi: molkky; tiro ai barattoli; bowling.

Giochi di lancio complessi

In questa categoria sono compresi quei giochi che non implicano unicamente il lancio verso qualcosa, ma che inseriscono questa caratteristica in un gioco più complesso, solitamente disputato da squadre.

Tra gli esempi: cornhole, kubb.
Voglio dedicare all’ultimo gioco menzionato un po’ più di spazio.

KUBB

Dal 2006 in Italia è attivo il Gruppo Italiano Kubb, un’organizzazione formata da tutti coloro che conoscono e praticano il gioco del Kubb. Fra mille difficoltà, con l’aiuto dell’Associazione GiocOvunque di Firenze, il Gruppo ha organizzato ben 14 campionati nazionali, l’ultimo dei quali nel 2019. Al di là della dicitura “campionato”, l’obiettivo è sempre stato, anche in questi tornei, quello di mantenere vivo e inalterato il carattere di “gioco”, di libera attività, evitando la creazione di federazioni sportive o strutture simili.

Gioco

Il kubb è un antichissimo gioco vichingo. Storicamente, ha avuto origine sull’Isola di Gotland (la più grande isola svedese del Mar Baltico). Giocare a kubb era un passatempo molto diffuso all’epoca dei Vichinghi, durante le feste o semplicemente per divertirsi dopo le battaglie. Si usavano i ceppi di legno da caminetto.

Giocatori

Il numero dei giocatori varia da 1 a 6 per squadra.

Regole

Il kubb si gioca su un campo di gioco di 8 x 5 metri, a volte delimitato da bastoncini (4). Il terreno di gioco può essere il più vario: si gioca sul prato, sul cemento, per strada, sulla spiaggia, sulla neve, ovunque sia possibile segnare il campo.

Al centro del campo viene posta una figura di legno che rappresenta il re (1). Sulle linee orizzontali di fondo campo vengono sistemati 5 pezzi di legno più piccoli, i cavalieri, detti kubb (2). Per il gioco si usano 6 bastoni da lancio (3) che vengono passati da una squadra all’altra, dopo ogni turno di gioco.

Il gioco consiste nel cercare di abbattere tutti i kubb della squadra avversaria e,  successivamente, solo alla fine, il re. La partita finisce con la vittoria della squadra che consegue questo obiettivo. Attenzione però: abbattere il re prima del tempo comporta la sconfitta!

Per leggere le regole più in dettaglio, potete cliccare qui.

Si può sempre ridurre il campo di gioco e il numero di bastoni da lanciare e da abbattere per giocare con le bambine e i bambini più piccoli, come è possibile vedere in questo godibile, breve filmato.

E per chi volesse saperne di più:

Giocare all’aria aperta!, di A.J. Hanscome, edito da Il Leone Verde, per scoprire che il movimento e il gioco libero all’aperto sono vitali per lo sviluppo cognitivo e fisico dei nostri figli, e offrono strategie divertenti e coinvolgenti che li aiutano a trasformarsi in adulti sani, equilibrati e resilienti.

52 cose da fare all’aria aperta, di L. Gordon, edito da Salani, un mazzo di carte illustrato con tante attività e idee per giocare e stare all’aria aperta.

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Due film sulla famiglia da non perdere!

in Pensare con gli occhi by
Carlo Ridolfi consiglia due pellicole sulla famiglia che vale la pena vedere!

La famiglia è, naturalmente, uno dei soggetti preferiti da chi racconta storie per immagini in movimento. Le dinamiche tra genitori e tra genitori e figli si prestano benissimo, offrendo la possibilità di rappresentare conflitti, dispute, comprensioni e rappacificazioni, a sviluppare narrazioni spesso appassionanti e divertenti.

È il caso di due film che vorrei segnalare questo mese, entrambi disponibili su Netflix, quasi due gioiellini di comicità e tenerezza.

Over the Moon – Il fantastico mondo di Lunaria

Il primo si intitola Over the Moon – Il fantastico mondo di Lunaria, ed è una coproduzione statunitense-cinese, in animazione CGI, con la sceneggiatura di Audrey Wells e la regia di Glen Keane.

Over the Moon è la storia di una famiglia che deve ricostruirsi. Fei Fei, la piccola protagonista, vive col padre dopo che una malattia ha portato via l’amatissima madre e moglie. Il padre, che gestisce un piccolo negozio di cibo cinese, dopo qualche tempo si innamora di un’altra donna, che ha un figlio, Chin.

Il film vive quindi su un costante doppio binario narrativo: la passione di Fei Fei per la leggenda della dea della luna, Chang’e, e i suoi ricorrenti scontri col fratellino acquisito, che fatica moltissimo ad accettare.

Grazie ad un’altissima qualità di animazione e a una vicenda che si snoda senza intoppi, Over the Moon è un film che ci parla della crescita, faticosa ma decisa, di una bambina che davvero rimane presente nella nostra memoria come esempio di tenacia e di maturità.


I Mitchell contro le macchine

Il secondo film – devo dire che da tempo non si rideva così guardando un lungometraggio – è I Mitchell contro le macchine, scritto e diretto da Mike Rianda e Jeff Rowe, anch’esso in animazione CGI.

In questo caso il conflitto al centro della storia è quello tra Katie Mitchell, un’adolescente appassionatissima di realizzazioni cinematografiche e video, che sta per trasferirsi al college, e suo padre Rick, ancorato ad una vita analogica, che non riesce a comprendere le passioni della figlia. Insieme a loro vivono la moglie/madre Maya, il figlio/fratellino Aaron e il buffo cane Monchi.

Quando il mondo intero viene sconvolto da una ribellione dei marchingegni elettronici, a capo della quale sta una cattivissima “app” che non ha sopportato di esser stata relegata nei softares obsoleti, i Mitchell troveranno il modo di superare i loro conflitti e di allearsi per sconfiggere la minaccia di distruzione che incombe.

Pieno di trovare esilaranti e di battute di dialogo di grande intelligenza (cito solo la migliore, quando a Maya viene detto che si sta comportando benissimo nella durissima battaglia contro i robot, lei risponde: “Sono una maestra elementare, vedo di peggio tutti i giorni a scuola!”), I Mitchell contro le macchine è uno di quei, purtroppo rari, film, che può esser visto, come si sarebbe detto una volta, da grandi e piccini con pari divertimento e uguale possibilità di riflessione e analisi a diversi livelli di contenuto.

Due film che fanno pensare divertendo, come nei migliori casi della produzione cinematografica internazionale.

Falsi miti della Storia

in Ora di Alternativa by
Con Valerio Camporesi affrontiamo un tema cruciale di grande attualità: i falsi miti della storia

Nel mio lavoro di insegnante di Storia mi è capitato (non spesso, ma neanche così raramente) di imbattermi in affermazioni e proposizioni di temi, da parte dei manuali, assai poco convincenti. Falsi miti, interpretazioni e rappresentazioni che – pur coincidendo spesso con quelle assunte dal sapere e dalla coscienza collettivi veicolati dalla scuola stessa e dai media come il cinema – mostrano, alla verifica dei fatti, grossi limiti di veridicità.

Smontare questi falsi miti o luoghi comuni mi è sempre parso un obiettivo non secondario della mia professione, anche come stimolo all’esercizio di quella intelligenza critica e a quell’apertura verso il dubbio cui spesso ci hanno richiamato i programmi e le indicazioni ministeriali.

La Guerra di Secessione americana

Si prenda, per citare uno degli esempi più significativi, la tanto celebrata missione di civiltà portata avanti dai “buoni” nordisti contro gli schiavisti del Sud durante la Guerra di Secessione americana (1861-1865), vero e proprio totem di una narrazione che ha posto in risalto anche nella cultura di massa figure come quella del “liberatore” Lincoln, assunto a vera e propria icona dello spirito liberale americano.

Un mito diffuso anche dai manuali di scuola e nella cultura di massa, nelle canzoni (chi non ha mai ascoltato o cantato la famosa canzone su John Brown?) come nel cinema, ma un mito appunto.

La realtà, a dire il vero, appare ben altra: nel suo straordinario (per passione, coraggio, lucidità) studio pubblicato per l’Enciclopedia storica de ”La Repubblica” (che a suo tempo coinvolse le maggiori firme della storiografia moderna, italiana e non solo), Raimondo Luraghi – uno dei massimi studiosi del conflitto americano – ci apre gli occhi a una realtà assai diversa, nelle quali a essere prioritarie non furono certo certo le ragioni umanitarie ma quelle politiche ed economiche, e nella quale non si trova granché traccia dello spirito umanitario tante volte associato ai ‘liberatori’, per i quali il permanere della schiavitù negli Stati del Sud non costituiva certo l’argomento decisivo della guerra. Tanto che lo stesso Lincoln arrivò a sostenere che:

 Il mio obiettivo dominante in questa lotta è salvare l’Unione, e non è né salvare né distruggerela schiavitù. Se mi fosse dato di salvare l’Unione senza liberare nessuno schiavo, lo farei; e se potessi salvarla mediante la liberazione di tutti gli schiavi lo farei; e se per salvarla dovessi liberarne alcuni e lasciar stare gli altri, farei anche questo[1].

Ben altre furono le motivazioni e gli scopi di quella guerra, principalmente economici e politici: c’era da confermare l’egemonia politica ed economica del Nord industriale e capitalista contro il ‘barbaro’ mondo del Sud, per giunta contrario al protezionismo economico ad esso imposto dal governo federale al fine di garantire lo sviluppo di quelle fabbriche dove, sia detto per inciso, si sfruttavano i lavoratori senza alcun ritegno e nelle quali, evidentemente, lo spirito umanitario e liberale del civilissimo Nord conosceva una solenne amnesia.

Altri esempi si potrebbero fare, ma qui mi premeva sottolineare soprattutto come oggi, ancor più di prima, sia importante il ruolo dell’insegnante come di colui che mantiene le coscienze vigili, attente, propense a coltivare il dubbio.

Anche davanti alle asserzioni spacciate come verità assolute e inderogabili, ed è puramente voluto ogni riferimento al clima attuale nel quale – a proposito del tema Covid – si è voluta contrapporre una cosiddetta scienza (in verità molto più simile ad un insieme di dogmi monolitici che a quello spirito di ricerca richiamato da Il saggiatore di Galileo) a chi, a torto o a ragione, sosteneva posizioni diverse da quelle ufficiali, tutte accomunate in un fronte antiscientifico, retrogrado e anti moderno: sarà, anche questo, un mito o una verità?


[1] R. Luraghi, La secessione del Sud e la Guerra civile americana, p. 763, in La Storia, ed. L’Espresso, Roma, 2004

Imparare a osservare: il Colorario dei colori naturali!

in Archeodidattica: strategie e laboratori by
Con il Colorario dei colori naturali, imparare a osservare diventa un gioco divertente!

A proposito di colori naturali: se chiedo a qualcuno di che colore sono le chiome degli alberi, quasi sicuramente mi risponderà “verde”; se poi chiedo di che colore sono i tronchi la risposta è scontata: naturalmente marroni!

Se nessuno nella vita ci ha mai fatto “osservare” per davvero quello che abbiamo attorno, cresciamo in un mondo di stereotipi, in cui alcuni oggetti hanno alcuni colori: le fragole sono rosse, i pulcini gialli, le foglie verdi ecc..

Ma è davvero così? Tutti i pulcini sono solo gialli? E i tronchi, sono marroni?

Imparare a osservare

Credo sia importante allenare, fin da bambini, la capacità di osservare in modo critico ciò che ci circonda, per non ricadere negli stereotipi.

Un modo per farlo è quello di proporre ai bambini di disegnare dal vero quello che vedono: un paesaggio, un fiore, un piccolo insetto, aiutandoli ad osservare con attenzione forme e colori.

Questa primavera ho pensato di preparare, insieme alle mie due aiutanti preferite (le mie figlie piccole!), un gioco da realizzare all’aperto, che ci aiuta ad osservare con attenzione ciò che abbiamo attorno. Abbiamo chiamato questo gioco “ Colorario dei colori Naturali”.

Il nostro Colorario

Il “Colorario” può essere scaricato cliccando qui; vi consiglio di stamparlo su un cartoncino così da resistere meglio al gioco. E’ necessario stampare un disco per ogni colore che vorrete esplorare.

E ora cominciamo!

Prepariamo dei colori a matita con molte sfumature; consiglierei  una scatola da almeno 24 colori o, ancora meglio, 36; in commercio ho trovato alcune sotto- marche di ottima qualità a prezzi ragionevoli.

Sappiamo comunque che i colori a matita sono facilmente sovrapponibili perciò, se ci mancasse qualche sfumatura, la realizzeremo usando più colori.

Dopo aver stampato, ritagliamo il disco nelle parti indicate e facciamo un buco in alto sopra alla scritta “Colorario”, per poter successivamente tenere insieme tutti i “Colorari”.

A questo punto invitiamo i bambini  a scegliere il colore per il quale vogliono sviluppare il “Colorario”. Le mie aiutanti hanno scelto, ad esempio, il verde e il marrone, perciò abbiamo ritagliato un ”Colorario” per i verdi e uno per i marroni.

Ho chiesto alle bambine di scegliere fra le matite colorate quelle che, potessero anche vagamente somigliare a dei marroni e a dei verdi e di mettersele in tasca.

Comincia la caccia!

Esploriamo lo spazio naturale alla ricerca dei colori da inserire nel “Colorario” e ogni volta che troviamo un marrone o un verde appoggiamo il disco di carta all’oggetto e, guardandolo da una delle finestrine bucate, proviamo a trovare, fra i nostri colori a matita, quello che si avvicina di più.

Per essere precisi, scriviamo anche, nell’apposito spazio sul disco, il nome della pianta o dell’oggetto a cui il colore appartiene.

Otterremo così dei dischi con spicchi di colori diversi che ci saranno utili quando ad esempio dovremo disegnare qualcosa di verde o di marrone, per scegliere la sfumatura più giusta per il nostro progetto!

Ed ecco i primi meravigliosi “Colorari”!

Per continuare a giocare con la Natura ed i colori, potete esplorare il mio blog, maniingioco.blogspot.com o seguire il mio profilo Facebook, sia quello personale (Erica Angelini) che quello relativo al mio progetto “Mani in Gioco”.

Di recente ho aperto due nuovi # con l’intento di esplorare: Emozioni e natura #lapasseggiatadelleemozioni, Cultura ed arte #alfabetodeltempio!

Aprile è “Bella ciao”

in Pensare con gli occhi by
Credits fotoIstituto Luce
Il 25 aprile festeggiamo la Liberazione e la Resistenza: scopriamo con Carlo Ridolfi alcuni video da non perdere!

“Aprile è il mese più crudele“, dice Thomas S. Eliot iniziando così il suo meravigliosa poema La terra desolata. Per noi italiani, forse, non è proprio così. Aprile è il mese più felice, perché non smettiamo, non dobbiamo smettere, di ricordare che è il mese in cui, nel 1945, l’Italia fu definitivamente liberata dal nazifascismo.

Forse l’avverbio “definitivamente” non è correttissimo. Ancora oggi qualcuno insiste ad avere una efferata nostalgia di uno dei periodi più bui della storia umana. Non mancano le scorribande online di lestofanti che fanno irruzione in riunioni altrui scandendo slogan che inneggiano al nazismo e al fascismo, è quel triste fenomeno che si chiama zoombombing

Ma il nostro dovere di educatori è quello di aiutare le giovani generazioni a non dimenticare. Oggi che, per ragioni di anagrafe, se ne stanno andando quasi tutti i testimoni della Resistenza e della Liberazione.

Il cinema e i media digitali ci possono dare un grandissimo supporto, sia che li vogliamo utilizzare a casa, sia che ci servano come integrazione didattica in ambito scolastico.

In questo aprile, dunque, vorrei segnalare a genitori ed insegnanti alcuni dei, per fortuna, moltissimi materiali che si possono trovare nel Web.

Un lavoro prezioso, da vero servizio pubblico, lo sta facendo RaiPlay, che ha dedicato una corposa sezione  proprio alla ricostruzione documentaria di quel periodo decisivo anche per la nostra storia attuale.

L’Italia della Resistenza

Si intitola “L’Italia della Resistenza” e anche solo l’indice dei titoli a disposizione ci può raccontare quale patrimonio ci sia a disposizione.

25 aprile, la Liberazione (con testimonianze, fra gli altri, di Sandro Pertini, che diventerà uno dei più amati Presidenti della Repubblica); Italia libera (storia di una formazione partigiana nel cuneese, con esponenti del calibro di Duccio Galimberti e Nuto Revelli); La scelta (interviste raccolte oggi da Gad Lerner di donne e uomini che parteciparono alla Resistenza); Le radio clandestine nella Resistenza e Le radio nell’Italia liberata, per raccontare quanto importante fu l’uso di un mezzo di comunicazione che allora era diffusissimo e irrinunciabile; Gli scout e la Resistenza, esempi come quello delle Aquile Randagie milanesi o del gruppo romano di piazza Montecitorio, per raccontare quanto il movimento degli esploratori, sciolto d’imperio da Benito Mussolini che non poteva accettare la loro tensione all’autonomia dei ragazzi e delle ragazze, fu decisivo anche dal punto di vista politico.

Bella ciao

Ma aprile non può che essere, anche, il mese di Bella ciao. Sono innumerevoli, per fortuna, le versioni del canto partigiano più famoso del mondo.

Ne segnalo solo una, rintracciabile senza fatica su YouTube. Un gruppo di vigili del fuoco della Gran Bretagna, per inviare un messaggio di vicinanza e solidarietà ai loro colleghi italiani, in particolare in questo brutto momento di pandemia globale, hanno realizzato un video dove cantano proprio Bella ciao.

Qualcuno è un po’ stonato, ma non importa. Anzi. È ancora più commovente vedere e ascoltare come un canto di resistenza ha valicato epoche e confini nazionali, per diventare patrimonio comune che richiama alla solidarietà.

Come parlare di diversità con i libri!

in Sentieri tra i banchi by
6 storie per parlare in modo originale e divertente di diversità con le bambine e i bambini della scuola primaria

Un toro, un lupo, una capretta e un cane, ma anche una bambina fatta di burro e una fatta di carta, senza dimenticare le ragazze e i ragazzi della III C. Sono questi i protagonisti delle 6 storie che possiamo leggere in classe per affrontare in modo originale – e anche divertente – il tema della diversità.

Perché portare in classe questo tema?

La risposta è semplice: troppo spesso si tende a creare modelli, e quindi a omologare, a uniformare i gusti, i desideri. Così le diversità divengono qualcosa da allontanare, da coprire, nascondere, o addirittura di cui vergognarsi.

Il messaggio che passa alle bambine e ai bambini è chiaro: abituate i vostri occhi a riconoscere le somiglianze, cercate di essere il più possibile simili tra di voi.

Eppure, credo che i più piccoli debbano compiere il percorso inverso, che i loro occhi – più che le somiglianze – debbano formarsi a riconoscere le diversità, fisiche e caratteriali.

Perché imparare a cogliere le diversità è l’unico modo per comprendere meglio non solo il mondo intorno a noi, ma anche e soprattutto noi stessi. È un viaggio, che ci porta a riconoscere l’unicità di ognuno, ma anche l’unico modo per fare nascere conoscenza e rispetto.

«Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi», diceva Proust.

Che buffo, sembra di parlare della biodiversità. Ma non dobbiamo dimenticare che biodiversità significa ricchezza, perché è grazie a lei che un ecosistema è più forte. E questo, ne sono convinto, vale anche quando l’ecosistema di cui stiamo parlando è una classe.

Non a caso, prima, ho usato il verbo imparare – imparare a cogliere le somiglianze. Il motivo? Perché non è una cosa innata.

E come avviene per tanti altri valori, come la gentilezza, anche il riconoscimento e l’accoglienza delle diversità passano attraverso un’abitudine.

L’abitudine a saper vedere ciò che è differente, lontano, straordinario; e poi a comprenderlo, avvicinarlo e scoprirlo per quello che è; e infine a farlo entrare nella nostra realtà.

Ecco, questo è l’unico percorso per combattere il razzismo e la paura dell’altro, per far nascere nelle classi il rispetto e l’accoglienza.

Chi può aiutarci in questo viaggio? Un libro, naturalmente. Perché nessuno è più diverso, lontano e straordinario di un libro. Ecco allora 6 letture da fare in classe, per avvicinare i più piccoli a riconoscere la loro unicità, e a darle valore.

Per il primo ciclo della primaria:

Munro Leaf, La storia del toro Ferdinando, Fabbri 2017. La favola di Ferdinando, il giovane toro che preferisce il profumo di un fiore alla violenza della corrida. Un libro messo al bando nella Spagna di Franco e nella Germania di Hitler, che ha conquistato negli anni i cuori di grandi e piccini.

Yuichi Kimura, In una notte di temporale, Salani 2017. Il racconto di una sorprendente amicizia. Un lupo e una capretta si rifugiano in una capanna abbandonata. La tempesta infuria, la pioggia scroscia e il buio è totale: nasce così un’amicizia unica che dovrà resistere a mille avversità.

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Beatrice Masini, La bambina di burro e altre storie di bambini strani, Einaudi 2016. La bambina di burro che non può uscire perché rischia di sciogliersi, il bambino di carta che tende a volar via. Storie di bambini fuori dal comune, fatti di materiali poco bambineschi, che trovano sempre un modo brillante per essere se stessi.

Per il secondo ciclo della primaria:

Elisabetta Gnone, Olga di carta, Salani 2018. Olga Papel ha una dote speciale: sa raccontare incredibili storie, che dice d’aver vissuto. Finché un giorno, decide di raccontare la storia della bambina di carta che lasciò il suo villaggio per andare a chiedere alla maga Ausolia di diventare una bambina di carne e ossa.

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Fabio Leocata, Anna & Bibo. Un cucciolo da salvare, Bookabook 2021. Bibo è un cucciolo goffo, ha la forma di un salsicciotto ed è una vera peste. Così la famiglia Secchielli lo porta a scuola di buone maniere, nel prestigioso Istituto Svizzero per Cani. Una divertente storia sul valore dell’amicizia e sulla diversità.

Sabrina Rondinelli, Più unici che rari, Librì Progetti Educativi 2019. Le ragazze e i ragazzi della III C insieme parlano, scherzano, litigano, a volte soffrono, ma si sostengono e si vogliono bene. Una storia a più voci, in cui sarà proprio la diversità a trasformarsi in una ricchezza per il gruppo intero.

Regine e re delle scacchiere, non solo degli scacchi!

in Giochi senza frontiere didattiche by
Giovanni Lumini ci consiglia tanti idee-gioco con le scacchiere… e non parliamo solo di scacchi!

I Giochi astratti sono una categoria dei giochi di società/da tavolo. Caratteristica  principale di questi giochi è non essere ancorati a un tema o a un’ambientazione. Una buona parte dei giochi più antichi sono astratti. Ad esempio Scacchi, Dama, Backgammon, Mancala, Halma etc.

La cosa molto, molto interessante è che i giochi astratti non si sono fermati a quelli dei “bei tempi andati” ma sono invece proliferati e vi sono attualmente in commercio tantissimi giochi, con dinamiche molto particolari e originali e con la possibilità di essere appresi e giocati in breve tempo.

La serie Netflix “La regina degli scacchi” ha rilanciato il principale o meglio il principe di questi giochi, ma qui vorrei segnalarvi alcuni giochi astratti o di scacchiera, più moderni, che per la loro profondità, unita alla loro semplicità, potrebbero essere portati a scuola e proposti sostanzialmente a tutte le classi.

Le dinamiche, che questi giochi fanno scattare nelle ragazze e nei ragazzi, difficilmente non affascinano e la voglia di giocare e rigiocare, per capire meglio i meccanismi, è assicurata.

La maggior parte di questi giochi sono giochi che coinvolgono due persone anche se ci sono anche delle eccezioni.
Ve ne presento tre.

QUARTO!

Non posso non partire da QUARTO!, che ha appena compiuto 30 anni, essendo stato inventato nel 1991 dal matematico svizzero Blaise Muller.

Quarto! (edito da Gigamic), si gioca su un semplice tavoliere quadrato con quattro spazi per lato.

Vi sono a disposizione 16 pedine in legno che sono contraddistinte da quattro caratteristiche dicotomiche: pedina alta-pedina bassa; pedina chiara-pedina scura, pedina a base rotonda-pedina a base quadrata, pedina con la cima piena-pedina con la cima forata.

Le pedine non appartengono a nessuno dei giocatori in particolare: appartengono ad entrambi. Per capirsi non è che un giocatore tiene le pedine scure e uno le pedine chiare.

A turno si posiziona una pedina sulla scacchiera e nel momento in cui uno dei giocatori posiziona la quarta pedina di una fila (orizzontale/verticale/diagonale), se una di queste caratteristiche è soddisfatta per tutte e quattro le pedine può dire Quarto! e vincere.

Ad esempio vinco se metto la quarta pedina di quattro dello stesso colore, ma anche la quarta di quattro tutte basse, etc.

Detto così può sembrare poco interessante. In realtà l’aspetto geniale del gioco e il fatto che lo ha reso famoso in tutto il mondo è che è il giocatore avversario che ti dà in mano la pedina che devi giocare tu, è lui che decide quale pedina devi giocare.

Questo ovviamente ribalta tutto: bisogna in ogni momento essere ben attenti a non dare all’avversario la pedina che lo farà vincere.

ABALONE

Il secondo gioco è ABALONE, edito da Asmodee Italia, di qualche anno più “vecchio” essendo stato inventato nel 1987 dai francesi Michel Lalet e Laurent Lévi.

Il gioco si svolge su una particolare scacchiera esagonale in plastica, formata da 61 posizioni cave. Ogni giocatore, contrapposto all’altro, dispone di 14 biglie, bianche per uno dei giocatori e nere per l’altro.

Al proprio turno il giocatore può muovere una, due o tre pedine di una posizione in qualunque direzione, a patto che siano adiacenti fra loro. Il più delle volte ci si muove, diciamo così in verticale, “spingendo” le biglie, facendole scivolare sulla scacchiera.

Quando le nostre biglie, incontrano quelle dell’avversario, se siamo in posizione di superiorità (posizione chiamata sumito) possiamo spingerle. Dato che il numero massimo di biglie che si possono spostare è tre, appare chiaro che non si possono mai spostare più di due biglie avversarie.

Le tre combinazioni possibili per poter spingere l’avversario sono: 3 biglie contro 2, 3 biglie contro 1 e 2 biglie contro 1. Scopo del gioco è spingere fuori dalla scacchiera, in un apposito binario di raccolta 6 biglie avversarie.

È un gioco che affascina molto non solo gli adulti, ma anche i bambini e le bambine, per il movimento fluido delle biglie sulla scacchiera.

E’ però molto profondo e imparare a giocarlo bene richiede del tempo perché le considerazioni da fare sono molte, anche mettendo in campo la capacità di “vedere lontano” e non solo la mossa immediata.

HIVE

Per concludere questa breve carrellata vi propongo HIVE, edito da Ghenos, che, a differenza di molti astratti ha un’ambientazione che, in qualche maniera, risulta essere abbastanza funzionale alla comprensione del gioco e soprattutto lo reste più affascinante dal punto di vista estetico.

È il più recente dei tre, in quanto la prima edizione è del 2001.

Questo bellissimo gioco si differenza da molti perché non ha una scacchiera su cui agire ma il campo di gioco lo creiamo noi, di volta in volta, aggiungendo le pedine.

Queste pedine, di forma esagonale e molto piacevoli al tatto, rappresentano due schieramenti di insetti, uno bianco e uno nero.
Si parte dunque da un tavolo vuoto, dove, a turno, ogni giocatore aggiunge un insetto del proprio colore “all’alveare” o, se possibile, ne muove uno già presente. Le regole sono poche e semplici.

Ad ogni turno, infatti, un giocatore potrà  1) Far entrare in gioco un insetto (finché ne restano a disposizione) 2) Muovere un insetto già posizionato (se in grado di farlo).

La cosa veramente interessante è che, similmente agli scacchi, ogni insetto si potrà muovere secondo una sua caratteristica: la formica si muove ovunque, il ragno si muove sempre di tre mosse, lo scarabeo può anche salire sulle altre pedine e muoversi, per così dire, al piano superiore, la cavalletta salta ortogonalmente tutte le pedine che ha di fronte, etc.

Muovendosi, però non è consentito, “spezzare” l’unicità dell’alveare. Scopo del gioco è intrappolare l’ape regina avversaria. Anche questo gioco esercita un fascino notevole su tutte le fasce d’età e mette alla prova capacità di intuizione e deduzioni assolutamente non banali.

Vi sono anche tre “espansioni” con pedine Zanzara, Coccinella e Onisco, che apportano varianti alla composizione dei pezzi in gioco.

A titolo di curiosità vi riporto qua altri suggerimenti/titoli di altri giochi molto particolari di questa categoria, che potrete in autonomia cercare, nel caso suscitassero il vostro interesse.

Quoridor

Sempre di Gigamic, che ha creato una linea specifica, altro gioco direi “imprescindibile” è Quoridor, molto scacchistico, ma semplicissimo nelle regole e possibile da giocare in due, tre o quattro, oltre a Pylos e al recente Quantik.

Interessantissima è la linea GIPF PROJECT, nella quale troviamo giochi dai nomi improbabili (Zertz, Tzaar, Yinsch, Lyngk, Punct, Dvonn), tutti molto diversi tra loro e tutti con modalità di gioco originalissime e stimolanti.

Purtroppo le vicissitudini editoriali di quest’ultima linea non la rendono troppo facile da trovare sul mercato.

Nei miei sogni più reconditi vedo delle classi che, dotate di tante copie di questi giochi astratti, dedicano il tempo alla creazione di tavoli di gioco in cui, a due a due, i ragazzi e le ragazze si mettono alla prova, trovando ogni volta, per ogni gioco, le strategie giuste da adottare per risultare vincitori/trici.

Non solo scacchi allora: regine e re potrete esserlo ugualmente… e buon divertimento!

Gli “anime”: la passione dei nostri figli adolescenti

in Pensare con gli occhi by
Con Carlo Ridolfi ci addentriamo nel mondo degli “anime” giapponesi.

Vorrei rivolgermi a coloro che, come me, sono genitori di ragazzi o ragazze adolescenti. È un’età della vita, lo sappiamo sia per esperienza diretta che per acquisizione culturale, complessa e complicata.

La pandemia, inoltre, ha collaborato in negativo per renderla ancora più ardua sia per chi la sta attraversando, sia per mamme, papà, fratelli o sorelle che vivano insieme al ragazzo o alla ragazza adolescente.

La tendenza quasi spontanea a rimanere chiusi nelle proprie camerette, quasi sempre incollati a strumenti di comunicazione digitale vari (computer, tablet, smartphone, videogames), comunicando solo con i pari-età, è stata moltiplicata all’ennesima potenza dalle chiusure di vario tipo sofferte in questi mesi.

Cosa guardano, i nostri figli e le nostre figlie di 13-14-14 anni?

Non è facilissimo saperlo, perché molto spesso gli adulti vengono chiusi fuori dalle camerette in tutti i sensi: fisico, culturale, dialogico.

Possiamo provare, quindi, a fare un breve e certamente non esaustivo excursus sull’offerta a loro destinata, ipotizzando che si rivolgano principalmente ad essa.

Guardano di sicuro molte serie a disegni animati, quasi sempre di produzione giapponese.

Non sono più i tempi, vorrei sperare, di manifestazioni di genitori indignati contro Mazinga Z, come succedeva all’inizio degli anni Ottanta. Dovremmo aver imparato, anche perché molti che sono genitori oggi erano adolescenti proprio in quel periodo, che dal Giappone arrivano spesso anche produzioni di grandissima qualità sia visiva che narrativa.

Gli “anime”

Gli (mi raccomando, non “le”) “animegiapponesi sono tutt’altro che liquidabili con la  definizione di cartone animato, che sottintende quasi sempre sia una connotazione di “racconto per bambini”, sia quella di “racconto semplice e immediato”.

Ciò che i ragazzini o le ragazzine cercano e guardano non sono sicuramente né racconti semplici né produzioni per l’infanzia.

Serie come  Naruto, che deriva dal manga di Masashi Kishimoto (un dodicenne che aspira a diventare il ninja più importante) o L’attacco dei giganti di Hajime Hisayama (tre amici d’infanzia che lottano contro enormi nemici in un mondo apocalittico). Avvincono per complessità delle trame, caratterizzazione dei personaggi, identificazione possibile con i combattimenti simbolici con se stessi e con gli altri che sono propri di quella età.

Naruto

Non corrispondono esattamente ai gusti e alle preferenze di noi adulti? È normale. Anzi: quando mai i giornalini letti, i film visti, la musica ascoltata dagli adolescenti hanno avuto l’approvazione incondizionata di genitori e insegnanti? (Basta che ciascuno di noi torni con la memoria al se stesso a quella età e si avrà la risposta).

L’attacco dei giganti

L’importante, come sempre, è conoscere. Senza pregiudizi, senza paragoni privi di senso con presunte età dell’orto precedenti. (“Ai miei tempi sì, c’erano cartoni divertenti, fumetti interessanti, bella musica”, è frase sicura per chiudere qualsiasi tipo di comunicazione).

La scuola allo schermo: le iniziative di INDIRE

in Pensare con gli occhi by
Con Carlo Ridolfi scopriamo oggi un “La scuola allo schermo”, un’utile piattaforma educativa di INDIRE.

Sono molto contento di segnalare un’iniziativa di grande interesse, che ha origine da un struttura pubblica, che si chiama INDIRE (Istituto Nazionale di Documentazione Innovazione e Ricerca Educativa), e, in particolare, al suo interno, il progetto che si occupa delle piccole scuole.

Su www.piccolescuole.indire.it è possibile collegarsi ad una iniziativa veramente preziosa, che ha per titolo “La scuola allo schermo”.

Si tratta di una raccolta di risorse audiovisive rivolta a chiunque, in campo educativo, voglia approfondire temi culturali, sociali, economici.

Troviamo un repertorio di film, documentari, cortometraggi, interviste e altri materiali di finzione, per viaggiare tra diverse culture educative e metodi e strumenti didattici differenti.

Particolarmente indicato per la scuola primaria, ma utilizzabile a ogni livello scolastico, il “magazzino virtuale” coordinato da Pamela Giorgi e Giuseppina Rita Jose Mangione.

Il “magazzino” mette a disposizione una ricchissima bibliografia e sitografia e rimanda, tra le altre possibilità offerte, al sito www.cinemaperlascuola.it.

Il sito presenta anche il “Piano nazionale di educazione visiva per le scuole promosso dal Ministero dell’Istruzione e dal Ministero per i Beni Culturali”.

In più una ricca serie di webinar, davvero di grande interesse, in cui esperti e tecnici del settore raccontano le loro esperienze e riflettono sui possibili utilizzi nella didattica

Si va dalla introduzione al linguaggio cinematografico (Neva Cesari, Lanternemagiche) a “Capire, scrivere, fare il cinema a scuola” (Girolamo Macina, media educator), dal lavoro di regista di (bellissimi) documentari e in particolare del loro rapporto con la storia che propone Claudia Cipriani all’approfondimento sulla media education in ambito scolastico proposto da Alessia Rosa dell’INDIRE e dalla regista e docente di scuola secondaria di primo grado Elisabetta L’Innocente.

Questo, e molto altro, che si può trovare grazie ad un esemplare lavoro di servizio pubblico.

Programmi di carattere storico: perché piacciono?

in Ora di Alternativa by
Alessandro Barbero ma non solo: il boom della divulgazione dei programmi di carattere storico

Grazie anche alla presenza di una rete specialistica come Rai Storia, la divulgazione dei programmi di carattere storico sembra avere avuto negli ultimi anni un riscontro sempre maggiore, portando alla ribalta mediatica alcuni presentatori, primo fra tutti lo storico del Medioevo Alessandro Barbero, assurto a  vera e propria icona pop.

Sul web il suo nome è tra i più gettonati, e per dare un’idea del livello di popolarità raggiunto dal medievista, basterà citare la pagina Facebook a lui dedicata: Alessandro Barbero noi ti siamo vassalli. Titolo simpatico, e assai eloquente! Per chi non conoscesse ancora l’illustre storico, ecco una proposta di libri da lui scritti.

Occorre in primo luogo rendere merito a tali programmi di carattere storico, capaci – anche e soprattutto attraverso l’ausilio delle immagini e dei filmati – di restituire agli eventi e ai periodi storici quella concretezza e quella realtà che tanto spesso sfuggono a chi si avvicina alla Storia, finendo poi per allontanarsi e non appassionarsi; questo, proprio a causa di quel limite di astrazione che caratterizza i testi e le spiegazioni degli stessi insegnanti nelle aule di scuola: parole, solo parole, dietro le quali non è sempre facile intravedere la realtà di uomini e tempi lontani ed immedesimarsi in essi.

Le immagini, dunque, ma non solo: conta, eccome, anche la capacità di appassionare che viene trasmessa da molti dei nostri divulgatori, ognuno dei quali si caratterizza peraltro per un proprio stile.

Da quello più enfatico di Barbero (enfasi che non dispiace, visto che nasconde a fatica la passione per la Storia!), a quello più cattedratico del nostro storico forse più famoso, Franco Cardini (ma anche il suo è un cattedratico positivo, sempre arricchito da un approccio umano e coinvolgente, mai pedante o professorale), a quello affabile e colloquiale – al tempo stesso avvincente – di Cristoforo Gorno, che con le sue Cronache dal Rinascimento  riesce a far toccare con mano il fascino e la meraviglia di quel periodo storico così ricco e misterioso.

Interesse per la divulgazione storica, e di questo non si può che essere soddisfatti: ma quali ne sono le cause?

Una, forse, risiede in quel certo livello di coinvolgimento che appare intrinseco alla Storia, specie quella contemporanea, nella passione (anche politica) che la riflessione sugli eventi più recenti porta spesso con sé (si pensi al tema del Fascismo o delle guerre mondiali), suscitando dibattiti e contrapposizioni talvolta anche molto accesi e non solo tra specialisti o appassionati: quante volte tra amici si è discusso non solo di sport ma anche di Storia, e spesso dividendoci anche di più rispetto al calcio? Quante volte, per citare un esempio non facile, si è ascoltata la lamentela di persone del Sud contro il Nord conquistatore, che avrebbe asservito ai propri interessi politici ed economici il Meridione d’Italia, fino a determinarne l’attuale, gravosa condizione? E quante altre si è dovuto ribattere al famoso ”Si stava meglio quando si stava peggio” di nostalgica memoria?

La Storia scalda, provoca discussioni e quindi interesse e forse questo accade perché – nonostante l’odierno appiattimento su un presente atemporale votato solo alle leggi della produzione e del consumo – affiora  più o meno consapevolmente la percezione che il passato sia un ponte col presente, un passato che va dunque indagato e chiarito per avere ragione dell’oggi: a questa esigenza i nostri programmi sembrano rispondere in maniera efficace, e con ampio merito risultano seguiti, tanto da far scaturire reazioni veementi di fronte all’ipotesi di chiusura del canale tematico per eccellenza, Rai Storia appunto, ventilata mesi or sono.

I dubbi e le ombre, quelli non mancano mai: un primo interrogativo riguarda quell’eccesso di spettacolarizzazione che talvolta si avverte e che rischia di far perdere la dimensione umana alla rappresentazione degli eventi e delle persone, a volte un po’ troppo somiglianti ad un grande film hollywoodiano, ad una narrazione che trascura il dolore e la fatica degli uomini di cui spesso le vicende storiche sono intrise e che talvolta la sua riproduzione mediatica rischia di opacizzare.

Un’altra domanda, forse più provocatoria, riguarda la onniscienza che alcuni divulgatori sembrano sottintendere, un dubbio che viene allorquando notiamo lo stesso storico presentare un giorno una puntata su Giovanna d’Arco e un altro una ricostruzione della battaglia di Stalingrado: si può essere così specialisti di tutto? Forse no, ma resta solo una domanda all’interno di un quadro nel quale le luci, per una volta, hanno la meglio sulle ombre.

Giornata della Memoria: 3 film da non perdere in classe

in Pensare con gli occhi by
3 consigli cinematografici per affrontare in classe la Giornata della Memoria

Come ogni anno, il 27 gennaio celebriamo la Giornata della Memoria.

A volte, soprattutto a scuola, si usano film e filmati per parlarne coi bambini e con le bambine e con i ragazzi e con le ragazze. A volte, purtroppo, si usano incautamente.

Il tema è delicatissimo è trattarlo con una scelta filmografica sbagliata rischia di essere persino controproducente. Un esempio solo, fra i molti.

Proiettare Schindler’s List (Usa, 1993) importantissimo e anche durissimo film di Steven Spielberg, senza un’adeguata preparazione sul linguaggio cinematografico e sull’impatto emotivo di certe sequenze può causare, è successo, che nel momento in cui l’ufficiale nazista si mette a fare il tiro a segno dalla terrazza di casa sua usando come bersagli i prigionieri del campo di concentramento, scoppino applausi inneggianti alla (orrenda) mira del militare.

È necessario, quindi, essere molto attenti, informati, rigorosi e preparati.

Mi limiterò quindi a tre indicazioni filmografiche, fra le molte possibili,  precedute da un semplice ma fondamentale consiglio: non facciamo vedere ai nostri figli e ai nostri alunni nessun film che noi non abbiamo visto e sul quale non abbiamo a lungo riflettuto in precedenza.

Per le classi terze e quarte della scuola primaria

Un brevissimo ma efficacissimo corto di animazione: Shoah di Giuliano Parodi, che trovate qui sotto:

Dura 3 minuti e 8 secondi, ma ha una forza narrativa e un impatto visivo che non possono lasciare indifferenti.

(Conosco, anche qui casi rari ma che vanno segnalati, maestre che l’hanno fatto vedere a bambini e bambine di seconda e, una volta finita la visione, hanno esclamato: “Bene, la Giornata della Memoria l’abbiamo fatta. Adesso passiamo a matematica!”. Ecco, questo è un esempio perfetto di cosa NON bisogna fare).

Per le quinte della primaria e la prima e seconda della secondaria di primo grado

Non riesco a trovar di meglio che il fondamentale Il grande dittatore (Usa, 1940) di Charlie Chaplin, ora disponibile in una versione in dvd magnificamente restaurata dalla Cineteca di Bologna.

Per la terza della secondaria di primo grado e anche per le prime classi della secondaria di secondo grado

Un film davvero molto bello è Una volta nella vita (Francia, 2014) di Marie-Castille Mention-Schaar. Il film ricostruisce la vera storia di una classe di liceo della periferia di Parigi alla quale una bravissima insegnante assegna la sfida di partecipare ad un concorso nazionale sulla memoria della Shoah.

In qualsiasi caso e qualsiasi titolo si scelga, è essenziale che la presenza dell’adulto, insegnante o genitore, aiuti a riflettere meglio su una memoria.

Perché la memoria non può essere semplice ottemperanza didattica, ma che deve radicarsi nell’animo più profondo dei bambini e dei giovani.

Confliggere è inevitabile?

in Approcci educativi/La Facile Felicità by
Insieme a Giulia Lensi e Renato Palma parliamo di relazioni umane, chiedendosi se confliggere sia inevitabile o no.

Gli esperti dei Peace studies sostengono che i conflitti fanno parte della fisiologia delle relazioni umane (in pratica non è possibile “non confliggere”).

Se così fosse potremmo metterci l’anima in pace (scusate il gioco di parole) e pensare che il conflitto sia come il moto della Terra: è così e basta.
Poi viene da pensare che forse gli appartenenti a quel gruppo, solo qualche secolo fa, erano convinti, a ragione, visto che la maggioranza la pensava come loro, che la Terra fosse piatta e il sole viaggiasse su un carro.

Fatta questa breve premessa, occorre anche dire che una delle caratteristiche degli esseri umani a noi più care è il loro senso della possibilità, tanto che ci siamo inventati una serie di storie che hanno come protagonisti i Sissipole (in Toscana è così che si dice: sì, si può) ai quali dobbiamo la maggior parte delle scoperte e dei tentativi di miglioramento delle condizioni di vita. Il fuoco, le strade, le comunità, le case, l’infanzia, e chi più ne ha più ne metta.

Ci siamo immaginati che le condizioni di vita degli umani siano migliorate in questo modo. Una mattina, molti ma molti secoli fa, qualcuno (più probabilmente qualcuna) si sveglia e dice: “Ho dormito bene stanotte e ho fatto un bel sogno. Invece che sulla nuda terra avevamo organizzato un mucchio di paglia (l’idea che si potesse chiamare pagliericcio è successiva) ben delimitato sul quale dormire. Una meraviglia.

Il bello dei Sissipole era che l’idea era immediatamente accolta con entusiasmo e con una riflessione: vediamo come si può fare.

Naturalmente non tutti reagivano nello stesso modo. Qualcuno, o forse la maggioranza, scrollava le spalle, scuoteva la testa, disapprovava l’idea e se ne andava pensando: le solite donne. Erano gli Unsipole (non credo sia necessario spiegare perché li chiamavano così).

Vedete, l’espressione che più ci ha colpito nelle affermazioni rispettabilissime dei Peace studies è che la logica conseguenza del considerare fisiologico il conflitto è che, in pratica, non è possibile non confliggere.

Chissà allora quante altre cose non sono possibili, oltre a non confliggere. Se è fisiologico non avere ali, allora non è possibile volare.

Ma volendo giocare al gioco dei Sissipole, ci siamo chiesti cosa succede se non consideriamo né come fisiologico, né come inevitabile il conflitto, inteso come confronto nel quale vien fatto ricorso all’uso della forza da parte di chi sa già di essere più forte (una questione di fair play, se vogliamo), cioè nel mondo dell’educazione.

Poi ci siamo chiesti quale sia il momento di spostare una relazione dal campo affettivo a quello conflittuale, nel caso della relazione totalmente asimmetrica che si instaura tra adulti e bambini, e in questo caso ci siamo dati una risposta: il prima possibile, questo suggeriscono gli educatori più seguiti, in modo da evitare di farsi prendere la mano.

E in un certo senso li capiamo. Se si tratta di confliggere, meglio mettere subito in chiaro chi comanda.

Allora forse – un forse naturalmente gigantesco, perché i Sissipole sono pieni di possibilità e quindi di dubbi – abbiamo pensato che non è detto che tutti gli esseri umani abbiano come caratteristica fisiologica l’impossibilità di evitare il conflitto.

Così non ci siamo lasciati condizionare dai molti che sono convinti che i conflitti facciano parte della “fisiologia delle relazioni umane” e che, pertanto, ritengono che non sia possibile non confliggere.

Abbiamo solo pensato che, forse, sempre forse, è da questa loro convinzione che fanno derivare l’approccio conflittuale, e la sua giustificazione fisiologica, e anche che per questo il conflitto continua a essere, per loro, il modo in cui scelgono di educare i loro figli (o sono obbligati dalla fisiologia?).

E se invece i conflitti fossero riconducibili alle modalità con cui si stabiliscono le relazioni umane, e venissero trasmessi attraverso l’esempio delle persone di riferimento (educatori e genitori, nonni e zii e così via), che sono certi che non si possa fare altrimenti e, ovviamente, non amano essere contraddetti?

Cioè: e se il conflitto si apprende dall’esempio, come la lingua e molti altri comportamenti?

In questo caso il conflitto diventa soltanto una risposta adattiva a una relazione basata sul conflitto fin dai primi momenti dell’accoglienza. Bene, il fatto che si possa imparare a essere, generazione dopo generazione, sempre più umani, è un’idea che ci piace molto, certamente che ci rende più liberi e quindi più responsabili: i nostri comportamenti dipendono dalla cultura che creiamo o alla quale aderiamo.

È vero, siamo molto ottimisti, e pertanto, come dice Guenassia, certamente abbiamo torto, ma noi abbiamo deciso di impegnarci in una direzione del tutto diversa.

Ci siamo svegliati una mattina e ci siamo detti: secondo te è possibile immaginare un mondo senza conflitti?

Ovviamente abbiamo risposto: Sissipole!

Per questo non consideriamo i conflitti fisiologici, a un punto tale che cerchiamo di non crearne le condizioni, soprattutto nelle relazioni in cui si trasmette la cultura, e quella forma meravigliosa e molto raffinata della cultura che si chiama affetto. In questo modo quando il conflitto fa parte della relazione lo consideriamo una fase transitoria, un deficit di cultura, frutto di quel modo di vedere che lo considera inevitabile, e finisce per renderlo inevitabile.

Potremmo tentare un esperimento, ci siamo detti. Per rendere il conflitto evitabile non alleviamo le nuove generazioni nell’idea che il conflitto sia inevitabile, solo perché è uno strumento che noi scegliamo di usare. Ci è parso ovvio pensare che se semini conflitto raccogli conflitto. Proviamo, invece, a verificare la possibilità di creare un mondo nel quale la relazione, almeno quella tra due esseri umani, può diventare il luogo nel quale sia facile non ammettere l’uso neanche di una dose minima di forza, e quindi di maltrattamento.

Questo ci impegna a trattare ogni essere umano, a prescindere dall’età, come uno che ha gli stessi nostri diritti a essere trattato bene, senza quelle deroghe che sembrano necessarie a educarlo. Che dire, forse litigare per educare educa a litigare? In questo modo non sentiamo, per cominciare almeno nella relazione educativa, l’esigenza di imporre il conflitto come inevitabile. Questo perché non vogliamo giustificare in alcun modo la nostra sordità ai segnali di arresto, e quindi la scortesia, la mancanza di gentilezza.

Il conflitto, per noi, non è mai qualcosa da trasmettere “a fin di bene” o da utilizzare se “porta a una crescita”. Solo cambiando il nostro approccio, possiamo evitare di far sperimentare ai nuovi arrivati il conflitto come normale, persino utile e fisiologico. Ovviamente si può eccepire che non tutti i litigi sono conflitti, e noi, per superare queste utilissime osservazioni, preferiamo parlare di uso della forza, che viene percepita come fatica.

Se l’educazione viene percepita come faticosa da chi educa e da chi è educato, è ovvio che si sta o usando la forza o resistendo all’uso della forza. In più, quando la forza entra nel tessuto della relazione ha come conseguenza la creazione di un sentimento che certamente non facilita lo stare insieme: la paura.

I bambini hanno paura dei loro educatori, così come all’inizio gli educatori avevano paura dei bambini. Paura significa non fidarsi. Non fidarsi obbliga a difendersi e dà una brutta piega all’affetto, che comunque fa parte dello scambio di esperienze. Si può volere bene e confliggere? Per molti la risposta è ovviamente sì. Ma la domanda dovrebbe essere: si può trattarsi bene e confliggere? Qui la risposta non è così immediata.

Il conflitto non è mai un modo di trattarsi bene, o di trattare bene.

Il conflitto rompe i legami di fiducia, genera paura e distanza, rende difficile la comunicazione, impossibile l’intimità. Allora, come sanno molti, anche nelle relazioni è meglio prevenire, se possibile, i conflitti e quelle forme di maltrattamento che generano sofferenza. Non dimentichiamo che stiamo parlando di relazioni di prossimità che sono la matrice della relazione con sé stesso.

Pertanto preferiamo chiederci come fare per evitare una sottovalutazione di qualsiasi uso della forza. È successo così.

Un’altra mattina qualcuno si è svegliato e ha detto: abbiamo già fatto tanto a inventare la scuola, la famiglia. Che ne pensi se troviamo il modo di rendere la scuola, e in generale la relazione educativa, uno spazio gentile?

La risposta potete immaginarla.

Rientriamo a scuola con gioia!

in Giochi senza frontiere didattiche by
Scopriamo in compagnia di Giovanni Lumini tanti giochi da tavolo e di società per programmare delle attività per il ritorno a scuola.

È stato – ed è ancora – un anno difficilissimo, per tutti ma soprattutto per i bambini, le bambine, le ragazze, i ragazzi, privati di quell’aspetto fondamentale della loro vita che è la frequenza scolastica, l’incontro con gli amici, la prossimità, la possibilità di manifestare fisicamente le proprie emozioni, con il corpo e gli sguardi.

Il gioco sempre, e il gioco in particolare a scuola, può essere uno straordinario strumento di socializzazione immediata, leggera e diretta, con cui ripercorrere con gioia una (speriamo) ritrovata socialità, non appena le scuole saranno definitivamente riaperte per tutti. Non mi resta quindi che, come lo scorso anno di questi tempi, illustrarvi una carrellata di proposte di giochi da tavolo e di società, da regalarvi e da regalare, se siete insegnanti, alla vostra classe.

Il mondo del gioco da tavolo ha rallentato ma non si è fermato: ha dovuto fare i conti, come tutti i settori, con la pandemia, ma ha continuato a produrre idee, novità, giochi veramente interessanti. Suddivido le mie indicazioni in due categorie: PARTY GAME ed ESCAPE GAME.

PARTY GAME – giochi da fare anche in gruppi numerosi

Fra le novità, vi segnalo El Maestro, edizioni ManCalamaro, un gioco in cui dovrete disegnare in aria delle figure che solo voi, quando farete il maestro (un vero direttore d’orchestra), vedete sul vostro “spartito”. Gli altri davanti a voi dovranno cercare di seguire le vostre indicazioni, rigorosamente silenziose, per riprodurre il disegno originale nella maniera migliore. Qui un mio video spiegazione creato durante il lockdown della scorsa primavera. Gioco adatto per la scuola primaria e secondaria di primo grado.

Un altro bel gioco uscito sotto il primo lockdown e sicuramente adatto per essere giocato in classe anche con tutti i ragazzi e le ragazze, in un gruppo unico, è Match Up, edito da Asmodee Italia, una sorta di quiz collaborativo, con ben cinque livelli di difficoltà. In questo caso non vince il più secchione, pronto a rispondere a tutte le domande: si vince tutti, collaborando, oppure perdiamo tutti se non riusciamo ad individuare la carta-chiave, soluzione di tutto il quiz. Vi sono due varianti, come tematiche: Viaggi e Cucina. Anche per questo gioco ho creato un video di spiegazione che può aiutare a chiarire come funziona il gioco. Gioco sicuramente più indicato per la scuola secondaria di primo e secondo grado, anche se il primo livello di ogni variante è affrontabile dalle ultime due classi della scuola primaria.

Per concludere questa sezione, vi consiglio caldamente Sogni per bambine ribelli, edizioni Cranio Creations, un bellissimo gioco collaborativo ispirato al best seller internazionale “Storie della buonanotte per bambine ribelli”. Anche in questo caso non ci sono un vincitore e dei perdenti, ma tutti insieme cercheremo di individuare e riconoscere le donne famose, via via messe in gioco, attraverso la condivisione di indizi/suggerimenti, suggerimenti dati attraverso carte con illustrazioni alla DIXIT, gioco di cui abbiamo parlato all’inizio del viaggio di questa rubrica. Consiglio questo gioco anche perché si apprendono le note di vita, lavoro, curiosità di tantissimi personaggi femminili che hanno attraversato la storia del mondo, cambiandolo. Ottimo gioco per scuola primaria e secondaria di primo grado, con la possibilità di legarlo a doppio filo con il libro a cui il gioco è ispirato.

ESCAPE GAME – giochi ispirati alle Escape Room

Il 2020, pur nelle sue difficoltà, ha visto il proliferare e il definitivo affermarsi di giochi, quasi sempre collaborativi, nei quali tutti insieme cerchiamo di risolvere enigmi via via più difficili per uscire da una situazione, da una storia, da un luogo. Mi limito a indicarvi alcuni dei titoli più significativi, lasciando a voi il compito di fare approfondimenti. Vi segnalo in ogni caso che sono di difficoltà diverse ma tutti molto interessanti, e sarebbe bello sperimentarli con un gruppo classe.

Unlock! edito da Asmodee Italia è un gioco nel quale è necessario osservare via via le carte numerate e cercare di collegarle fra loro: collegando due carte (ad esempio un rampino con una finestra dentro cui dobbiamo salire ed entrare) e sommando i loro numeri, troveremo un altro numero che corrisponderà a una carta da cercare nel mazzo per andare avanti. Per giocare ad Unlock è necessario utilizzare un’App gratuita che scandirà il tempo di gioco (che deve risolversi in un’ora, altrimenti perdiamo tutti) e sbloccherà di volta in volta meccanismi e nuove carte. Questo aspetto digitale sicuramente è una carta (sic!) da giocare in più per far apprezzare il gioco.

Di livello decisamente superiore come complessità sono i casi di Sherlock Holmes: Consulente investigativo (sempre Asmodee Italia) nei quali diventiamo in tutto e per tutto aiutanti del celebre investigatori e dovremo leggere giornali, consultare mappe, osservare attentamente luoghi, fotografie e disegni, per venire a capo di casi, tutt’altro che semplici.

Anche Mystery House (Ed. Cranio Creations), premiato con il prestigioso TOY AWARD, nella categoria teenager e adulti alla fiera del gioco e del giocattolo di Norimberga 2020, è un gioco di enigmi successivi. L’originalità del gioco è che la scatola diventa realmente e fisicamente una casa da esplorare da ogni lato, e nella quale entreremo progressivamente risolvendo gli enigmi e le sfide visive.

Infine segnalo anche la serie dei Deckscape (Ed. DVGiochi) agili Escape Game, contenuti in piccole scatole molto gestibili e pratiche, costituiti da mazzi di carte da scoprire via via che si risolvono i passaggi e gli indovinelli proposti, sia visivi sia codificati.

Mi sento di consigliare gli ultimi due giochi anche alle due ultime classi della scuola primaria, mentre i primi due funzionano sicuramente a pieno se utilizzati nella scuola secondaria.

I “cattivi propositi” di un maestro per il 2021

in Maschile singolare by
Con la fine dell’anno che si avvicina, scopriamo i “cattivi propositi” del maestro Ivan Sciapeconi

Io lo so qual è il problema. Il problema è che a scuola a me piace organizzare una festa di Natale con tutti i crismi. I bambini con la maglietta bianca, il cappellino rosso e Imagine di John Lennon cantata sulla base musicale tirata giù da Internet. È tradizione. Sempre Imagine di John Lennon, guai a cambiare. L’anno scorso mi sono buttato su Astro del ciel e guarda com’è andata a finire: una iella pandemica che non ti dico. Astro del ciel porta male.

Ecco, il problema è che io, con le feste di Natale, faccio un pieno di bontà che mi basta per l’anno intero. Vedo i bambini lassù, sul palco, con le tonsille a bellavista e penso: “Ma sì, dai. In fondo l’anno prossimo andrà meglio. Possiamo continuare, così: il bene vincerà.”

E invece niente, quest’anno la festa di Natale non si può e ho la netta impressione che non ce la posso proprio fare con i buoni propositi.

Non senza le tonsille dei bambini che cantano Imagine di John Lennon.

Sarà un anno di cattiverie.

Farò le linguacce da sotto la mascherina, che dà tanta soddisfazione e non ti beccano neanche con il metal detector. C’è un sacco di gente che se le merita, le linguacce e poi ho gli arretrati: tutti gli anni che per colpa delle feste di Natale mi son tenuto buono. Quella maestra che mi riprende ogni volta perché dice che non posso tappezzare il corridoio con i cartelloni…

Anzi, no, ho un’idea migliore: insegno a far le linguacce da sotto le mascherine anche ai bambini, perché una linguaccia va bene, ma ventisei vanno ancora meglio.

E poi, pensaci bene: in classe, se uno interviene ma non alza la mano, mica lo sai chi ha parlato. Il più delle volte, io faccio finta, perché mi dispiace chiedere: “Eh? Che hai detto? Chi ha parlato?”.

Bella, la didattica in presenza, ma da quando non sono più buono, questa cosa di stare tutti insieme dietro una mascherina e non sapere che cosa dice l’uno o l’altro mi sembra un po’ come la Corazzata Potëmkin per Fantozzi. Lo scrivo? Lo dico? Ma sì, dai, che inauguro l’anno: una cagata pazzesca.

Allora, ho pensato che tanto vale insegnare ai bambini anche a fare le pernacchie, da sotto la mascherina, o a dire le parolacce. Così, quando passiamo per il corridoio, a quella maestra lì viene l’ulcera e per tutto il venti-ventuno ci lascia stare.

Poverina, però. La maestra non è cattiva… è solo che ha tanti problemi già di suo. Ecco, lo sapevo: subisco ancora gli effetti di bontà della festa di Natale del ’19.

Lo so, devo reagire. La scuola primaria è un terreno infido. Se cediamo noi, gli ultimi buoni che credono nella magia del Natale, resteranno solo loro: quelli che ti guardano storto per ogni passo dritto o rovescio che fai.

E allora sì, reagisco. Telefono ai genitori dei miei alunni, uno a uno.  Telefono a quelli che, mentre io mi godevo, beato e rilassato, le canzoncine, le recite, se ne stavano al buio a far le riprese con il telefonino. Mi lascio per ultimo l’asso, il professionista, quel papà che viene tutti gli anni munito di due telecamere, una su cavalletto e una in mano. Tutta gente che si sarebbe potuta godere lo spettacolo in diretta, ma che ha preferito farsi venire un crampo per registrare i figlioletti in maglietta bianca e cappellino rosso che cantano Imagine di John Lennon.

Telefono, la dico chiara, e loro sono comprensivi. Bravi, i genitori, mica come certe maestre che conosco io. Mi mandano le riprese di tutte le feste di Natale passate ed esagerano, pure, perché ci aggiungono pure quelle dei fratellini e delle sorelline, dai tre ai quattordici anni. Tutte. Tutte, tranne quella dell’anno scorso con Astro del ciel. Lo sanno che abbiamo fatto un passo falso ed è ora di cambiare rotta.

Fate come me. Fate i buoni.

Pensare con gli occhi: schermi che educano!

in Pensare con gli occhi by
Scopriamo insieme a Carlo Ridolfi i palinsesti di reti tv e piattaforme web dedicati ai più piccoli: un modo diverso per educare e pensare con gli occhi.

Palinsesti di reti tv e piattaforme web dedicati ai più piccoli: un modo diverso per educare e pensare con gli occhi.

Viviamo in un’epoca difficile, non c’è dubbio. Ma è anche un’epoca, nelle difficoltà, che offre opportunità inedite anche fino solo a pochi anni fa.

A scorrere i palinsesti di reti televisive e piattaforme nel web, raggiungibili comunque tutte con qualsiasi supporto di connessione (smart tv; pc; tablet; smartphone), possiamo infatti trovare un elenco vastissimo di produzioni per bambini e ragazzi, spesso di notevole qualità sia tecnico-artistica che di contenuto.


Non è qui possibile elencarle tutte, perché sono davvero moltissime. Mi limiterò quindi ad una veloce rassegna di alcuni titoli, lasciando la curiosità e il piacere della scoperta a chi legge.

Netflix

Su Netflix, nell’area “bambini”, possiamo trovare, ad esempio, la riproposta completa di due serie fine anni Novanta, già note al grande pubblico delle emittenti private, ma che conservano ancora tutto il loro valore. Sto parlando di Siamo fatti così-Esplorando il corpo umano e di Grandi uomini, grandi idee, serie di produzione francese che ci introducono alla scienza e alla storia. Di produzione più recente invece, provenienti dagli Stati Uniti, sono Chi era? Lo show e Piccoli geni, che dalla storia ai social media, dai germi alle emozioni raccontano e approfondiscono in modo fresco e familiare.

Prime Video

Prime Video si dedica molto alle fasce di età più piccole, prescolari o dei primi anni della scuola primaria. Anche qui potremmo rivedere serie già molto note in tv, come Pimpa Giramondo, Bing o Pocoyo, o grandi capolavori del cinema di animazione come Il flauto magico di Mozart rivisitato da Gianini e Luzzati o La grande avventura del piccolo principe Valiant di Isao Takahata. 

Molto interessanti, soprattutto per bambini e bambine più piccoli, sono Tumble Leaf, nella quale una piccola volpe azzurra scopre il mondo insieme ai suoi amici e ai suoi telespettatori; Creative Galaxy, viaggi nella galassia di una coppia di bambini extraterrestri che risolvono i problemi con l’arte; Dino il dinosauro, con il cucciolo protagonista che manipola oggetti e scopre spazi come fanno davvero i bimbi piccoli.

Disney +

Disney +, oltre a riproporre tutte le serie presenti nei canali Disney delle tv tematiche, offre la possibilità di un’ampia scelta fra documentari naturalistici di ogni tipo.

Rai Play

Notevolissima è, infine, l’offerta di Rai Play, che nella sezione La scuola non si ferma propone un elenco ricchissimo di documentari sull’arte, il cinema, la letteratura, la musica, la natura, la società, la storia, il teatro, i viaggi. Non dimenticando, perché rappresenta un esempio virtuoso di servizio pubblico per l’approfondimento culturale, che sul sito di rai scuola (piattaforma tematica raggiungibile anche al canale 146 del digitale terrestre o al canale 33 della tv satellitare) è a disposizione un patrimonio preziosissimo di programmi, lezioni, speciali che spaziano in ambito multidisciplinare.


ARTE, un canale gratuito da scoprire

in Pensare con gli occhi by
Uno dei migliori canali gratuiti per bambini e ragazzi, ARTE ci propone documentari, fiction, informazione e spettacoli dal vivo, tutti disponibili con sottotitoli in italiano

In questo periodo difficile, nel quale anche cinema e teatri sono chiusi e l’unica possibilità per vedere storie e racconti per immagini in movimento è quella di ricorrere a schermi televisivi o supporti digitali, a volte con necessità di abbonamenti e pagamenti vari, c’è un canale gratuito, raggiungibile con un semplice clic, che va ricordato, sostenuto e utilizzato da genitori e insegnanti.

Sto parlando di ARTE, sigla che sta per Association Relative à la Télévision Européenne, un progetto nato nel 1992 e sovvenzionato con il canone delle reti televisive pubbliche tedesche e francesi, con una programmazione che si compone per il 55% di documentari, per il 25% di fiction, per il 15% di programmi di informazione e per il 5% di musica e spettacoli dal vivo.

Tutto questo prezioso materiale è disponibile su www.arte.tv e tutte le produzioni che vengono proposte hanno i sottotitoli in italiano e possono essere quindi utilizzate sia a scopo didattico che per intrattenimento (ma le due dimensioni non sono in contraddizione fra loro) per bambini e ragazzi a partire dal secondo ciclo della scuola primaria.

Grazie all’offerta produttiva e tematica di ARTE è possibile spaziare dalla storia alla filosofia, dalle scienze alla storia dell’arte, con materiali che vanno dai quattro minuti al lungometraggio o alla ripresa di opere e spettacoli musicali fino a tre ore di durata. Ne ricordo qui solo alcuni, che danno una parziale idea di quante cose si possano trovare e della qualità davvero di altissimo livello con la quale vengono prodotte.

Potremmo vedere, ad esempio, un interessantissimo documentario (durata: 53 minuti) del regista francese Raphael Hitier, dal titolo Crescere davanti a uno schermo, che indaga implicazioni ed effetti della esposizione a smartphone, tablet e supporti di varia natura di bambini e bambine, a volte anche in tenerissima età.

Oppure vedere (e ascoltare) i concerti “casalinghi” che il violinista Daniel Hope (un cognome ben augurante, visto che in italiano significa “speranza”) ha organizzato durante il primo lockdown generale, permettendo a musicisti e spettatori di eseguire ed ascoltare alcuni capolavori della musica classica.

O, ancora, e non è affatto una proposta funerea come potrebbe apparire, un’escursione nel Cimitero del Pére Lachaise a Parigi, grazie a un documentario di 44 minuti diretto da Christophe d’Yvoir e Augustin Viatte, che ci portano in un viaggio al contempo geografico, botanico e storico, dato che in quel luogo sono innumerevoli le ultime dimore di personaggi illustri, da Gioachino Rossini a Georges Méliès, da Jim Morrison a Oscar Wilde.

Ma tutto il palinsesto, rinnovato di settimana in settimana, di ARTE merita di essere seguito, visto e utilizzato. È uno dei migliori esempi di servizio pubblico che l’Europa ci offe.

Scopriamo la pronuncia americana con Vincenzo Schettini… e gli altri video del venerdì

in I Venerdì di Vincenzo Schettini by
Gli ultimi video del venerdì realizzati dal professor Vincenzo Schettini, per parlare di pronuncia americana, body shaming e tanti altri argomenti

Torna, come ogni mese, l’attesa rubrica curata da Vincenzo Schettini, uno dei professori più amati del web, per parlare con studenti e insegnanti di tanti nuovi argomenti. Il professore infatti, oltre a spiegare online i temi più difficili di fisica e matematica, e aiutare i ragazzi a svolgere i loro compiti, affronta in alcune lezioni speciali questioni vicine al mondo dei più giovani: i loro problemi, le loro aspirazioni, le emozioni, sempre in modo divertente e con il sorriso!

Anche questo mese nel suo canale La Fisica che ci Piace – che ha toccato l’incredibile quota di 70.000 iscritti… – il professor Vincenzo Schettini ha parlato di argomenti molto interessanti, che vanno dallo studio della lingua inglese al body shaming, fino all’importanza di sapersi rialzare dopo i piccoli e grandi fallimenti.

Salve prof, e ben ritrovato! Partiamo con un video molto interessante dedicato allo studio della lingua inglese, o meglio alla famosa pronuncia americana, scoprendo anche tre canali molto utili…

Come sapete io sono un appassionato di lingue, e sono sempre stato dell’avviso che una lingua si possa acquisire ovvero assorbire esattamente come fa un bambino. È un passaggio importante, questo, per potersi approcciare alla lingua in maniera immediata e pratica. A proposito della lingua inglese, in questo video ho suggerito tre interessanti canali YouTube portati avanti da tre ragazze americane, che con il loro entusiasmo trasmettono la passione di vivere una lingua esattamente come un bellissimo viaggio, emozionante e ricco di spunti.

Nel prossimo video, è stato toccato un argomento molto attuale e delicato, per le ragazze ma anche per i ragazzi: il body shaming, cioè il fatto di essere deriso per il proprio aspetto fisico…

Sono stato molto colpito dall’intervista che Vanessa Incontrada ha rilasciato a proposito dell’accettazione della propria forma fisica, un percorso lungo, durato anni, che l’ha portata alla consapevolezza che amare se stessi va al di sopra del giudizio degli altri. Ispirato da questa meravigliosa energia ho pensato di fare un video dedicato a questo strano fenomeno che ora viene chiamato body shaming ma che in realtà esiste da sempre. Semplicemente adesso i social media lo enfatizzano e lo rendono più pesante da sopportare.

Questo mese hai realizzato un video intitolato fallire e rialzarsi, dedicato ai piccoli fallimenti di ognuno di noi, ma soprattutto alla spinta motivazionale che possono darci, perché è importante dire a tutti gli studenti di non arrendersi mai!

Esattamente! A volte ho l’impressione che specie le nuove generazioni, proprio perché sottoposte a migliaia di input giornalieri, vedano il percorso di crescita come qualcosa che deve proseguire in maniera lineare, senza deviazioni, appunto senza possibilità di fallire. È esattamente il contrario! Il fallimento fa parte della crescita, fa comprendere, ci mette in gioco e ci dirige verso quello che davvero vogliamo. Nel video ho mostrato tre importanti ragioni per le quali vale la pena fallire.

Nel prossimo video hai parlato di amicizia tossica, un tema molto delicato e sentito dai ragazzi, ma soprattutto del modo in cui possiamo riconoscerla…

Io da giovane ho avuto un rapporto molto complicato con questa parola: amicizia. Anche ora ho pochi amici, veri, che mi aiutano e che sono concretamente presenti nella mia vita. L’argomento dell’amicizia passa attraverso la crescita personale e impariamo ad apprezzare i rapporti con gli altri solo quando ne vediamo chiaramente la natura. In questo video ho condiviso tre segnali che mostrano chiaramente quando un’amicizia non è sincera.

Infine, nel giorno contro la violenza delle donne, un video dedicato a come liberarsi da un amore tossico: ecco cinque segnali che possono diventare campanelli d’allarme…

Questo video è capitato per caso nella settimana contro la violenza sulle donne: dico per caso perché avevo programmato di parlare di amore esattamente dopo la settimana in cui ho parlato di amicizia. L’ho dedicato alle donne, al loro mondo, alla loro sensibilità. Ho parlato di quegli amori che fingono di essere tali, che si trascinano, che intossicano chi spera in qualcosa di genuino, che spesso sono pericolosi.

Giovani e salute mentale: una giornata da ricordare

in Ora di Alternativa by
Perché è importante parlare in classe di disagio psichico e corretto uso dei social, con la Giornata Mondiale della Salute mentale

Passata (almeno in Italia) quasi totalmente inosservata, il 10 ottobre scorso si è celebrata la Giornata Mondiale della Salute mentale. Istituita nell’ormai lontano 1992 dall’OMS, essa si prefigge di sensibilizzare l’opinione pubblica relativamente al tema dei disturbi mentali e di promuovere lo sviluppo di forme di cura e di assistenza nei vari Stati, che generalmente non dedicano risorse sufficienti ad affrontare una problematica che, stando ai dati Unicef, sta facendosi sempre più grave anche e soprattutto tra i più giovani. Per citare un dato tra i più impressionanti, il 20% dei giovani è affetto da patologie psichiche, e nella fascia d’età 15-19 il suicidio è la seconda causa di decesso.

Tema delicato, quindi, perché chiama in causa parole tabù come disagio psichico e – all’opposto – felicità, termine quasi scomparso dal vocabolario di una società sempre più orientata verso i valori del raggiungimento del successo, dell’immagine e della funzionalità socio-economica dell’individuo.

Colpevolmente ignorata anche dal sottoscritto fino a non molto tempo fa, quest’anno mi sono deciso – per quel moto fulmineo che ogni tanto prende anche l’insegnante – di parlare in classe della Giornata del 10 ottobre, anche attraverso l’ausilio di una striscia assai simpatica con protagonista una coppia di orsi, Milk and Mocha bear, e che – nonostante i miei cinquant’anni suonati, o proprio per quello – seguo costantemente. Per vedere la striscia, basta collegarsi alla pagina Facebook di Milk and Mocha bear.

La strip ideata per celebrare la Giornata ritrae la piccola orsa bianca vittima di bullismo via internet: coperta di insulti e di immagini offensive, l’orsa piange, e solo l’abbraccio del suo compagno orso la protegge. A giudicare dalle reazioni degli alunni, mai – posso dire – tempo fu meglio speso in classe: traspariva dai loro volti il senso di una liberazione, del ”finalmente se ne può parlare”, di una partecipazione e forse anche di un vissuto, come se improvvisamente si fosse messi davanti a grida di dolore mute, inascoltate, un dolore che in molti casi può risultare difficile da sostenere, specie per i più fragili .

I più fragili e i più soli, verrebbe da dire, perché la prima ancora di salvezza – come illustrato dalla striscia e dall’indagine dell’Unicef – è sempre la relazione affettiva, specie in ambito familiare, mancando la quale si aprono le voragini di un abisso difficile poi da risalire. Nell’inchiesta Unicef appare interessante anche la scarsa importanza attribuita dai ragazzi all’uso dei social media per raggiungere un adeguato livello di felicità, mentre un ruolo di primo piano sembra avere la frequenza del gioco all’aperto, pesantemente penalizzato dalle attuali norme di confinamento, il che darebbe molto da riflettere agli assertori così rigidi del lockdown; così come dovrebbe darla la chiusura delle scuole, che recenti inchieste e denunce – come quella del nostro Comitato tecnico scientifico – denunciano come una vera e propria ”emergenza” in ordine al benessere e alla possibilità di evoluzione dei più giovani.

Per tornare al tema della striscia, il bullismo sui social, una delle maggiori fonti di disagio tra i giovani, verrebbe in prima istanza da osservare che gli sfottò e le prese di giro ci sono sempre stati: vero, ma altrettanto vero è che i social media amplificano la potenza di tali messaggi diffondendoli – e per scritto – a un pubblico potenzialmente infinito, tale comunque da creare ansia e soggezione in chi è vittima dell’offesa.

E si potrebbe intravedere una scia lunga, che parte dagli anni Ottanta e prosegue fino ad oggi, fatta di programmi televisivi che hanno sdoganato l’offesa gratuita, imbecille, che hanno premiato e premiano – come neirealitychi si dimostra più cinico, più capace di schiacciare l’altro e di inchiodarlo alla parete del pubblico ludibrio, osannato da una folla sempre più becera e disumanizzata. Proprio questa piaga della disumanizzazione di una società che rischia sempre più di diventare senza volto, vuota, preda di un nichilismo feroce, andrebbe combattuta insieme dalla scuola e dalla famiglia, tutte e due chiamate a educare e – nel caso della famiglia – a far stare quanto più alla larga i propri figli da certe fonti di vero e proprio veleno.

Per affrontare il tema del bullismo e dell’uso dei social, ecco alcuni libri rivolti direttamente alle ragazze e ai ragazzi:
Fabio Leocata, Gentile come te, Librì 2020, le avventure e i problemi di un gruppo di preadolescenti.
Sabrina Rondinelli, Camminare correre volare, Edizioni EL 2008, il bullismo raccontato dalla parte di una bulla.

Immagine di copertina: Zulmaury Saavedra

Le forme della gentilezza

in Sentieri tra i banchi by
Quali sono le forme che può assumere la gentilezza? Scopriamolo in un percorso tematico, da realizzare con le ragazze e i ragazzi della scuola secondaria di I grado

In occasione della Giornata Mondiale della Gentilezza, che si festeggia oggi 13 novembre, vi proponiamo un piccolo viaggio fatto di parole “gentili”, un percorso tematico che ogni insegnante della scuola secondaria di I grado potrà utilizzare per realizzare un’attività extracurriculare con i suoi studenti. Ogni parola è introdotta da una frase e si chiude con alcune domande che saranno di stimolo alla discussione o alla compilazione di un elaborato.

Dopo il primo percorso dedicato alla scuola primaria, ecco il secondo appuntamento, riservato alle scuole secondaria di I grado!

Per festeggiare con voi siamo riusciti ad attivare un super sconto riservato agli insegnanti sull’acquisto de “La Gentilezza vola lontano” (scuola primaria) e “Gentile come te” (scuola sec. I grado). In fondo all’articolo tutte le informazioni per usufruire del codice sconto.

Diversità

“Ognuno all’interno di un gruppo recita la sua parte, anche se non lo sa. C’è quello simpatico, quella cool, quella che fa la pazza, quello studioso, quella carina, quello timido.”

Le ragazze e i ragazzi sono tutti accomunati dalle stesse fragilità, dagli stessi problemi, dai medesimi dubbi. Eppure sono tutti così diversi! È proprio questa diversità che la scuola dovrebbe riuscire a preservare e a trasformare in una ricchezza per il gruppo. In una società che tende ad appiattirci e a creare competizione, l’unicità di ognuno deve diventare la base dello stare insieme, della cooperazione, della solidarietà.

Riesci a descriverti in poche parole? E riesci a descrivere le tue compagne e i tuoi compagni? Quali sono le cose che di te e di loro cambieresti?

Solitudine

“Sentirsi soli è la cosa più terribile che ci sia. È come una specie di virus, un male invisibile che ti entra dentro e ti si attacca alle cellule, succhiandoti la vita”

La preadolescenza è un momento splendido, ma anche difficile. I rapporti interpersonali e l’accettazione da parte del gruppo giocano un ruolo importante nel benessere delle ragazze e dei ragazzi. Per questo è fondamentale educare alla gentilezza, all’ascolto attivo, alla solidarietà. Tutti valori che i ragazzi possono usare come bussole per combattere il terribile morbo della solitudine, per non perdersi in questo avventuroso percorso di crescita.

Ti capita mai di sentirti sola (o solo)? Quali sensazioni provi? Pensi che qualcuno tra i tuoi compagni ne soffra in silenzio?

Accettarsi

“Penso a quando rivedrò i miei amici. Sarà tutto come prima? E loro, cosa penseranno di me? Ti sembro la stessa di sempre? E se sono cambiata, sembro più brutta o antipatica o noiosa?”

La preadolescenza è il momento del cambiamento. Cambiano i gusti, cambiano i modi di relazionarsi con gli altri. E soprattutto cambia il corpo. Talvolta questi cambiamenti possono creare imbarazzo o un senso di spaesamento, e ci chiediamo come reagiranno i nostri compagni.

Ci sono stati ultimamente dei cambiamenti nel tuo corpo? Pensi che siano una cosa positiva o negativa? Come ti immagini alla fine delle medie?

Bullismo

“Mi sono passate per la testa le raccomandazioni degli insegnanti e dei genitori, quando ci dicevano di stare attenti, di tenere sempre gli occhi aperti, di essere sempre gentili e disponibili con gli altri, e io che dentro di me ogni volta pensavo: a me e ai miei amici non accadrà mai!”

Non è sempre facile comprendere la differenza tra uno scherzo e un atto di bullismo. Il bullismo infatti ha varie forme, alcune più brutali ed evidenti, come una percossa. Altre invece sono più labili e invisibili. E si possono nascondere dietro semplici scherzi ripetuti, soprannomi, prese in giro all’uscita della scuola come nella chat di classe. Il bullismo è pericoloso e non dobbiamo mai sottovalutarlo: può assumere strane forme, e può portare le persone a fare cose inimmaginabili, sia chi lo commette sia chi lo subisce.

Sei mai stato vittima di bullismo? E qualche tua amica o amico? Credi che, se dovesse accadere a te, saresti in grado di parlarne con un insegnante, un compagno o un parente?

Aiuto

“È successa una cosa brutta a una mia amica. Io vorrei aiutarla, ma lei mi ha detto che adesso ne è uscita e non ha più bisogno del mio aiuto. Io non so cosa fare, perché non so se è vero”.

Non sempre chi ha bisogno di aiuto è in grado di chiederlo. O meglio, non sempre è in grado di farlo con le parole. Qualche volta le ragazze e i ragazzi lo fanno solo con lo sguardo, con i gesti, con il comportamento, tendendo a chiudersi o fuggire, oppure a diventare aggressivi. Dall’altra parte, l’esperienza insegna che non è facile aiutare una persona – soprattutto se si tratta di un problema importante – e che spesso, se ci accorgiamo di qualcosa, è meglio rivolgersi a un adulto.

Come ti comporti quando hai un problema? Ti è mai capitato che un amico o un’amica ti chieda aiuto? Bullismo, problemi alimentari, familiari… qual è il modo migliore per aiutare una persona?

Amore

“Cosa mi ero messa in testa? Davvero pensavo di potergli piacere? Perché mai un ragazzo come lui doveva interessarsi a una tipa insignificante come me?”

La preadolescenza è il momento delle grandi “cotte”. Cambia il modo di vedere il mondo e cambia anche il modo in cui si vedono quelli dell’altro sesso. Spesso però non è facile fare i conti con le proprie emozioni e con i propri sentimenti. Ci possiamo sentire inadeguati, sia nel fisico sia nel carattere. Eppure, i sentimenti ci sono. Sbucano dal cuore e chiedono di essere ascoltati. È adesso che si può educare al rispetto verso gli altri e verso se stessi.

Ti è mai capitato di provare un forte sentimento per una persona? È qualcosa di piacevole o no? Come si esprime, secondo te, il rispetto all’interno di una coppia?

Social

“Credo si debba fare molta attenzione a quello che si posta sui social e anche a quello che si scrive. Davvero, bisogna stare attenti!”

I preadolescenti trascorrono molto tempo sui social. Li usano per rimanere sempre in contatto, per scambiarsi informazioni, per scherzare o prendersi in giro, per chiedere consigli e aiuto. Non sempre però sono consapevoli di quello che stanno facendo ogni volta che scrivono o postano qualcosa. Pensiamoci bene ogni volta che diamo un giudizio su qualcun altro, che postiamo una foto, che raccontiamo qualcosa di noi.

Esiste un uso giusto e sbagliato dei social? Ti è mai capitato di sentirti offeso per qualcosa che ha scritto o postato un amico? Secondo te, la chat della tua classe potrebbe essere usata meglio?

Un antidoto

“La gentilezza è come un antidoto, una specie di vaccino capace di combattere non solo il virus della solitudine, ma anche quello dell’ignoranza, del razzismo, dell’indifferenza”.

L’abbiamo visto, tutte le ragazze e i ragazzi di questa età sono alle prese con un periodo incredibile della loro vita: con le amicizie, la scuola, il rapporto con i genitori, la scoperta dell’amore, il desiderio di essere accettati dal gruppo, il bullismo, il sesso, l’anoressia… eppure il modo migliore per affrontare tutto questo c’è. E si chiama gentilezza. Che non è un insieme di regole, ma è un atto rivoluzionario, di libertà.

“Mi tornano alla mente le parole che una mia amica mi ha scritto sul diario: Sii sempre gentile quand’è possibile. Beh, è sempre possibile


Le citazioni di questo articolo sono tratte dal libro per ragazzi Gentile come te, edito da Librì Progetti Educativi, 2020. Un diario che narra le vicissitudini di un gruppo di preadolescenti, alle prese con le difficoltà e gli ostacoli di tutti i giorni, affrontando temi importanti e delicati.

Per tutti gli insegnanti abbiamo attivato un pacchetto super scontato per l’acquisto di 8 copie a scelta fra La Gentilezza vola lontano” (scuola primaria) e Gentile come te” (scuola sec. I grado) con uno sconto del 40%! Vai sulla pagina dedicata di Librì Progetti Educativi e usa il codice: Gentilezza

Se desideri consigliarlo alle famiglie scrivici un’e-mail e ti forniremo le indicazioni per l’acquisto scontato per i genitori: scuola@progettiedu.it

Solitudine, friendzone… e gli altri video del venerdì

in I Venerdì di Vincenzo Schettini by
Rivediamo insieme al professor Vincenzo Schettini i video del venerdì di questo mese, per parlare di metodo di studio, alimentazione, friendzone e solitudine.

Torna la rubrica del prof Vincenzo Schettini, uno dei più amati del web, per parlare di tanti argomenti che stanno a cuore ai più giovani (ma anche agli insegnanti!). Sì perché nel suo canale La Fisica che ci Piace – che ha superato quota 61.000 iscritti… – non vengono trattati solo argomenti di fisica e matematica, ma si affrontano ogni volta questioni vicine al mondo dei ragazzi: i loro desideri, i loro problemi, le loro emozioni… sempre con il sorriso!

Questo mese il professor Vincenzo Schettini ha toccato degli argomenti molto interessanti, e anche molto differenti tra loro, che hanno creato un grande “traffico” nel suo canale e di cui vogliamo parlare: metodo di studio, alimentazione, friendzone e solitudine.

Salve prof, e ben ritrovato! Partiamo con un video veramente utile dedicato a un metodo di studio innovativo, che sta prendendo sempre più piede: la tecnica ACTIVE RECALL.

La mia curiosità nei confronti dei metodi di studio è fortissima, anche perché tanti mi chiedono come migliorare le prestazioni nello studio. Ma quando ho scoperto questo particolare metodo sono rimasto a bocca aperta anch’io, credetemi! Ho spiegato appunto nel video un approccio personalizzato che io stesso ho collaudato con questa metodologia chiamata “richiamo attivo” o se la vogliamo dire all’inglese active recall”.

Siamo arrivati a un argomento che, inutile negarlo, interessa veramente tanto alle ragazze e ai ragazzi che ti seguono: Friendzone o fidanzati? Che puoi dirci in proposito?

Quest’estate ho ricevuto un messaggio da uno dei miei followers che mi chiedeva di trattare proprio questo argomento. Ho cercato in rete la parola Friendzone scoprendo poi che era l’inglesismo della traduzione di uno stato d’animo davvero complicato, nel quale tutti quanti ci siamo ritrovati da adolescenti: corteggiare una persona senza mai dichiarare i propri sentimenti e alla fine venire etichettati come “semplici amici”. È una situazione davvero difficile: nel video ho dato tre consigli per superare al meglio questa situazione, uscendone vittoriosi!“.

Questo mese hai parlato anche di alimentazione, un argomento che a noi – da sempre rivolti al mondo della scuola – sta molto a cuore. Ma anche alle ragazze e ai ragazzi!

Non potevo non trattare questo tema. Quando ero adolescente pesavo 20 kg in meno: immaginate che già ora sono piuttosto magro! Quindi ho affrontato insieme alla mia famiglia un percorso per capire da dove iniziare, per migliorare il mio corpo e ho scoperto che tutto, o quasi, girava attorno al cibo. Nel video ho commentato cinque classici errori sull’alimentazione che specie i ragazzi fanno durante il periodo dell’adolescenza e che quindi sono assolutamente da evitare”.

Infine, tocchiamo un tema molto delicato, soprattutto per la fascia d’età adolescenziale: la solitudine, un sentimento negativo e pericoloso…

Siamo tutti soli, viviamo continuamente dei momenti di solitudine anche quando paradossalmente siamo circondati da tantissime persone e sommersi da messaggi attraverso i social. La solitudine ci accomuna, forse è il sentimento più condiviso al mondo. Sono particolarmente orgoglioso di questo video anche perché moltissima gente lo ha commentato condividendo la propria personale esperienza, rivelando ai lettori le tante facce della solitudine. Scoprite guardando questo video i cinque step per superarla!“.

Halloween: il brivido per bambini… e adulti!

in Pensare con gli occhi by
Film e cartoon per trascorrere in famiglia la serata di Halloween

Da qualche anno anche da noi in Italia ottobre è il mese che si conclude con Halloween. Festa di origine celtica, importata negli Stati Uniti e diventata un appuntamento fisso per ragazzini e ragazzine, per quelli della mia generazione era legata alle strisce dei Peanuts di Charles Schulz nelle quali venivano raccontate le peripezie di Linus alle prese con il Grande Cocomero.

La notte della vigilia di Ognissanti, per un particolare affastellarsi di tradizioni popolari, credenze precristiane ed elaborazioni narrative, è diventata sinonimo sia di divertimento che di racconto di paura.

Non dobbiamo stupirci, fatta la tara di tutto il calcolo commerciale che è stato evidentemente compiuto su questa scadenza, che i racconti di paura, o dell’orrore, rivestano un particolare fascino per ragazzini e ragazzine. La paura è emozione fondamentale per l’essere umano fin dalla notte dei tempi, perché è, al contempo, segnale di allarme che ci permette di allontanarci dai pericoli e sprone a misurarci per superarla.

Sarebbe sterminato l’elenco di film, serie tv, corti di animazione che hanno preso Halloween come tema portante. Non posso quindi che limitarmi a qualche accenno, fra le produzioni che ritengo più significative.

La leggenda della valle addormentata

Inizierei con un gioiellino del cinema di animazione Disney come La leggenda della valle addormentata (Usa, 1949), mediometraggio di una trentina di minuti tratto dal (bellissimo) racconto omonimo scritto nel 1820 da Washington Irving e diretto da un trio di maestri della bottega disneyana come Jack Kinney, Clyde Geronimi, James Algar. Dallo stesso racconto, nel 1999, Tim Burton trasse La leggenda di Sleepy Hollow, ottimo film adatto ai più grandicelli.

Nigthmare Before Christmas

Sempre Tim Burton firma, nel 1993, affidando la gran parte del lavoro di messa in scena a Henry Selick, Nigthmare Before Christmas, che è racconto natalizio con protagonista il delizioso Jack Skeleton, signore del paese di Halloween.

È presente in libreria una bella edizione molto curata.

Piccoli brividi 2 – I fantasmi di Halloween

Molto più recenti e facilmente rintracciabili , sono due divertenti lungometraggi come Piccoli brividi 2 – I fantasmi di Halloween (2018) di Ari Sandel e Hubie Halloween (2020) di Steven Brill, con Adam Sandler.

Ghosts

Infine, per concludere in musica, ricorderei Ghosts (1997) di Stan Winston, un mediometraggio che ha Michael Jackson come protagonista (sia nella parte del buono che in quella del cattivo, anche se i confini fra le due dimensioni morali sono qui davvero incerti). Non manca, ovviamente, una seconda parte ampiamente musicale con coreografie di grande suggestione. Va sottolineato che alla sceneggiatura hanno collaborato, oltre allo stesso Jackson, due scrittori di storie di paura come Mick Garris e, soprattutto, quello Stephen King che è ancora oggi l’insuperato maestro di una letteratura certamente non per bambini piccoli, ma che ha una sua grande dignità in qualità di scrittura e capacità narrative.

Buon Halloween a tutti!

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Racconti GiocOvunque: idee per una bella scuola

in Giochi senza frontiere didattiche by
Tanti episodi di scuola vera, idee e buone pratiche: è il nuovo progetto dell’Associazione GiocOvunque, realizzato da Giovanni Lumini e Rossano Dalla Barba.

Sono sicuramente tante/i, tantissime/i gli insegnanti in Italia che praticano una didattica meno tradizionale, che tolgono la cattedra, che evitano la lezione frontale, che fanno lavorare le bambine e i bambini in gruppo, che sperimentano insegnamenti alternativi, che non assegnano compiti a casa, che si muovono nell’ambiente e lo esplorano insieme agli studenti.

Non tutte queste esperienze però vengono adeguatamente raccontate o, quantomeno, portate alla luce. Certamente Occhiovolante dà il suo contributo alla diffusione di queste buone pratiche.

Noi, Giovanni Lumini e Rossano Dalla Barba, autori del documentario Basta compiti, uscito nel maggio del 2019, e del quale abbiamo fatto una presentazione qui su Occhiovolante, abbiamo deciso di partire con un nuovo progetto, Racconti GiocOvunque, con lo scopo di far emergere le migliori “idee per una bella scuola”.

Aiutati e sostenuti da Associazione GiocOvunque in collaborazione con Reservoir Film e Parpignol, abbiamo scelto un format che fosse agile e fruibile da tutti e che al tempo stesso stuzzicasse curiosità; magari invitasse all’azione e/o all’emulazione altre/i insegnanti!

Sul nostro canale youtube, pubblicheremo con cadenza ci auguriamo mensile (o al massimo bimestrale) un episodio di scuola vera e vissuta, della durata massima di 15/20 minuti.


Il primo episodio è già disponibile e racconta il progetto BimbiSvegli di Serravalle d’Asti, attraverso la testimonianza del suo insegnante ideatore e principale animatore, Giampiero Monaca.

siamo a disposizione di quelle/quegli insegnanti, di ogni ordine e grado, che abbiano voglia di raccontare, in un episodio, la loro esperienza e la particolarità della loro metodologia di insegnamento.

Ci potete contattare attraverso le pagine social Facebook e Instagram, facilmente rintracciabili, attraverso il canale youtube citato, alla email racconti.giocovunque@gmail.com  e al numero di telefono (anche whatsapp) 338/8180274.

Chi volesse sostenerci fattivamente, con un contributo continuativo anche minimo, può farlo seguendo questo link dove, fra le ricompense, è previsto anche l’invio di una copia del film Basta compiti.

Buona visione del primo episodio e iscrivetevi alle nostre pagine per sostenere il progetto. Grazie!

La storia negli oggetti

in Archeodidattica: strategie e laboratori by
Un laboratorio di archeo-didattica, ideato da Erica Angelini, per ricostruire la storia dei luoghi, attraverso lo studio degli oggetti

Vi è mai capitato di prendere in mano un oggetto trovato ad esempio in un mercatino dell’usato, e pensare con curiosità: “quanta storia avrà alle spalle”? A questo proposito, Pirandello scrive: “La fantasia abbellisce gli oggetti cingendoli e quasi irraggiandoli d’immagini care. Nell’oggetto amiamo quel che vi mettiamo di noi”.

La sensazione che avevo da bambina – che gli oggetti non fossero solo oggetti ma che prima o poi potessero prendere vita, come nei film della Disney – si è trasformata nella certezza, che ho da adulta, che gli oggetti possano davvero “parlare” e “raccontare” meravigliose storie!

Non tutti però sono in grado di capire queste storie, ci sono nel mondo alcune categorie di privilegiati:

– per primi i bambini, che guardano il mondo senza filtri e possono senz’altro parlare con pupazzi e bambolotti, certi che questi risponderanno.

– gli scrittori, inventori di storie, che osservando gli oggetti ne traggono ispirazione per un nuovo racconto.

– gli artisti, che attraverso la conoscenza delle tecniche e degli strumenti, trasformano le loro produzioni materiali in opere emozionanti.

– gli archeologi che, attraverso una lunga formazione, imparano a trarre informazioni utili dagli oggetti, dalle loro forme, dagli usi, dai materiali usati per costruirli ecc., per ricostruire la storia della Terra e quella dell’uomo.

Perché quindi non partire proprio da loro per cominciare un nuovo argomento? In fondo dagli oggetti costruiti e utilizzati da una società possiamo, anche senza essere archeologi, capire tante cose… faccio un esempio! Per introdurre la civiltà dei Villanoviani, ben rappresentati dai ritrovamenti archeologici conservati nel museo archeologico di Villa Verucchio (Rimini), comincio sempre con una serie di slide di immagini degli oggetti ritrovati durante gli scavi. Sono molti infatti i ritrovamenti villanoviani provenienti dalla necropoli del Verucchio.

Prepariamo un cartellone!

Prima di cominciare la proiezione, prepariamo insieme un cartellone, o predisponiamo la lavagna, per accogliere le nostre supposizioni, che verranno verificate in un secondo momento. Trattandosi di classi quinte della scuola primaria do per scontato che conoscano il concetto di traccia e di fonte storica, ma per essere sicura di lavorare su conoscenze pregresse ben sviluppate, per ogni immagine chiedo sempre: di che tipo di fonte si tratta e quali informazioni ci può dare?

Le fonti visive

Portare i bambini a ragionare sugli oggetti, e più in generale sulle fonti visive, ha molti vantaggi:

– per prima cosa permette a me di parlare meno lasciando più spazio a loro.

– permette di attirare subito l’attenzione anche dei più distratti, cosa che non farebbe invece la lettura sul libro o il racconto dell’insegnante.

– permette a ciascuno di essere protagonista attivo della lezione che richiede, per il modo in cui è strutturata, il contributo, le idee, le opinioni di tutti i membri della classe.

– permette ai bambini di collegare le immagini sullo schermo a oggetti della vita quotidiana e di fare supposizioni sui materiali e le tecnologie usati per costruirli, sull’uso, sull’estetica ecc., proprio come viene indicato negli obiettivi di apprendimento per l’insegnamento della Storia («Individuare le tracce e usarle come fonti per produrre conoscenze sul proprio passato, della generazione degli adulti e della comunità di appartenenza […] Ricavare da fonti di tipo diverso informazioni e conoscenze su aspetti del passato»).

Inoltre il lavoro svolto sulla Lim e non sul libro di testo (dove spesso si trovano immagini interessanti) produce, a mio modo di vedere, un senso di lavoro di gruppo che non si produrrebbe usando il libro personale. Questo lavoro di analisi accende i cervelli e la curiosità di sapere se le supposizioni fatte corrispondono alla realtà oppure no!

Laboratorio di archeo-didattica sui Villanoviani

Ecco alcune delle immagini che uso (scaricate dal WEB) per il laboratorio di archeo-didattica sui Villanoviani seguite da alcuni miei spunti di riflessione.

Le prime due immagini ci permettono di riflettere sul luogo in cui sorgeva la civiltà,

in questo caso un’altura da cui si poteva scorgere buona parte della valle del fiume Marecchia e anche il mare.

La riflessione sul luogo porta inevitabilmente a fare molti collegamenti con il territorio e le materie prime a disposizione della popolazione e di conseguenza sull’artigianato (prodotto con le materie prime del luogo) e ancora sui commerci. Questo modo di ragionare si collega molto bene con l’insegnamento della Geografia perché conoscere un territorio ci aiuta anche a capire gli usi e i costumi della popolazione che lo abita.

Queste figure rappresentano oggetti d’ambra, la resina fossile che si trova abbondantemente nei corredi funebri delle donne villanoviane; una riflessione, su cos’è l’ambra (gli amanti dei fossili sono sempre molto ben informati!) e da dove si estrae, ci porterà a fare considerazioni interessanti sui commerci e sulle mode.

Queste immagini rappresentano alcune fra le urne cinerarie ritrovate nelle necropoli villanoviane; la riflessione sui diversi modi di concepire la morte nelle civiltà è davvero interessante e riflette la psicologia e la cultura dei diversi popoli; per approfondire consiglio P. Ariès “L’uomo e la morte dal medioevo ad oggi”.

Queste immagini ci portano a scoprire una delle tecniche artigiane usate dai villanoviani: la tessitura con telaio verticale. Proviamo a scoprire di cosa si tratta osservando i disegni sul “tintinnabulo” (uno dei pesi usati per tenere i fili tirati) e, a proposito di storie, chiedendo ai bambini di raccontare cosa è raffigurato su questo oggetto, vengono fuori storie davvero interessanti e buffe!

Dopo aver visionato altre “immagini parlanti”, e aver raccolto tutte le supposizioni, proviamo a vedere quali sono vere, e quali invece non corrispondono alla realtà dei fatti. Poi proviamo a ricostruire la vera storia del popolo di cui stiamo parlando.

Concludo l’incontro (o gli incontri) sui villanoviani, con un laboratorio pratico di tessitura, non a telaio verticale ma orizzontale, dedicando del tempo a spiegare e a sperimentare diversi strumenti per tessere.

Approfondimenti

Per avere qualche spunto sulla tessitura a telaio, si trovano in commercio molti libri per principianti.

Per avere altri spunti sui laboratori di archeo-didattica o sulla tessitura vi consiglio di visionare il mio blog www.maniingioco.blogspot.com o il mio profilo Facebook “Mani in Gioco”. Buon lavoro a tutti!

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Un sogno nel cassetto… e gli altri video del venerdì!

in I Venerdì di Vincenzo Schettini by
Dopo la pausa estiva, torna l’appuntamento con il professor Vincenzo Schettini e i suoi seguitissimi video del venerdì

Anche se con tutte le attenzioni possibili, le scuole di tutta Italia hanno finalmente riaperto le loro porte agli studenti. E con l’inizio dell’anno scolastico, torna anche la rubrica con i video del venerdì, curata da Vincenzo Schettini, uno dei professori youtuber più famosi e seguiti d’Italia, nonché volto noto di programmi Sky e Rai.

Il successo del suo canale La Fisica Che Ci Piace ha contagiato non solo tantissimi studenti, che seguono i video e le dirette per prepararsi alle interrogazioni, ma anche moltissimi adulti affascinati dal modo semplice, chiaro e divertente con cui vengono trattati argomenti di fisica e matematica. Oggi gli iscritti sono saliti a oltre 55.000!

Il professor Schettini però, come sappiamo bene, con i video del venerdì condivide anche le sue esperienze e dà utili consigli agli studenti su tantissimi argomenti. Di cosa ha parlato nell’ultimo mese? Per scoprirlo, chiediamolo direttamente a lui…

Buongiorno professore e ben trovato! Innanzitutto, come ha trovato i suoi ragazzi dopo tutti questi mesi e cosa si aspetta dal mondo della scuola?

Ho avvertito una chiara voglia di ricominciare, di tornare a scuola, di rimettersi in gioco! Ho lanciato a metà agosto un sondaggio sul mio canale Telegram (a proposito, potete iscrivervi a questo canale entrando in Telegram e cercando “la fisica che ci piace”) chiedendo loro se preferivano ricominciare a distanza oppure in presenza. Due su tre hanno votato in presenza, chiaro segno di voler tornare alla normalità. La scuola sicuramente è in un momento molto delicato, si sono fatte tante cose quest’estate in tutti gli istituti italiani per rientrare in sicurezza e mi auguro, anche se sono convinto che ci saranno contagi qua e là, che si possa vivere un anno quanto più sereno possibile, ne abbiamo tutti bisogno.

Il primo video del venerdì è stato molto emozionante, perché è un argomento che ci interessa da vicino: come realizzare i propri sogni! Anche perché, come dice lei, avere un sogno è importante, ma averne tanti è ancora meglio…

Io praticamente vado avanti a botte di sogni! Ogni giorno spingo me stesso alla ricerca di obiettivi che rispondono sempre più alla domanda “chi sono veramente io”. In tantissimi hanno commentato il video “Avere un sogno”: scoprendo che un sogno corrisponde anche a tanto sacrificio, molti si sono ritrovati in questa lettura e hanno confessato nei commenti cosa pensano della propria vita e chi vogliono diventare! Consiglio non solo di vedere il video ma anche di leggere i commenti sotto il video: se volete, potete commentate anche voi e lasciare traccia dei vostri personali meravigliosi sogni.

In un altro video, parliamo di un argomento che interessa veramente tutti i ragazzi: imparare l’inglese con la fisica! Ma è possibile?

Certamente, anzi, diventa interessante, divertente e stimolante! Da tempo vivo personalmente un’esperienza forgiata con le mie stesse mani sull’acquisizione delle lingue straniere, in particolare dell’inglese. Non ho mai studiato inglese a scuola, ma con una tecnica completamente inventata da me ora sono fluente in inglese dopo appena due anni di pratica. Nel video “Impara l’inglese con la fisica”, ho descritto e lasciato i riferimenti di 3 canali YouTube a tema scientifico completamente in inglese, dando anche alcuni suggerimenti per vedere correttamente i video, migliorando il proprio livello giorno dopo giorno.

Ci sono comunque molti testi in libreria per imparare l’inglese attraverso lo studio delle materie, come

“Studiare è un gioco da ragazzi”

“Impara l’inglese leggendo dei brevi racconti”.

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Gianni Rodari e il cinema

in Pensare con gli occhi by
Breve storia di un rapporto mai sbocciato, quello tra il cinema e Gianni Rodari, ma che ci ha comunque regalato piccoli capolavori.

Giornalista. Scrittore. Intellettuale. Partigiano e poi militante del Partito Comunista Italiano. Maestro elementare, per un breve periodo. Maestro di fantasia per sempre. Questo e molto altro è stato Gianni Rodari, di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita. Quasi mai, purtroppo, preso in considerazione dal cinema e dalla televisione italiani.

È duro a morire, infatti, un pregiudizio di lontana ascendenza, secondo il quale se le espressioni artistiche non parlano direttamente della realtà non sono degne di molta considerazione. Dimenticando, come potrebbero dimostrare anche esempi di altissimo lignaggio – in fondo né il Dante della Commedia né l’Ariosto dell’Orlando furioso raccontano storie realistiche, ma risultano così universali da parlarci sia del loro tempo che del nostro – che la questione da considerare non è mai il tipo di linguaggio che si utilizza, ma come esso viene utilizzato.

Ecco quindi che delle opere di Rodari in Italia solo due hanno avuto trasposizioni cinematografiche.

La torta in cielo, un non memorabile lungometraggio in live action realizzato nel 1973 da Lino Del Fra e Paolo Villaggio come protagonista.

E La freccia azzurra, trasposto in animazione nel 1996 da Enzo D’Alò, con le voci principali di Dario Fo e Lella Costa, e un risultato artistico che ancora oggi regge al confronto del tempo che passa.

Molto interessanti, tanto da meritare una curata edizione italiana che speriamo prima o poi qualcuno si decida a fare, sono le versioni in animazione di racconti di Rodari prodotte in quella Unione Sovietica che per anni tributò, a volte mettendolo quasi in imbarazzo, grandi riconoscimenti allo scrittore piemontese.

Vanno quindi ricordati Cipollino e il cavalier Pomodoro(1961) di Boris Dezkin (uscito da noi in vhs solo nel 1997), quaranta minuti con disegni e narrazione davvero originali e avvincenti, e, sempre dalle storie del piccolo ortaggio ribelle, la commedia musicale Cipollino(1972, diretta da Tamara Lisitsian con attori e attrici e la voce fuori campo dello stesso Rodari come narratore.

Gianni Rodari collaborò come sceneggiatore anche alla realizzazione di un cortometraggio tratto dal suo racconto La passeggiata di un distratto realizzato in URSS da Anatoly Petrov. Infine, rintracciabile anche su YouTube, un corto di 15 minuti dal titolo Star Taxi che ha ancora origine dal mondo russo, non più sovietico, essendo stato realizzato nel 2016 da Jurai Krumpolec.

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La scuola al primo posto?

in Ora di Alternativa by
La riflessione di Valerio Camporesi sull’importanza, oggi, della scuola all’interno della società italiana.

Essendo la nostra una società dell’apparire, da giorni la scuola appare al primo posto sui media e nei dibattiti politici: ma lo è veramente? Lo è senz’altro in quanto a preoccupazione, visto che una falsa ripartenza pregiudicherebbe le sorti non solo del ministro ma forse dell’intero esecutivo: avendo avuto il governo mesi di lavoro a disposizione e non essendo i cittadini più in grado di far fronte a una scuola che non c’è, gli italiani non tollererebbero passi falsi. Pre-occupazione, dunque: ma occupazione? Quanto ci si è occupati veramente della scuola?

Non abbastanza, verrebbe da dire subito, a sentir parlare anche l’ex ministro Fioramonti, che ha più volte denunciato la carenza degli organici, in particolar modo di quello relativo agli insegnanti di sostegno, docenti la cui presenza è ancor più importante e necessaria in questo periodo emergenziale e che invece in molti casi non saranno disponibili alla ripresa della scuola. Non ci si poteva pensare prima, così come per il problema del trasporto degli studenti o per quello della carenza degli spazi? Faceva effetto, in questi primi giorni di ritorno a scuola, vedere i colleghi con i volti velati dalle mascherine, far fatica a sentire le voci “mascherate”. Faceva ancora più impressione sentir parlare di aule Covid, di misure da adottare in caso di sintomi, di un distanziamento che si cerca di attuare ma che, inevitabilmente e almeno in parte, non ci sarà.

È come se un linguaggio diverso, estraneo al mondo della scuola, fosse improvvisamente piombato all’interno delle nostre aule. E lo smarrimento di questi primi giorni è già non poca cosa: cosa sarà dopo, di fronte ai purtroppo prevedibili momenti di confusione, indecisione o – peggio ancora – panico che potrebbero scatenarsi durante il periodo delle inevitabili influenze stagionali? Saranno gli alunni e i docenti, il corpo della scuola tutto, in grado di reggere l’urto?

Il peso, effettivamente, sembrerebbe troppo, e per questo servirebbe – ma presto, molto presto – che le scuole venissero aiutate veramente, per esempio dotandole di personale medico adeguato (il vecchio medico scolastico, che soltanto ragioni di bilancio hanno a suo tempo eliminato). Ma di questo, almeno per ora, non c’è traccia. Eppure se ne avverte il bisogno fin da questi primi giorni, nei quali si intravede come, accanto al problema sanitario, ne possa emergere un altro, non necessariamente secondario: quello di un disagio psichico che la società già manifesta (valga per tutti l’indicatore dell’aumento spropositato del consumo di psicofarmaci). Ecco, di fronte a queste emergenze (purtroppo realistiche), la scuola non può essere lasciata sola e sarebbe bello se questa fosse l’occasione di un’inversione di rotta che mettesse l’istruzione al primo posto non nelle parole ma nei fatti.

Per ora, al di là della buona volontà dei singoli (ministri, sottosegretari, funzionari), si stenta a riconoscere il segno di un cambiamento vero. Prova ne sia la vicenda – davvero imbarazzante – delle elezioni fissate a ridosso della riapertura delle scuole, così da rendere zoppo e problematico il loro cammino fin dall’inizio in quello che si preannuncia come l’anno più tormentato della scuola italiana. Eppure sarebbe bastato poco, cosa costava anticipare l’appuntamento elettorale al 7? Ma sono le ragioni della politica, non la politica che si occupa della polis ma quella che si occupa degli interessi dei partiti e della loro sopravvivenza, a venire sempre prima; e la scuola, almeno per ora, a venire dopo.

Esplorazioni nel verde: foglie ai “raggi x”

in Archeodidattica: strategie e laboratori/Senza categoria by
Partiamo alla scoperta delle foglie, per imparare a osservare la natura con attenzione e meraviglia.

L’estate per me è la stagione delle vacanze, dello stare all’aria aperta, della libertà, del mare con gli amici, dei giochi fino a tarda sera, dei tempi lenti… L’estate, per me che sono mamma, rappresenta anche un tempo diverso da trascorrere con i miei figli. Mentre l’inverno, la primavera e l’autunno ci tengono chiusi in casa, non tanto per il clima quanto per i tanti impegni lavorativi e non, l’estate ci ferma e ci chiama fuori: e allora stiamo fuori!

Per me, che sono un’eterna curiosa (e anche un po’ iperattiva!), lo “stare fuori” non può ridursi a vivere passivamente gli spazi esterni. Così ogni occasione è buona per osservare, raccogliere, disegnare, catalogare… Naturalmente ho trasmesso questo “vizio” anche ai miei figli e a ogni passeggiata riempiamo la casa di “tesori ritrovati”!

Ho imparato molte cose utili osservando ciò che mi stava attorno con curiosità e attenzione. È per questo motivo che insegno ai miei figli, ai ragazzi e ai bambini che incontro a scuola, a non essere fruitori passivi di quello che li circonda. Nella mia esperienza personale, conoscere e imparare non devono essere azioni delegate alla scuola e ai libri di testo; al contrario, credo che la vera conoscenza si attui proprio attraverso le esperienze positive e meravigliose che si vivono tutti i giorni.

Di conseguenza tutti i laboratori che propongo nelle classi sono sviluppati attraverso una didattica di tipo laboratoriale e basati sull’esperienza attiva; sono creati per meravigliare e per suscitare nei bambini e nei ragazzi il desiderio di “saperne di più”.

Per riuscire a coltivare anche d’estate questo modo di vedere il mondo, ho pensato a un percorso di giochi di esplorazione, per vivere gli spazi del giardino, del parco, del mare, della montagna, della piscina (e chi più ne ha più ne metta!) con un atteggiamento di curiosità e meraviglia, quasi scientifico!

Non solo quindi “guardarsi attorno e giocare”, ma piuttosto “osservare per capire”. Non che la natura sia solo da studiare, o che non si possa godere di un panorama senza disegnarlo o fotografarlo; credo però che conoscere quello che ci circonda sia una delle strade per amarlo e rispettarlo.

Francis Bacon scriveva: “La meraviglia è il seme da cui si genera la conoscenza”, e osservare la natura da vicino non può che suscitare grande meraviglia! I giochi di esplorazione avranno quindi lo scopo di accompagnare voi, i vostri bambini e i vostri alunni durante l’estate, proponendovi attività per imparare giocando e meravigliandosi.

Cominciamo quindi con le Esplorazioni nel verde

La prima che vi propongo si intitola “Foglie ai raggi X”, titolo dell’omonimo percorso del progetto Mani in Gioco. Obiettivo del laboratorio in classe è riflettere, attraverso l’esplorazione sensoriale e la discussione nel gruppo, sulle caratteristiche visibili delle foglie cioè il colore, la forma, le venature e poi creare un libretto con le tracce del lavoro.

Per gli appassionati di albi illustrati, consiglio la lettura di Giocare fuori, di Laurent Moreau, ma anche l’interessante recensione realizzata da Roberta Favia in Teste Fiorite, che introducono perfettamente il tema di cui parlavo prima: stare fuori con uno sguardo curioso e attento. E ora cominciamo!

Per dare continuità alle nostre “Esplorazioni” ho pensato di creare dei file che, stampati in A4, poi piegati in due e incollati fra loro, creino un libretto a cui si possono aggiungere infiniti fogli. Stampate quindi il file “copertina” e “foglie ai raggi x”. Di “copertina” ne stamperete uno per ciascun bambino mentre per il file “foglie ai raggi x” ne stamperete uno per ciascuna foglia a cui vorrete fare i “raggi x”!

Gli altri materiali che serviranno per costruire il libretto e realizzare l’attività sono (fig. 1):

  • Alcune foglie di alberi, cespugli o piante varie… possibilmente raccolte da terra
  • Carta da lucido
  • Colori a cera
  • Carta bianca da fotocopia
  • Colla stick
  • Forbici
  • Matita
  • Pinzatrice

Prendete 2 fogli con lo spazio per la scheda della foglia e piegateli in due come per formare un libretto. Ora mettete la colla stick nella parte bianca fra un foglio e l’altro, per unirli insieme come nell’immagine (fig. 2, 3).

Questo passaggio lo potrete rifare tante volte quante sono le schede delle foglie a cui vorrete fare i “raggi x”; alla fine delle “Esplorazioni” aggiungerete il foglio “copertina” incollandolo al libretto già formato (fig. 4, 4 a e 5).

Una volta costruito il libretto e scritto il nome (fig. 6 e 7), procediamo raccogliendo alcune foglie e, come scritto nell’elenco dei materiali, se riusciamo prendiamo quelle già cadute così da non fare male alla pianta (fig. 8).

La forma

Chiediamo ai bambini di osservare tutte le foglie raccolte: in cosa sono diverse? Per quello che possiamo osservare a occhio nudo, le foglie sono diverse nel colore, nella forma, nelle venature. Il laboratorio che segue ci permetterà di collezionare foglie di colori, forme e venature diverse.

Chiediamo ai bambini di prendere in mano la prima foglia, quella che preferiscono, e di osservarla bene. Quindi chiediamo: qual è la forma della foglia? A questa domanda di solito i bambini, a seconda dell’età, toccano con il dito il contorno, che corrisponde proprio alla forma della foglia; se non lo fanno proviamo noi a far vedere loro con il dito qual è il contorno.

In rete si trovano tantissimi schemi con le forme delle foglie e i loro nomi, perciò a seconda dell’età dei vostri bambini si potrà stampare uno schema e provare a dare un nome a quelle forme che i bambini riconosceranno e ridisegneranno con la carta da lucido (fig. 9).

A questo punto chiediamo ai bambini di mettere la foglia sul tavolo, di prendere la carta da lucido e, appoggiandola sopra la foglia, di ricalcarne il contorno (fig. 10, 11, 12). Una volta finito, chiediamo loro di ritagliare la foglia e incollarla nel libretto nella pagina con il titolo “Che Forma!”.

Foglie ai raggi X

Durante il laboratorio svolto in classe utilizzo due grandi tavoli luminosi per far vedere ai bambini le foglie ai “raggi x” osservando quelle parti che normalmente non notiamo: le venature. Foglie diverse hanno venature diverse: alcune rettilinee e altre a rete.

Prendiamo la carta da fotocopia e, usando le cere, realizziamo il frottage delle venature della foglia. Prima di cominciare togliamo la carta ai colori a cera perché li useremo strisciandoli, piatti, sopra il foglio (fig. 13, 14, 15, 16).

Una volta terminato il lavoro pinziamo con una puntatrice la foglia vera nella prima pagina “foglie ai raggi x” e incolliamo a fianco la foglia realizzata con il frottage.

Questa tecnica si può realizzare in due modi: appoggiando il foglio bianco sulla foglia e colorare, magari sovrapponendo anche più colori; colorando con una cera (possibilmente di colore più chiaro della tonalità successiva) il foglio e poi facendoci sopra il frottage (fig. 17, 18).

Ho preparato infine una parte da compilare con il nome della pianta ed eventuali note che si vorranno aggiungere. Buon lavoro!


Approfondimento

Se ti interessa l’argomento e vuoi approfondire con degli strumenti, abbiamo pensato a una selezione per te.

Tre libri di scienze facili e divertenti

in I Venerdì di Vincenzo Schettini by
Alice nel paese dei quanti
Tre titoli di scienze appassionanti come romanzi, da leggere fino all’ultimo respiro… sotto l’ombrellone!

Estate significa da sempre un bel libro da leggere sotto l’ombrellone o all’ombra di un albero… e se i libri fossero addirittura tre e di scienze?
Sì, avete già indovinato: stiamo parlando dei consigli di lettura di Vincenzo Schettini, uno dei professori più amati e seguiti sui social da studenti, insegnanti e genitori di tutta Italia!

Il suo canale “La Fisica Che Ci Piace” ha superato addirittura i 51.000 iscritti! Niente male per un prof che parla di formule e leggi… Il suo segreto? Basta leggere i suoi post e vedere le sue lezioni on-line per capirlo!

Dopo gli ultimi articoli dedicati ai suoi incredibili e seguitissimi video del venerdì, che potete trovare nella sua rubrica di Occhiovolante, questa volta il professor Schettini ci ha dato appuntamento in riva al mare, davanti a una splendida scogliera pugliese, per darci dei consigli di lettura imperdibili: tre libri di scienza, facili da leggere, per grandi e piccoli lettori.

Allora, non resta che ascoltare dalla viva voce del professore i suoi consigli!

Per chi non avesse avuto carta e penna a portata di mano, mentre il professore parlava, ecco i tre titoli.

David Gilmore, Alice nel Paese dei Quanti. Le avventure della Fisica, Cortina Raffaello Editore

Richard Feynman, Sei pezzi facili, Adelphi Editore

Partha Ghose, Dipankar Home, Il diavoletto di Maxwell, Dedalo Editore

Buone vacanze e buone letture!

La scuola che verrà: i limiti e i problemi

in Ora di Alternativa by
Proviamo a far luce, insieme a Valerio Camporesi, sui limiti e i problemi della scuola. Ma anche a immaginare come sarà nel prossimo futuro.

Forse mai come in questo periodo si parla così tanto di scuola: lo si fa sull’onda dell’emergenza e dei pesanti dubbi su ciò che accadrà a settembre, tanto da riempire spesso le prime pagine dei giornali. L’emergenza Covid-19 ha fatto venire al pettine i tanti nodi irrisolti e i limiti del sistema Italia (come la Sanità). Nel caso della scuola, ha messo in luce in modo improcrastinabile i limiti e le difficoltà di un sistema gravato da miliardi di euro di tagli e da nessuna, o scarsa, considerazione in sede politica.

Trovare fondi per la scuola appare oggi un’impresa titanica, laddove ne sono stati stanziati molti di più per altre cause, sempre più importanti, sempre più indifferibili, o a volte già perse (come per Alitalia). La scuola all’ultimo posto, potremmo dire per rovesciare – in modo ahimè ben più realistico – uno slogan oggi ricorrente.

A differenza di altre volte, però, c’è qualcosa di diverso. O la scuola riparte, e riparte sul serio, oppure il Paese si fermerà, e non sarà una fermata breve. Non è possibile infatti immaginare milioni di famiglie impossibilitate a lavorare a causa di una scuola che non c’è, né milioni di studenti che, confinati nelle loro case, saranno destinati ad accumulare ritardi incolmabili nei programmi e nella didattica, con danni irreparabili per i destini individuali e collettivi.

Per fare ripartire la scuola occorre però un cambio di paradigma, a partire da una centralità non più solo esternata verbalmente ma praticata nei fatti, iniziando dalla restituzione di tutti quei fondi tagliati; a partire dai famosi tagli ”lineari” della non rimpianta ministra Gelmini.

Senza di ciò la scuola non ripartirà, perché le misure di distanziamento non potranno essere applicate in classi di venticinque o trenta alunni, così come le altre norme. C’è voluto il Covid-19, forse, per fare emergere la realtà delle aule sovraffollate, in cui i docenti non sono in grado di fare lezione. A volte ci vuole un evento forte per illuminare le cose.

Dovremmo smettere di dire che la scuola può ricominciare con tutta quella serie di misure.

Quelle misure infatti non saranno mai adottate per il semplice fatto che non sono realizzabili in strutture scolastiche: dalle mascherine al distanziamento, dagli alunni fermi sei ore sui propri banchi, sui quali dovrebbero consumare anche la propria merenda, fino alle ineffabili barriere di plexiglas. Perché non dire la verità? La scuola deve ripartire con le modalità tradizionali perché è l’unico modo di fare scuola, dai tempi dei tempi: alunni (nel numero giusto), un’aula, un insegnante. E invece no: dalle lezioni nei parchi a quelle nelle piazze, nei teatri o in strutture non meglio specificate, che i presidi dovrebbero (con quali poteri?) individuare, è stato tutto un profluvio di immagini, narrazioni, discorsi irrealistici.

Non si può non riconoscere l’oggettiva difficoltà di chi ha dovuto e deve prendere decisioni in campo scolastico partendo dalle indicazioni degli organismi sanitari non sempre chiare e coerenti. Però vorremmo più ragionamenti seri, basati sulla realtà: ad esempio (e a proposito di tagli), non sarebbe forse questa l’occasione per ripristinare le ore di compresenza alla scuola media? Si trattava infatti di uno spazio che funzionava benissimo, circa quattro ore a settimana in cui la classe veniva divisa in sottogruppi ognuno dei quali assegnato ad attività specifiche e ad hoc (recupero, potenziamento), purtroppo eliminato dalla riforma Gelmini che altro non era che un corposo piano di tagli generalizzati.

Crediti immagine di copertina: Roel Dierckens

Ci siamo dimenticati di ascoltare i bambini!

in Giochi senza frontiere didattiche by
Dopo l’emergenza legata al Covid-19, Giovanni Lumini ci ricorda con un po’ di amarezza quello che di importante le istituzioni si sono dimenticate in questo difficile periodo: ascoltare i bambini.  E poi ci racconta tanti giochi divertenti che potranno riempire le loro vacanze!

Ancora una volta non siete riusciti ad ascoltare i bambini, a comprenderli. Non nel senso di “capirli”, perché quello non lo fate da un po’, ma nel senso di farli rientrare nelle decisioni importanti. Di far sì che siano “compresi”. Ancora una volta non li avete visti, ve li siete lasciati scivolare accanto, perché piuttosto che incrociare i loro sguardi era comunque meglio non guardarli. Ancora una volta li avete affidati in toto a quella micro-società che è la famiglia... Perché non siete stati in grado di capire il loro ruolo nella macro-società dello Stato. Ancora una volta avete pensato “che ci pensa mamma”, un po’ maestra, un po’ gendarme. Ancora una volta li avete riempiti di incarichi, compiti, incombenze... Perché credete che il loro tempo vada riempito, proprio fino all’orlo, piuttosto che vederne le esigenze e i sogni. Ancora una volta non avete visto che “uscire fuori” non è una cosa astratta, ma, per loro, è motivato solo e semplicemente dall'”incontro con”.

Ancora una volta (l’ennesima volta) li avete considerati i “cittadini di domani“. Ancora una volta li avete inseriti in una categoria, piuttosto che vedere il quadro globale.

Ancora una volta avete deciso che questa categoria poteva essere quella nella quale, con un colpo al cerchio del papà e un colpo alla botte della mamma, tutto sarebbe andato bene.

Ancora una volta le bambine e i bambini vi hanno urlato, con tutta la loro forza sommessa, che sono persone. E voi non li avete ascoltati.

Un lungo periodo è passato e tutti speriamo di essercelo lasciato alle spalle. Questa mia amara riflessione è stata per me la constatazione dell’incapacità di tener conto dei più piccoli. In ogni caso, giocare non è mai stato così importante come in questo particolarissimo momento della nostra vita.

La richiesta di giochi, di puzzle, di strumenti artistici, di laboratori si è fatta molto sentire poiché la segregazione obbligava ad aguzzare l’ingegno per promuovere un positivo tempo di vita.

Ho ricevuto tanti ringraziamenti da parte di famiglie che sono riuscite a rendere il momento un po’ meno difficile proprio grazie ai giochi. In particolare ai giochi da tavolo, che di volta in volta riuscivo a suggerire.

Quindi mi appresto a riprendere con i miei consigli indicandovi “a raffica” alcuni interessanti giochi che durante le vacanze potrebbero, ancora una volta, fare la differenza, rispetto ai famigerati “compiti per le vacanze”.

Hana-bi

Con Hana-Bi (ed. Oliphante) metterete alla prova la vostra capacità di collaborare senza imbrogliare perché questo gioco cooperativo, vincitore del prestigioso premio Spiel des Jahres nel 2013, crea già qualche primo imbarazzo da subito.

Le carte che vengono distribuite, infatti, dovranno essere tenute al rovescio; in tal modo le farete vedere agli altri, ma non potrete vederle voi…

Lo so, la tentazione di piegare un po’ le mani per dare una sbirciatina è forte, ma se riuscirete a dominarvi, il gioco si mostrerà in tutta la sua bellezza.

Si tratta di collaborare in maniera più logica possibile, tenendo conto anche di sottintesi o interpretazioni, per giocare le giuste carte nel giusto momento. Scopo del gioco è creare

5 bellissimi fuochi d’artificio (Hana-Bi appunto in giapponese) sapendo che potremo fare solo tre errori. Saremo in grado di “stupire il pubblico”? Il gioco è  adatto dagli 8 anni in su.

Ticket to Ride

Ticket to Ride (ed. Asmodee), anch’esso indicato dagli 8 anni in su, con la possibilità però di iniziare prima, è il classico gioco per famiglie che può tranquillamente mandare in pensione Monopoly e Risiko, permettendo partite dalla durata certa e limitata (massimo 45/50 minuti).

Invece di sfogare la propria brama di denaro e di costruzione di case e alberghi o la propria predisposizione alla distruzione bellica di armate più o meno colorate e alla conquista del mondo, Ticket to Ride vi propone di connettere, unire, mettere in comunicazione, con ferrovie, le città d’Europa (o degli Usa a seconda della versione base che scegliete) allo scopo di raggiungere degli obiettivi.

Dalla sua Ticket to Ride ha un sistema di gioco che è quasi completamente avulso dalla fortuna (non ci sono dadi) e dipende invece dalle nostre scelte, dalla nostra capacità di programmare, dalla nostra attitudine a mettere in pratica delle strategie.

Tutti elementi, se mi permettete di aggiungere, estremamente produttivi e di sicuro significato se calati anche nella dimensione scolastica.

La possibilità di aggiungere al gioco base delle espansioni accresce fisicamente la “geografia” del gioco stesso avendo l’opportunità di costruire ferrovie in Olanda, Pennsylvania, nella Gran Bretagna di fine 800, nell’Asia leggendaria, in Svizzera, in Italia, in Giappone e in tante altre mappe, ognuna delle quali svilupperà nuove regole di gioco e nuovi scenari.

La Scala dei Fantasmi

Come terza proposta, adatta anche alle bambine e ai bambini più piccoli (dai 4 anni in su), vi segnalo La Scala dei Fantasmi (ed. Devir) nel quale un classico gioco di percorso diventa un bellissimo e divertente esercizio di memoria visiva.

Con il nostro segnalino dobbiamo raggiungere la cima della scala, ma piano piano tutti i segnalini verranno “coperti” da fantasmi che nasconderanno i colori dei segnalini stessi.

Quando toccherà a me muovere, starò muovendo il mio segnalino o favorirò qualcun altro? E quando penso di essere arrivato in cima e rivelo il colore… potrei anche aver fatto vincere un’altra persona!

Per saperne di più ecco un video di un paio di minuti, della mia recensione durante il lockdown.

Vi segnalo una ricca playlist in cui potrete trovare le spiegazioni di altri giochi e idee interessanti… Magari da sperimentare a settembre a scuola, in quella vera scuola che o è in presenza o non è. Buone vacanze, buon gioco a tutte e a tutti!

Un album di memorie domestiche, tra storia individuale e collettiva

in Tracce di scuola intenzionale by
Insieme a Sonia Coluccelli, partiamo alla scoperta di tutte quelle memorie domestiche nascoste nelle nostre case.

Sembra stretta, sempre uguale questa casa. Siamo qui da quasi tre mesi e anche chi di noi ha un cortile o un giardino, chi si concede ora qualche passeggiata, sente la ripetitività di spazi sempre uguali, conosciuti in ogni angolo, in ogni dettaglio. Forse. O forse no. Quante memorie sono nascoste in questa casa che è la nostra, da sempre, che ci soffoca ora o ci annoia. Mi sembra un buon momento questo per cambiare punto di vista sul luogo che rischiamo di abitare senza vederne le tracce impolverate che ci aiutano a sapere chi siamo e da dove veniamo.

Un viaggio nel tempo

Ciao bambini!
Oggi vi propongo di fare un viaggio nel tempo, un’esplorazione, una caccia al tesoro, dentro casa vostra, tra quelle stanze e quei mobili che conoscete tanto bene ma che forse nascondono storie di cui non sospettate neanche l’esistenza.

Può essere un insieme di foto o solo una, un vecchio attrezzo da lavoro, una collana indossata tanti anni fa dalla mamma in una sera speciale, una cassetta di musica che ancora si riesce ad ascoltare o il ricordo di un viaggio fatto prima che voi nasceste, un vestito indossato in un’occasione speciale e lontanissima, un libro di scuola di 40 anni fa o chissà cosa di diverso e misterioso potrà saltare fuori da un armadio, dal fondo di un cassetto, dagli scaffali alti di una libreria o, come nei film, dagli scatoloni della cantina o del solaio o del magazzino degli attrezzi in cortile.

Chiedete a mamma o papà o ai nonni se sono in casa con voi o in una delle vostre (video)chiamate di raccontarvi quel pezzo della loro vita, della vita della nostra famiglia che va più indietro della vostra memoria di bambini di 10 anni. Fatevi raccontare la storia di quell’oggetto, fotografatelo e condividete in questo spazio immagini e racconti, così da creare un album delle memorie ritrovate nelle vostre case nei giorni in cui queste mura possono sembrarci un po’ troppo strette.

Coinvolgete i vostri genitori per raccontarvi nei dettagli questi pezzi della loro vita che possono essere molto affascinanti perché in fondo vi riguardano anche se non ne siete stati testimoni diretti. È un dono grande capire meglio da dove veniamo, perché quella che è la storia della nostra famiglia prima della nostra nascita ci riguarda, è dentro di noi anche se non sempre ce ne rendiamo conto.

Questa cartella rimane aperta anche dopo la raccolta dei vostri primi contributi e dopo che li avremo raccolti in un album. La vostra casa potrà infatti sicuramente regalarvi altre sorprese, se vorrete continuare a cercare, a chiedere, a essere curiosi.

Allora, come dicono gli scout, buona caccia!
Maestra Sonia

Album collettivo

Ecco la lettera di qualche settimana fa per i miei bambini di scuola, una nuova proposta per rimanere nel cerchio. È un lavoro apparentemente centrato sulla dimensione individuale, sulla ricostruzione della storia più remota della propria famiglia, attraverso oggetti che aprono finestre su un passato a cui i bambini non hanno mai assistito.

Ma la messa in comune di quei racconti e di quelle immagini poi convergerà in un album collettivo con le immagini e i testi di ognuno; un album che ciascuno potrà sfogliare e guardare con sorpresa; per godere della condivisione di un pezzo della storia del proprio compagno o stupirsi per la comunanza di memorie condivise, che solo ora si manifestano. Lo stesso oggetto, la stessa piazza, la stessa canzone.

La storia di ciascuno sta sempre dentro una Storia più grande e a volte sono gli oggetti quotidiani a mostrarci quanto questo sia vero, quanto gli intrecci e le origini non ci vedano così separati. Basta voltarsi un po’ più indietro e ascoltare un racconto che arriva da lontano.

Mi sembra che questo viaggio nel passato, solo apparentemente vintage, ci aiuti anche a vivere il presente, a guardare questo nostro tempo con un po’ di distacco. Non un eterno “per sempre” ma un tassello della storia che si sta facendo sotto i nostri occhi e di cui tenere a nostra volta memoria e traccia, magari con un diario, delle foto, questo stesso album, il libretto della storia scritta con una staffetta tra compagni e qualche altro buon ricordo di questi mesi di scuola nell’emergenza; e sicuramente, quando non ci occorreranno più, le mascherine che ci aiuteranno tra qualche decennio a raccontare – a chi non c’era – le memorie di una pandemia.

Scopriamo il concetto di “tempo”

in Archeodidattica: strategie e laboratori by
Un divertente e stimolante laboratorio di archeo-didattica, proposto da Erica Angelini, per avvicinare i più piccoli al concetto di “tempo” relativo e assoluto.

In questo periodo di reclusione forzata anche i miei laboratori di storia e di archeo-didattica sono stati, naturalmente, sospesi. Per questo ho pensato di realizzare un laboratorio sul concetto di tempo utilizzando ciò che possiamo trovare in casa.

In quasi tutte le scuole con cui collaboro, le maestre e i maestri hanno scelto di lavorare con percorsi annuali che supportino l’attività didattica dell’insegnante con una cadenza regolare; questo permette a me e ai bambini di conoscerci meglio e di coltivare, oltre che la storia e le attività connesse, anche la relazione

Incontrandoli più volte imparo a conoscerli cercando di tirare fuori il meglio da ciascuno. In ogni classe ci sono “timidi”, che hanno bisogno di qualche momento in più prima di alzare la mano, ci sono i “disinteressati” che si agganciano al lab solo se trovi la chiave per entrare nel loro mondo, ci sono gli “iperattivi” che di solito sono ottimi aiutanti tutto fare e… tanti altri.

Scuolaforesta di Stefano Bordiglioni è un libro che parla proprio di tutti quegli “animali misteriosi e buffi” che popolano le aule di scuola. È quasi un manuale di etologia scolastica e i bambini vengono suddivisi in diverse categorie: soporiferi, insaziabili, sfuggenti, adesivi…

Ed è proprio così!

La scuola, quella vera e buona, unisce bambini tanto diversi e, nonostante questo, riesce spesso a valorizzare questa diversità, consentendo a ognuno di trovare il suo posto.

Archeo didattica casalinga

Alcune maestre mi hanno contattata per chiedermi di preparare alcuni video incontri per concludere in modo creativo i nostri percorsi. Le difficoltà nel preparare questi laboratori a casa sono tante, anche perché, nelle attività che propongo a scuola, tengo molto alla qualità di materiali e strumenti.

Dovendo invece lavorare con quello che si ha a casa, i limiti sono davvero grandi!

Per il primo esercizio mi è venuta in aiuto A., mia figlia grande, proponendomi di giocare con la dispensa. Prima del coronavirus, non tutti avevano una dispensa, ma ora, con le restrizioni che ci sono state per gli spostamenti, credo che ognuno abbia provveduto a creare un angolo in casa in cui tenere qualche scorta.

Perciò ecco l’idea…

Giochiamo con il tempo

Uno dei concetti fondamentali che è necessario acquisire nello studio della storia è quello del tempo; tempo presente, passato, futuro… Non sono concetti facili da far capire a un bambino, anche perché il tempo della storia che studiano i bambini alla scuola primaria è davvero lunghissimo e soprattutto molto distante da noi!

È un tempo quasi inconcepibile per loro perciò bisogna, prima di cominciare a seminare informazioni, preparare bene il terreno.

Uno dei giochi che realizziamo in classe, per lavorare su questo concetto, è quello della linea del tempo. È un gioco semplice che consiste nel dare un elenco di avvenimenti che di solito accadono nella vita del bambino e della sua famiglia, anche prima della sua nascita, come la nascita del padre, della madre ecc.

Ogni bambino deve mettere in fila, sulla linea del tempo, gli avvenimenti dati, partendo da quello più antico, e quindi più distante da noi, a quello più recente.

Questo gioco, molto semplice, introduce due concetti fondamentali:

1. Prima e dopo: alcune cose succedono prima, altre cose dopo, ed è necessario metterle in ordine per ricostruire la storia di ciascuno di noi e la storia dell’uomo. La storia dell’uomo e della Terra non sono altro che l’insieme, ben raccordato, di tanti pezzettini di storie.

2. La differenza fra datazione relativa e assoluta: quando l’archeologo trova un oggetto non è necessario capirne subito la data assoluta (cioè quella del calendario, per intenderci) di costruzione dell’oggetto, ma è necessario metterlo in relazione con gli oggetti ritrovati vicino. Se l’oggetto è stato trovato sul pavimento allora, quasi certamente, sarà più recente del pavimento. Se l’oggetto è un vaso e all’interno ci trovo una moneta, quasi certamente la moneta sarà più recente del vaso. In questo modo creo una cronologia relativa.

Un’altra cosa molto importante è che, giocando con avvenimenti conosciuti, il bambino riesce a collegare i concetti astratti di tempo passato, presente e futuro a cose reali, che sono accadute, accadono o accadranno nella sua vita. In questo modo, con questi giochi e ragionamenti, mettiamo delle basi sicure e concrete per le conoscenze future.

A scuola giochiamo con l’attività descritta sopra ma, a casa?

Giochiamo con la dispensa!

Chiediamo ai bambini di prendere dalla dispensa alcuni cibi dove c’è segnalata la data di scadenza. Io ho preso: uova, pasta corta, spaghetti, farina, tonno, ceci in scatola, crema di nocciole, marmellata.

Dopo aver preso almeno 7, 8 prodotti diversi, chiediamo ai bambini di metterli in fila da quello che scadrà per prima a quello che scadrà per ultimo. Lo stesso gioco si può fare con le date di confezionamento.

Ed ecco il risultato del mio lavoro!

Questa sera frittata, mentre per il tonno c’è tempo… Buon lavoro a tutti!

Essere multitasking… e gli altri video del venerdì!

in I Venerdì di Vincenzo Schettini by
Non solo matematica e scienza: il professor Vincenzo Schettini, nei suoi video del venerdì, regala tanti utili consigli agli studenti e agli insegnanti che lo seguono.

Dopo il successo del primo articolo torna uno dei professori più amati dal web e volto noto della televisione, Vincenzo Schettini, il cui canale YouTube “La Fisica che ci piace” conta ormai quasi 50.000 iscritti! Dimostrazione tangibile che anche gli argomenti più ardui e difficili – quando vengono raccontati con leggerezza, precisione e il sorriso sulle labbra – vengono apprezzati da tutti.

Mentre gli studenti e gli insegnanti di tutta Italia sono alle prese con la DAD, per portare a termine un anno scolastico veramente incredibile, di cosa ha parlato Vincenzo Schettini nei suoi “video del venerdì” di maggio?

Per scoprirlo, basta chiederlo direttamente a lui…

Eccoci qua! I video di questo mese sono gli ultimi che chiudono un ciclo di video pubblicati ogni settimana. Quest’estate, esattamente come la scorsa, programmerò video sul mio canale ma in maniera molto più free. Quindi, invitandovi a continuare a seguirmi, ecco i video che ho pubblicato a maggio!

Nel video di venerdì 8 maggio, davvero speciale, ho avuto quattro studenti maturandi ospiti da quattro diverse regioni italiane: abbiamo parlato delle loro emozioni, dei loro dubbi e delle idee che in quel momento avevano sugli esami di stato

Venerdì 15 maggio ho parlato della mia esperienza di “organizzazione giornaliera”. Ho condiviso con i miei followers tre step fondamentali per essere super organizzati nella vita:

Avendo ricevuto centinaia di richieste sugli argomenti per la maturità, venerdì 22 maggio mi sono dedicato proprio all’orale di maturità: ho suggerito e discusso cinque argomenti top per preparare l’elaborato di fisica per gli esami di stato…

Venerdì 29 maggio mi sono dedicato ai ragazzi delle scuole della secondaria di I grado: ho mostrato cinque errori da non commettere per scrivere correttamente un’ottima tesina per gli esami (argomento super interessante anche per i ragazzi più grandi)…

Splendidi film di animazione tutti da scoprire

in Pensare con gli occhi by
Grazie ai consigli di Carlo Ridolfi, andiamo alla scoperta di alcuni splendidi film di animazione oggi disponibili gratuitamente

Mentre prosegue la vita sospesa da una pandemia che sta cambiando il volto del mondo intero, continuiamo a rintracciare alcune – delle molte ormai disponibili – perle nascoste di animazione fino ad oggi nascoste o addirittura indisponibili.

Due fra le maggiori sono raggiungibili al sito della Cineteca di Milano. Si tratta di due splendidi film di animazione, oggi disponibili in streaming gratuito.

La regina delle nevi (URSS, 1957)

Versione a disegni animati, diretta da Lev Amatanov, di una delle più belle fiabe di Hans Christian Andersen, conserva la freschezza, l’originalità e la grazia di un’opera che non si rivedeva da tempo (a mio parere, con la misura delle differenze d’epoca e di capacità tecnologiche, non inferiore, se non persino più significativo, delle maxiproduzioni statunitensi che hanno prodotto i due film di Frozen).

Putiferio va alla guerra (1968)

Uno dei rarissimi lungometraggi a disegni animati prodotti da quella che è stata una grandissima scuola di inventiva, ironia, divertimento e passione come quella degli animatori italiani. Si tratta di Putiferio va alla guerra (1968), realizzato dai fratelli Gino e Roberto Gavioli, con la collaborazione di Paolo Piffarerio. Per rappresentare la necessità di superare le divisioni tra esseri dal destino comune, la storia della lotta tra formiche (che poi scopriranno di avere un nemico da affrontare insieme) è quanto di più utile e giusto ci sia di questi tempi.

Altro sito di grande utilità è quello di My French Film Festival che fino a fine maggio, almeno al momento, mette a disposizione in visione gratuita venti fra corto e lungometraggi significativi delle ultime dieci edizioni del festival del cinema francese.

Vi si trovano alcuni gioiellini della produzione in animazione internazionale, come Il giorno delle cornacchie (2012) diretto da Jean-Christophe Dessaint fra i lungometraggi, o, fra i corti, i deliziosi Dopo la pioggia (2018) del trio franco-spagnolo Valérian Desterne, Juan Olarte Zuniga e Carlos Osmar Salazar, Il sogno di Sam (2018) di Nolwenn Roberts, Il silenzio sotto la corteccia (2018) di Joanna Lurie, La tigre senza strisce (2018) di Raùl Robin Morales Reyes.

La selezione continua, ma va esplorata e goduta con curiosità e attenzione, con molte altre proposte per bambini e adolescenti, fra le quali ci piace citare lo splendido documentario (in alcuni passaggi forse un po’ arduo come temi trattati e per questo adatto a un pubblico 10+) Come ho odiato la matematica (2012) di Olivier Peyon. Al di là del titolo volutamente provocatorio, si tratta di un’accuratissima e avvincente trattazione dell’evoluzione scientifica e didattica della matematica e della sua importanza nella vita di tutti i giorni.

I venerdì di Vincenzo Schettini

in Esperienze digitali/I Venerdì di Vincenzo Schettini by
Arriva su Occhiovolante la nuova rubrica del professor Vincenzo Schettini, con tanti consigli per studenti e insegnanti.

Inauguriamo oggi la nuova rubrica curata da Vincenzo Schettini, professore di fisica, famoso youtuber grazie al suo canale La fisica che ci piace e volto noto su programmi Sky e Rai. Uno dei pochi professori capaci di mettere d’accordo, con le sue video lezioni a distanza, studenti, genitori e insegnanti!

Qual è il segreto delle lezioni di Vincenzo Schettini? Sicuramente il modo originale con cui tratta argomenti di fisica, matematica e chimica, la semplicità con cui racconta tematiche difficili; sono tantissimi infatti gli studenti che seguono le sue lezioni per prepararsi a compiti in classe ed esami. Ma il segreto di Schettini risiede anche nel riuscire a parlare a tutti, ad appassionare chiunque.

Non a caso, il suo canale youtube contiene tante sorprese, come ad esempio gli ormai famosi video del venerdì, nei quali il professore condivide le sue esperienze e dà tanti utili consigli agli studenti che lo seguono. Ma di cosa ha parlato nell’ultimo mese? Per scoprirlo, dobbiamo chiederlo direttamente a lui…

“In maniera “inevitabile” i video del mese di aprile sono stati dedicati al coronavirus e al lungo periodo di quarantena che tutti quanti stiamo vivendo isolati nelle nostre case”.

Venerdì 3 aprile, con un inizio cantato dallo stile parecchio rock (fra l’altro tutti i video del venerdì partono con me che canto!) ho parlato della scienza che sta ruotando attorno al virus: dalla corsa al vaccino alle cure, all’uso dei dati per la comprensione della pandemia fino ad arrivare alla progettazione di nuovi medicinali studiando le strutture 3D del virus tramite acceleratori di particelle”.

Venerdì 10 aprile è andato in onda il primo “video del venerdì” live! Proprio per il fatto di essere tutti a casa, ho pensato di interagire ancora di più con il mio pubblico: tema del video il possibile ritorno a scuola ora o a settembre, il destino degli esami di maturità, i probabili “stili didattici” dell’anno scolastico futuro. Centinaia le persone collegate!”.

“Venerdì 17 aprile mi sono preso una pausa per motivi personali, mentre venerdì 24 aprile è stata la volta della discussione sui possibili scenari della cosiddetta fase due, quella di cui stiamo parlando tanto: sì, infatti in questo video ho affrontato proprio il tema del ritorno alla normalità, se normalità sarà. Anche in questo caso in una discussione live ho fra l’altro toccato il delicato uso dell’App “immuni”.

Grazie professore e alla prossima!

La scuola che manca

in Ora di Alternativa by
Insegnanti, alunni, genitori: insieme a Valerio Camporesi, parliamo di una scuola che manca come luogo di dialogo e confronto.

Cos’è successo nella scuola italiana all’indomani della chiusura per il Covid-19? Si susseguono sulla stampa e in rete racconti diversi, ma forse con alcuni tratti in comune, il primo dei quali è il disorientamento. La scuola non era preparata a una simile evenienza, e sconta con l’ovvia difficoltà la situazione attuale: sono le problematicità ben note (alunni che non dispongono degli strumenti per la didattica a distanza, collegamenti che non sempre funzionano), in cima alle quali metterei la mancanza del rapporto diretto.

È possibile fare lezione senza guardare in faccia gli alunni, rinunciando a quelle dinamiche relazionali tra docenti e discenti costruite nel tempo e, spesso, con fatica? Se, come molti sostengono, il lavoro di un insegnante è anche attoriale (nel mio caso, insegno Storia ricorrendo spesso a piccole rappresentazioni sceniche in classe), può svolgersi a distanza? Verrebbe da dire di no, che il massimo che si potrà fare sarà tenere in qualche modo il filo di una comunicazione e, solo in minima parte, di una didattica. Forse, alla fine, conterà più di tutto non aver fatto sentire soli gli alunni, aver creato uno spazio di dialogo e di confronto in mezzo all’isolamento forzato che stiamo vivendo.

Eppure, nonostante i limiti e le difficoltà evidenti fin dall’inizio, nel corpo docente si è manifestata – non in tutti, non sempre – un’ansia da prestazione talvolta strisciante, talvolta debordante: nelle chat tra docenti era una gara a voler fare, un mettersi in prima fila a mostrare che si stava lavorando, che si era pronti, anche laddove i dubbi e il disorientamento apparivano più che legittimi.

Un’ansia che forse viene da lontano, da quella delegittimazione sociale profonda, instillata da decenni di narrazioni qualunquistiche veicolate anche da ministri (il noto Brunetta, secondo il quale gli insegnanti guadagnavano anche troppo, visto che “lavorano mezza giornata”), da percezioni svalutative di una professione difficile e nella quale il tempo passato a scuola costituisce di norma la metà di quello lavorativo effettivo (tra lezioni da preparare, compiti da correggere e riunioni). Una percezione e una narrazione che, tristemente, rischiano oggi di rafforzarsi, laddove gli eroi (giustamente) conclamati sono altri, lasciando nell’ombra tutti gli altri lavoratori che, pure, stanno continuando a lavorare (come gli insegnanti).

Anche le prime parole del ministro sono apparse significative: un voler mettere le mani avanti, fin da subito, un dire che “la scuola sta lavorando, è tutto come prima”, come se la scuola avesse una tara da correggere, una colpa da espiare, qualcosa che non permettesse di dire fin da subito: no, non sta andando come prima, la situazione è complicata.

Il rischio è che questo scenario si ripeta, magari rafforzato, quando si faranno i conti di questa crisi e si vedrà che, a fianco dei tanti caduti in miseria, ci sono i “privilegiati”, quelli che – come gli insegnanti – godono di uno stipendio fisso visto ormai come un privilegio e non, come dovrebbe essere, un diritto. Lo stipendio più basso d’Europa, eroso da tagli decennali, palesemente incongruo, ma tant’è.

La scuola però è fatta soprattutto dagli studenti, allora è lecito chiedersi: che tracce lascerà in loro quest’evento che qualcuno ha già definito periodizzante, tale da incidere profondamente nei modi di vivere e di pensare? Anche qui si sono susseguiti analisi e responsi, alcuni ai limiti della profezia. Non avendo doti profetiche, mi limito a dire: non so.

Mi preoccupa però l’effetto che il distanziamento sociale provoca negli studenti: che effetto avrà la rinuncia forzata a quel luogo di socialità e di incontro che è il mondo della scuola, con tutti i suoi contrasti e le sue dinamiche a volte anche conflittuali (tra alunni e insegnanti, tra alunni stessi)? Mai come adesso ci si accorge di quanto la scuola non sia solamente un’istituzione dispensatrice di nozioni, bensì in primo luogo un luogo di vita indispensabile, e la sua assenza rischierà di pesare. Nel momento in cui la scuola tornerà a vivere si troverà di fronte – forse – alunni ancora più disorientati, deprivati di quelle funzioni emotive che solo la relazione con gli altri può dare.

L’ultima riflessione riguarda la scuola che manca ai genitori, agli insegnanti, ma anche agli studenti: è forse questa la base da cui ripartire per darle più valore e legittimazione, per farla ricominciare con qualche stereotipo in meno, in primo luogo quello sulla scuola brutta e noiosa per definizione. Se fosse così brutta e noiosa, non mancherebbe così tanto!

Certificazioni BES e DSA, sono sempre necessarie?

in Ora di Alternativa by
In Italia, i dati ci dicono che forse ci sono troppe certificazioni BES e DSA: servono realmente sempre o si tratta talvolta di scorciatoie per alunni, genitori e scuole?

Mesi addietro parlo con una mamma al ricevimento: la figlia è in prima media, dobbiamo discutere circa il rinnovo del documento BES. L’alunna va bene, non mostra particolari problemi; dalle relazioni della scuola primaria risultava addirittura brillante. Unico neo: non usa il corsivo. Ne parlo con la madre, anche perché le rare volte in cui le ho visto usare il corsivo, lo ha fatto con ottimi risultati. “Mia figlia ha un quoziente intellettivo troppo alto: la psicologa ha sconsigliato di usarlo. Così evita di subire troppo stress”.

Lì per lì faccio fatica a comprendere il connubio quoziente d’intelligenza-corsivo-stress, poi realizzo l’assurda verità e propongo alla madre di cancellarla: documento BES cestinato e alunna che scrive in corsivo meglio di prima, senza finora aver manifestato segni di eccessivo stress.

L’episodio, uno dei tanti che riempiono l’infinita aneddotica scolastica, piena di aspetti paradossali, offre lo spunto per qualche riflessione: pur condannando ogni forma di generalizzazione sulle certificazioni BES e DSA, non si può non constatare la diffusa percezione – da parte dei docenti – di una pratica ormai fuori controllo, soggetta a regole e parametri a volte non chiari.

Alunni certificati per lieve iperattività o scarsa attenzione, alunni certificati per scarsa applicazione allo studio o perché non hanno mai imparato a leggere e a scrivere… e certificazioni che talvolta compaiono “magicamente” al redde rationem dei voti in pagella!

Insomma, ce n’è abbastanza per avere il sospetto che si sia non di rado abusato di una possibilità che invece dovrebbe essere utilizzata solo in alcuni e ben comprovati casi.

Che vi sia una proliferazione indebita di tali certificazioni pare confermato dai dati: come spiegare altrimenti, in molte classi, la presenza di un terzo di alunni certificati?

È forse diventata l’Italia un paese di disgrafici, dislessici o iperattivi affetti da disturbi d’attenzione? C’è forse, dietro a questo scenario, una rappresentazione di alcuni dei mali che affliggono l’Italia e il mondo contemporaneo?

Ci sono l’incapacità, sempre più diffusa, dei genitori a svolgere il proprio mestiere e la tendenza – di fronte ai problemi scolastici – a cercare la comoda scorciatoia della certificazione?

Una scorciatoia comoda per tutti: per l’alunno, il genitore, la scuola che così non deve stare in ansia per l’attesa di un eventuale ricorso contro la bocciatura.

Scorciatoia malefica, perché sottrae l’alunno al proprio compito di realtà, quello vero, far fronte alla realtà delle richieste cui è chiamato.

Malefica perché rafforza quel senso di irresponsabilità, di sottrazione al proprio impegno nel quotidiano, che rischia di creare una generazione di inadatti ad affrontare le – ahimè – inevitabili e numerose difficoltà della vita.

E, infine, scorciatoia che denota la sempre più marcata tendenza alla medicalizzazione della vita e del nostro rapporto con essa, per cui ogni difficoltà o malessere diventa subito patologia da estirpare e non questione da affrontare.

Ma se questo scenario esiste e si sta sempre più espandendo, una responsabilità grave ce l’ha la scuola e chi la governa, incapace di sottrarsi a dinamiche svilenti e prona ad assecondare sempre e comunque quelli che ormai non sono più genitori ma “clienti”; una scuola che a volte sembra aver abdicato ai suoi compiti di insegnare a leggere e a scrivere, obiettivi ormai fuori moda e retrogradi nella scuola dell’empatia e del cooperative learning (verrebbe davvero da rivalutare almeno qualcosa della scuola di prima, che forse garantiva un po’ di più le conoscenze di base).

Sembra urgente, in definitiva, il recupero di una funzione educativa garante dell’evoluzione degli studenti e non di una loro difesa a priori da quegli ostacoli e difficoltà che è compito primario della scuola far conoscere.

E tutto ciò, va ribadito, al netto di quei non pochi casi che meritano il ricorso alle certificazioni e per i quali le garanzie sono non solo legittime ma sacrosante.

Crediti copertina: Ignacio Palomo Duarte

Scrivere insieme, anche se lontani

in Tracce di scuola intenzionale by
La proposta operativa di Sonia Coluccelli per mantenere la relazione educativa anche se lontani. Perché la scuola si fa insieme!

Come mantenere la relazione educativa anche se lontani?

È mattina, Luca ed Elisa si alzano dal loro letto, fuori il cielo è grigio e si annuncia un’altra giornata senza scuola per colpa di un virus che ha un nome che sa un po’ di favola ma che fa diventare seri i visi di tutti i grandi. Che noia! È tutto chiuso e poi è meglio evitare di trovarsi in troppi nello stesso posto, così hanno detto i medici. Ma chissà cosa sta succedendo là fuori? Vorrebbero tanto avere qualche potere magico per volare in alto, invisibili, lo vorrebbero proprio. E lo sappiamo, i desideri quando sono intensi hanno potere di fare miracoli e così, senza nemmeno accorgersene, Luca ed Elisa si trovano per aria, leggeri come un aquilone che sorvola la città. Succede proprio ora, mentre tu stai leggendo, in questo giorno dove tutto è un po’ diverso dal solito. Si guardano sbalorditi un po’ spaventati; Elisa guarda il suo fratellone: “ e ora, dove andiamo Luca?” …

Inizia così, con una email che arriva ai bambini tramite i loro genitori, proprio nei primi giorni di chiusura delle scuole e di restrizioni severe, il viaggio di parole e pensieri di 19 bambini di una classe IV di scuola primaria.

I primi giorni li affronto di slancio, senza ancora aver predisposto dispositivi più strutturati per inviare loro proposte, materiali, progetti di lavoro comune.

Mi muovo con in testa quello che ancora oggi, dopo un mese, è l’obiettivo primario per attraversare questo tempo come maestra: rimanere con i bambini nel cerchio che è il luogo fisico di gran parte del nostro lavoro in classe, continuare a pensare e pensarsi insieme, partire dalla relazione per costruire sapere e per capire cosa farne del sapere, nel mondo. Sembra lontano il mondo, sembra lontana la nostra scuola e rimanere in cerchio non è facile. In quella mail lo scrivo e dico ai miei bambini quanto sono convinta che possiamo trovare strumenti per continuare a essere individui e gruppo anche a distanza.

La scrittura a staffetta è uno strumento semplice e stimolante, anche solo utilizzando il canale delle mail. Ed è uno strumento che è alla portata di bambini e ragazzi di diverse età, nei più piccoli in forma più ludica con l’aiuto degli adulti, nella primaria in modo più articolato seguendo lo sviluppo delle competenze dei bambini in crescita, per adolescenti delle secondarie con contenuti e riferimenti letterari potenzialmente anche molto complessi o specifici, dal fantasy, al romanzo storico, al giallo.

Insieme a quell’incipit mando a tutti i bambini l’elenco alfabetico della classe con i relativi indirizzi di posta elettronica e chiedo a ciascun bambino di leggere quanto gli arriva aggiungendo cinque righe e spedendo al successivo.

Il primo partirà dal mio spunto, scriverà il suo contributo, spedirà al secondo che aggiungerà le sue 5 righe e poi spedirà al terzo e così via. Sarà Marta, ultima in ordine alfabetico a rispedire a me la storia con i contributi di tutti.

Poche sere fa, tra le tante, trovo quella mail, dopo venti giorni che sembrano un’eternità, in cui tutto è cambiato molte volte, Luca ed Elisa, i protagonisti della storia, ritornano qui.

La lettura, ricca e lunghissima, che i bambini mi offrono è stupefacente: viaggi intercontinentali propiziati da un oggetto con poteri straordinari

C’è un anello d’oro. Luca dice: “Magari è un anello magico!”. Elisa lo mette al dito e lo gira e rigira, poi succede che li trasporta al Polo Nord.

 pezzi di vita e di luoghi del cuore

… l’amico del vecchio incantatore, di nome Adenane (nome del bambino che sta scrivendo questa parte, di origine marocchina NdA), gli dice “potete restare qui visto che voi siete i benvenuti e io potrei mostrarvi tutte le bellezze del Marocco: il deserto, la campagna, il mare, le montagne. Decidete voi dove volete che vi porti!” (…) si dirigono verso il posto più vicino: il mare. Quando arrivano a destinazione si siedono ad ammirare la bellezza delle onde, uno spettacolo meraviglioso che di certo avrebbero potuto vedere una sola volta nella loro vita, poi si dirigono verso le montagne (…) subito si mettono a giocare con la neve. (…) Dopo aver giocato si siedono ad ammirare il panorama, che è bellissimo e Adenane dice: “andiamo nel mio posto preferito, il deserto!” e lì cavalcano cammelli e guidano le moto di sabbia. Alla fine, Adenane dice: “adesso è l’ora che voi torniate in Italia perché dobbiamo accettare il nostro paese, quando c’è il male e quando c’è il bene “

 e la ricerca di una cura per il virus

Elisa gira l’anello e si ritrovano in Mongolia in una tenda colorata e misteriosa con all’interno tanti bambini che giocano. Luca ed Elisa gli chiedono: “Avete qualche antica medicina per sconfiggere il virus?”.

il riferimento ai luoghi dove si sta lavorando per salvare vite umane.

“Perché non andiamo all’ospedale Sacco? lì c’è un grande medico che si chiama Giuseppe, forse possiamo dare le tre pietre a lui.”

Incontri imprevedibili in luoghi dal nome evocativo

“noi cerchiamo il dottore che sappia unire le pietre magiche per sconfiggere il virus” Giuseppe dice loro che non è lì a Milano la persona giusta ma che devono andare a Roma.

Allora Luca chiede al dottore: dove si trova questa persona a Roma? lui risponde: si trova in via Il virus numero 19, ma non è un umano è un folletto di nome Flip, è uno scienziato!

E un finale degno di un libro fantasy

…improvvisamente, si sente un rumore sempre più vicino, come dei passi e poi un gran frastuono. Luca ed Elisa sentono un vento freddo. E una voce che dice: “Luca… Elisa… è ora di andare. Svegliatevi, pigroni! Dai, che finalmente si torna a scuola!” È la loro mamma che intanto sta tirando su la tapparella della camera e apre la finestra. Luca ed Elisa si guardano meravigliati e Luca chiede a Elisa: “Ma allora era un sogno? Tu cosa hai sognato? “ Elisa risponde: “Io ho sognato di salvare il mondo dal virus con te, un orso bianco, tanti personaggi simpatici e un folletto di nome Flip.

E tu?” “La stessa cosa” risponde Luca sorpreso. “Ma allora il virus?” chiedono entrambi alla mamma. È STATO SCONFITTO, grazie agli scienziati, ai medici, agli infermieri, a chi ha permesso a tutti di avere cibo e medicine… e anche alle tante persone che sono state a casa come voi.” Luca ed Elisa si guardano e si abbracciano gridando di gioia, felici che la realtà sia più bella del sogno che avevano fatto. Si alzano dal letto e vanno in cucina per fare colazione. Sul tavolo c’è un anello d’oro…

Ecco. Quello che ritorna da questo schermo è forse ancora più di quello che speravo, ritrovo nel contributo di ciascuno il funzionamento della mente e dell’animo che ben conosco e allo stesso tempo tutto sembra pensato da una sola penna (o tastiera) o da un accordo che nella realtà non è mai potuto avvenire. Siamo ancora in cerchio.



Clicca qui per la lettura del testo integrale frutto della scrittura a staffetta.



Quando torneremo a scuola sarà tutto diverso

in Maschile singolare by
Quando torneremo a scuola sarà tutto diverso.

Quando torneremo a scuola. Sarà settembre, probabilmente, e troveremo i bambini un po’ cresciuti. Ho letto da qualche parte che la “Sindrome Italia” colpisce 80.000 badanti. Sono spesso persone, le badanti, che per assistere i nostri anziani lasciano i loro figli nel Paese di origine. Ovviamente questi figli nel frattempo crescono, fanno esperienze e così, quando la famiglia si riunisce, le madri scoprono quanta vita non hanno perso.

Ecco, quando torneremo, troveremo bambini molto cresciuti.

Avranno imparato molto, anche senza di noi; forse non le stesse cose, ma molto e tra questo molto ci saranno pure cose interessanti. Nulla a che vedere con la Sindrome Italia, ovviamente, ma avremo, tutti, l’occasione di capirle un po’ di più, le badanti, i loro figli e tutto quel pezzo d’Italia che diversamente ci lasciamo scivolare accanto. Non mi sembra poco.

Quando torneremo a scuola, sarà tutto diverso.

Ci verranno in mente le chat con le colleghe e i colleghi. Quelli che ci hanno scritto, ovviamente, ma anche quelli che non si sono fatti sentire. Ci sarà un solco, tra gli uni e gli altri e sarà un solco inevitabile e duraturo.

Perché la scuola è una comunità, certo, ma una comunità la valuti soprattutto nei momenti di crisi.

Allora saluteremo tutti, ovviamente, ma sapremo esattamente chi ci ha dato una mano e chi ce l’ha solo chiesta, una mano. E tutto questo scambio di mani sarà un piacere, dopo tutti questi mesi di paura. E neanche questo mi sembra poco.

Quando torneremo a scuola, sarà tutto diverso.

Torneremo carichi di applicazioni web. Avremo imparato a girare video, gestiremo un sacco di strumenti online, proprio come i famosi digital native. Lo sappiamo tutti che non esistono e che è solo un modo per dividere la popolazione umana tra chi fatica a fare una rampa di scale e chi corre la maratona.

Quando torneremo, non dico che sapremo fare tutti tutto, ma che sapremo fare un po’ di più, sì. E allora, quelli che corrono la maratona, digitalmente parlando, sentiranno il fiato sul collo e vedranno farsi sotto quelli che fino a poco prima faticavano anche a salire una rampa di scale. E li vedremo non proprio contenti di queste novità portate dal virus.

E questo mi sembra poco, ma mi è piaciuto scriverlo lo stesso.

Quando toneremo a scuola, perché torneremo prima o poi, sarà tutto diverso.

Vedremo i bambini scambiarsi le matite e percepiremo il pericolo. Vedremo i bambini venirci incontro per un abbraccio e anche lì percepiremo il pericolo. E a ogni colpo di tosse, a ogni starnuto percepiremo il pericolo, perché tra i danni del virus che ci tiene in casa in questi giorni c’è anche questo: un colpo all’idea che abbiamo dello stare insieme.

Non è poco, ma non è neanche tutto. Perché impareremo, magari, che il rispetto verso gli altri passa anche da una mascherina da indossare quando si ha il raffreddore. Non per proteggersi dagli altri, ma per proteggere gli altri.

Quando torneremo a scuola, ecco, forse posso dirla così, sarà tutto diverso se avremo imparato a proteggere gli altri. Restate a casa.

Fare storia con le fotografie

in Fra cattedra e finestra by
Con il metodo WRW, le fonti visive diventano potenti stimoli visivi e aiutano gli studenti a memorizzazione fatti e personaggi della storia.

La parola “fare” ha qui il valore del fare in senso quasi manuale. Equivale a costruire la storia. Trovare gli elementi che inquadrano un avvenimento e strutturarli in uno schema di pensiero.

Non ha nulla a che vedere con lo studiare, se per “studiare” si intende leggere su un testo notizie, ripeterle, farsi interrogare, riportare una valutazione espressa in un numero. Questo è il modo in cui tradizionalmente la disciplina storia viene insegnata.

Da quando ho incontrato il WRW ovviamente ho cambiato non solo il mio approccio alla lettura e alla scrittura ma anche alle altre discipline.

Dico ovviamente perché la rivoluzione didattica che ho messo in atto mi ha coinvolto così tanto che è passata anche sulle discipline affini. Io oramai non so lavorare se non attuando un laboratorio, partendo il più possibile da compiti autentici e mettendo sempre al centro l’alunno, non il programma (presunto).

Così, vista l’enorme difficoltà dei miei studenti in storia, sia nella memorizzazione sia nella comprensione dei testi da cui dovrebbero evincere eventi da “studiare”, ho impostato la didattica sulle fonti iconografiche.

Adesso, che per il secondo anno ho una quinta superiore, ho a disposizione tantissimo materiale. Ma anche in terza sto usando lo stesso metodo e mi pare funzioni.

Gli studenti di oggi, ci spiegano le neuroscienze, apprendono in maniera reticolare, non in maniera lineare. Non è il caso qui di discutere perché (la tecnologia ha la sua importanza) e nemmeno se ciò sia meglio o peggio rispetto a prima. Non credo che il problema si ponga in questi termini, se mai nel cercare di capire come avvicinare lo studente a questa materia, che sta diventando per molti sempre più ostica. È evidente che la metodologia tradizionale con questa nuova tipologia di alunni non funziona.

Quindi io parto sempre da fonti visive. Ne scelgo tre o quattro per ogni macro argomento e da lì inizio i miei percorsi. Ci sono foto che dicono più di moltissimi testi scritti. Ci sono alunni che dalle foto imparano molto di più che se leggessero (e non lo fanno) tutto un capitolo. Certo, non è solo un proporre immagini. Dietro ci sono una ricerca e l’adattamento di strumenti già sperimentati.

In molti casi propongo le foto da sole, a inizio percorso. Senza contorno e senza spiegazione. Usiamo la tecnica STW cioè See, Think, Wonder che ho tratto dal testo Making Thinking Visible. Annotiamo sul quaderno cosa vediamo, quello a cui ci fa pensare e infine le nostre ipotesi o previsioni.

È un grande esercizio di pensiero che implica, appunto, lo studiare nel senso profondo della parola. Osservando foto, a poco a poco ricostruiamo un periodo o un evento o analizziamo un personaggio. Spesso poi le tagghiamo: vicino a ognuna mettiamo #, cioè parole chiave che ci aiutino a ricordarle e a collocarle.

In altre occasioni, scendendo più nel profondo, fornisco foto e brevi testi da leggere. Abbiniamo foto ai testi e ci domandiamo perché. È un po’ come costruire un libro di testo fatto da noi. Ogni foto è posseduta dai ragazzi in fotocopia e quando preparano il loro speech (intervento orale che sostituisce l’interrogazione) devono partire sempre dall’analisi di una fonte iconografica.

Ho proposto anche foto di dipinti, ritratti di personaggi famosi, foto storiche e di archivio e anche spezzoni di film o documenti d’epoca. Usiamo le foto anche quando scriviamo i testi espositivi in storia. A ogni paragrafo ne va attribuita una con didascalia esplicativa elaborata dai ragazzi.

Un altro tipo di approccio alla foto consiste nello scrivere a partire da questa, come fosse un attivatore di scrittura, in questo caso di pensiero. I ragazzi notano particolari che a volte io stessa non noto. Fornisco prima una serie di prompt per iniziare il processo di pensiero e scrittura e spesso anche dei testi mentore scritti da me. In questo caso scrivere attiva l’acquisizione di una conoscenza che si stratifica più in profondità e in maniera più duratura. Per gli alunni DSA, ma in genere per tutti, questo modo di calarsi dentro la storia e di farne narrazione diventa più facile e fondamentale.

Oramai tutti sanno che un apprendimento per essere significativo deve essere legato a una emozione o a una motivazione. Se la motivazione non è sufficiente (come spesso accade per molto studenti) l’emozione invece è più facilmente raggiungibile con l’uso delle fonti e in particolare delle fotografie.

Cito ad esempio una foto che ho usato per approfondire il concetto dei nuovi armamenti nella Prima guerra mondiale: la fila lunghissima di cadaveri morti per asfissia sul monte Sabotino nel 1916. Non si può certo dimenticare facilmente. Altre foto che funzionano (anche per la storia che nascondono) sono i pochi scatti rimasti di Robert Capa dello sbarco in Normandia. Oppure le foto di Erwitt dell’America razzista degli anni ’60. A ogni foto si può collegare un mondo, un episodio, una storia. E questa “storia” si può memorizzare meglio perché legata ad un potente stimolo visivo. Anche le foto dei dipinti funzionano. Il quarto stato di Pelizza Da Volpedo ha funzionato benissimo come volano per descrivere l’Italia della fine del secolo XIX.

Crediti copertina: wolfgangfoto

Costruiamo un albo illustrato dei nostri sentimenti

in Archeodidattica: strategie e laboratori by
Insieme a Erica Angelini, impariamo a costruire un albo illustrato con le finestre per parlare dei nostri sentimenti

Queste “vacanze obbligate” portano tutti noi a riorganizzare i tempi, le priorità, gli spazi mentali e fisici. Da mamma di tanti figli mi rendo conto che, seppur con tutta la buona volontà e le capacità multimediali di prof e maestre, la scuola ai tempi del Coronavirus non può essere nemmeno lontanamente simile a quella che si fa in classe.

Anzi, mi sento proprio di dire che stiamo costruendo, giorno dopo giorno, una nuova scuola!

Non so se migliore o peggiore di quella di prima, ma sicuramente nuova

Finalmente non è più la vita a doversi fare strada nella scuola (come se fossero pianeti diversi), ma al contrario la scuola deve farsi strada nella vita di casa, adattarsi agli orari, alle possibilità delle famiglie, diventare elastica, quasi personalizzata.

In effetti, quanto uno studente riesca a stare dietro a questa nuova scuola, dipende molto dalla motivazione e dalla responsabilità di ognuno. Fin da bambina sono cresciuta con il metodo educativo proposto dal movimento scout in cui responsabilità, compartecipazione, autonomia sono valori importanti per crescere e imparare a “guidare da sé la propria canoa” (come scrive Lord Baden Powel in uno dei suoi libri sul metodo scout), perciò sarei molto felice se la nuova scuola stimolasse i nostri ragazzi in questa direzione.

In questo contesto, in cui la scuola entra in punta di piedi nella vita, forse può essere utile partire dalla vita per fare scuola.

Ho quindi pensato di usare quello che abbiamo in casa – o che possiamo facilmente reperire in rete – per organizzare alcune attività divertenti ed educative. Ho chiesto alle mie bambine di prendere alcuni albi illustrati, li abbiamo letti e poi ne abbiamo scelto uno su cui lavorare e con cui giocare.

La scelta è ricaduta su A cosa pensi?, edito da Orecchio Acerbo, scritto e illustrato da L. Moreau. Lo abbiamo preso in prestito nella biblioteca della nostra città poco prima che scoppiasse l’emergenza e ora aspetta insieme a noi che tutto torni alla normalità.

L’albo presenta in ogni doppia pagina un personaggio diverso, illustrato mostrandone il viso (di profilo, di tre quarti, di fronte). Ogni pagina di destra ha una finestrina che si apre per mostrarne il pensiero. È divertente ma anche sorprendente, e l’idea di poter leggere i pensieri delle persone è piaciuta molto alle mie bambine. (link a immagini del libro?)

Uso spesso gli albi illustrati nel mio lavoro, come catalizzatori di idee ed emozioni e come letture che introducono il laboratorio. Li leggo volentieri anche ai miei figli, grandi e piccoli.

Il linguaggio dell’albo illustrato, che mette in relazione parole e immagini, mi piace particolarmente perché lascia libertà di pensiero e interpretazione, e spesso succede che, di fronte allo stesso albo, i bambini ricevano suggestioni diverse, personali.

Leggendo A cosa pensi?, le mie bambine hanno avuto reazioni diverse.

M., di 8 anni, apprezza molto il personaggio di Elena, che “ogni tanto ha bisogno di stare sola”; così, aprendo la finestrina, si vede Elena su una scogliera che guarda il mare. E., di 5 anni, ha amato molto il Gatto perché, se dal testo ci immaginiamo che lui pensi a un pesce o a una cosa da “gatto”, l’immagine nella finestra ci sorprende e ci fa sorridere per il suo pensiero inaspettato.

Partendo quindi dall’idea di poter guardare “dentro” alla nostra testa, abbiamo inventato un gioco che vi proponiamo.

Per realizzare il gioco servono i materiali delle immagini qui sotto 🙂
Poi prendiamo il foglio di cartoncino e lo pieghiamo in due parti.
Su una delle due metà del foglio misuriamo 6 cm che ci serviranno per ritagliare la parte bassa e creare la nostra aletta.
Ora ogni bambino disegna se stesso sul foglio: la testa sarà disegnata nella parte in alto (la finestra che poi si aprirà), collo e spalle saranno invece disegnate in basso.
Una volta finito il disegno principale, si apre la finestra e si disegna all’interno il proprio pensiero come ha fatto M.

Nel corso della mattina ne abbiamo prodotti altri, poi abbiamo creato un libro proprio come quello che ci ha dato l’idea.

Oltre a realizzare questo laboratorio in famiglia si potrebbe proporre, alla propria classe, una video-lettura dell’albo da parte delle maestre e, perché no, anche dei prof. Dopo la video-lettura si può chiedere ai bambini e ai ragazzi di fare un disegno di quello che pensano e poi integrare la richiesta con un breve testo che spieghi l’immagine e i sentimenti espressi con il disegno.

Se ne potrebbe fare anche uno al giorno o alla settimana e realizzare, una volta tornati a scuola, un libro illustrato e scritto con i propri pensieri.

Se vi è piaciuta questa idea venite a trovarmi sul mio blog www.maniingioco.blogspot.it. Buon lavoro a tutti!

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