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Voci di insegnanti e formatori:  esperienze, storie, opinioni e visioni sulla scuola condivise da chi a scuola ci vive ogni giorno

Giovani e salute mentale: una giornata da ricordare

in Ora di Alternativa by
Perché è importante parlare in classe di disagio psichico e corretto uso dei social, con la Giornata Mondiale della Salute mentale

Passata (almeno in Italia) quasi totalmente inosservata, il 10 ottobre scorso si è celebrata la Giornata Mondiale della Salute mentale. Istituita nell’ormai lontano 1992 dall’OMS, essa si prefigge di sensibilizzare l’opinione pubblica relativamente al tema dei disturbi mentali e di promuovere lo sviluppo di forme di cura e di assistenza nei vari Stati, che generalmente non dedicano risorse sufficienti ad affrontare una problematica che, stando ai dati Unicef, sta facendosi sempre più grave anche e soprattutto tra i più giovani. Per citare un dato tra i più impressionanti, il 20% dei giovani è affetto da patologie psichiche, e nella fascia d’età 15-19 il suicidio è la seconda causa di decesso.

Tema delicato, quindi, perché chiama in causa parole tabù come disagio psichico e – all’opposto – felicità, termine quasi scomparso dal vocabolario di una società sempre più orientata verso i valori del raggiungimento del successo, dell’immagine e della funzionalità socio-economica dell’individuo.

Colpevolmente ignorata anche dal sottoscritto fino a non molto tempo fa, quest’anno mi sono deciso – per quel moto fulmineo che ogni tanto prende anche l’insegnante – di parlare in classe della Giornata del 10 ottobre, anche attraverso l’ausilio di una striscia assai simpatica con protagonista una coppia di orsi, Milk and Mocha bear, e che – nonostante i miei cinquant’anni suonati, o proprio per quello – seguo costantemente. Per vedere la striscia, basta collegarsi alla pagina Facebook di Milk and Mocha bear.

La strip ideata per celebrare la Giornata ritrae la piccola orsa bianca vittima di bullismo via internet: coperta di insulti e di immagini offensive, l’orsa piange, e solo l’abbraccio del suo compagno orso la protegge. A giudicare dalle reazioni degli alunni, mai – posso dire – tempo fu meglio speso in classe: traspariva dai loro volti il senso di una liberazione, del ”finalmente se ne può parlare”, di una partecipazione e forse anche di un vissuto, come se improvvisamente si fosse messi davanti a grida di dolore mute, inascoltate, un dolore che in molti casi può risultare difficile da sostenere, specie per i più fragili .

I più fragili e i più soli, verrebbe da dire, perché la prima ancora di salvezza – come illustrato dalla striscia e dall’indagine dell’Unicef – è sempre la relazione affettiva, specie in ambito familiare, mancando la quale si aprono le voragini di un abisso difficile poi da risalire. Nell’inchiesta Unicef appare interessante anche la scarsa importanza attribuita dai ragazzi all’uso dei social media per raggiungere un adeguato livello di felicità, mentre un ruolo di primo piano sembra avere la frequenza del gioco all’aperto, pesantemente penalizzato dalle attuali norme di confinamento, il che darebbe molto da riflettere agli assertori così rigidi del lockdown; così come dovrebbe darla la chiusura delle scuole, che recenti inchieste e denunce – come quella del nostro Comitato tecnico scientifico – denunciano come una vera e propria ”emergenza” in ordine al benessere e alla possibilità di evoluzione dei più giovani.

Per tornare al tema della striscia, il bullismo sui social, una delle maggiori fonti di disagio tra i giovani, verrebbe in prima istanza da osservare che gli sfottò e le prese di giro ci sono sempre stati: vero, ma altrettanto vero è che i social media amplificano la potenza di tali messaggi diffondendoli – e per scritto – a un pubblico potenzialmente infinito, tale comunque da creare ansia e soggezione in chi è vittima dell’offesa.

E si potrebbe intravedere una scia lunga, che parte dagli anni Ottanta e prosegue fino ad oggi, fatta di programmi televisivi che hanno sdoganato l’offesa gratuita, imbecille, che hanno premiato e premiano – come neirealitychi si dimostra più cinico, più capace di schiacciare l’altro e di inchiodarlo alla parete del pubblico ludibrio, osannato da una folla sempre più becera e disumanizzata. Proprio questa piaga della disumanizzazione di una società che rischia sempre più di diventare senza volto, vuota, preda di un nichilismo feroce, andrebbe combattuta insieme dalla scuola e dalla famiglia, tutte e due chiamate a educare e – nel caso della famiglia – a far stare quanto più alla larga i propri figli da certe fonti di vero e proprio veleno.

Per affrontare il tema del bullismo e dell’uso dei social, ecco alcuni libri rivolti direttamente alle ragazze e ai ragazzi:
Fabio Leocata, Gentile come te, Librì 2020, le avventure e i problemi di un gruppo di preadolescenti.
Sabrina Rondinelli, Camminare correre volare, Edizioni EL 2008, il bullismo raccontato dalla parte di una bulla.

Immagine di copertina: Zulmaury Saavedra

Le forme della gentilezza

in Sentieri tra i banchi by
Quali sono le forme che può assumere la gentilezza? Scopriamolo in un percorso tematico, da realizzare con le ragazze e i ragazzi della scuola secondaria di I grado

In occasione della Giornata Mondiale della Gentilezza, che si festeggia oggi 13 novembre, vi proponiamo un piccolo viaggio fatto di parole “gentili”, un percorso tematico che ogni insegnante della scuola secondaria di I grado potrà utilizzare per realizzare un’attività extracurriculare con i suoi studenti. Ogni parola è introdotta da una frase e si chiude con alcune domande che saranno di stimolo alla discussione o alla compilazione di un elaborato.

Dopo il primo percorso dedicato alla scuola primaria, ecco il secondo appuntamento, riservato alle scuole secondaria di I grado!

Per festeggiare con voi siamo riusciti ad attivare un super sconto riservato agli insegnanti sull’acquisto de “La Gentilezza vola lontano” (scuola primaria) e “Gentile come te” (scuola sec. I grado). In fondo all’articolo tutte le informazioni per usufruire del codice sconto.

Diversità

“Ognuno all’interno di un gruppo recita la sua parte, anche se non lo sa. C’è quello simpatico, quella cool, quella che fa la pazza, quello studioso, quella carina, quello timido.”

Le ragazze e i ragazzi sono tutti accomunati dalle stesse fragilità, dagli stessi problemi, dai medesimi dubbi. Eppure sono tutti così diversi! È proprio questa diversità che la scuola dovrebbe riuscire a preservare e a trasformare in una ricchezza per il gruppo. In una società che tende ad appiattirci e a creare competizione, l’unicità di ognuno deve diventare la base dello stare insieme, della cooperazione, della solidarietà.

Riesci a descriverti in poche parole? E riesci a descrivere le tue compagne e i tuoi compagni? Quali sono le cose che di te e di loro cambieresti?

Solitudine

“Sentirsi soli è la cosa più terribile che ci sia. È come una specie di virus, un male invisibile che ti entra dentro e ti si attacca alle cellule, succhiandoti la vita”

La preadolescenza è un momento splendido, ma anche difficile. I rapporti interpersonali e l’accettazione da parte del gruppo giocano un ruolo importante nel benessere delle ragazze e dei ragazzi. Per questo è fondamentale educare alla gentilezza, all’ascolto attivo, alla solidarietà. Tutti valori che i ragazzi possono usare come bussole per combattere il terribile morbo della solitudine, per non perdersi in questo avventuroso percorso di crescita.

Ti capita mai di sentirti sola (o solo)? Quali sensazioni provi? Pensi che qualcuno tra i tuoi compagni ne soffra in silenzio?

Accettarsi

“Penso a quando rivedrò i miei amici. Sarà tutto come prima? E loro, cosa penseranno di me? Ti sembro la stessa di sempre? E se sono cambiata, sembro più brutta o antipatica o noiosa?”

La preadolescenza è il momento del cambiamento. Cambiano i gusti, cambiano i modi di relazionarsi con gli altri. E soprattutto cambia il corpo. Talvolta questi cambiamenti possono creare imbarazzo o un senso di spaesamento, e ci chiediamo come reagiranno i nostri compagni.

Ci sono stati ultimamente dei cambiamenti nel tuo corpo? Pensi che siano una cosa positiva o negativa? Come ti immagini alla fine delle medie?

Bullismo

“Mi sono passate per la testa le raccomandazioni degli insegnanti e dei genitori, quando ci dicevano di stare attenti, di tenere sempre gli occhi aperti, di essere sempre gentili e disponibili con gli altri, e io che dentro di me ogni volta pensavo: a me e ai miei amici non accadrà mai!”

Non è sempre facile comprendere la differenza tra uno scherzo e un atto di bullismo. Il bullismo infatti ha varie forme, alcune più brutali ed evidenti, come una percossa. Altre invece sono più labili e invisibili. E si possono nascondere dietro semplici scherzi ripetuti, soprannomi, prese in giro all’uscita della scuola come nella chat di classe. Il bullismo è pericoloso e non dobbiamo mai sottovalutarlo: può assumere strane forme, e può portare le persone a fare cose inimmaginabili, sia chi lo commette sia chi lo subisce.

Sei mai stato vittima di bullismo? E qualche tua amica o amico? Credi che, se dovesse accadere a te, saresti in grado di parlarne con un insegnante, un compagno o un parente?

Aiuto

“È successa una cosa brutta a una mia amica. Io vorrei aiutarla, ma lei mi ha detto che adesso ne è uscita e non ha più bisogno del mio aiuto. Io non so cosa fare, perché non so se è vero”.

Non sempre chi ha bisogno di aiuto è in grado di chiederlo. O meglio, non sempre è in grado di farlo con le parole. Qualche volta le ragazze e i ragazzi lo fanno solo con lo sguardo, con i gesti, con il comportamento, tendendo a chiudersi o fuggire, oppure a diventare aggressivi. Dall’altra parte, l’esperienza insegna che non è facile aiutare una persona – soprattutto se si tratta di un problema importante – e che spesso, se ci accorgiamo di qualcosa, è meglio rivolgersi a un adulto.

Come ti comporti quando hai un problema? Ti è mai capitato che un amico o un’amica ti chieda aiuto? Bullismo, problemi alimentari, familiari… qual è il modo migliore per aiutare una persona?

Amore

“Cosa mi ero messa in testa? Davvero pensavo di potergli piacere? Perché mai un ragazzo come lui doveva interessarsi a una tipa insignificante come me?”

La preadolescenza è il momento delle grandi “cotte”. Cambia il modo di vedere il mondo e cambia anche il modo in cui si vedono quelli dell’altro sesso. Spesso però non è facile fare i conti con le proprie emozioni e con i propri sentimenti. Ci possiamo sentire inadeguati, sia nel fisico sia nel carattere. Eppure, i sentimenti ci sono. Sbucano dal cuore e chiedono di essere ascoltati. È adesso che si può educare al rispetto verso gli altri e verso se stessi.

Ti è mai capitato di provare un forte sentimento per una persona? È qualcosa di piacevole o no? Come si esprime, secondo te, il rispetto all’interno di una coppia?

Social

“Credo si debba fare molta attenzione a quello che si posta sui social e anche a quello che si scrive. Davvero, bisogna stare attenti!”

I preadolescenti trascorrono molto tempo sui social. Li usano per rimanere sempre in contatto, per scambiarsi informazioni, per scherzare o prendersi in giro, per chiedere consigli e aiuto. Non sempre però sono consapevoli di quello che stanno facendo ogni volta che scrivono o postano qualcosa. Pensiamoci bene ogni volta che diamo un giudizio su qualcun altro, che postiamo una foto, che raccontiamo qualcosa di noi.

Esiste un uso giusto e sbagliato dei social? Ti è mai capitato di sentirti offeso per qualcosa che ha scritto o postato un amico? Secondo te, la chat della tua classe potrebbe essere usata meglio?

Un antidoto

“La gentilezza è come un antidoto, una specie di vaccino capace di combattere non solo il virus della solitudine, ma anche quello dell’ignoranza, del razzismo, dell’indifferenza”.

L’abbiamo visto, tutte le ragazze e i ragazzi di questa età sono alle prese con un periodo incredibile della loro vita: con le amicizie, la scuola, il rapporto con i genitori, la scoperta dell’amore, il desiderio di essere accettati dal gruppo, il bullismo, il sesso, l’anoressia… eppure il modo migliore per affrontare tutto questo c’è. E si chiama gentilezza. Che non è un insieme di regole, ma è un atto rivoluzionario, di libertà.

“Mi tornano alla mente le parole che una mia amica mi ha scritto sul diario: Sii sempre gentile quand’è possibile. Beh, è sempre possibile


Le citazioni di questo articolo sono tratte dal libro per ragazzi Gentile come te, edito da Librì Progetti Educativi, 2020. Un diario che narra le vicissitudini di un gruppo di preadolescenti, alle prese con le difficoltà e gli ostacoli di tutti i giorni, affrontando temi importanti e delicati.

Per tutti gli insegnanti abbiamo attivato un pacchetto super scontato per l’acquisto di 8 copie a scelta fra La Gentilezza vola lontano” (scuola primaria) e Gentile come te” (scuola sec. I grado) con uno sconto del 40%! Vai sulla pagina dedicata di Librì Progetti Educativi e usa il codice: Gentilezza

Se desideri consigliarlo alle famiglie scrivici un’e-mail e ti forniremo le indicazioni per l’acquisto scontato per i genitori: scuola@progettiedu.it

Solitudine, friendzone… e gli altri video del venerdì

in I Venerdì di Vincenzo Schettini by
Rivediamo insieme al professor Vincenzo Schettini i video del venerdì di questo mese, per parlare di metodo di studio, alimentazione, friendzone e solitudine.

Torna la rubrica del prof Vincenzo Schettini, uno dei più amati del web, per parlare di tanti argomenti che stanno a cuore ai più giovani (ma anche agli insegnanti!). Sì perché nel suo canale La Fisica che ci Piace – che ha superato quota 61.000 iscritti… – non vengono trattati solo argomenti di fisica e matematica, ma si affrontano ogni volta questioni vicine al mondo dei ragazzi: i loro desideri, i loro problemi, le loro emozioni… sempre con il sorriso!

Questo mese il professor Vincenzo Schettini ha toccato degli argomenti molto interessanti, e anche molto differenti tra loro, che hanno creato un grande “traffico” nel suo canale e di cui vogliamo parlare: metodo di studio, alimentazione, friendzone e solitudine.

Salve prof, e ben ritrovato! Partiamo con un video veramente utile dedicato a un metodo di studio innovativo, che sta prendendo sempre più piede: la tecnica ACTIVE RECALL.

La mia curiosità nei confronti dei metodi di studio è fortissima, anche perché tanti mi chiedono come migliorare le prestazioni nello studio. Ma quando ho scoperto questo particolare metodo sono rimasto a bocca aperta anch’io, credetemi! Ho spiegato appunto nel video un approccio personalizzato che io stesso ho collaudato con questa metodologia chiamata “richiamo attivo” o se la vogliamo dire all’inglese active recall”.

Siamo arrivati a un argomento che, inutile negarlo, interessa veramente tanto alle ragazze e ai ragazzi che ti seguono: Friendzone o fidanzati? Che puoi dirci in proposito?

Quest’estate ho ricevuto un messaggio da uno dei miei followers che mi chiedeva di trattare proprio questo argomento. Ho cercato in rete la parola Friendzone scoprendo poi che era l’inglesismo della traduzione di uno stato d’animo davvero complicato, nel quale tutti quanti ci siamo ritrovati da adolescenti: corteggiare una persona senza mai dichiarare i propri sentimenti e alla fine venire etichettati come “semplici amici”. È una situazione davvero difficile: nel video ho dato tre consigli per superare al meglio questa situazione, uscendone vittoriosi!“.

Questo mese hai parlato anche di alimentazione, un argomento che a noi – da sempre rivolti al mondo della scuola – sta molto a cuore. Ma anche alle ragazze e ai ragazzi!

Non potevo non trattare questo tema. Quando ero adolescente pesavo 20 kg in meno: immaginate che già ora sono piuttosto magro! Quindi ho affrontato insieme alla mia famiglia un percorso per capire da dove iniziare, per migliorare il mio corpo e ho scoperto che tutto, o quasi, girava attorno al cibo. Nel video ho commentato cinque classici errori sull’alimentazione che specie i ragazzi fanno durante il periodo dell’adolescenza e che quindi sono assolutamente da evitare”.

Infine, tocchiamo un tema molto delicato, soprattutto per la fascia d’età adolescenziale: la solitudine, un sentimento negativo e pericoloso…

Siamo tutti soli, viviamo continuamente dei momenti di solitudine anche quando paradossalmente siamo circondati da tantissime persone e sommersi da messaggi attraverso i social. La solitudine ci accomuna, forse è il sentimento più condiviso al mondo. Sono particolarmente orgoglioso di questo video anche perché moltissima gente lo ha commentato condividendo la propria personale esperienza, rivelando ai lettori le tante facce della solitudine. Scoprite guardando questo video i cinque step per superarla!“.

Halloween: il brivido per bambini… e adulti!

in Pensare con gli occhi by
Film e cartoon per trascorrere in famiglia la serata di Halloween

Da qualche anno anche da noi in Italia ottobre è il mese che si conclude con Halloween. Festa di origine celtica, importata negli Stati Uniti e diventata un appuntamento fisso per ragazzini e ragazzine, per quelli della mia generazione era legata alle strisce dei Peanuts di Charles Schulz nelle quali venivano raccontate le peripezie di Linus alle prese con il Grande Cocomero.

La notte della vigilia di Ognissanti, per un particolare affastellarsi di tradizioni popolari, credenze precristiane ed elaborazioni narrative, è diventata sinonimo sia di divertimento che di racconto di paura.

Non dobbiamo stupirci, fatta la tara di tutto il calcolo commerciale che è stato evidentemente compiuto su questa scadenza, che i racconti di paura, o dell’orrore, rivestano un particolare fascino per ragazzini e ragazzine. La paura è emozione fondamentale per l’essere umano fin dalla notte dei tempi, perché è, al contempo, segnale di allarme che ci permette di allontanarci dai pericoli e sprone a misurarci per superarla.

Sarebbe sterminato l’elenco di film, serie tv, corti di animazione che hanno preso Halloween come tema portante. Non posso quindi che limitarmi a qualche accenno, fra le produzioni che ritengo più significative.

La leggenda della valle addormentata

Inizierei con un gioiellino del cinema di animazione Disney come La leggenda della valle addormentata (Usa, 1949), mediometraggio di una trentina di minuti tratto dal (bellissimo) racconto omonimo scritto nel 1820 da Washington Irving e diretto da un trio di maestri della bottega disneyana come Jack Kinney, Clyde Geronimi, James Algar. Dallo stesso racconto, nel 1999, Tim Burton trasse La leggenda di Sleepy Hollow, ottimo film adatto ai più grandicelli.

Nigthmare Before Christmas

Sempre Tim Burton firma, nel 1993, affidando la gran parte del lavoro di messa in scena a Henry Selick, Nigthmare Before Christmas, che è racconto natalizio con protagonista il delizioso Jack Skeleton, signore del paese di Halloween.

È presente in libreria una bella edizione molto curata.

Piccoli brividi 2 – I fantasmi di Halloween

Molto più recenti e facilmente rintracciabili , sono due divertenti lungometraggi come Piccoli brividi 2 – I fantasmi di Halloween (2018) di Ari Sandel e Hubie Halloween (2020) di Steven Brill, con Adam Sandler.

Ghosts

Infine, per concludere in musica, ricorderei Ghosts (1997) di Stan Winston, un mediometraggio che ha Michael Jackson come protagonista (sia nella parte del buono che in quella del cattivo, anche se i confini fra le due dimensioni morali sono qui davvero incerti). Non manca, ovviamente, una seconda parte ampiamente musicale con coreografie di grande suggestione. Va sottolineato che alla sceneggiatura hanno collaborato, oltre allo stesso Jackson, due scrittori di storie di paura come Mick Garris e, soprattutto, quello Stephen King che è ancora oggi l’insuperato maestro di una letteratura certamente non per bambini piccoli, ma che ha una sua grande dignità in qualità di scrittura e capacità narrative.

Buon Halloween a tutti!

ProgEdu13

Racconti GiocOvunque: idee per una bella scuola

in Giochi senza frontiere didattiche by
Tanti episodi di scuola vera, idee e buone pratiche: è il nuovo progetto dell’Associazione GiocOvunque, realizzato da Giovanni Lumini e Rossano Dalla Barba.

Sono sicuramente tante/i, tantissime/i gli insegnanti in Italia che praticano una didattica meno tradizionale, che tolgono la cattedra, che evitano la lezione frontale, che fanno lavorare le bambine e i bambini in gruppo, che sperimentano insegnamenti alternativi, che non assegnano compiti a casa, che si muovono nell’ambiente e lo esplorano insieme agli studenti.

Non tutte queste esperienze però vengono adeguatamente raccontate o, quantomeno, portate alla luce. Certamente Occhiovolante dà il suo contributo alla diffusione di queste buone pratiche.

Noi, Giovanni Lumini e Rossano Dalla Barba, autori del documentario Basta compiti, uscito nel maggio del 2019, e del quale abbiamo fatto una presentazione qui su Occhiovolante, abbiamo deciso di partire con un nuovo progetto, Racconti GiocOvunque, con lo scopo di far emergere le migliori “idee per una bella scuola”.

Aiutati e sostenuti da Associazione GiocOvunque in collaborazione con Reservoir Film e Parpignol, abbiamo scelto un format che fosse agile e fruibile da tutti e che al tempo stesso stuzzicasse curiosità; magari invitasse all’azione e/o all’emulazione altre/i insegnanti!

Sul nostro canale youtube, pubblicheremo con cadenza ci auguriamo mensile (o al massimo bimestrale) un episodio di scuola vera e vissuta, della durata massima di 15/20 minuti.


Il primo episodio è già disponibile e racconta il progetto BimbiSvegli di Serravalle d’Asti, attraverso la testimonianza del suo insegnante ideatore e principale animatore, Giampiero Monaca.

siamo a disposizione di quelle/quegli insegnanti, di ogni ordine e grado, che abbiano voglia di raccontare, in un episodio, la loro esperienza e la particolarità della loro metodologia di insegnamento.

Ci potete contattare attraverso le pagine social Facebook e Instagram, facilmente rintracciabili, attraverso il canale youtube citato, alla email racconti.giocovunque@gmail.com  e al numero di telefono (anche whatsapp) 338/8180274.

Chi volesse sostenerci fattivamente, con un contributo continuativo anche minimo, può farlo seguendo questo link dove, fra le ricompense, è previsto anche l’invio di una copia del film Basta compiti.

Buona visione del primo episodio e iscrivetevi alle nostre pagine per sostenere il progetto. Grazie!

La storia negli oggetti

in Archeodidattica: strategie e laboratori by
Un laboratorio di archeo-didattica, ideato da Erica Angelini, per ricostruire la storia dei luoghi, attraverso lo studio degli oggetti

Vi è mai capitato di prendere in mano un oggetto trovato ad esempio in un mercatino dell’usato, e pensare con curiosità: “quanta storia avrà alle spalle”? A questo proposito, Pirandello scrive: “La fantasia abbellisce gli oggetti cingendoli e quasi irraggiandoli d’immagini care. Nell’oggetto amiamo quel che vi mettiamo di noi”.

La sensazione che avevo da bambina – che gli oggetti non fossero solo oggetti ma che prima o poi potessero prendere vita, come nei film della Disney – si è trasformata nella certezza, che ho da adulta, che gli oggetti possano davvero “parlare” e “raccontare” meravigliose storie!

Non tutti però sono in grado di capire queste storie, ci sono nel mondo alcune categorie di privilegiati:

– per primi i bambini, che guardano il mondo senza filtri e possono senz’altro parlare con pupazzi e bambolotti, certi che questi risponderanno.

– gli scrittori, inventori di storie, che osservando gli oggetti ne traggono ispirazione per un nuovo racconto.

– gli artisti, che attraverso la conoscenza delle tecniche e degli strumenti, trasformano le loro produzioni materiali in opere emozionanti.

– gli archeologi che, attraverso una lunga formazione, imparano a trarre informazioni utili dagli oggetti, dalle loro forme, dagli usi, dai materiali usati per costruirli ecc., per ricostruire la storia della Terra e quella dell’uomo.

Perché quindi non partire proprio da loro per cominciare un nuovo argomento? In fondo dagli oggetti costruiti e utilizzati da una società possiamo, anche senza essere archeologi, capire tante cose… faccio un esempio! Per introdurre la civiltà dei Villanoviani, ben rappresentati dai ritrovamenti archeologici conservati nel museo archeologico di Villa Verucchio (Rimini), comincio sempre con una serie di slide di immagini degli oggetti ritrovati durante gli scavi. Sono molti infatti i ritrovamenti villanoviani provenienti dalla necropoli del Verucchio.

Prepariamo un cartellone!

Prima di cominciare la proiezione, prepariamo insieme un cartellone, o predisponiamo la lavagna, per accogliere le nostre supposizioni, che verranno verificate in un secondo momento. Trattandosi di classi quinte della scuola primaria do per scontato che conoscano il concetto di traccia e di fonte storica, ma per essere sicura di lavorare su conoscenze pregresse ben sviluppate, per ogni immagine chiedo sempre: di che tipo di fonte si tratta e quali informazioni ci può dare?

Le fonti visive

Portare i bambini a ragionare sugli oggetti, e più in generale sulle fonti visive, ha molti vantaggi:

– per prima cosa permette a me di parlare meno lasciando più spazio a loro.

– permette di attirare subito l’attenzione anche dei più distratti, cosa che non farebbe invece la lettura sul libro o il racconto dell’insegnante.

– permette a ciascuno di essere protagonista attivo della lezione che richiede, per il modo in cui è strutturata, il contributo, le idee, le opinioni di tutti i membri della classe.

– permette ai bambini di collegare le immagini sullo schermo a oggetti della vita quotidiana e di fare supposizioni sui materiali e le tecnologie usati per costruirli, sull’uso, sull’estetica ecc., proprio come viene indicato negli obiettivi di apprendimento per l’insegnamento della Storia («Individuare le tracce e usarle come fonti per produrre conoscenze sul proprio passato, della generazione degli adulti e della comunità di appartenenza […] Ricavare da fonti di tipo diverso informazioni e conoscenze su aspetti del passato»).

Inoltre il lavoro svolto sulla Lim e non sul libro di testo (dove spesso si trovano immagini interessanti) produce, a mio modo di vedere, un senso di lavoro di gruppo che non si produrrebbe usando il libro personale. Questo lavoro di analisi accende i cervelli e la curiosità di sapere se le supposizioni fatte corrispondono alla realtà oppure no!

Laboratorio di archeo-didattica sui Villanoviani

Ecco alcune delle immagini che uso (scaricate dal WEB) per il laboratorio di archeo-didattica sui Villanoviani seguite da alcuni miei spunti di riflessione.

Le prime due immagini ci permettono di riflettere sul luogo in cui sorgeva la civiltà,

in questo caso un’altura da cui si poteva scorgere buona parte della valle del fiume Marecchia e anche il mare.

La riflessione sul luogo porta inevitabilmente a fare molti collegamenti con il territorio e le materie prime a disposizione della popolazione e di conseguenza sull’artigianato (prodotto con le materie prime del luogo) e ancora sui commerci. Questo modo di ragionare si collega molto bene con l’insegnamento della Geografia perché conoscere un territorio ci aiuta anche a capire gli usi e i costumi della popolazione che lo abita.

Queste figure rappresentano oggetti d’ambra, la resina fossile che si trova abbondantemente nei corredi funebri delle donne villanoviane; una riflessione, su cos’è l’ambra (gli amanti dei fossili sono sempre molto ben informati!) e da dove si estrae, ci porterà a fare considerazioni interessanti sui commerci e sulle mode.

Queste immagini rappresentano alcune fra le urne cinerarie ritrovate nelle necropoli villanoviane; la riflessione sui diversi modi di concepire la morte nelle civiltà è davvero interessante e riflette la psicologia e la cultura dei diversi popoli; per approfondire consiglio P. Ariès “L’uomo e la morte dal medioevo ad oggi”.

Queste immagini ci portano a scoprire una delle tecniche artigiane usate dai villanoviani: la tessitura con telaio verticale. Proviamo a scoprire di cosa si tratta osservando i disegni sul “tintinnabulo” (uno dei pesi usati per tenere i fili tirati) e, a proposito di storie, chiedendo ai bambini di raccontare cosa è raffigurato su questo oggetto, vengono fuori storie davvero interessanti e buffe!

Dopo aver visionato altre “immagini parlanti”, e aver raccolto tutte le supposizioni, proviamo a vedere quali sono vere, e quali invece non corrispondono alla realtà dei fatti. Poi proviamo a ricostruire la vera storia del popolo di cui stiamo parlando.

Concludo l’incontro (o gli incontri) sui villanoviani, con un laboratorio pratico di tessitura, non a telaio verticale ma orizzontale, dedicando del tempo a spiegare e a sperimentare diversi strumenti per tessere.

Approfondimenti

Per avere qualche spunto sulla tessitura a telaio, si trovano in commercio molti libri per principianti.

Per avere altri spunti sui laboratori di archeo-didattica o sulla tessitura vi consiglio di visionare il mio blog www.maniingioco.blogspot.com o il mio profilo Facebook “Mani in Gioco”. Buon lavoro a tutti!

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Un sogno nel cassetto… e gli altri video del venerdì!

in I Venerdì di Vincenzo Schettini by
Dopo la pausa estiva, torna l’appuntamento con il professor Vincenzo Schettini e i suoi seguitissimi video del venerdì

Anche se con tutte le attenzioni possibili, le scuole di tutta Italia hanno finalmente riaperto le loro porte agli studenti. E con l’inizio dell’anno scolastico, torna anche la rubrica con i video del venerdì, curata da Vincenzo Schettini, uno dei professori youtuber più famosi e seguiti d’Italia, nonché volto noto di programmi Sky e Rai.

Il successo del suo canale La Fisica Che Ci Piace ha contagiato non solo tantissimi studenti, che seguono i video e le dirette per prepararsi alle interrogazioni, ma anche moltissimi adulti affascinati dal modo semplice, chiaro e divertente con cui vengono trattati argomenti di fisica e matematica. Oggi gli iscritti sono saliti a oltre 55.000!

Il professor Schettini però, come sappiamo bene, con i video del venerdì condivide anche le sue esperienze e dà utili consigli agli studenti su tantissimi argomenti. Di cosa ha parlato nell’ultimo mese? Per scoprirlo, chiediamolo direttamente a lui…

Buongiorno professore e ben trovato! Innanzitutto, come ha trovato i suoi ragazzi dopo tutti questi mesi e cosa si aspetta dal mondo della scuola?

Ho avvertito una chiara voglia di ricominciare, di tornare a scuola, di rimettersi in gioco! Ho lanciato a metà agosto un sondaggio sul mio canale Telegram (a proposito, potete iscrivervi a questo canale entrando in Telegram e cercando “la fisica che ci piace”) chiedendo loro se preferivano ricominciare a distanza oppure in presenza. Due su tre hanno votato in presenza, chiaro segno di voler tornare alla normalità. La scuola sicuramente è in un momento molto delicato, si sono fatte tante cose quest’estate in tutti gli istituti italiani per rientrare in sicurezza e mi auguro, anche se sono convinto che ci saranno contagi qua e là, che si possa vivere un anno quanto più sereno possibile, ne abbiamo tutti bisogno.

Il primo video del venerdì è stato molto emozionante, perché è un argomento che ci interessa da vicino: come realizzare i propri sogni! Anche perché, come dice lei, avere un sogno è importante, ma averne tanti è ancora meglio…

Io praticamente vado avanti a botte di sogni! Ogni giorno spingo me stesso alla ricerca di obiettivi che rispondono sempre più alla domanda “chi sono veramente io”. In tantissimi hanno commentato il video “Avere un sogno”: scoprendo che un sogno corrisponde anche a tanto sacrificio, molti si sono ritrovati in questa lettura e hanno confessato nei commenti cosa pensano della propria vita e chi vogliono diventare! Consiglio non solo di vedere il video ma anche di leggere i commenti sotto il video: se volete, potete commentate anche voi e lasciare traccia dei vostri personali meravigliosi sogni.

In un altro video, parliamo di un argomento che interessa veramente tutti i ragazzi: imparare l’inglese con la fisica! Ma è possibile?

Certamente, anzi, diventa interessante, divertente e stimolante! Da tempo vivo personalmente un’esperienza forgiata con le mie stesse mani sull’acquisizione delle lingue straniere, in particolare dell’inglese. Non ho mai studiato inglese a scuola, ma con una tecnica completamente inventata da me ora sono fluente in inglese dopo appena due anni di pratica. Nel video “Impara l’inglese con la fisica”, ho descritto e lasciato i riferimenti di 3 canali YouTube a tema scientifico completamente in inglese, dando anche alcuni suggerimenti per vedere correttamente i video, migliorando il proprio livello giorno dopo giorno.

Ci sono comunque molti testi in libreria per imparare l’inglese attraverso lo studio delle materie, come

“Studiare è un gioco da ragazzi”

“Impara l’inglese leggendo dei brevi racconti”.

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Giochi all’aperto!

in Giochi senza frontiere didattiche by
Scopriamo insieme a Giovanni Lumini tanti divertenti giochi di lancio da fare all’aria aperta, nei parchi o nei locali esterni della scuola, per divertirci con gli amici e i compagni

L’anno scolastico appena cominciato, a causa delle disposizioni sanitarie, sarà veramente particolare. Vi parlerò allora dei giochi di lancio da fare all’aria aperta, che possono rappresentare un modo divertente e funzionale per svolgere a scuola le ore di educazione motoria in tutta sicurezza, e che potremo inserire nella nostra ludoteca ideale Ma che potremo anche utilizzare insieme agli amici nei cortili, nei giardini e in tanti altri spazi all’aperto.

I giochi di lancio

I giochi di lancio hanno un’origine antichissima. Non deve sorprendere che in tutte le culture, in qualunque parte del mondo, esistano tipologie di giochi nei quali l’attività principale è quella di lanciare qualcosa in direzione di qualcos’altro.

La prima cosa che viene da pensare è che tutti questi giochi abbiano una radice comune: la necessità giornaliera, dalla preistoria in avanti, di colpire le prede necessarie alla sopravvivenza. Così come, probabilmente, la necessità altrettanto importante di allenarsi. È una suggestione probabilmente molto vicina alla verità, ma non è questo il luogo per una ricerca storica.

Viaggiando in rete è comunque estremamente affascinante trovare e osservare che i giochi di lancio sono una realtà diffusissima con mille sfaccettature. Tipologie, varianti, materiali sono i più vari e i più strani. E non è solo una ricerca sulla tradizione e sui giochi del tempo passato. Al contrario, il gioco di lancio conosce, al giorno d’oggi, una continua rivisitazione e aggiornamento. Alcuni dei giochi che troviamo hanno origine recente o recentissima, frutto di invenzioni moderne, non tradizionali.

Possiamo evidenziare alcune categorie, ovviamente non fisse ma liberamente utilizzabili, integrabili e modificabili, per ordinare tutti i tipi di giochi di lancio che si possono trovare, ben sapendo che, oltre a quelli citati negli esempi, mille altri giochi ci aspettano in ogni angolo del mondo.

Lanci in orizzontale di distanza

I giochi in cui si lanciano corpi più o meno pesanti per raggiungere una distanza più lontana possibile. Essi richiedono tecnica e soprattutto potenza. Questo tipo di gioco di lancio si è trasformato ben presto (sicuramente già dall’antica Grecia, ma probabilmente anche nella Scozia di molti anni fa) in un’attività sportiva. Lo scopo è solitamente quello di stabilire un record, di migliorare, dal punto di vista numerico, una prestazione.

Tra gli esempi: lanci olimpici (disco, peso, martello, giavellotto), lanci negli Highlands Games, tiro della rulla o della forma di formaggio, tipica di alcune zone d’Italia.

Lanci in orizzontale di precisione

Questa tipologia raggruppa quei giochi in cui la precisione è fondamentale, quindi risulta vincente l’abilità più che la forza. In questi giochi si deve raggiungere qualcosa utilizzando un oggetto per lanciare.

Tra gli esempi: bocce/petanque; tiro degli anelli; ferri di cavallo; freccette; la grenouille; giochi con le biglie

Lanci in orizzontale contro ostacolo

Sono giochi di precisione con lo scopo di rovesciare un ostacolo, abbattere qualcosa. Essi comprendono le numerosissime varianti di giochi di birilli, diffusissimi in Spagna (ma anche in tutta Europa) e molteplici giochi di “palet” (Francia) o piastrelle.

Tra gli esempi: molkky; tiro ai barattoli; bowling.

Giochi di lancio complessi

In questa categoria sono compresi quei giochi che non implicano unicamente il lancio verso qualcosa, ma che inseriscono questa caratteristica in un gioco più complesso, solitamente disputato da squadre.

Tra gli esempi: cornhole, kubb.
Voglio dedicare all’ultimo gioco menzionato un po’ più di spazio.

KUBB

Dal 2006 in Italia è attivo il Gruppo Italiano Kubb, un’organizzazione formata da tutti coloro che conoscono e praticano il gioco del Kubb. Fra mille difficoltà, con l’aiuto dell’Associazione GiocOvunque di Firenze, il Gruppo ha organizzato ben 14 campionati nazionali, l’ultimo dei quali nel 2019. Al di là della dicitura “campionato”, l’obiettivo è sempre stato, anche in questi tornei, quello di mantenere vivo e inalterato il carattere di “gioco”, di libera attività, evitando la creazione di federazioni sportive o strutture simili.

Gioco

Il kubb è un antichissimo gioco vichingo. Storicamente, ha avuto origine sull’Isola di Gotland (la più grande isola svedese del Mar Baltico). Giocare a kubb era un passatempo molto diffuso all’epoca dei Vichinghi, durante le feste o semplicemente per divertirsi dopo le battaglie. Si usavano i ceppi di legno da caminetto.

Giocatori

Il numero dei giocatori varia da 1 a 6 per squadra.

Regole

Il kubb si gioca su un campo di gioco di 8 x 5 metri, a volte delimitato da bastoncini (4). Il terreno di gioco può essere il più vario: si gioca sul prato, sul cemento, per strada, sulla spiaggia, sulla neve, ovunque sia possibile segnare il campo.

Al centro del campo viene posta una figura di legno che rappresenta il re (1). Sulle linee orizzontali di fondo campo vengono sistemati 5 pezzi di legno più piccoli, i cavalieri, detti kubb (2). Per il gioco si usano 6 bastoni da lancio (3) che vengono passati da una squadra all’altra, dopo ogni turno di gioco.

Il gioco consiste nel cercare di abbattere tutti i kubb della squadra avversaria e,  successivamente, solo alla fine, il re. La partita finisce con la vittoria della squadra che consegue questo obiettivo. Attenzione però: abbattere il re prima del tempo comporta la sconfitta!

Per leggere le regole più in dettaglio, potete cliccare qui.

Si può sempre ridurre il campo di gioco e il numero di bastoni da lanciare e da abbattere per giocare con le bambine e i bambini più piccoli, come è possibile vedere in questo godibile, breve filmato.

E per chi volesse saperne di più:

Giocare all’aria aperta!, di A.J. Hanscome, edito da Il Leone Verde, per scoprire che il movimento e il gioco libero all’aperto sono vitali per lo sviluppo cognitivo e fisico dei nostri figli, e offrono strategie divertenti e coinvolgenti che li aiutano a trasformarsi in adulti sani, equilibrati e resilienti.

52 cose da fare all’aria aperta, di L. Gordon, edito da Salani, un mazzo di carte illustrato con tante attività e idee per giocare e stare all’aria aperta.

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Gianni Rodari e il cinema

in Pensare con gli occhi by
Breve storia di un rapporto mai sbocciato, quello tra il cinema e Gianni Rodari, ma che ci ha comunque regalato piccoli capolavori.

Giornalista. Scrittore. Intellettuale. Partigiano e poi militante del Partito Comunista Italiano. Maestro elementare, per un breve periodo. Maestro di fantasia per sempre. Questo e molto altro è stato Gianni Rodari, di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita. Quasi mai, purtroppo, preso in considerazione dal cinema e dalla televisione italiani.

È duro a morire, infatti, un pregiudizio di lontana ascendenza, secondo il quale se le espressioni artistiche non parlano direttamente della realtà non sono degne di molta considerazione. Dimenticando, come potrebbero dimostrare anche esempi di altissimo lignaggio – in fondo né il Dante della Commedia né l’Ariosto dell’Orlando furioso raccontano storie realistiche, ma risultano così universali da parlarci sia del loro tempo che del nostro – che la questione da considerare non è mai il tipo di linguaggio che si utilizza, ma come esso viene utilizzato.

Ecco quindi che delle opere di Rodari in Italia solo due hanno avuto trasposizioni cinematografiche.

La torta in cielo, un non memorabile lungometraggio in live action realizzato nel 1973 da Lino Del Fra e Paolo Villaggio come protagonista.

E La freccia azzurra, trasposto in animazione nel 1996 da Enzo D’Alò, con le voci principali di Dario Fo e Lella Costa, e un risultato artistico che ancora oggi regge al confronto del tempo che passa.

Molto interessanti, tanto da meritare una curata edizione italiana che speriamo prima o poi qualcuno si decida a fare, sono le versioni in animazione di racconti di Rodari prodotte in quella Unione Sovietica che per anni tributò, a volte mettendolo quasi in imbarazzo, grandi riconoscimenti allo scrittore piemontese.

Vanno quindi ricordati Cipollino e il cavalier Pomodoro(1961) di Boris Dezkin (uscito da noi in vhs solo nel 1997), quaranta minuti con disegni e narrazione davvero originali e avvincenti, e, sempre dalle storie del piccolo ortaggio ribelle, la commedia musicale Cipollino(1972, diretta da Tamara Lisitsian con attori e attrici e la voce fuori campo dello stesso Rodari come narratore.

Gianni Rodari collaborò come sceneggiatore anche alla realizzazione di un cortometraggio tratto dal suo racconto La passeggiata di un distratto realizzato in URSS da Anatoly Petrov. Infine, rintracciabile anche su YouTube, un corto di 15 minuti dal titolo Star Taxi che ha ancora origine dal mondo russo, non più sovietico, essendo stato realizzato nel 2016 da Jurai Krumpolec.

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La scuola al primo posto?

in Ora di Alternativa by
La riflessione di Valerio Camporesi sull’importanza, oggi, della scuola all’interno della società italiana.

Essendo la nostra una società dell’apparire, da giorni la scuola appare al primo posto sui media e nei dibattiti politici: ma lo è veramente? Lo è senz’altro in quanto a preoccupazione, visto che una falsa ripartenza pregiudicherebbe le sorti non solo del ministro ma forse dell’intero esecutivo: avendo avuto il governo mesi di lavoro a disposizione e non essendo i cittadini più in grado di far fronte a una scuola che non c’è, gli italiani non tollererebbero passi falsi. Pre-occupazione, dunque: ma occupazione? Quanto ci si è occupati veramente della scuola?

Non abbastanza, verrebbe da dire subito, a sentir parlare anche l’ex ministro Fioramonti, che ha più volte denunciato la carenza degli organici, in particolar modo di quello relativo agli insegnanti di sostegno, docenti la cui presenza è ancor più importante e necessaria in questo periodo emergenziale e che invece in molti casi non saranno disponibili alla ripresa della scuola. Non ci si poteva pensare prima, così come per il problema del trasporto degli studenti o per quello della carenza degli spazi? Faceva effetto, in questi primi giorni di ritorno a scuola, vedere i colleghi con i volti velati dalle mascherine, far fatica a sentire le voci “mascherate”. Faceva ancora più impressione sentir parlare di aule Covid, di misure da adottare in caso di sintomi, di un distanziamento che si cerca di attuare ma che, inevitabilmente e almeno in parte, non ci sarà.

È come se un linguaggio diverso, estraneo al mondo della scuola, fosse improvvisamente piombato all’interno delle nostre aule. E lo smarrimento di questi primi giorni è già non poca cosa: cosa sarà dopo, di fronte ai purtroppo prevedibili momenti di confusione, indecisione o – peggio ancora – panico che potrebbero scatenarsi durante il periodo delle inevitabili influenze stagionali? Saranno gli alunni e i docenti, il corpo della scuola tutto, in grado di reggere l’urto?

Il peso, effettivamente, sembrerebbe troppo, e per questo servirebbe – ma presto, molto presto – che le scuole venissero aiutate veramente, per esempio dotandole di personale medico adeguato (il vecchio medico scolastico, che soltanto ragioni di bilancio hanno a suo tempo eliminato). Ma di questo, almeno per ora, non c’è traccia. Eppure se ne avverte il bisogno fin da questi primi giorni, nei quali si intravede come, accanto al problema sanitario, ne possa emergere un altro, non necessariamente secondario: quello di un disagio psichico che la società già manifesta (valga per tutti l’indicatore dell’aumento spropositato del consumo di psicofarmaci). Ecco, di fronte a queste emergenze (purtroppo realistiche), la scuola non può essere lasciata sola e sarebbe bello se questa fosse l’occasione di un’inversione di rotta che mettesse l’istruzione al primo posto non nelle parole ma nei fatti.

Per ora, al di là della buona volontà dei singoli (ministri, sottosegretari, funzionari), si stenta a riconoscere il segno di un cambiamento vero. Prova ne sia la vicenda – davvero imbarazzante – delle elezioni fissate a ridosso della riapertura delle scuole, così da rendere zoppo e problematico il loro cammino fin dall’inizio in quello che si preannuncia come l’anno più tormentato della scuola italiana. Eppure sarebbe bastato poco, cosa costava anticipare l’appuntamento elettorale al 7? Ma sono le ragioni della politica, non la politica che si occupa della polis ma quella che si occupa degli interessi dei partiti e della loro sopravvivenza, a venire sempre prima; e la scuola, almeno per ora, a venire dopo.

Esplorazioni nel verde: foglie ai “raggi x”

in Archeodidattica: strategie e laboratori/Senza categoria by
Partiamo alla scoperta delle foglie, per imparare a osservare la natura con attenzione e meraviglia.

L’estate per me è la stagione delle vacanze, dello stare all’aria aperta, della libertà, del mare con gli amici, dei giochi fino a tarda sera, dei tempi lenti… L’estate, per me che sono mamma, rappresenta anche un tempo diverso da trascorrere con i miei figli. Mentre l’inverno, la primavera e l’autunno ci tengono chiusi in casa, non tanto per il clima quanto per i tanti impegni lavorativi e non, l’estate ci ferma e ci chiama fuori: e allora stiamo fuori!

Per me, che sono un’eterna curiosa (e anche un po’ iperattiva!), lo “stare fuori” non può ridursi a vivere passivamente gli spazi esterni. Così ogni occasione è buona per osservare, raccogliere, disegnare, catalogare… Naturalmente ho trasmesso questo “vizio” anche ai miei figli e a ogni passeggiata riempiamo la casa di “tesori ritrovati”!

Ho imparato molte cose utili osservando ciò che mi stava attorno con curiosità e attenzione. È per questo motivo che insegno ai miei figli, ai ragazzi e ai bambini che incontro a scuola, a non essere fruitori passivi di quello che li circonda. Nella mia esperienza personale, conoscere e imparare non devono essere azioni delegate alla scuola e ai libri di testo; al contrario, credo che la vera conoscenza si attui proprio attraverso le esperienze positive e meravigliose che si vivono tutti i giorni.

Di conseguenza tutti i laboratori che propongo nelle classi sono sviluppati attraverso una didattica di tipo laboratoriale e basati sull’esperienza attiva; sono creati per meravigliare e per suscitare nei bambini e nei ragazzi il desiderio di “saperne di più”.

Per riuscire a coltivare anche d’estate questo modo di vedere il mondo, ho pensato a un percorso di giochi di esplorazione, per vivere gli spazi del giardino, del parco, del mare, della montagna, della piscina (e chi più ne ha più ne metta!) con un atteggiamento di curiosità e meraviglia, quasi scientifico!

Non solo quindi “guardarsi attorno e giocare”, ma piuttosto “osservare per capire”. Non che la natura sia solo da studiare, o che non si possa godere di un panorama senza disegnarlo o fotografarlo; credo però che conoscere quello che ci circonda sia una delle strade per amarlo e rispettarlo.

Francis Bacon scriveva: “La meraviglia è il seme da cui si genera la conoscenza”, e osservare la natura da vicino non può che suscitare grande meraviglia! I giochi di esplorazione avranno quindi lo scopo di accompagnare voi, i vostri bambini e i vostri alunni durante l’estate, proponendovi attività per imparare giocando e meravigliandosi.

Cominciamo quindi con le Esplorazioni nel verde

La prima che vi propongo si intitola “Foglie ai raggi X”, titolo dell’omonimo percorso del progetto Mani in Gioco. Obiettivo del laboratorio in classe è riflettere, attraverso l’esplorazione sensoriale e la discussione nel gruppo, sulle caratteristiche visibili delle foglie cioè il colore, la forma, le venature e poi creare un libretto con le tracce del lavoro.

Per gli appassionati di albi illustrati, consiglio la lettura di Giocare fuori, di Laurent Moreau, ma anche l’interessante recensione realizzata da Roberta Favia in Teste Fiorite, che introducono perfettamente il tema di cui parlavo prima: stare fuori con uno sguardo curioso e attento. E ora cominciamo!

Per dare continuità alle nostre “Esplorazioni” ho pensato di creare dei file che, stampati in A4, poi piegati in due e incollati fra loro, creino un libretto a cui si possono aggiungere infiniti fogli. Stampate quindi il file “copertina” e “foglie ai raggi x”. Di “copertina” ne stamperete uno per ciascun bambino mentre per il file “foglie ai raggi x” ne stamperete uno per ciascuna foglia a cui vorrete fare i “raggi x”!

Gli altri materiali che serviranno per costruire il libretto e realizzare l’attività sono (fig. 1):

  • Alcune foglie di alberi, cespugli o piante varie… possibilmente raccolte da terra
  • Carta da lucido
  • Colori a cera
  • Carta bianca da fotocopia
  • Colla stick
  • Forbici
  • Matita
  • Pinzatrice

Prendete 2 fogli con lo spazio per la scheda della foglia e piegateli in due come per formare un libretto. Ora mettete la colla stick nella parte bianca fra un foglio e l’altro, per unirli insieme come nell’immagine (fig. 2, 3).

Questo passaggio lo potrete rifare tante volte quante sono le schede delle foglie a cui vorrete fare i “raggi x”; alla fine delle “Esplorazioni” aggiungerete il foglio “copertina” incollandolo al libretto già formato (fig. 4, 4 a e 5).

Una volta costruito il libretto e scritto il nome (fig. 6 e 7), procediamo raccogliendo alcune foglie e, come scritto nell’elenco dei materiali, se riusciamo prendiamo quelle già cadute così da non fare male alla pianta (fig. 8).

La forma

Chiediamo ai bambini di osservare tutte le foglie raccolte: in cosa sono diverse? Per quello che possiamo osservare a occhio nudo, le foglie sono diverse nel colore, nella forma, nelle venature. Il laboratorio che segue ci permetterà di collezionare foglie di colori, forme e venature diverse.

Chiediamo ai bambini di prendere in mano la prima foglia, quella che preferiscono, e di osservarla bene. Quindi chiediamo: qual è la forma della foglia? A questa domanda di solito i bambini, a seconda dell’età, toccano con il dito il contorno, che corrisponde proprio alla forma della foglia; se non lo fanno proviamo noi a far vedere loro con il dito qual è il contorno.

In rete si trovano tantissimi schemi con le forme delle foglie e i loro nomi, perciò a seconda dell’età dei vostri bambini si potrà stampare uno schema e provare a dare un nome a quelle forme che i bambini riconosceranno e ridisegneranno con la carta da lucido (fig. 9).

A questo punto chiediamo ai bambini di mettere la foglia sul tavolo, di prendere la carta da lucido e, appoggiandola sopra la foglia, di ricalcarne il contorno (fig. 10, 11, 12). Una volta finito, chiediamo loro di ritagliare la foglia e incollarla nel libretto nella pagina con il titolo “Che Forma!”.

Foglie ai raggi X

Durante il laboratorio svolto in classe utilizzo due grandi tavoli luminosi per far vedere ai bambini le foglie ai “raggi x” osservando quelle parti che normalmente non notiamo: le venature. Foglie diverse hanno venature diverse: alcune rettilinee e altre a rete.

Prendiamo la carta da fotocopia e, usando le cere, realizziamo il frottage delle venature della foglia. Prima di cominciare togliamo la carta ai colori a cera perché li useremo strisciandoli, piatti, sopra il foglio (fig. 13, 14, 15, 16).

Una volta terminato il lavoro pinziamo con una puntatrice la foglia vera nella prima pagina “foglie ai raggi x” e incolliamo a fianco la foglia realizzata con il frottage.

Questa tecnica si può realizzare in due modi: appoggiando il foglio bianco sulla foglia e colorare, magari sovrapponendo anche più colori; colorando con una cera (possibilmente di colore più chiaro della tonalità successiva) il foglio e poi facendoci sopra il frottage (fig. 17, 18).

Ho preparato infine una parte da compilare con il nome della pianta ed eventuali note che si vorranno aggiungere. Buon lavoro!


Approfondimento

Se ti interessa l’argomento e vuoi approfondire con degli strumenti, abbiamo pensato a una selezione per te.

Tre libri di scienze facili e divertenti

in I Venerdì di Vincenzo Schettini by
Alice nel paese dei quanti
Tre titoli di scienze appassionanti come romanzi, da leggere fino all’ultimo respiro… sotto l’ombrellone!

Estate significa da sempre un bel libro da leggere sotto l’ombrellone o all’ombra di un albero… e se i libri fossero addirittura tre e di scienze?
Sì, avete già indovinato: stiamo parlando dei consigli di lettura di Vincenzo Schettini, uno dei professori più amati e seguiti sui social da studenti, insegnanti e genitori di tutta Italia!

Il suo canale “La Fisica Che Ci Piace” ha superato addirittura i 51.000 iscritti! Niente male per un prof che parla di formule e leggi… Il suo segreto? Basta leggere i suoi post e vedere le sue lezioni on-line per capirlo!

Dopo gli ultimi articoli dedicati ai suoi incredibili e seguitissimi video del venerdì, che potete trovare nella sua rubrica di Occhiovolante, questa volta il professor Schettini ci ha dato appuntamento in riva al mare, davanti a una splendida scogliera pugliese, per darci dei consigli di lettura imperdibili: tre libri di scienza, facili da leggere, per grandi e piccoli lettori.

Allora, non resta che ascoltare dalla viva voce del professore i suoi consigli!

Per chi non avesse avuto carta e penna a portata di mano, mentre il professore parlava, ecco i tre titoli.

David Gilmore, Alice nel Paese dei Quanti. Le avventure della Fisica, Cortina Raffaello Editore

Richard Feynman, Sei pezzi facili, Adelphi Editore

Partha Ghose, Dipankar Home, Il diavoletto di Maxwell, Dedalo Editore

Buone vacanze e buone letture!

La scuola che verrà: i limiti e i problemi

in Ora di Alternativa by
Proviamo a far luce, insieme a Valerio Camporesi, sui limiti e i problemi della scuola. Ma anche a immaginare come sarà nel prossimo futuro.

Forse mai come in questo periodo si parla così tanto di scuola: lo si fa sull’onda dell’emergenza e dei pesanti dubbi su ciò che accadrà a settembre, tanto da riempire spesso le prime pagine dei giornali. L’emergenza Covid-19 ha fatto venire al pettine i tanti nodi irrisolti e i limiti del sistema Italia (come la Sanità). Nel caso della scuola, ha messo in luce in modo improcrastinabile i limiti e le difficoltà di un sistema gravato da miliardi di euro di tagli e da nessuna, o scarsa, considerazione in sede politica.

Trovare fondi per la scuola appare oggi un’impresa titanica, laddove ne sono stati stanziati molti di più per altre cause, sempre più importanti, sempre più indifferibili, o a volte già perse (come per Alitalia). La scuola all’ultimo posto, potremmo dire per rovesciare – in modo ahimè ben più realistico – uno slogan oggi ricorrente.

A differenza di altre volte, però, c’è qualcosa di diverso. O la scuola riparte, e riparte sul serio, oppure il Paese si fermerà, e non sarà una fermata breve. Non è possibile infatti immaginare milioni di famiglie impossibilitate a lavorare a causa di una scuola che non c’è, né milioni di studenti che, confinati nelle loro case, saranno destinati ad accumulare ritardi incolmabili nei programmi e nella didattica, con danni irreparabili per i destini individuali e collettivi.

Per fare ripartire la scuola occorre però un cambio di paradigma, a partire da una centralità non più solo esternata verbalmente ma praticata nei fatti, iniziando dalla restituzione di tutti quei fondi tagliati; a partire dai famosi tagli ”lineari” della non rimpianta ministra Gelmini.

Senza di ciò la scuola non ripartirà, perché le misure di distanziamento non potranno essere applicate in classi di venticinque o trenta alunni, così come le altre norme. C’è voluto il Covid-19, forse, per fare emergere la realtà delle aule sovraffollate, in cui i docenti non sono in grado di fare lezione. A volte ci vuole un evento forte per illuminare le cose.

Dovremmo smettere di dire che la scuola può ricominciare con tutta quella serie di misure.

Quelle misure infatti non saranno mai adottate per il semplice fatto che non sono realizzabili in strutture scolastiche: dalle mascherine al distanziamento, dagli alunni fermi sei ore sui propri banchi, sui quali dovrebbero consumare anche la propria merenda, fino alle ineffabili barriere di plexiglas. Perché non dire la verità? La scuola deve ripartire con le modalità tradizionali perché è l’unico modo di fare scuola, dai tempi dei tempi: alunni (nel numero giusto), un’aula, un insegnante. E invece no: dalle lezioni nei parchi a quelle nelle piazze, nei teatri o in strutture non meglio specificate, che i presidi dovrebbero (con quali poteri?) individuare, è stato tutto un profluvio di immagini, narrazioni, discorsi irrealistici.

Non si può non riconoscere l’oggettiva difficoltà di chi ha dovuto e deve prendere decisioni in campo scolastico partendo dalle indicazioni degli organismi sanitari non sempre chiare e coerenti. Però vorremmo più ragionamenti seri, basati sulla realtà: ad esempio (e a proposito di tagli), non sarebbe forse questa l’occasione per ripristinare le ore di compresenza alla scuola media? Si trattava infatti di uno spazio che funzionava benissimo, circa quattro ore a settimana in cui la classe veniva divisa in sottogruppi ognuno dei quali assegnato ad attività specifiche e ad hoc (recupero, potenziamento), purtroppo eliminato dalla riforma Gelmini che altro non era che un corposo piano di tagli generalizzati.

Crediti immagine di copertina: Roel Dierckens

Ci siamo dimenticati di ascoltare i bambini!

in Giochi senza frontiere didattiche by
Dopo l’emergenza legata al Covid-19, Giovanni Lumini ci ricorda con un po’ di amarezza quello che di importante le istituzioni si sono dimenticate in questo difficile periodo: ascoltare i bambini.  E poi ci racconta tanti giochi divertenti che potranno riempire le loro vacanze!

Ancora una volta non siete riusciti ad ascoltare i bambini, a comprenderli. Non nel senso di “capirli”, perché quello non lo fate da un po’, ma nel senso di farli rientrare nelle decisioni importanti. Di far sì che siano “compresi”. Ancora una volta non li avete visti, ve li siete lasciati scivolare accanto, perché piuttosto che incrociare i loro sguardi era comunque meglio non guardarli. Ancora una volta li avete affidati in toto a quella micro-società che è la famiglia... Perché non siete stati in grado di capire il loro ruolo nella macro-società dello Stato. Ancora una volta avete pensato “che ci pensa mamma”, un po’ maestra, un po’ gendarme. Ancora una volta li avete riempiti di incarichi, compiti, incombenze... Perché credete che il loro tempo vada riempito, proprio fino all’orlo, piuttosto che vederne le esigenze e i sogni. Ancora una volta non avete visto che “uscire fuori” non è una cosa astratta, ma, per loro, è motivato solo e semplicemente dall'”incontro con”.

Ancora una volta (l’ennesima volta) li avete considerati i “cittadini di domani“. Ancora una volta li avete inseriti in una categoria, piuttosto che vedere il quadro globale.

Ancora una volta avete deciso che questa categoria poteva essere quella nella quale, con un colpo al cerchio del papà e un colpo alla botte della mamma, tutto sarebbe andato bene.

Ancora una volta le bambine e i bambini vi hanno urlato, con tutta la loro forza sommessa, che sono persone. E voi non li avete ascoltati.

Un lungo periodo è passato e tutti speriamo di essercelo lasciato alle spalle. Questa mia amara riflessione è stata per me la constatazione dell’incapacità di tener conto dei più piccoli. In ogni caso, giocare non è mai stato così importante come in questo particolarissimo momento della nostra vita.

La richiesta di giochi, di puzzle, di strumenti artistici, di laboratori si è fatta molto sentire poiché la segregazione obbligava ad aguzzare l’ingegno per promuovere un positivo tempo di vita.

Ho ricevuto tanti ringraziamenti da parte di famiglie che sono riuscite a rendere il momento un po’ meno difficile proprio grazie ai giochi. In particolare ai giochi da tavolo, che di volta in volta riuscivo a suggerire.

Quindi mi appresto a riprendere con i miei consigli indicandovi “a raffica” alcuni interessanti giochi che durante le vacanze potrebbero, ancora una volta, fare la differenza, rispetto ai famigerati “compiti per le vacanze”.

Hana-bi

Con Hana-Bi (ed. Oliphante) metterete alla prova la vostra capacità di collaborare senza imbrogliare perché questo gioco cooperativo, vincitore del prestigioso premio Spiel des Jahres nel 2013, crea già qualche primo imbarazzo da subito.

Le carte che vengono distribuite, infatti, dovranno essere tenute al rovescio; in tal modo le farete vedere agli altri, ma non potrete vederle voi…

Lo so, la tentazione di piegare un po’ le mani per dare una sbirciatina è forte, ma se riuscirete a dominarvi, il gioco si mostrerà in tutta la sua bellezza.

Si tratta di collaborare in maniera più logica possibile, tenendo conto anche di sottintesi o interpretazioni, per giocare le giuste carte nel giusto momento. Scopo del gioco è creare

5 bellissimi fuochi d’artificio (Hana-Bi appunto in giapponese) sapendo che potremo fare solo tre errori. Saremo in grado di “stupire il pubblico”? Il gioco è  adatto dagli 8 anni in su.

Ticket to Ride

Ticket to Ride (ed. Asmodee), anch’esso indicato dagli 8 anni in su, con la possibilità però di iniziare prima, è il classico gioco per famiglie che può tranquillamente mandare in pensione Monopoly e Risiko, permettendo partite dalla durata certa e limitata (massimo 45/50 minuti).

Invece di sfogare la propria brama di denaro e di costruzione di case e alberghi o la propria predisposizione alla distruzione bellica di armate più o meno colorate e alla conquista del mondo, Ticket to Ride vi propone di connettere, unire, mettere in comunicazione, con ferrovie, le città d’Europa (o degli Usa a seconda della versione base che scegliete) allo scopo di raggiungere degli obiettivi.

Dalla sua Ticket to Ride ha un sistema di gioco che è quasi completamente avulso dalla fortuna (non ci sono dadi) e dipende invece dalle nostre scelte, dalla nostra capacità di programmare, dalla nostra attitudine a mettere in pratica delle strategie.

Tutti elementi, se mi permettete di aggiungere, estremamente produttivi e di sicuro significato se calati anche nella dimensione scolastica.

La possibilità di aggiungere al gioco base delle espansioni accresce fisicamente la “geografia” del gioco stesso avendo l’opportunità di costruire ferrovie in Olanda, Pennsylvania, nella Gran Bretagna di fine 800, nell’Asia leggendaria, in Svizzera, in Italia, in Giappone e in tante altre mappe, ognuna delle quali svilupperà nuove regole di gioco e nuovi scenari.

La Scala dei Fantasmi

Come terza proposta, adatta anche alle bambine e ai bambini più piccoli (dai 4 anni in su), vi segnalo La Scala dei Fantasmi (ed. Devir) nel quale un classico gioco di percorso diventa un bellissimo e divertente esercizio di memoria visiva.

Con il nostro segnalino dobbiamo raggiungere la cima della scala, ma piano piano tutti i segnalini verranno “coperti” da fantasmi che nasconderanno i colori dei segnalini stessi.

Quando toccherà a me muovere, starò muovendo il mio segnalino o favorirò qualcun altro? E quando penso di essere arrivato in cima e rivelo il colore… potrei anche aver fatto vincere un’altra persona!

Per saperne di più ecco un video di un paio di minuti, della mia recensione durante il lockdown.

Vi segnalo una ricca playlist in cui potrete trovare le spiegazioni di altri giochi e idee interessanti… Magari da sperimentare a settembre a scuola, in quella vera scuola che o è in presenza o non è. Buone vacanze, buon gioco a tutte e a tutti!

Un album di memorie domestiche, tra storia individuale e collettiva

in Tracce di scuola intenzionale by
Insieme a Sonia Coluccelli, partiamo alla scoperta di tutte quelle memorie domestiche nascoste nelle nostre case.

Sembra stretta, sempre uguale questa casa. Siamo qui da quasi tre mesi e anche chi di noi ha un cortile o un giardino, chi si concede ora qualche passeggiata, sente la ripetitività di spazi sempre uguali, conosciuti in ogni angolo, in ogni dettaglio. Forse. O forse no. Quante memorie sono nascoste in questa casa che è la nostra, da sempre, che ci soffoca ora o ci annoia. Mi sembra un buon momento questo per cambiare punto di vista sul luogo che rischiamo di abitare senza vederne le tracce impolverate che ci aiutano a sapere chi siamo e da dove veniamo.

Un viaggio nel tempo

Ciao bambini!
Oggi vi propongo di fare un viaggio nel tempo, un’esplorazione, una caccia al tesoro, dentro casa vostra, tra quelle stanze e quei mobili che conoscete tanto bene ma che forse nascondono storie di cui non sospettate neanche l’esistenza.

Può essere un insieme di foto o solo una, un vecchio attrezzo da lavoro, una collana indossata tanti anni fa dalla mamma in una sera speciale, una cassetta di musica che ancora si riesce ad ascoltare o il ricordo di un viaggio fatto prima che voi nasceste, un vestito indossato in un’occasione speciale e lontanissima, un libro di scuola di 40 anni fa o chissà cosa di diverso e misterioso potrà saltare fuori da un armadio, dal fondo di un cassetto, dagli scaffali alti di una libreria o, come nei film, dagli scatoloni della cantina o del solaio o del magazzino degli attrezzi in cortile.

Chiedete a mamma o papà o ai nonni se sono in casa con voi o in una delle vostre (video)chiamate di raccontarvi quel pezzo della loro vita, della vita della nostra famiglia che va più indietro della vostra memoria di bambini di 10 anni. Fatevi raccontare la storia di quell’oggetto, fotografatelo e condividete in questo spazio immagini e racconti, così da creare un album delle memorie ritrovate nelle vostre case nei giorni in cui queste mura possono sembrarci un po’ troppo strette.

Coinvolgete i vostri genitori per raccontarvi nei dettagli questi pezzi della loro vita che possono essere molto affascinanti perché in fondo vi riguardano anche se non ne siete stati testimoni diretti. È un dono grande capire meglio da dove veniamo, perché quella che è la storia della nostra famiglia prima della nostra nascita ci riguarda, è dentro di noi anche se non sempre ce ne rendiamo conto.

Questa cartella rimane aperta anche dopo la raccolta dei vostri primi contributi e dopo che li avremo raccolti in un album. La vostra casa potrà infatti sicuramente regalarvi altre sorprese, se vorrete continuare a cercare, a chiedere, a essere curiosi.

Allora, come dicono gli scout, buona caccia!
Maestra Sonia

Album collettivo

Ecco la lettera di qualche settimana fa per i miei bambini di scuola, una nuova proposta per rimanere nel cerchio. È un lavoro apparentemente centrato sulla dimensione individuale, sulla ricostruzione della storia più remota della propria famiglia, attraverso oggetti che aprono finestre su un passato a cui i bambini non hanno mai assistito.

Ma la messa in comune di quei racconti e di quelle immagini poi convergerà in un album collettivo con le immagini e i testi di ognuno; un album che ciascuno potrà sfogliare e guardare con sorpresa; per godere della condivisione di un pezzo della storia del proprio compagno o stupirsi per la comunanza di memorie condivise, che solo ora si manifestano. Lo stesso oggetto, la stessa piazza, la stessa canzone.

La storia di ciascuno sta sempre dentro una Storia più grande e a volte sono gli oggetti quotidiani a mostrarci quanto questo sia vero, quanto gli intrecci e le origini non ci vedano così separati. Basta voltarsi un po’ più indietro e ascoltare un racconto che arriva da lontano.

Mi sembra che questo viaggio nel passato, solo apparentemente vintage, ci aiuti anche a vivere il presente, a guardare questo nostro tempo con un po’ di distacco. Non un eterno “per sempre” ma un tassello della storia che si sta facendo sotto i nostri occhi e di cui tenere a nostra volta memoria e traccia, magari con un diario, delle foto, questo stesso album, il libretto della storia scritta con una staffetta tra compagni e qualche altro buon ricordo di questi mesi di scuola nell’emergenza; e sicuramente, quando non ci occorreranno più, le mascherine che ci aiuteranno tra qualche decennio a raccontare – a chi non c’era – le memorie di una pandemia.

Scopriamo il concetto di “tempo”

in Archeodidattica: strategie e laboratori by
Un divertente e stimolante laboratorio di archeo-didattica, proposto da Erica Angelini, per avvicinare i più piccoli al concetto di “tempo” relativo e assoluto.

In questo periodo di reclusione forzata anche i miei laboratori di storia e di archeo-didattica sono stati, naturalmente, sospesi. Per questo ho pensato di realizzare un laboratorio sul concetto di tempo utilizzando ciò che possiamo trovare in casa.

In quasi tutte le scuole con cui collaboro, le maestre e i maestri hanno scelto di lavorare con percorsi annuali che supportino l’attività didattica dell’insegnante con una cadenza regolare; questo permette a me e ai bambini di conoscerci meglio e di coltivare, oltre che la storia e le attività connesse, anche la relazione

Incontrandoli più volte imparo a conoscerli cercando di tirare fuori il meglio da ciascuno. In ogni classe ci sono “timidi”, che hanno bisogno di qualche momento in più prima di alzare la mano, ci sono i “disinteressati” che si agganciano al lab solo se trovi la chiave per entrare nel loro mondo, ci sono gli “iperattivi” che di solito sono ottimi aiutanti tutto fare e… tanti altri.

Scuolaforesta di Stefano Bordiglioni è un libro che parla proprio di tutti quegli “animali misteriosi e buffi” che popolano le aule di scuola. È quasi un manuale di etologia scolastica e i bambini vengono suddivisi in diverse categorie: soporiferi, insaziabili, sfuggenti, adesivi…

Ed è proprio così!

La scuola, quella vera e buona, unisce bambini tanto diversi e, nonostante questo, riesce spesso a valorizzare questa diversità, consentendo a ognuno di trovare il suo posto.

Archeo didattica casalinga

Alcune maestre mi hanno contattata per chiedermi di preparare alcuni video incontri per concludere in modo creativo i nostri percorsi. Le difficoltà nel preparare questi laboratori a casa sono tante, anche perché, nelle attività che propongo a scuola, tengo molto alla qualità di materiali e strumenti.

Dovendo invece lavorare con quello che si ha a casa, i limiti sono davvero grandi!

Per il primo esercizio mi è venuta in aiuto A., mia figlia grande, proponendomi di giocare con la dispensa. Prima del coronavirus, non tutti avevano una dispensa, ma ora, con le restrizioni che ci sono state per gli spostamenti, credo che ognuno abbia provveduto a creare un angolo in casa in cui tenere qualche scorta.

Perciò ecco l’idea…

Giochiamo con il tempo

Uno dei concetti fondamentali che è necessario acquisire nello studio della storia è quello del tempo; tempo presente, passato, futuro… Non sono concetti facili da far capire a un bambino, anche perché il tempo della storia che studiano i bambini alla scuola primaria è davvero lunghissimo e soprattutto molto distante da noi!

È un tempo quasi inconcepibile per loro perciò bisogna, prima di cominciare a seminare informazioni, preparare bene il terreno.

Uno dei giochi che realizziamo in classe, per lavorare su questo concetto, è quello della linea del tempo. È un gioco semplice che consiste nel dare un elenco di avvenimenti che di solito accadono nella vita del bambino e della sua famiglia, anche prima della sua nascita, come la nascita del padre, della madre ecc.

Ogni bambino deve mettere in fila, sulla linea del tempo, gli avvenimenti dati, partendo da quello più antico, e quindi più distante da noi, a quello più recente.

Questo gioco, molto semplice, introduce due concetti fondamentali:

1. Prima e dopo: alcune cose succedono prima, altre cose dopo, ed è necessario metterle in ordine per ricostruire la storia di ciascuno di noi e la storia dell’uomo. La storia dell’uomo e della Terra non sono altro che l’insieme, ben raccordato, di tanti pezzettini di storie.

2. La differenza fra datazione relativa e assoluta: quando l’archeologo trova un oggetto non è necessario capirne subito la data assoluta (cioè quella del calendario, per intenderci) di costruzione dell’oggetto, ma è necessario metterlo in relazione con gli oggetti ritrovati vicino. Se l’oggetto è stato trovato sul pavimento allora, quasi certamente, sarà più recente del pavimento. Se l’oggetto è un vaso e all’interno ci trovo una moneta, quasi certamente la moneta sarà più recente del vaso. In questo modo creo una cronologia relativa.

Un’altra cosa molto importante è che, giocando con avvenimenti conosciuti, il bambino riesce a collegare i concetti astratti di tempo passato, presente e futuro a cose reali, che sono accadute, accadono o accadranno nella sua vita. In questo modo, con questi giochi e ragionamenti, mettiamo delle basi sicure e concrete per le conoscenze future.

A scuola giochiamo con l’attività descritta sopra ma, a casa?

Giochiamo con la dispensa!

Chiediamo ai bambini di prendere dalla dispensa alcuni cibi dove c’è segnalata la data di scadenza. Io ho preso: uova, pasta corta, spaghetti, farina, tonno, ceci in scatola, crema di nocciole, marmellata.

Dopo aver preso almeno 7, 8 prodotti diversi, chiediamo ai bambini di metterli in fila da quello che scadrà per prima a quello che scadrà per ultimo. Lo stesso gioco si può fare con le date di confezionamento.

Ed ecco il risultato del mio lavoro!

Questa sera frittata, mentre per il tonno c’è tempo… Buon lavoro a tutti!

Essere multitasking… e gli altri video del venerdì!

in I Venerdì di Vincenzo Schettini by
Non solo matematica e scienza: il professor Vincenzo Schettini, nei suoi video del venerdì, regala tanti utili consigli agli studenti e agli insegnanti che lo seguono.

Dopo il successo del primo articolo torna uno dei professori più amati dal web e volto noto della televisione, Vincenzo Schettini, il cui canale YouTube “La Fisica che ci piace” conta ormai quasi 50.000 iscritti! Dimostrazione tangibile che anche gli argomenti più ardui e difficili – quando vengono raccontati con leggerezza, precisione e il sorriso sulle labbra – vengono apprezzati da tutti.

Mentre gli studenti e gli insegnanti di tutta Italia sono alle prese con la DAD, per portare a termine un anno scolastico veramente incredibile, di cosa ha parlato Vincenzo Schettini nei suoi “video del venerdì” di maggio?

Per scoprirlo, basta chiederlo direttamente a lui…

Eccoci qua! I video di questo mese sono gli ultimi che chiudono un ciclo di video pubblicati ogni settimana. Quest’estate, esattamente come la scorsa, programmerò video sul mio canale ma in maniera molto più free. Quindi, invitandovi a continuare a seguirmi, ecco i video che ho pubblicato a maggio!

Nel video di venerdì 8 maggio, davvero speciale, ho avuto quattro studenti maturandi ospiti da quattro diverse regioni italiane: abbiamo parlato delle loro emozioni, dei loro dubbi e delle idee che in quel momento avevano sugli esami di stato

Venerdì 15 maggio ho parlato della mia esperienza di “organizzazione giornaliera”. Ho condiviso con i miei followers tre step fondamentali per essere super organizzati nella vita:

Avendo ricevuto centinaia di richieste sugli argomenti per la maturità, venerdì 22 maggio mi sono dedicato proprio all’orale di maturità: ho suggerito e discusso cinque argomenti top per preparare l’elaborato di fisica per gli esami di stato…

Venerdì 29 maggio mi sono dedicato ai ragazzi delle scuole della secondaria di I grado: ho mostrato cinque errori da non commettere per scrivere correttamente un’ottima tesina per gli esami (argomento super interessante anche per i ragazzi più grandi)…

Splendidi film di animazione tutti da scoprire

in Pensare con gli occhi by
Grazie ai consigli di Carlo Ridolfi, andiamo alla scoperta di alcuni splendidi film di animazione oggi disponibili gratuitamente

Mentre prosegue la vita sospesa da una pandemia che sta cambiando il volto del mondo intero, continuiamo a rintracciare alcune – delle molte ormai disponibili – perle nascoste di animazione fino ad oggi nascoste o addirittura indisponibili.

Due fra le maggiori sono raggiungibili al sito della Cineteca di Milano. Si tratta di due splendidi film di animazione, oggi disponibili in streaming gratuito.

La regina delle nevi (URSS, 1957)

Versione a disegni animati, diretta da Lev Amatanov, di una delle più belle fiabe di Hans Christian Andersen, conserva la freschezza, l’originalità e la grazia di un’opera che non si rivedeva da tempo (a mio parere, con la misura delle differenze d’epoca e di capacità tecnologiche, non inferiore, se non persino più significativo, delle maxiproduzioni statunitensi che hanno prodotto i due film di Frozen).

Putiferio va alla guerra (1968)

Uno dei rarissimi lungometraggi a disegni animati prodotti da quella che è stata una grandissima scuola di inventiva, ironia, divertimento e passione come quella degli animatori italiani. Si tratta di Putiferio va alla guerra (1968), realizzato dai fratelli Gino e Roberto Gavioli, con la collaborazione di Paolo Piffarerio. Per rappresentare la necessità di superare le divisioni tra esseri dal destino comune, la storia della lotta tra formiche (che poi scopriranno di avere un nemico da affrontare insieme) è quanto di più utile e giusto ci sia di questi tempi.

Altro sito di grande utilità è quello di My French Film Festival che fino a fine maggio, almeno al momento, mette a disposizione in visione gratuita venti fra corto e lungometraggi significativi delle ultime dieci edizioni del festival del cinema francese.

Vi si trovano alcuni gioiellini della produzione in animazione internazionale, come Il giorno delle cornacchie (2012) diretto da Jean-Christophe Dessaint fra i lungometraggi, o, fra i corti, i deliziosi Dopo la pioggia (2018) del trio franco-spagnolo Valérian Desterne, Juan Olarte Zuniga e Carlos Osmar Salazar, Il sogno di Sam (2018) di Nolwenn Roberts, Il silenzio sotto la corteccia (2018) di Joanna Lurie, La tigre senza strisce (2018) di Raùl Robin Morales Reyes.

La selezione continua, ma va esplorata e goduta con curiosità e attenzione, con molte altre proposte per bambini e adolescenti, fra le quali ci piace citare lo splendido documentario (in alcuni passaggi forse un po’ arduo come temi trattati e per questo adatto a un pubblico 10+) Come ho odiato la matematica (2012) di Olivier Peyon. Al di là del titolo volutamente provocatorio, si tratta di un’accuratissima e avvincente trattazione dell’evoluzione scientifica e didattica della matematica e della sua importanza nella vita di tutti i giorni.

I venerdì di Vincenzo Schettini

in Esperienze digitali/I Venerdì di Vincenzo Schettini by
Arriva su Occhiovolante la nuova rubrica del professor Vincenzo Schettini, con tanti consigli per studenti e insegnanti.

Inauguriamo oggi la nuova rubrica curata da Vincenzo Schettini, professore di fisica, famoso youtuber grazie al suo canale La fisica che ci piace e volto noto su programmi Sky e Rai. Uno dei pochi professori capaci di mettere d’accordo, con le sue video lezioni a distanza, studenti, genitori e insegnanti!

Qual è il segreto delle lezioni di Vincenzo Schettini? Sicuramente il modo originale con cui tratta argomenti di fisica, matematica e chimica, la semplicità con cui racconta tematiche difficili; sono tantissimi infatti gli studenti che seguono le sue lezioni per prepararsi a compiti in classe ed esami. Ma il segreto di Schettini risiede anche nel riuscire a parlare a tutti, ad appassionare chiunque.

Non a caso, il suo canale youtube contiene tante sorprese, come ad esempio gli ormai famosi video del venerdì, nei quali il professore condivide le sue esperienze e dà tanti utili consigli agli studenti che lo seguono. Ma di cosa ha parlato nell’ultimo mese? Per scoprirlo, dobbiamo chiederlo direttamente a lui…

“In maniera “inevitabile” i video del mese di aprile sono stati dedicati al coronavirus e al lungo periodo di quarantena che tutti quanti stiamo vivendo isolati nelle nostre case”.

Venerdì 3 aprile, con un inizio cantato dallo stile parecchio rock (fra l’altro tutti i video del venerdì partono con me che canto!) ho parlato della scienza che sta ruotando attorno al virus: dalla corsa al vaccino alle cure, all’uso dei dati per la comprensione della pandemia fino ad arrivare alla progettazione di nuovi medicinali studiando le strutture 3D del virus tramite acceleratori di particelle”.

Venerdì 10 aprile è andato in onda il primo “video del venerdì” live! Proprio per il fatto di essere tutti a casa, ho pensato di interagire ancora di più con il mio pubblico: tema del video il possibile ritorno a scuola ora o a settembre, il destino degli esami di maturità, i probabili “stili didattici” dell’anno scolastico futuro. Centinaia le persone collegate!”.

“Venerdì 17 aprile mi sono preso una pausa per motivi personali, mentre venerdì 24 aprile è stata la volta della discussione sui possibili scenari della cosiddetta fase due, quella di cui stiamo parlando tanto: sì, infatti in questo video ho affrontato proprio il tema del ritorno alla normalità, se normalità sarà. Anche in questo caso in una discussione live ho fra l’altro toccato il delicato uso dell’App “immuni”.

Grazie professore e alla prossima!

La scuola che manca

in Ora di Alternativa by
Insegnanti, alunni, genitori: insieme a Valerio Camporesi, parliamo di una scuola che manca come luogo di dialogo e confronto.

Cos’è successo nella scuola italiana all’indomani della chiusura per il Covid-19? Si susseguono sulla stampa e in rete racconti diversi, ma forse con alcuni tratti in comune, il primo dei quali è il disorientamento. La scuola non era preparata a una simile evenienza, e sconta con l’ovvia difficoltà la situazione attuale: sono le problematicità ben note (alunni che non dispongono degli strumenti per la didattica a distanza, collegamenti che non sempre funzionano), in cima alle quali metterei la mancanza del rapporto diretto.

È possibile fare lezione senza guardare in faccia gli alunni, rinunciando a quelle dinamiche relazionali tra docenti e discenti costruite nel tempo e, spesso, con fatica? Se, come molti sostengono, il lavoro di un insegnante è anche attoriale (nel mio caso, insegno Storia ricorrendo spesso a piccole rappresentazioni sceniche in classe), può svolgersi a distanza? Verrebbe da dire di no, che il massimo che si potrà fare sarà tenere in qualche modo il filo di una comunicazione e, solo in minima parte, di una didattica. Forse, alla fine, conterà più di tutto non aver fatto sentire soli gli alunni, aver creato uno spazio di dialogo e di confronto in mezzo all’isolamento forzato che stiamo vivendo.

Eppure, nonostante i limiti e le difficoltà evidenti fin dall’inizio, nel corpo docente si è manifestata – non in tutti, non sempre – un’ansia da prestazione talvolta strisciante, talvolta debordante: nelle chat tra docenti era una gara a voler fare, un mettersi in prima fila a mostrare che si stava lavorando, che si era pronti, anche laddove i dubbi e il disorientamento apparivano più che legittimi.

Un’ansia che forse viene da lontano, da quella delegittimazione sociale profonda, instillata da decenni di narrazioni qualunquistiche veicolate anche da ministri (il noto Brunetta, secondo il quale gli insegnanti guadagnavano anche troppo, visto che “lavorano mezza giornata”), da percezioni svalutative di una professione difficile e nella quale il tempo passato a scuola costituisce di norma la metà di quello lavorativo effettivo (tra lezioni da preparare, compiti da correggere e riunioni). Una percezione e una narrazione che, tristemente, rischiano oggi di rafforzarsi, laddove gli eroi (giustamente) conclamati sono altri, lasciando nell’ombra tutti gli altri lavoratori che, pure, stanno continuando a lavorare (come gli insegnanti).

Anche le prime parole del ministro sono apparse significative: un voler mettere le mani avanti, fin da subito, un dire che “la scuola sta lavorando, è tutto come prima”, come se la scuola avesse una tara da correggere, una colpa da espiare, qualcosa che non permettesse di dire fin da subito: no, non sta andando come prima, la situazione è complicata.

Il rischio è che questo scenario si ripeta, magari rafforzato, quando si faranno i conti di questa crisi e si vedrà che, a fianco dei tanti caduti in miseria, ci sono i “privilegiati”, quelli che – come gli insegnanti – godono di uno stipendio fisso visto ormai come un privilegio e non, come dovrebbe essere, un diritto. Lo stipendio più basso d’Europa, eroso da tagli decennali, palesemente incongruo, ma tant’è.

La scuola però è fatta soprattutto dagli studenti, allora è lecito chiedersi: che tracce lascerà in loro quest’evento che qualcuno ha già definito periodizzante, tale da incidere profondamente nei modi di vivere e di pensare? Anche qui si sono susseguiti analisi e responsi, alcuni ai limiti della profezia. Non avendo doti profetiche, mi limito a dire: non so.

Mi preoccupa però l’effetto che il distanziamento sociale provoca negli studenti: che effetto avrà la rinuncia forzata a quel luogo di socialità e di incontro che è il mondo della scuola, con tutti i suoi contrasti e le sue dinamiche a volte anche conflittuali (tra alunni e insegnanti, tra alunni stessi)? Mai come adesso ci si accorge di quanto la scuola non sia solamente un’istituzione dispensatrice di nozioni, bensì in primo luogo un luogo di vita indispensabile, e la sua assenza rischierà di pesare. Nel momento in cui la scuola tornerà a vivere si troverà di fronte – forse – alunni ancora più disorientati, deprivati di quelle funzioni emotive che solo la relazione con gli altri può dare.

L’ultima riflessione riguarda la scuola che manca ai genitori, agli insegnanti, ma anche agli studenti: è forse questa la base da cui ripartire per darle più valore e legittimazione, per farla ricominciare con qualche stereotipo in meno, in primo luogo quello sulla scuola brutta e noiosa per definizione. Se fosse così brutta e noiosa, non mancherebbe così tanto!

Certificazioni BES e DSA, sono sempre necessarie?

in Ora di Alternativa by
In Italia, i dati ci dicono che forse ci sono troppe certificazioni BES e DSA: servono realmente sempre o si tratta talvolta di scorciatoie per alunni, genitori e scuole?

Mesi addietro parlo con una mamma al ricevimento: la figlia è in prima media, dobbiamo discutere circa il rinnovo del documento BES. L’alunna va bene, non mostra particolari problemi; dalle relazioni della scuola primaria risultava addirittura brillante. Unico neo: non usa il corsivo. Ne parlo con la madre, anche perché le rare volte in cui le ho visto usare il corsivo, lo ha fatto con ottimi risultati. “Mia figlia ha un quoziente intellettivo troppo alto: la psicologa ha sconsigliato di usarlo. Così evita di subire troppo stress”.

Lì per lì faccio fatica a comprendere il connubio quoziente d’intelligenza-corsivo-stress, poi realizzo l’assurda verità e propongo alla madre di cancellarla: documento BES cestinato e alunna che scrive in corsivo meglio di prima, senza finora aver manifestato segni di eccessivo stress.

L’episodio, uno dei tanti che riempiono l’infinita aneddotica scolastica, piena di aspetti paradossali, offre lo spunto per qualche riflessione: pur condannando ogni forma di generalizzazione sulle certificazioni BES e DSA, non si può non constatare la diffusa percezione – da parte dei docenti – di una pratica ormai fuori controllo, soggetta a regole e parametri a volte non chiari.

Alunni certificati per lieve iperattività o scarsa attenzione, alunni certificati per scarsa applicazione allo studio o perché non hanno mai imparato a leggere e a scrivere… e certificazioni che talvolta compaiono “magicamente” al redde rationem dei voti in pagella!

Insomma, ce n’è abbastanza per avere il sospetto che si sia non di rado abusato di una possibilità che invece dovrebbe essere utilizzata solo in alcuni e ben comprovati casi.

Che vi sia una proliferazione indebita di tali certificazioni pare confermato dai dati: come spiegare altrimenti, in molte classi, la presenza di un terzo di alunni certificati?

È forse diventata l’Italia un paese di disgrafici, dislessici o iperattivi affetti da disturbi d’attenzione? C’è forse, dietro a questo scenario, una rappresentazione di alcuni dei mali che affliggono l’Italia e il mondo contemporaneo?

Ci sono l’incapacità, sempre più diffusa, dei genitori a svolgere il proprio mestiere e la tendenza – di fronte ai problemi scolastici – a cercare la comoda scorciatoia della certificazione?

Una scorciatoia comoda per tutti: per l’alunno, il genitore, la scuola che così non deve stare in ansia per l’attesa di un eventuale ricorso contro la bocciatura.

Scorciatoia malefica, perché sottrae l’alunno al proprio compito di realtà, quello vero, far fronte alla realtà delle richieste cui è chiamato.

Malefica perché rafforza quel senso di irresponsabilità, di sottrazione al proprio impegno nel quotidiano, che rischia di creare una generazione di inadatti ad affrontare le – ahimè – inevitabili e numerose difficoltà della vita.

E, infine, scorciatoia che denota la sempre più marcata tendenza alla medicalizzazione della vita e del nostro rapporto con essa, per cui ogni difficoltà o malessere diventa subito patologia da estirpare e non questione da affrontare.

Ma se questo scenario esiste e si sta sempre più espandendo, una responsabilità grave ce l’ha la scuola e chi la governa, incapace di sottrarsi a dinamiche svilenti e prona ad assecondare sempre e comunque quelli che ormai non sono più genitori ma “clienti”; una scuola che a volte sembra aver abdicato ai suoi compiti di insegnare a leggere e a scrivere, obiettivi ormai fuori moda e retrogradi nella scuola dell’empatia e del cooperative learning (verrebbe davvero da rivalutare almeno qualcosa della scuola di prima, che forse garantiva un po’ di più le conoscenze di base).

Sembra urgente, in definitiva, il recupero di una funzione educativa garante dell’evoluzione degli studenti e non di una loro difesa a priori da quegli ostacoli e difficoltà che è compito primario della scuola far conoscere.

E tutto ciò, va ribadito, al netto di quei non pochi casi che meritano il ricorso alle certificazioni e per i quali le garanzie sono non solo legittime ma sacrosante.

Crediti copertina: Ignacio Palomo Duarte

Scrivere insieme, anche se lontani

in Tracce di scuola intenzionale by
La proposta operativa di Sonia Coluccelli per mantenere la relazione educativa anche se lontani. Perché la scuola si fa insieme!

Come mantenere la relazione educativa anche se lontani?

È mattina, Luca ed Elisa si alzano dal loro letto, fuori il cielo è grigio e si annuncia un’altra giornata senza scuola per colpa di un virus che ha un nome che sa un po’ di favola ma che fa diventare seri i visi di tutti i grandi. Che noia! È tutto chiuso e poi è meglio evitare di trovarsi in troppi nello stesso posto, così hanno detto i medici. Ma chissà cosa sta succedendo là fuori? Vorrebbero tanto avere qualche potere magico per volare in alto, invisibili, lo vorrebbero proprio. E lo sappiamo, i desideri quando sono intensi hanno potere di fare miracoli e così, senza nemmeno accorgersene, Luca ed Elisa si trovano per aria, leggeri come un aquilone che sorvola la città. Succede proprio ora, mentre tu stai leggendo, in questo giorno dove tutto è un po’ diverso dal solito. Si guardano sbalorditi un po’ spaventati; Elisa guarda il suo fratellone: “ e ora, dove andiamo Luca?” …

Inizia così, con una email che arriva ai bambini tramite i loro genitori, proprio nei primi giorni di chiusura delle scuole e di restrizioni severe, il viaggio di parole e pensieri di 19 bambini di una classe IV di scuola primaria.

I primi giorni li affronto di slancio, senza ancora aver predisposto dispositivi più strutturati per inviare loro proposte, materiali, progetti di lavoro comune.

Mi muovo con in testa quello che ancora oggi, dopo un mese, è l’obiettivo primario per attraversare questo tempo come maestra: rimanere con i bambini nel cerchio che è il luogo fisico di gran parte del nostro lavoro in classe, continuare a pensare e pensarsi insieme, partire dalla relazione per costruire sapere e per capire cosa farne del sapere, nel mondo. Sembra lontano il mondo, sembra lontana la nostra scuola e rimanere in cerchio non è facile. In quella mail lo scrivo e dico ai miei bambini quanto sono convinta che possiamo trovare strumenti per continuare a essere individui e gruppo anche a distanza.

La scrittura a staffetta è uno strumento semplice e stimolante, anche solo utilizzando il canale delle mail. Ed è uno strumento che è alla portata di bambini e ragazzi di diverse età, nei più piccoli in forma più ludica con l’aiuto degli adulti, nella primaria in modo più articolato seguendo lo sviluppo delle competenze dei bambini in crescita, per adolescenti delle secondarie con contenuti e riferimenti letterari potenzialmente anche molto complessi o specifici, dal fantasy, al romanzo storico, al giallo.

Insieme a quell’incipit mando a tutti i bambini l’elenco alfabetico della classe con i relativi indirizzi di posta elettronica e chiedo a ciascun bambino di leggere quanto gli arriva aggiungendo cinque righe e spedendo al successivo.

Il primo partirà dal mio spunto, scriverà il suo contributo, spedirà al secondo che aggiungerà le sue 5 righe e poi spedirà al terzo e così via. Sarà Marta, ultima in ordine alfabetico a rispedire a me la storia con i contributi di tutti.

Poche sere fa, tra le tante, trovo quella mail, dopo venti giorni che sembrano un’eternità, in cui tutto è cambiato molte volte, Luca ed Elisa, i protagonisti della storia, ritornano qui.

La lettura, ricca e lunghissima, che i bambini mi offrono è stupefacente: viaggi intercontinentali propiziati da un oggetto con poteri straordinari

C’è un anello d’oro. Luca dice: “Magari è un anello magico!”. Elisa lo mette al dito e lo gira e rigira, poi succede che li trasporta al Polo Nord.

 pezzi di vita e di luoghi del cuore

… l’amico del vecchio incantatore, di nome Adenane (nome del bambino che sta scrivendo questa parte, di origine marocchina NdA), gli dice “potete restare qui visto che voi siete i benvenuti e io potrei mostrarvi tutte le bellezze del Marocco: il deserto, la campagna, il mare, le montagne. Decidete voi dove volete che vi porti!” (…) si dirigono verso il posto più vicino: il mare. Quando arrivano a destinazione si siedono ad ammirare la bellezza delle onde, uno spettacolo meraviglioso che di certo avrebbero potuto vedere una sola volta nella loro vita, poi si dirigono verso le montagne (…) subito si mettono a giocare con la neve. (…) Dopo aver giocato si siedono ad ammirare il panorama, che è bellissimo e Adenane dice: “andiamo nel mio posto preferito, il deserto!” e lì cavalcano cammelli e guidano le moto di sabbia. Alla fine, Adenane dice: “adesso è l’ora che voi torniate in Italia perché dobbiamo accettare il nostro paese, quando c’è il male e quando c’è il bene “

 e la ricerca di una cura per il virus

Elisa gira l’anello e si ritrovano in Mongolia in una tenda colorata e misteriosa con all’interno tanti bambini che giocano. Luca ed Elisa gli chiedono: “Avete qualche antica medicina per sconfiggere il virus?”.

il riferimento ai luoghi dove si sta lavorando per salvare vite umane.

“Perché non andiamo all’ospedale Sacco? lì c’è un grande medico che si chiama Giuseppe, forse possiamo dare le tre pietre a lui.”

Incontri imprevedibili in luoghi dal nome evocativo

“noi cerchiamo il dottore che sappia unire le pietre magiche per sconfiggere il virus” Giuseppe dice loro che non è lì a Milano la persona giusta ma che devono andare a Roma.

Allora Luca chiede al dottore: dove si trova questa persona a Roma? lui risponde: si trova in via Il virus numero 19, ma non è un umano è un folletto di nome Flip, è uno scienziato!

E un finale degno di un libro fantasy

…improvvisamente, si sente un rumore sempre più vicino, come dei passi e poi un gran frastuono. Luca ed Elisa sentono un vento freddo. E una voce che dice: “Luca… Elisa… è ora di andare. Svegliatevi, pigroni! Dai, che finalmente si torna a scuola!” È la loro mamma che intanto sta tirando su la tapparella della camera e apre la finestra. Luca ed Elisa si guardano meravigliati e Luca chiede a Elisa: “Ma allora era un sogno? Tu cosa hai sognato? “ Elisa risponde: “Io ho sognato di salvare il mondo dal virus con te, un orso bianco, tanti personaggi simpatici e un folletto di nome Flip.

E tu?” “La stessa cosa” risponde Luca sorpreso. “Ma allora il virus?” chiedono entrambi alla mamma. È STATO SCONFITTO, grazie agli scienziati, ai medici, agli infermieri, a chi ha permesso a tutti di avere cibo e medicine… e anche alle tante persone che sono state a casa come voi.” Luca ed Elisa si guardano e si abbracciano gridando di gioia, felici che la realtà sia più bella del sogno che avevano fatto. Si alzano dal letto e vanno in cucina per fare colazione. Sul tavolo c’è un anello d’oro…

Ecco. Quello che ritorna da questo schermo è forse ancora più di quello che speravo, ritrovo nel contributo di ciascuno il funzionamento della mente e dell’animo che ben conosco e allo stesso tempo tutto sembra pensato da una sola penna (o tastiera) o da un accordo che nella realtà non è mai potuto avvenire. Siamo ancora in cerchio.



Clicca qui per la lettura del testo integrale frutto della scrittura a staffetta.



Quando torneremo a scuola sarà tutto diverso

in Maschile singolare by
Quando torneremo a scuola sarà tutto diverso.

Quando torneremo a scuola. Sarà settembre, probabilmente, e troveremo i bambini un po’ cresciuti. Ho letto da qualche parte che la “Sindrome Italia” colpisce 80.000 badanti. Sono spesso persone, le badanti, che per assistere i nostri anziani lasciano i loro figli nel Paese di origine. Ovviamente questi figli nel frattempo crescono, fanno esperienze e così, quando la famiglia si riunisce, le madri scoprono quanta vita non hanno perso.

Ecco, quando torneremo, troveremo bambini molto cresciuti.

Avranno imparato molto, anche senza di noi; forse non le stesse cose, ma molto e tra questo molto ci saranno pure cose interessanti. Nulla a che vedere con la Sindrome Italia, ovviamente, ma avremo, tutti, l’occasione di capirle un po’ di più, le badanti, i loro figli e tutto quel pezzo d’Italia che diversamente ci lasciamo scivolare accanto. Non mi sembra poco.

Quando torneremo a scuola, sarà tutto diverso.

Ci verranno in mente le chat con le colleghe e i colleghi. Quelli che ci hanno scritto, ovviamente, ma anche quelli che non si sono fatti sentire. Ci sarà un solco, tra gli uni e gli altri e sarà un solco inevitabile e duraturo.

Perché la scuola è una comunità, certo, ma una comunità la valuti soprattutto nei momenti di crisi.

Allora saluteremo tutti, ovviamente, ma sapremo esattamente chi ci ha dato una mano e chi ce l’ha solo chiesta, una mano. E tutto questo scambio di mani sarà un piacere, dopo tutti questi mesi di paura. E neanche questo mi sembra poco.

Quando torneremo a scuola, sarà tutto diverso.

Torneremo carichi di applicazioni web. Avremo imparato a girare video, gestiremo un sacco di strumenti online, proprio come i famosi digital native. Lo sappiamo tutti che non esistono e che è solo un modo per dividere la popolazione umana tra chi fatica a fare una rampa di scale e chi corre la maratona.

Quando torneremo, non dico che sapremo fare tutti tutto, ma che sapremo fare un po’ di più, sì. E allora, quelli che corrono la maratona, digitalmente parlando, sentiranno il fiato sul collo e vedranno farsi sotto quelli che fino a poco prima faticavano anche a salire una rampa di scale. E li vedremo non proprio contenti di queste novità portate dal virus.

E questo mi sembra poco, ma mi è piaciuto scriverlo lo stesso.

Quando toneremo a scuola, perché torneremo prima o poi, sarà tutto diverso.

Vedremo i bambini scambiarsi le matite e percepiremo il pericolo. Vedremo i bambini venirci incontro per un abbraccio e anche lì percepiremo il pericolo. E a ogni colpo di tosse, a ogni starnuto percepiremo il pericolo, perché tra i danni del virus che ci tiene in casa in questi giorni c’è anche questo: un colpo all’idea che abbiamo dello stare insieme.

Non è poco, ma non è neanche tutto. Perché impareremo, magari, che il rispetto verso gli altri passa anche da una mascherina da indossare quando si ha il raffreddore. Non per proteggersi dagli altri, ma per proteggere gli altri.

Quando torneremo a scuola, ecco, forse posso dirla così, sarà tutto diverso se avremo imparato a proteggere gli altri. Restate a casa.

Fare storia con le fotografie

in Fra cattedra e finestra by
Con il metodo WRW, le fonti visive diventano potenti stimoli visivi e aiutano gli studenti a memorizzazione fatti e personaggi della storia.

La parola “fare” ha qui il valore del fare in senso quasi manuale. Equivale a costruire la storia. Trovare gli elementi che inquadrano un avvenimento e strutturarli in uno schema di pensiero.

Non ha nulla a che vedere con lo studiare, se per “studiare” si intende leggere su un testo notizie, ripeterle, farsi interrogare, riportare una valutazione espressa in un numero. Questo è il modo in cui tradizionalmente la disciplina storia viene insegnata.

Da quando ho incontrato il WRW ovviamente ho cambiato non solo il mio approccio alla lettura e alla scrittura ma anche alle altre discipline.

Dico ovviamente perché la rivoluzione didattica che ho messo in atto mi ha coinvolto così tanto che è passata anche sulle discipline affini. Io oramai non so lavorare se non attuando un laboratorio, partendo il più possibile da compiti autentici e mettendo sempre al centro l’alunno, non il programma (presunto).

Così, vista l’enorme difficoltà dei miei studenti in storia, sia nella memorizzazione sia nella comprensione dei testi da cui dovrebbero evincere eventi da “studiare”, ho impostato la didattica sulle fonti iconografiche.

Adesso, che per il secondo anno ho una quinta superiore, ho a disposizione tantissimo materiale. Ma anche in terza sto usando lo stesso metodo e mi pare funzioni.

Gli studenti di oggi, ci spiegano le neuroscienze, apprendono in maniera reticolare, non in maniera lineare. Non è il caso qui di discutere perché (la tecnologia ha la sua importanza) e nemmeno se ciò sia meglio o peggio rispetto a prima. Non credo che il problema si ponga in questi termini, se mai nel cercare di capire come avvicinare lo studente a questa materia, che sta diventando per molti sempre più ostica. È evidente che la metodologia tradizionale con questa nuova tipologia di alunni non funziona.

Quindi io parto sempre da fonti visive. Ne scelgo tre o quattro per ogni macro argomento e da lì inizio i miei percorsi. Ci sono foto che dicono più di moltissimi testi scritti. Ci sono alunni che dalle foto imparano molto di più che se leggessero (e non lo fanno) tutto un capitolo. Certo, non è solo un proporre immagini. Dietro ci sono una ricerca e l’adattamento di strumenti già sperimentati.

In molti casi propongo le foto da sole, a inizio percorso. Senza contorno e senza spiegazione. Usiamo la tecnica STW cioè See, Think, Wonder che ho tratto dal testo Making Thinking Visible. Annotiamo sul quaderno cosa vediamo, quello a cui ci fa pensare e infine le nostre ipotesi o previsioni.

È un grande esercizio di pensiero che implica, appunto, lo studiare nel senso profondo della parola. Osservando foto, a poco a poco ricostruiamo un periodo o un evento o analizziamo un personaggio. Spesso poi le tagghiamo: vicino a ognuna mettiamo #, cioè parole chiave che ci aiutino a ricordarle e a collocarle.

In altre occasioni, scendendo più nel profondo, fornisco foto e brevi testi da leggere. Abbiniamo foto ai testi e ci domandiamo perché. È un po’ come costruire un libro di testo fatto da noi. Ogni foto è posseduta dai ragazzi in fotocopia e quando preparano il loro speech (intervento orale che sostituisce l’interrogazione) devono partire sempre dall’analisi di una fonte iconografica.

Ho proposto anche foto di dipinti, ritratti di personaggi famosi, foto storiche e di archivio e anche spezzoni di film o documenti d’epoca. Usiamo le foto anche quando scriviamo i testi espositivi in storia. A ogni paragrafo ne va attribuita una con didascalia esplicativa elaborata dai ragazzi.

Un altro tipo di approccio alla foto consiste nello scrivere a partire da questa, come fosse un attivatore di scrittura, in questo caso di pensiero. I ragazzi notano particolari che a volte io stessa non noto. Fornisco prima una serie di prompt per iniziare il processo di pensiero e scrittura e spesso anche dei testi mentore scritti da me. In questo caso scrivere attiva l’acquisizione di una conoscenza che si stratifica più in profondità e in maniera più duratura. Per gli alunni DSA, ma in genere per tutti, questo modo di calarsi dentro la storia e di farne narrazione diventa più facile e fondamentale.

Oramai tutti sanno che un apprendimento per essere significativo deve essere legato a una emozione o a una motivazione. Se la motivazione non è sufficiente (come spesso accade per molto studenti) l’emozione invece è più facilmente raggiungibile con l’uso delle fonti e in particolare delle fotografie.

Cito ad esempio una foto che ho usato per approfondire il concetto dei nuovi armamenti nella Prima guerra mondiale: la fila lunghissima di cadaveri morti per asfissia sul monte Sabotino nel 1916. Non si può certo dimenticare facilmente. Altre foto che funzionano (anche per la storia che nascondono) sono i pochi scatti rimasti di Robert Capa dello sbarco in Normandia. Oppure le foto di Erwitt dell’America razzista degli anni ’60. A ogni foto si può collegare un mondo, un episodio, una storia. E questa “storia” si può memorizzare meglio perché legata ad un potente stimolo visivo. Anche le foto dei dipinti funzionano. Il quarto stato di Pelizza Da Volpedo ha funzionato benissimo come volano per descrivere l’Italia della fine del secolo XIX.

Crediti copertina: wolfgangfoto

Costruiamo un albo illustrato dei nostri sentimenti

in Archeodidattica: strategie e laboratori by
Insieme a Erica Angelini, impariamo a costruire un albo illustrato con le finestre per parlare dei nostri sentimenti

Queste “vacanze obbligate” portano tutti noi a riorganizzare i tempi, le priorità, gli spazi mentali e fisici. Da mamma di tanti figli mi rendo conto che, seppur con tutta la buona volontà e le capacità multimediali di prof e maestre, la scuola ai tempi del Coronavirus non può essere nemmeno lontanamente simile a quella che si fa in classe.

Anzi, mi sento proprio di dire che stiamo costruendo, giorno dopo giorno, una nuova scuola!

Non so se migliore o peggiore di quella di prima, ma sicuramente nuova

Finalmente non è più la vita a doversi fare strada nella scuola (come se fossero pianeti diversi), ma al contrario la scuola deve farsi strada nella vita di casa, adattarsi agli orari, alle possibilità delle famiglie, diventare elastica, quasi personalizzata.

In effetti, quanto uno studente riesca a stare dietro a questa nuova scuola, dipende molto dalla motivazione e dalla responsabilità di ognuno. Fin da bambina sono cresciuta con il metodo educativo proposto dal movimento scout in cui responsabilità, compartecipazione, autonomia sono valori importanti per crescere e imparare a “guidare da sé la propria canoa” (come scrive Lord Baden Powel in uno dei suoi libri sul metodo scout), perciò sarei molto felice se la nuova scuola stimolasse i nostri ragazzi in questa direzione.

In questo contesto, in cui la scuola entra in punta di piedi nella vita, forse può essere utile partire dalla vita per fare scuola.

Ho quindi pensato di usare quello che abbiamo in casa – o che possiamo facilmente reperire in rete – per organizzare alcune attività divertenti ed educative. Ho chiesto alle mie bambine di prendere alcuni albi illustrati, li abbiamo letti e poi ne abbiamo scelto uno su cui lavorare e con cui giocare.

La scelta è ricaduta su A cosa pensi?, edito da Orecchio Acerbo, scritto e illustrato da L. Moreau. Lo abbiamo preso in prestito nella biblioteca della nostra città poco prima che scoppiasse l’emergenza e ora aspetta insieme a noi che tutto torni alla normalità.

L’albo presenta in ogni doppia pagina un personaggio diverso, illustrato mostrandone il viso (di profilo, di tre quarti, di fronte). Ogni pagina di destra ha una finestrina che si apre per mostrarne il pensiero. È divertente ma anche sorprendente, e l’idea di poter leggere i pensieri delle persone è piaciuta molto alle mie bambine. (link a immagini del libro?)

Uso spesso gli albi illustrati nel mio lavoro, come catalizzatori di idee ed emozioni e come letture che introducono il laboratorio. Li leggo volentieri anche ai miei figli, grandi e piccoli.

Il linguaggio dell’albo illustrato, che mette in relazione parole e immagini, mi piace particolarmente perché lascia libertà di pensiero e interpretazione, e spesso succede che, di fronte allo stesso albo, i bambini ricevano suggestioni diverse, personali.

Leggendo A cosa pensi?, le mie bambine hanno avuto reazioni diverse.

M., di 8 anni, apprezza molto il personaggio di Elena, che “ogni tanto ha bisogno di stare sola”; così, aprendo la finestrina, si vede Elena su una scogliera che guarda il mare. E., di 5 anni, ha amato molto il Gatto perché, se dal testo ci immaginiamo che lui pensi a un pesce o a una cosa da “gatto”, l’immagine nella finestra ci sorprende e ci fa sorridere per il suo pensiero inaspettato.

Partendo quindi dall’idea di poter guardare “dentro” alla nostra testa, abbiamo inventato un gioco che vi proponiamo.

Per realizzare il gioco servono i materiali delle immagini qui sotto 🙂
Poi prendiamo il foglio di cartoncino e lo pieghiamo in due parti.
Su una delle due metà del foglio misuriamo 6 cm che ci serviranno per ritagliare la parte bassa e creare la nostra aletta.
Ora ogni bambino disegna se stesso sul foglio: la testa sarà disegnata nella parte in alto (la finestra che poi si aprirà), collo e spalle saranno invece disegnate in basso.
Una volta finito il disegno principale, si apre la finestra e si disegna all’interno il proprio pensiero come ha fatto M.

Nel corso della mattina ne abbiamo prodotti altri, poi abbiamo creato un libro proprio come quello che ci ha dato l’idea.

Oltre a realizzare questo laboratorio in famiglia si potrebbe proporre, alla propria classe, una video-lettura dell’albo da parte delle maestre e, perché no, anche dei prof. Dopo la video-lettura si può chiedere ai bambini e ai ragazzi di fare un disegno di quello che pensano e poi integrare la richiesta con un breve testo che spieghi l’immagine e i sentimenti espressi con il disegno.

Se ne potrebbe fare anche uno al giorno o alla settimana e realizzare, una volta tornati a scuola, un libro illustrato e scritto con i propri pensieri.

Se vi è piaciuta questa idea venite a trovarmi sul mio blog www.maniingioco.blogspot.it. Buon lavoro a tutti!

La storia di Pippi Calzelunghe diventa un balletto.

in Pensare con gli occhi by
Pippi Calzelunghe, nata dalla penna di Astrid Lindgren, è ora la protagonista di un balletto, con il corpo di ballo e l’orchestra di Finlandia, da vedere sul canale gratuito ARTE.

Se c’è un personaggio, fra quelli nella letteratura per ragazzi, che può esser associato alla parola “libertà” questo è sicuramente Pippi Calzelunghe.

Creata nel 1945 da Astrid Lindgren, donna e scrittrice straordinaria, la ragazzina che abita a Villa Villacolle ha avuto, con pieno merito, un lungo e continuo successo non solo per l’originale libro per ragazzi, ma anche per la serie televisiva nella quale fu interpretata da Inger Nilsson, per i film con attori e a disegni animati.

Dallo scorso anno Pippi è anche la protagonista di uno splendido balletto, con le musiche di George Riedel, Stefan Nilsson (che sono stati gli autori della celeberrima canzone diventata la sigla della serie tv) e di Jan Johansson, e con la coreografia di Par Isberg. Messo in scena con il corpo di ballo e l’orchestra di Finlandia, questa versione di Pippi Calzelunghe è disponibile (fino al prossimo 20 aprile) sul canale gratuito ARTE.

Poche forme d’arte raggiungono la sintesi e la purezza creativa come il balletto, in questo caso realizzato al meglio.

Le scenografie di Bo Ruben Hidwall, i costumi di Ann Mari Anttila. Le musiche (con echi del più giocoso Erik Satie e reminiscenze jazz) dirette da Kurt Kopecky. L’interpretazione (solo per citare i ruoli principali) di Abigail Sheppard (Pippi), Kento Jacobs (il sig. Nilsson), Atte Kilpinen (Tommy), Valeria Quintana (Annika). Il tutto rende questo spettacolo davvero entusiasmante e imperdibile.

Guarda il video del balletto
Il primo tempo

C’è tutto il “canone” Pippi che conosciamo. L’arrivo nella sua nuova dimora (l’entrata in scena è compiuta rubando la bacchetta al direttore d’orchestra), la presa di possesso nella nuova casa insieme alla scimmietta sig. Nilsson e al cavallo bianco Zietto (balla pure il cavallo, grazie al mirabile coordinamento sotto il costume di Ville Maki e Lucas Jerkander), il primo incontro con Tommy e Annika.

Ci sono poi un sogno in cui compare il padre marinaio, l’irruzione dei due malcapitati ladri che tentano di sottrarle il prezioso baule contenente il suo tesoro, un nuovo sogno con la madre (“Mia madre è un angelo”, aveva raccontato Pippi ai suoi due nuovi amici, e qui l’angelo si manifesta alla lettera). Questo nel primo tempo.

Il secondo tempo

Il secondo si apre con l’entrata in scena delle comari del paesino che vorrebbero inquadrare Pippi in costumi e abitudini che le sono di certo estranei, tanto che la sua esperienza scolastica (nella quale le lettere dell’alfabeto sono corpi di danzatori che si intrecciano) viene accompagnata anche dalla presenza della polizia.

Ma l’evasione è prossima e viene effettuata grazie all’entrata in scena di una nave che porterà lei e i suoi sodali sopra e sotto il mare, poi nell’isola governata da suo padre e ad affrontare le scimmie, e poi ancora a trovare nuove occasioni di divertimento e danza.

Uno spettacolo magnifico, che si conclude con la rappresentazione della più classica delle memorie iconografiche di Pippi: quella in cui la ragazzina più impertinente e robusta del mondo alza con la forza delle sue braccia il suo amico cavallo.

ARTE è l’acronimo di Associazione Relativa alla Televisione Europea, un progetto franco-tedesco che intende offrire e valorizzare produzioni di servizio pubblico.

A differenza di altre piattaforme in streaming è gratuito ed è sufficiente una connessione di una buona qualità per poter visualizzare documentari, film, concerti di ogni genere di musica, spettacoli teatrali e così via.

Segni e disegni preistorici: l’arte rupestre nelle nostre mani

in Archeodidattica: strategie e laboratori by
Con Erica Angelini, scopriamo come realizzare un laboratorio dedicato all’arte rupestre per le scuole con le nostre mani.

Raccontare la storia dell’uomo è anche raccontare la storia della sua arte perché, in fin dei conti da quando l’uomo è uomo, ha sempre sentito la necessità di tirare fuori da sé i suoi pensieri e le sue emozioni. Nel libro L’idea vien parlando, breve viaggio alle sorgenti della parola, l’autrice L. Del Tutto Palma descrive la preistoria dell’uomo come un lunghissimo percorso durante il quale si succedono tappe evolutive che trasformano l’uomo “scimmiesco” (già “geneticamente” uomo) nell’uomo abile e pensante. La tappa più importante di questo percorso è senz’altro l’acquisizione della postura eretta che, oltre a preparare lo spazio per un encefalo più grande (la postura eretta modifica la posizione del cranio) e a permettere l’allungamento della laringe (organo addetto alla fonazione), fa sì che l’uomo si trovi con due mani libere. Cosa farne?

Penso a quando seduta nel prato le mie mani non riescono a stare ferme, così strappo un filo d’erba e lo intreccio, lo arrotolo… poi prendo un bastoncino, lo rompo in tanti pezzettini, lo infilo nella terra e lo intreccio con i fili d’erba. Mi rendo conto che le mani ferme non riescono a stare e immagino l’uomo-scimmia che nei lunghi inverni passa il tempo a giocherellare con quello che trova: pietre, fango, bastoncini, rami e foglie.

Le mani diventano veicolo di conoscenza e dialogano direttamente con il cervello che a sua volta, incuriosito dall’esperienza, richiede alle mani nuove sperimentazioni.

Mi piace pensare che questo dialogo fra mani e cervello (e questa conoscenza dovuta alla sperimentazione tattile) si possa attuare anche a scuola attraverso una didattica esperienziale.

Una didattica che insegni attraverso il fare ma anche attraverso la meraviglia della scoperta. Che gusto c’è infatti se ai bambini spieghiamo tutto noi? Dove sono il bello della scoperta e la curiosità di capire come va a finire o come ci si arriva? È come proporre a qualcuno di leggere un libro raccontandogli noi il finale! Se so come va a finire, non c’è più gusto nel leggerlo.

Nel laboratorio sulla pittura rupestre cerco quindi di instillare curiosità e di nutrire le mani con un lavoro sperimentale sulla macinatura di ocra, gesso e carbone; dal nulla arriviamo a produrre un colore a dito denso e cremoso.

Prima di cominciare la parte sperimentale però consiglio la lettura di un racconto che trasporti i bambini indietro nel tempo con un linguaggio, appunto quello del racconto, affine alla loro età.

Il laboratorio sulla pittura rupestre è consigliato per le classi terze della scuola primaria.

A questa età i bambini sono ancora affascinati dalle storie e la dimensione del racconto (inteso come linguaggio narrativo che conoscono bene e di solito apprezzano) permette loro di scivolare, senza troppi pensieri, in un periodo storico molto lontano dal loro vissuto.

Per introdurre questo laboratorio ho scritto il racconto Segni, disegni e disguidi preistorici, che parla di come un linguaggio fatto solo di segni possa essere fonte di esilaranti incomprensioni amorose. Per raccontarlo ho costruito e dipinto un grande librone e davanti sono rappresentati i due personaggi principali: Ugo e Uga.

Animo la storia trasformandomi di volta in volta nella forte Uga e nel tenero Ugo.

Per chi volesse, come me, iniziare l’attività con una lettura, consiglio il libro di S. Bordiglioni Storie prima della storia, una raccolta di racconti di fantasia che parlano delle principali scoperte e invenzioni della preistoria.

Comincio la seconda parte facendo una panoramica storica dei vari tipi di pittura rupestre, il talento dell’uomo infatti non nasce maturo e possiamo trovare le prime tracce di graffi e incisioni su pareti calcaree o su ossa di animali. L’arte preistorica è influenzata da ciò che l’uomo vive nella sua quotidianità perciò le prime raffigurazioni vere e proprie parlano di caccia, animali, natura… Solo in periodi successivi, dopo la scoperta dell’agricoltura e l’abbandono del nomadismo, nelle raffigurazioni compaiono animali domestici, raffigurazioni di capanne e vita quotidiana.

Anche la tecnica si evolve con il tempo: le prime opere sono graffi su pietra morbida poi troviamo figure schizzate con tratti leggeri e con pochi colori e piuttosto statiche; le rappresentazioni si evolvono ancora nel corso del tempo e i disegni diventano sempre più colorati, sempre ricchi di dettagli che fanno intuire le parti anatomiche degli animali rappresentati e i loro movimenti. Anche gli strumenti aumentano e oltre a rocce appuntite, che permettono le prime sperimentazioni, vengono creati pennelli, cannucce per lo spruzzo, punte di roccia. Anche le mani diventano più abili.

Per chi volesse approfondire questo argomento, suggerisco di visitare il blog “Didatticarte” di Emanuela Pulvirenti.
Di cui abbiamo già parlato anche qui su Occhiovolante.

Dopo questo excursus provo di solito a chiedere ai bambini quali sono i primi esperimenti d’arte fatti da loro. Il percorso grafico dei bimbi in età prescolare assomiglia molto al percorso intrapreso dall’uomo preistorico: si comincia facendo degli scarabocchi, si prosegue provando a riprodurre le forme che ci circondano, poi si continua osservando meglio e provando a riprodurre i dettagli.

Ripercorriamo la “Storia” dell’uomo partendo dalla nostra storia personale e quotidiana, di cui i bambini hanno sicuramente esperienza, attiviamo così le loro conoscenze pregresse.

Utilizzare le conoscenze pregresse aiuta a fissare meglio i contenuti successivi, inoltre mi piace molto sentirli raccontare perché davvero i bambini sono molto competenti quando parlano delle cose che conoscono, perciò sarà un piacere sentirli raccontare dei propri fratelli minori o di sé quando erano piccoli!

A questo punto però facciamo lavorare le mani!

Per realizzare il laboratorio di pittura rupestre servono:

  • Pietre piatte, tipo selce, una per ciascun bambino
  • Pietre tonde, tipo ciottoli di fiume, uno per ciascun bambino
  • Ocra rossa, ocra gialla che si possono acquistare online
  • Carbonella; i bastoncini potranno essere macinati e usati anche come matite rudimentali
  • Argilla secca, reperibile sulle rive dei fiumi
  • Colla d’amido (per conoscere la ricetta)
  • Della carta da pacco bianca
  • Dei piattini o ciotole di recupero in cui mettere le polveri prodotte per preparare il colore
  • Un cucchiaio di plastica

Questa parte dell’attività potrebbe essere svolta in giardino o anche su un selciato. Divido la classe in piccoli gruppi da 4, 5 bambini ciascuno e ogni gruppo si siede a terra in cerchio. Al centro di ogni cerchio metto 3 o 4 (a seconda di quanti coloranti abbiamo) ciotole di recupero in cui i bambini metteranno le polveri una volta prodotte. I colori prodotti da ciascun bambino saranno poi usati per il lavoro di gruppo.

A questo punto faccio una dimostrazione pratica di come macinare: credo infatti che, soprattutto per le cose pratiche, “guardare è metà dell’imparare”. Cominciamo con l’ocra rossa: si prende la pietra piatta e il percussore (quella tonda), poi si appoggia sulla pietra piatta un po’ di ocra rossa e si comincia a strisciare con forza, senza battere; più la polvere sarà fine, più il colore sarà bello perché la polvere si scioglierà meglio nella colla d’amido. Una volta preparata la polvere la metto nel piattino o nella ciotola. Infine aggiungo la colla d’amido e mescolo con il dito fino a creare il colore.

Finita la dimostrazione consegno ai bambini le pietre (piatta e percussore), poi passo a dare i colori in modo che in ogni gruppo si produca la stessa quantità di rosso, giallo, nero e grigio. Man mano che i bimbi producono le polveri, le versano nelle ciotole; a quel punto passo io a mettere la colla.

Una volta preparati i colori raccolgo i sassi e metto al centro del cerchio la carta da pacchi chiedendo al gruppo di progettare la loro pittura rupestre; decideranno insieme se realizzare un lavoro di gruppo oppure se ogni bambino disegnerà quello che vuole nel foglio.

A volte questa è la parte più difficile del laboratorio.

I colori prodotti e mescolati con la colla d’amido sono reversibili, cioè una volta asciutti si possono reidratare con acqua e riutilizzare nei giorni successivi. La fantasia dei bambini è davvero infinita e sicuramente vi sorprenderanno con meravigliose pitture rupestri.

Storie per attraversare la notte

in Pensare con gli occhi by
Con Carlo Ridolfi scopriamo come tutte quelle storie che ci raccontano di apocalisse e fine del mondo, in realtà, ci aiutano a vivere meglio il nostro presente.

Non c’è nulla di più rassicurante che assistere alla fine del mondo comodamente seduti in poltrona, al cinema o nel salotto di casa propria. Questo era uno degli assiomi della psicologia dei mezzi di comunicazione di massa, fino a quando la fine del mondo – non quella reale, ma il diffuso senso di pericolo e di angoscia che eventi come una guerra, un terremoto o, cronaca di questi giorni, la diffusione di un virus – non è entrata a far parte della nostra vita quotidiana. È una dimensione nuova per la gran parte di noi, con la quale è opportuno fin da subito fare i conti, per attrezzare strategie di contenimento dell’ansia e di riscossa positiva. Da sempre – forse non basta a consolarci, ma serve per riaffermare il nostro ineluttabile destino comune – gli esseri umani rispondono raccontando storie.

Lo facevano i nostri antenati quando dipingevano scene di caccia nelle grotte di Altamira o di Lascaux. Lo facevano i giovani fiorentini del Trecento descritti da Giovanni Boccaccio, che per sfuggire e sopravvivere alla peste nera si ritiravano in campagna a condividere le novelle del Decamerone. Lo facciamo anche noi, con mezzi e tecnologie molto più pervasivi e sofisticati, ma con la stessa motivazione di fondo e di sempre.

Potrebbe essere lunghissimo l’elenco di storie per immagini in movimento e suoni – film, cortometraggi, video, serie tv ecc. – che raccontano apocalissi di ogni genere e modi nei quali il genere umano ne sarebbe sopravvissuto. Mi limiterò quindi a pochi titoli indicativi, solo come tracce di alcuni fra i mille percorsi possibili.

Prima traccia: ragazzini su un’isola deserta che si devono reinventare l’esistenza

Un riferimento obbligato potrebbe essere Il signore delle mosche (capolavoro letterario pubblicato nel 1958 dia William Golding e splendido ancorché durissimo film di Peter Brook del 1963). Ma mi piace ricordare qui un grandissimo maestro come Karel Zeman, che con I ragazzi del capitano Nemo (1966) produsse una delle sue principali opere, ispirate come narrazione e scelte iconografiche all’epoca di Jules Verne.

Seconda traccia: famiglie che hanno fatto naufragio

Lost in space: buona riproposizione di una celebre serie televisiva del 1965. Gli abitanti della Terra sono stati costretti a cercare altrove possibilità di sopravvivenza. Una famiglia (di cognome fanno Robinson, ovviamente non a caso) si trova a dover atterrare su un pianeta sconosciuto. Ci sono tutte le dinamiche e gli sviluppi narrativi di un racconto che potrebbe essere quello della vita quotidiana di molti di noi.

Terza traccia: il mondo salvato dai ragazzini

Un bellissimo film francese del 2010, diretto da Romain Goupil: Tutti per uno (titolo originale, forse ancora più bello, Les mains en l’air, Le mani in aria). In un 2009 immaginario il piccolo Youssef, espulso da scuola perché clandestino, viene accolto, nascosto e salvato da un gruppo di suoi compagni di classe. Come a dire che gli adulti producono mondi distopici, per fortuna avversati e risistemati dalla solidarietà fra minori.

E, naturalmente, le tre stagioni, in attesa della quarta, di Stranger Things, di Matt e Ross Duffer, che rendendo omaggio a tutti i miti della loro infanzia-adolescenza degli anni Ottanta del ‘900 (da I Goonies a La storia infinita) hanno creato uno dei più straordinari e indimenticabili gruppi di ragazze e ragazzi degli ultimi anni.

Quarta traccia: il fanciullo eterno

La saga completa di Harry Potter, senza dubbio. Ma anche, per uscire dai territori più conosciuti, un buon film come L’ultimo dominatore dell’aria (2010) di M. Night Shyamalan, che riprende personaggi e vicende creati da Michael Dante DiMartino e Bryan Konietzko in una serie a disegni animati dal titolo Avatar, disponibile anche in italiano, nella quale si fondono con convincente ritmo narrativo e non poco umorismo caratteri del racconto epico, filosofie orientali e dinamiche adolescenziali.

Tutti i titoli citati sono disponibili o in homevideo o nella programmazione generalista o nelle piattaforme in streaming. La ricerca, che può assomigliare anche a una piccola ma divertente caccia al tesoro, è ulteriore motivo di appassionante impegno per grandi e piccoli.

Giocare, contare, bluffare: matematica… a vista!

in Giochi senza frontiere didattiche by
Alla scoperta di due giochi: Perudo e Coyote, per avvicinarsi alla matematica con divertimento e il brivido del bluff

In questo articolo, parliamo di matematica, aritmetica, conti. Quante volte abbiamo sentito il bisogno di rendere facile una cosa così complicata come i numeri, le somme, il conteggio, i totali?

Beh, non sono qui per insegnare agli insegnanti i metodi per “ludificare” la didattica, pratiche che sicuramente rendono certi passaggi dell’apprendimento scolastico più piacevoli.

Ma che in nessun caso, e questo è bene sottolinearlo più e più volte, possono essere configurate come “gioco”.

Giocare significa partecipare a un’attività libera, che ha un senso in sé e che dà soddisfazione, a prescindere da eventuali “ricadute” educative. Anche se, bisogna dirlo, giocare è sempre apprendere.

In un campo spinoso per molti, come la matematica, trovare dei giochi da tavolo interessanti che ci allenino in questo campo, senza darcene l’impressione, non è facile.

Soprattutto perché di solito si trovano giochi che sembrano noiosi già dal nome: “Divertirsi con le tabelline” o “Gioco dell’oca con la matematica” o “100 quiz sui numeri”. Non brillano certo per originalità e probabilmente non verrebbero aperti spontaneamente dai ragazzi e dalle ragazze.

Vi consiglio invece di tenere in classe due bellissimi giochi che vengono sempre apprezzati perché contengono una fondamentale componente di bluff!

Il bluff ne è la loro essenza e che viene sempre più compresa e padroneggiata con l’aumentare delle partite alle quali si partecipa.

Perudo

Il primo è un gioco tradizionale che ha aumentato la sua notorietà perché è stato inserito in una scena ricca di pathos del film La maledizione del forziere fantasma, secondo episodio della serie Pirati dei Caraibi.

Il gioco si chiama Perudo (Dudo, nella tradizione sudamericana), edito da Asmodee. È un gioco di dadi e, appunto, di bluff, che può coinvolgere da 2 a 6 giocatori. Ogni giocatore ha in dotazione 5 dadi e un bicchiere. Lo scopo è essere l’ultimo giocatore ad avere almeno un dado a disposizione. Infatti ogni turno determinerà la perdita di un dado da parte di qualcuno fino a successive eliminazioni dei giocatori coinvolti.

Tutti i giocatori agitano i dadi nel proprio bicchiere e pongono quest’ultimo capovolto sul tavolo: quindi guardano i propri dadi, nascondendoli agli altri. Chi inizia sceglie un valore qualunque del dado e dichiara, a suo parere, il numero dei dadi in gioco con quel valore. Includendo nel conteggio i suoi e quelli degli altri, anche se non li vede.

Il giocatore seguente ha due possibilità: se ritiene che l’ultima dichiarazione fatta possa essere vera, rilanciare; se invece non la ritiene vera, può dubitare. Chi è nell’errore, perde un dado e si procede. Sono proprio l’equilibrio delle dichiarazioni, il conteggio mentale, il bluff a determinare via via la passione che questo gioco dà a tutte le persone che ci hanno giocato.

È un gioco che, nella mia esperienza, piace molto alla fascia di adolescenti e quindi lo ritengo molto indicato per la scuola secondaria di primo e secondo grado.

Coyote

Da questa idea di fondo Spartaco Albertarelli, autore di giochi che ho già citato per il pluripremiato Kaleidos (link interno), ha creato ormai quasi 20 anni fa (il gioco è del 2003) Coyote, edito da Oliphante, un gioco inserito a suo tempo fra i candidati al prestigioso Spiel Des Jahres, che ripropone il meccanismo delle dichiarazioni successive e del bluff tipiche di Perduo, ma introduce un bellissimo elemento che dà al gioco un appeal irresistibile.

Infatti tutti i giocatori indossano delle fasce da pellerossa di stoffa che si legano alla testa: chiunque veda questa scena non può che rimanere incuriosito e affascinato!

Ogni giocatore inserisce nella sua fascia una penna da indiano, sulla quale è indicato un numero. La penna però è voltata verso gli altri giocatori e quindi a lui invisibile.

Rispetto a Perudo, qui si introducono le somme: la dichiarazione del giocatore dovrà essere una stima del totale delle penne numerate che vede, senza conoscere la propria ma provando a considerarla.

Il giocatore di turno successivo può aumentare questa somma o, analogamente a Perudo, se ritiene che la dichiarazione sia esagerata può dubitare, e si procederà così alla verifica. In caso di errore qui non si perde un dado ma si ottiene un gettone “coyote” che, dotato di velcro, si appiccicherà sulla fronte!

Raggiunti i tre coyote, il giocatore sarà eliminato e sarà dichiarato vincitore l’ultimo che rimarrà in gioco.

Fondamentale in questo gioco è la presenza di alcune penne speciali che non hanno un valore, diciamo così, “normale” ma possono avere valore negativo (meno 5, meno 10) o avere un simbolo che azzera la penna più alta o un X 2 che raddoppia il valore o un punto interrogativo che introduce un elemento di casualità. Avere una di queste penne speciali sulla propria fronte (e quindi non vederla) può indurre a fare dichiarazioni sbagliate, fra l’ilarità generale.

Coyote, rispetto a Perudo, si introduce meglio nella scuola primaria, magari nel secondo ciclo, perché l’aspetto teatralizzato (diventiamo tutti pellerossa!) aiuta molto anche nella comprensione del gioco stesso. Quindi bluffate, gente, bluffate!

Usare emoticon per valutare i bambini?

in Maschile singolare by
Scopriamo l’esperienza di Ivan Sciapeconi, che ha adottato delle emoticon al posto dei voti, per valutare i bambini del primo anno della primaria.

Una cosa l’ho capita: a scuola, meglio non parlare di emoticon. Quanto si arrabbia la gente se parli di emoticon! La cosa è andata più o meno così: due maestri di Modena (che poi sono Eva Pigliapoco e il sottoscritto) si sono messi in testa di valutare i bambini con le emoticon ed è venuto giù il mondo.

Colleghe e preside d’accordo, ci si mette al lavoro e si buttano giù le schede. “Be’, pure voi, come ci avete pensato!”, potreste dire, e io sarei pure d’accordo perché le faccine non c’entrano: quello che ci siamo messi in testa di fare è una cosa un tantino diversa. Ed è andata così…

Abbiamo dato una scheda ai bambini di prima (sei anni, e sottolineo sei). Abbiamo chiesto loro di compilarla. Anche noi abbiamo compilato una scheda, identica a quella dei bambini. Poi, e qui sta il bello, durante i colloqui del primo quadrimestre abbiamo invitato i genitori ad assistere al nostro colloquio con i bambini. Proprio così: colloquio bambini-insegnanti con invitati speciali i genitori.

Solo che, abbiamo pensato, se i bambini (sei anni, quattro mesi di scuola) si devono dare una valutazione, riescono a farlo con i voti? No, forse è meglio usare un sistema diverso, magari le faccine. Allora, mentre tu sei lì che cerchi di capire se hai centrato l’obiettivo, perché vedi che i bambini si stanno valutando, perché vedi che sanno esporre un punto di vista proprio e magari ti spiegano perché la faccina che hai messo tu è diversa da quella che hanno messo loro… proprio in quel momento, mentre tu vai alla deriva con una nuova visione della valutazione, ti sorprendi a riflettere sul profondo valore ermeneutico di quell’esperienza…

Proprio allora – quando ormai completamente perso nelle speculazioni sull’incontro della tua struttura epistemologica con quello dei tuoi alunni, e mentre pensi quanto tutto questo possa rappresentare un’euristica fondamentale nei processi di valutazione – arriva la trasmissione del mattino di un canale Mediaset.

Ora, se dovessi spiegare a un marziano che cos’è la televisione del mattino di un canale Mediaset, non credo che ci riuscirei. Me la cavo con i disturbi di apprendimento, con i bambini che non danno i pizzicotti ai compagni, ma spiegare che cosa sono le trasmissioni del mattino, specie su Mediaset, stenderebbe al tappeto chiunque.

Comunque, scopro che sono uno dei pochi a non guardarle, quelle trasmissioni lì, perché in meno di mezzora mi impazzisce Whatsapp in tasca. Poi, certo, sono arrivati tutti gli altri, pure i giornalisti che sanno fare il loro mestiere. Solo che una cosa l’ho capita: faccine no.

Un percorso sulla gentilezza

in Sentieri tra i banchi by

Portiamo la gentilezza tra i banchi della scuola primaria: perché educare al rispetto e alla gentilezza si può (e si deve)!

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TWINS: il gioco per associare le immagini all’idem sentire.

in Giochi senza frontiere didattiche by
Giovanni Lumini ci racconta TWINS, un gioco dove è importante associare le immagini all’idem sentire.

Parlando di Dixit sottolineavo il piacere di pensare le stesse cose di un compagno di gioco e di riuscire a capire quello che sta dietro a un suo ragionamento. C’è un bel gioco che, in modo totalmente diverso, ci mette di fronte alla necessità di NON essere originale, di NON pensare la cosa più strana, di NON fare l’associazione più sorprendente.

In TWINS (casa editrice Asmodee) vinciamo solo se riusciamo a pensarla il più possibile come gli altri! Come il più alto numero dei nostri amici e delle nostre amiche che giocano con noi.

Come si gioca a TWINS

Aprendo una scatola di TWINS troviamo ben 156 carte con fotografie, fronte retro, per un totale quindi di 312 immagini complessive. In dotazione vi sono poi 8 set, in colori diversi, di 11 cartine numerate da uno a undici. Più un piccolo tabellone che riporta gli stessi numeri.

Ogni giocatore (fino a 8) prende uno degli 8 set colorati ed è pronto a giocare. Si gioca in 4 turni. Si inizia disponendo 11 immagini intorno al tabellone. In questo modo tutti possano vedere le immagini e il numero che corrisponde a ogni immagine.

A questo punto ogni giocatore userà le sue 11 cartine per “fare le coppie” unendo, senza far vedere agli altri, a due a due i numeri relativi alle immagini che ritiene stiano “bene insieme” per una sua idea di associazione. Ma dovrà stare bene attento – ed è qui che il gioco “svolta” e diventa molto molto interessante – a fare le coppie! Non solo secondo una sua idea personale od originale, ma piuttosto secondo quell’associazione che lui/lei ritiene più condivisa anche da altri.

Osservate la figura: potrei fare la coppia 2/7 in quanto entrambi giochi (e gli altri non possono non pensarla come me!), oppure 9/2 in quanto è la mano che lancia i dadi oppure anche 6/9 in quanto la stessa mano potrebbe tenere la torcia. Ah… ma la torcia crea luce e quindi potrebbe andar bene anche la coppia 6/11 insieme al prisma che scompone la luce… già, ma il prisma con l’arcobaleno mi ricorda il cielo e allora perché non 5/11? Sicuramente tutti penseranno che il 4 va con il 10: sono due animali, vero… ma quella specie di tenda su un prato uguale a quello dei cavalli non potrebbe farmi unire la 1 alla 4? Certo, ma la tenda è rossa come le ciliege e quindi anche la coppia 1/8 potrebbe essere considerata.

Mettersi nei panni dell’altro

Mettersi quindi nei panni degli altri e del modo più condiviso di intendere le immagini, nel più comune “idem sentire” possibile è la chiave per avere più punti e vincere il gioco.

Se io e altre 3 persone siamo d’accordo su una coppia, prenderemo 4 punti; se io sono l’unico ad aver fatto una coppia non prenderò nemmeno un punto ed è quindi fondamentale calarsi nei panni degli altri.

Quando tutti hanno fatto le coppie a faccia in giù, si comincia da un giocatore a svelarle e a segnare il relativo punteggio. Anche la carta che non viene accoppiata (sono infatti 11) potrà dare punti se questa esclusione è condivisa da altri.

TWINS è un bellissimo gioco da tenere nella propria ludoteca

TWINS è un bellissimo gioco da tenere nella propria ludoteca e da usare in classe dalla primaria alla scuola secondaria. Ed è anche un formidabile strumento di informazioni per gli insegnanti! Le dinamiche che si osservano nel gioco e la voglia inevitabile di “giustificare” le proprie scelte, creano una dialettica costruttiva e pregnante.

E’ molto comune ascoltare l’apprezzamento spontaneo per accoppiamenti, magari non condivisi, particolari o strani, che, pur non dando punti, rendono allegro e denso il momento di gioco. Si può con una sola scatola riuscire a creare più gruppi, coinvolgendo anche più di 8 ragazze/ragazzi, autocostruendosi le cartine numerate, essendo tantissime le immagini. Vi lascio con un’altra sfilata di immagini: provate a fare le coppie!

La valutazione che nutre, secondo la metodologia del WRW

in Fra cattedra e finestra by
Sabina Minuto ci illustra come la valutazione degli studenti può trasformarsi in un importante momento di crescita.

Siamo al momento dell’anno in cui riempiamo i nostri registri on line di voti, proposte di voti, numeri. Siamo chiamati a espletare un momento difficile ma insito nel nostro lavoro: la valutazione. Scrivo qui qualche appunto su ciò che ho imparato in tanti anni di pratica del WRW.

La valutazione deve essere prima di tutto auto valutazione. Diversamente, non forniremo mai agli studenti strumenti per crescere. Dunque il primo passo è elaborare con loro una griglia o una rubrica di valutazione condivisa. E ogni percorso ha la sua, perché gli obiettivi da raggiungere non sono sempre gli stessi.

È faticoso, ma necessario. I ragazzi hanno diritto di sapere su cosa saranno valutati e in base a che cosa, prima di lavorare in laboratorio, e non solo dopo, a lavoro consegnato. Spesso le griglie sono appiccicate ai loro quaderni/taccuini e le riguardiamo anche prima della consegna finale. Cioè facciamo un lavoro di meta cognizione tramite una check list che fornisco io in fotocopia al momento della revisione testuale.

Un altro elemento che insegna la meta cognizione sul processo è il process paper, cioè la biografia del pezzo che viene consegnato perché l’insegnante lo valuti. Lo studente è guidato con domande apposite a raccontare come ha avuto luce quel testo, le difficoltà incontrate, quelle che sono a suo giudizio le parti migliori. È un approccio tipico della valutazione interpretativo narrativa, che mira a rendere consapevoli gli studenti ma anche i docenti di un processo di apprendimento.

La valutazione deve essere poi una valutazione di percorso, non una semplice media ottenuta da una somma di numeri. Sono anni che la pedagogia sottolinea questo elemento fondamentale, che del resto è pure presente nella legislazione ministeriale.

Tuttavia spesso è abbastanza scontato che questo non succeda. Chiunque ha esperienza di scuola lo sa benissimo. Spesso la valutazione avviene per semplice somma di numeri e divisione per numero delle prove. Forse questo aveva senso anni fa, in una scuola diversa, ma oggi non credo si possa valutare solo così. I numeri hanno certo un valore, ma dovrebbero corrispondere alle tappe di un percorso e di un progetto pensati per lo studente.

La valutazione dovrebbe dunque essere formativa e aiutare lo studente ad avere un’idea, prima di tutto, del “punto a cui si trova” e poi aiutarlo a progettare il suo ulteriore percorso. Non è come un’unica fotografia istantanea. Ma dovrebbe, a mio avviso, essere più simile a una successione di fotografie, uno scatto multiplo, su cui provare a ragionare con l’alunno stesso.

“La valutazione deve nutrire”, secondo i maestri del WRW. E deve anche premiare chi ha provato a mettersi in gioco e a correre rischi.

Nel mio laboratorio, proprio per dare importanza anche al percorso svolto dai ragazzi, valuto due volte a quadrimestre il laboratorio stesso. Condividiamo una griglia che tenga conto degli atteggiamenti e delle caratteristiche che denotano un buon “stare” nella nostra comunità di lettori e scrittori. In questo modo, possiamo equilibrare il rendimento delle prestazioni con la cura e il perseguimento di obiettivi di carattere diverso, più legati alla partecipazione e all’impegno.

La valutazione è sempre un momento importante del lavoro del docente, forse il più difficile. Credo che si debba provare a rifletterci in modo serio e cominciare anche a riconsiderare l’idea che, in fondo, i voti non sono indispensabili. Per insegnare (il che non è per forza legato al dover valutare in questo modo) potremmo benissimo farne a meno.

Crediti fotografia copertina: Thomas Galvez

Libertà d’espressione: è giusto tollerare il linguaggio offensivo?

in Didattica e diritto by
Nelle comunicazioni scritte e in generale nelle relazioni interpersonali è importante l’uso consapevole del linguaggio per non ferire i nostri interlocutori. I consigli di Giovanni Piola.

“Dobbiamo fare un cambiamento, è ora che noi, come popolo, cominciamo a fare dei cambiamenti. Cambiamo il modo di mangiare, cambiamo il modo di vivere” e di parlare, aggiungo. Perché il linguaggio è importante.

Questo è il testo della splendida canzone Changes, brano estrapolato dall’album delle Greatest Hits di Tupac, una delle icone dell’ambiente hip-hop, figura leggendaria del genere. Non sarà l’unica volta che utilizzerò tale testo, visto il suo potente contenuto. Tupac auspicava che il popolo iniziasse il cambiamento, nel modo di parlare e esprimersi in generale, aggiungo io.

L’art. 21 della Costituzione recita che “tutti hanno il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e con ogni altro mezzo di diffusione”. Questo è un diritto, che ha deroghe precise (come abbiamo imparato), tra le quali vi è in primis l’onore e il decoro delle persone, tutelato dall’art. 595 c.p., la diffamazione.

È ormai prassi comune nascondersi (per i più furbetti), o meglio, invocare la propria libertà di manifestazione del pensiero per poterlo esprimere a piacimento. Ma non è affatto corretto.

La mia libertà di esprimere è garantita fintantoché non intacchi l’onore di una persona, assolutamente meritevole di tutela. Per comprendere al meglio il reato di diffamazione (ed evitare di commetterlo) è utile dividerlo su due piani: la verità della notizia attribuita e il linguaggio utilizzato per esprimerla.

La verità della notizia

La verità della notizia non è motivo di assoluzione. Significa che potrei dire una cosa vera ma essere comunque condannato, soprattutto se non vi è motivo lecito per cui io debba diffonderla (salvi taluni specifici casi, ai sensi dell’art. 596 c.p., ad esempio: notizia riguardante un pubblico ufficiale).

Un esempio: pubblicare un post dove affermo che un soggetto è un drogato potrebbe determinare una mia condanna, anche se quest’ultimo lo è veramente. Infatti, ai sensi dell’art. 596 c.p., potrei essere assolto soltanto se fosse lui stesso a richiedere di valutare la verità della notizia, cosa che ovviamente non farà mai.

Il linguaggio

Il linguaggio è ciò che ci caratterizza rispetto agli animali, non dimenticatelo! Diffondere una notizia o esprimere un’opinione con un linguaggio osceno o volgare potrebbe determinare una mia condanna. Anche se ciò che affermo è indiscutibilmente vero.

Ad esempio: scrivere sul profilo di una nota pornostar che è una “prostituta” è sicuramente lesivo dell’onore di una persona, indipendentemente dalla professione; cosa diversa se, nel corso di una discussione online con la stessa, l’apostrofassi quale “venditrice del proprio corpo per soldi”. Il linguaggio conta, molto.

Un esercizio in classe: ogni alunno prenda un bigliettino e scriva sopra un pensiero negativo riguardo chiunque preferisca, con due frasi differenti. In una è concesso l’utilizzo di una sola lievissima parola volgare (anche se non la pensano davvero gli alunni, è un esercizio importante per un corretto utilizzo dei social prima di tutto), nella seconda frase devono scrivere lo stesso pensiero eliminando totalmente ogni parolaccia o volgarità e giustificando il proprio pensiero negativo sulla base ad esempio di pregresse esperienze.

Ci si rende eventualmente disponibili per un confronto in merito ai risultati ottenuti al fine di spiegare il perché una frase sia passibile di rimprovero penale oppure non lo sia.

In copertina: sign language : friend
Credits r. a. ole
a
Licenza CC BY 2.0

L’istruzione contro il sonno della ragione e dell’anima

in Ora di Alternativa/Spunti di lettura by
L’importanza dell’istruzione, secondo Valerio Camporesi, che veicoli sentimenti nelle nuove generazioni

“Il sonno della ragione genera mostri”, si è soliti dire con riferimento alle aberrazioni del Novecento, e in particolare al Nazismo e alle atrocità da esso commesse.

Atrocità attribuibili – si dice – a una perdita di contatto con la facoltà razionale e a una forma diffusa di ignoranza. Una mancanza di conoscenze, tale da far sì che un intero popolo abbia assecondato il progetto hitleriano di sterminio e di schiavizzazione di interi popoli.

C’è senz’altro molto di vero in questa affermazione, se la associamo appunto a una forma di obnubilamento della razionalità. Se però la intendiamo come un richiamo alla necessità di diffondere la conoscenza e l’istruzione come unico e principale antidoto al pericolo di derive collettive tragiche, allora è la memoria storica stessa a imporre una riflessione e un approfondimento.

Al tempo dell’avvento del Nazismo, la Germania era una delle nazioni più avanzate e progredite dal punto di vista dell’istruzione e dell’università. Così come la Germania guglielmina, principale artefice dell’immane massacro del primo conflitto mondiale, era stata indiscutibilmente il paese numero uno in Europa.

Come fu possibile, allora, lo scivolamento verso il baratro?

È che l’istruzione, la diffusione dei saperi, le conoscenze, cui tanto spesso e tanto giustamente ci richiamiamo quando parliamo di scuola, non sembrano essere garanzie assolute nei confronti della discesa verso l’abisso. Sarebbe necessario tener presente che la cultura e l’istruzione sono valori neutri, vuoti di per sé. Disponibili per essere riempiti di contenuti positivi o negativi.

Fu proprio il grande sviluppo della scienza e della tecnica tedesche con il conseguente primato raggiunto negli armamenti in Europa una delle spinte decisive che condusse la Germania verso le due guerre mondiali: non erano forse il prodotto dell’avanzato grado di sviluppo delle scuole e delle università tedesche i gas lanciati contro le trincee nemiche o i missili balistici che terrorizzarono Londra, per non parlare del sistema industriale di morte dei lager? Non erano forse anch’essi il prodotto di una forma di ragione, di razionalità? Non erano il frutto di una civiltà istruita?

Forse, al fondo, dovrebbe essere messo a fuoco il senso della parola istruzione.

Non basta affatto un’istruzione basata sui contenuti, sulle discipline, sulle materie tecnicamente intese; l’uomo di oggi dovrebbe tenere a mente il nostro tragico passato recente per ricordarsi che nelle nostre aule abbiamo almeno altrettanto bisogno di un’istruzione che veicoli i sentimenti umani: non furono e non sono sempre persone ‘ignoranti’ – nel senso comune – a produrre crimini di massa, e il caso della Germania dimostra come più che il sonno della ragione sia stato quello dell’anima ad aver generato mostri.

Quella loro ignoranza fu – ed è tuttora, perché i crimini di massa avvengono anche oggi – prima di tutto un’ignoranza dei sentimenti che si celano nel profondo dell’anima, una mancata educazione alla vita e alla libertà dell’essere uomo.

Anche oggi le nostre civiltà piene di persone istruite partoriscono mostri: lo vediamo dal prevalere assoluto attribuito al dio denaro, in nome del quale è consentito produrre utili sacrificando la vita delle persone, dal quotidiano stillicidio di atti di violenza inaudita o di stupidità efferata, come l’ultima moda dell’attraversare col rosso per sentirsi, una volta tanto, vivi. Coloro i quali progettano questi disastri individuali e/o collettivi sono tutte persone poco istruite?

Ecco allora una funzione alla quale la scuola di oggi dovrebbe adempiere: parlare al cuore degli studenti, offrire loro un senso nelle cose, un senso umano possibilmente, che ognuno – in quanto essere umano – declinerà a proprio modo, e offrire un senso non a parte i contenuti e/o le materie ma utilizzandoli per quello che realmente sono o dovrebbero essere, strumenti di conoscenza e di evoluzione dell’individuo.

Lo sapevano bene i nostri umanisti che, nei testi ritrovati nel buio dei monasteri, vi leggevano il senso (il loro senso) dell’essere umani, i loro ponti per indagare nel profondo della propria anima e trovarci, magari, qualcosa di luminoso. Perché è quel qualcosa che troviamo nel nostro intimo che, alla fine, ci salva e ci protegge, che fa da argine contro i mostri che abitano dentro e fuori di noi.

In copertina: “Il sonno della ragione genera mostri” Francisco Goya

Il giorno della memoria: un approccio WRW

in Fra cattedra e finestra by
Sabina Minuto e il metodo WRW: ricordare in classe il giorno della memoria, costruendo insieme ai ragazzi strumenti di pensiero.

Il 27 gennaio, il giorno della memoria, è arrivato. Non l’ho mai considerato una ricorrenza. Qualcosa da celebrare in classe, anzi. Nemmeno per nobili fini, che tuttavia comprendo. Troppe volte tutto è finito in retorica e la ricaduta didattica è stata zero. Da alcuni anni poi ho come percepito la sensazione che stiamo sbagliando. Stiamo sbagliando tutto.

Altrimenti non si spiega come a distanza di anni da quando è stata istituita questa ricorrenza in Italia, in realtà, le ragioni profonde che dovrebbero farci inorridire di fronte a fenomeni simili non sono diventate patrimonio comune. Lo dimostrano ogni giorno fatti di cronaca noti o meno noti.

Una mia cara collega mi raccontava tempo addietro di come un suo alunno lo scorso anno abbia dimostrato insofferenza verso la visione dell’ennesimo film sui campi di sterminio. Ha detto che non ne poteva più di vedere e sentire ogni anno le stesse cose.

Ecco, questo per me è un segnale che i docenti dovrebbero cogliere.

Si rischia di ottenere con narrazioni ripetute e poco meditate questo effetto. Non è certo colpa dello studente. È colpa credo di come in questi anni abbiamo lavorato (forse male) su questo argomento.

In questa settimana di gennaio, in tutte le mie tre classi faremo un’immersione” in stile WRW. Unendo lettura e scrittura, italiano e storia, comprensione del testo e strategie argomentative.

Ecco alcune delle attività da fare in classe per il giorno della memoria
  • Lettura dei testi con cui alcuni miei alunni hanno vinto un concorso tre anni fa, usando come testo mentore anche l’albo illustrato “L’albero di Anne”. Si tratta di testi semplici ma incisivi. Storie di donne nei campi di sterminio e storie di oggetti di Anna Frank. Ci avvicineremo così all’argomento.
  • Lettura dell’albo illustrato “La storia di Erika” dove è evidente (anche nelle tavole) la dicotomia vita/morte.
  • Schema a Y e molte domande.
  • Nessun film quest’anno. Non ne posso più. Nemmeno foto dei campi. Se ne vedono troppe già in giro. L’abuso non aiuta. Invece filmato originale del processo Eichmann. Senza troppe parole di introduzione. Userò la routine suggerita dal testo Making thinking visible che sto studiando da un po’, STW: cioè guarda/pensa/fai domande o supposizioni in modo da rendere il pensiero degli studenti visibile e scritto su carta per step successivi.
  • Consegna di qualche estratto originale dal testo di Hannah Arendt “La banalità del male” e lavoro con la routine del sottolineare le tre frasi che: ti stupiscono, ti ricordano, ti fanno venire in mente una domanda.
  • Quick write su una frase scelta da quel testo.
  • Letture (brevi e scelte sul momento a seconda dell’umore della classe) dal libro della Segre e dal libro di Primo Levi “I sommersi e i salvati”.
  • Infine share time strutturato, dal titolo “La linea di confine”, ovvero: da che parte stiamo? Dove sta il male? Come è potuto succedere tutto ciò? (che nelle terze ci sta a pennello perché sto lavorando sul concetto di frontiera dall’inizio dell’anno). In quinta sarà esercizio di scrittura (3 paragrafi) per l’esame.

Sono pronta a imbattermi anche in affermazioni spiacevoli o immotivate, tipiche dei ragazzi che non sanno accettare sfumature o non conoscono a sufficienza cosa successe o hanno visto solo e sempre “La vita è bella” e “Il bambino con il pigiama a righe”. Bei film (a me non sono piaciuti ma non vuol dire) che però non costruiscono pensiero o almeno non bastano a costruirlo.

Io credo che dobbiamo alzare un po’ l’asticella e chiedere di più ai ragazzi. Credo che occorra farli pensare. E per farli pensare occorre costruire strumenti di pensiero.

So già quale sarà la connessione iniziale della mia ML sul processo Eichmann:

“L’11 aprile 1961 fu per il mondo una data storica. Non perché sono nata io, ma perché iniziò in Israele un processo che avrebbe cambiato per sempre la storia della Shoah e degli ebrei dello stato di Israele e del mondo”.

E poi via a leggere e a collegare lettura e scrittura. Perché, come sostengono anche studi recenti, scrivere da ciò che si legge o di ciò che si legge aiuta la comprensione. E noi, credo, proprio di comprendere abbiamo bisogno. O di rassegnarsi alla non comprensione come frutto però di un lavoro collettivo alla ricerca del significato condiviso in una comunità di persone che leggono e scrivono insieme.

Fantastici Dinosauri: storie dei Giganti che popolarono la Terra

in Archeodidattica: strategie e laboratori by
Nel percorso di archeo-didattica dedicato alle classi terze (“La Preistoria Nelle Mani”) uno degli argomenti che i bambini attendono con maggior interesse: i Dinosauri.

Sarà per le dimensioni gigantesche, sarà per la fine tragica e misteriosa… ma i Dinosauri sono fra le creature più amate e conosciute dai bambini! Quando vado in classe per realizzare questo laboratorio, i bambini ne sanno molto più di me e dell’insegnante messi insieme!

L’obiettivo è aiutare i bambini a collocarli correttamente sulla linea del tempo (spesso pensano che Dinosauri ed esseri umani abbiano convissuto). Ma anche far comprendere ai bambini quelle condizioni climatiche e quelle situazioni di causa ed effetto che hanno permesso a questi animali di diventare così grandi.

Quello che non sempre è chiaro è che i Dinosauri non sono nati improvvisamente, e da una lucertola non si è passati ad un gigantesco sauro. L’Evoluzione ha lavorato tanto, e ancora lavora, per creare sempre nuove creature che si adattino agli ambienti terrestri.

“Nei panni dell’Evoluzione” è il nome del laboratorio, che parte con la visione di alcune immagini che ci aiutano a capire cosa c’era prima e cosa è successo dopo.

Uso spesso le immagini per cominciare le attività e per introdurre gli argomenti, perché hanno un potere particolare di stupire ed emozionare. Inoltre, per alcuni, osservare un’immagine vale davvero più di mille parole!

Ho scelto attentamente alcune immagini recuperate in rete che mi aiutino a esprimere i cambiamenti fra i primi Sauri e i Giganteschi Dinosauri del Giurassico. Dopo aver mostrato l’immagine lascio parlare loro e aspetto le domande che sempre arrivano sul perché le dimensioni sono così diverse.

Queste domande ci portano alla seconda slide in cui mostro una bella spirale del tempo (sempre recuperata in rete!).

Attraverso i disegni, sono ben mostrate alcune condizioni ambientali che resero possibile, ad un certo punto, il passaggio fra l’acqua e la terraferma di alcune creature.

Alla fine dell’Era Paleozoica i cambiamenti climatici portano a favorire lo sviluppo della vegetazione. Più vegetazione vuol dire anche più ossigeno nell’aria e di conseguenza un ambiente più favorevole alla vita fuori dall’acqua!

Lo sviluppo della vegetazione porta anche a un ambiente più ricco di cibo per gli animali erbivori e quindi anche i carnivori trovano il loro posto nella catena alimentare.

La riflessione, stimolata dalle slide, ci porta verso la scomparsa dei Dinosauri e ai cambiamenti climatici tanto rapidi che non permisero a creature così grandi di sopravvivere.

Non fu infatti l’impatto del meteorite a causare la scomparsa dei Dinosauri ma il cambiamento climatico dovuto alle polveri sottili che, oscurando i raggi del sole, causò la riduzione della vita vegetale. E, ancora una volta: meno vegetali = meno erbivori e meno erbivori = meno carnivori…

Questa riflessione su Cause ed Effetti è molto importante per i bambini che sono spesso abituati ( ahimè!) a studiare le informazioni del libro di testo o di altri libri, senza porsi tanti “Perchè”; i “Perchè” invece ci rendono curiosi e desiderosi di saperne di più!

Nella riflessione stimolata dalle slide ( di cui qui, per motivi di spazio, ho inserito solo un estratto) parliamo spesso di Evoluzione, come di quel motore naturale che muove i cambiamenti negli Ambienti e fra le Creature.

Nella seconda parte del laboratorio ci mettiamo quindi “Nei panni dell’Evoluzione” per creare un Super Sauro che, dotato di caratteristiche vincenti, riesca a resistere ai cambiamenti climatici ed evolversi fino ad arrivare ai giorni nostri.  

Ogni bambino è invitato quindi a pensare alle caratteristiche che può rendere un sauro un Super Sauro: zampe forti, denti aguzzi, dimensioni piccole o gigantesche, pelle robusta, ecc…

A questo punto è necessario dividere i bambini in postazioni da 4\5 in modo da condividere i materiali messi a disposizione e poter anche confrontarsi fra loro mentre lavorano.

Questa attività si divide in due parti, nella prima sperimentiamo la tecnica del Frottage con l’obiettivo di creare la “pelle ideale” per il nostro Super Sauro; ricordiamo ai bambini che, pur sapendo tante cose sui Dinosauri, ancora gli scienziati non sono riusciti a ricostruire il colore delle loro pelli e dei piumaggi e solo per analogia li coloriamo di verde come la pelle dei Rettili; siamo quindi liberissimi di sperimentare tutti i più strani abbinamenti: dal fuxia al giallo chiaro, dal blu al rosa pesca. 

Metto sui tavoli diverse textures ( alcune raccolte qua e là, alcune create da me con colla vinilica e acetato, altre prese in prestito dai bellissimi “Italian Toy”) tanti colori a cera, diversi fogli bianchi di carta da fotocopia che taglieremo in piccoli pezzi per realizzare gli esperimenti.

L’“Imparare osservando”, soprattutto quando si tratta di attività manuali, è una modalità che propongo spesso e che funziona, secondo la mia esperienza, molto bene perciò chiedo ai bambini di osservare quello che faccio per poi riprodurre con autonomia i propri esperimenti.

Il Frottage può essere realizzato:

1. Con il fondo del foglio bianco; Prendiamo un piccolo pezzo di foglio bianco da fotocopia,  un colore a cera ( a cui è stata precedentemente tolta la carta) e scegliamo una texture. Le textures hanno un lato ruvido e uno liscio, appoggiamo la parte liscia al tavolo mentre la parte ruvida resta in alto, la fissiamo al tavolo con dello scotch di carta; appoggiamo sopra la texture, il foglio bianco e lo fissiamo anch’esso al tavolo con lo scotch di carta poi, con il colore a cera appiattito ( quindi non usato con la punta), cominciamo a strisciare per riportare il motivo della texture sul foglio; una volta finito con il primo colore possiamo ripassare con un secondo.

2. Con il fondo colorato; Prendiamo un piccolo pezzo di foglio bianco da fotocopia  e un colore a cera, appoggiamo al tavolo il foglio e con il colore piatto comincio a strofinare per riempirlo tutto di colore; una volta colorato tutto il foglio seguo le istruzioni del passaggio 1: “Con il fondo del foglio bianco”.

Questa parte del lavoro è davvero magica e la sovrapposizione di colori, di tante tonalità diverse, crea degli effetti inaspettati e i bambini, curiosi, desiderano provare nuovi abbinamenti. Mi piace lasciargli del tempo per sperimentare perché, anche se questo non è un laboratorio di arte, la parte sperimentale ha molta importanza.

Alla fine di questo lavoro ogni bambino dovrà avere diversi campioni di “pelle” e dovrà decidere quale di queste sarà più adatta per rivestire il corpo del suo Super Sauro. Una volta deciso riempirà un intero foglio bianco da fotocopia in formato A4 con la texture e i colori che ha scelto.

Arrivati a questo punto ci mettiamo nei panni dell’Evoluzione e proviamo a ragionare su quali caratteristiche potrebbe avere un Super Sauro; invitiamo i bambini anche a pensare ad un nome.

Con della carta da lucido ricalchiamo dai vari scheletri le parti che riteniamo importanti per la sopravvivenza del nostro Dinosauro: ad esempio ricalchiamo il corpo possente del T-Rex e aggiungiamo la testa cornuta del Triceratopo per creare un sauro veloce e che sappia difendersi con denti e corna.

Una volta terminato il disegno sulla carta da lucido ricalchiamo il disegno del nostro Super Sauro sul foglio da fotocopia testurizzato, aggiungendo tutti i particolari.

A questo punto riprendiamo matite e cere e definiamo i dettagli del Dinosauro aggiungendo anche qualche sfumatura. Infine incolliamo il nostro Super Sauro su un foglio nero di cartoncino formato A4.

Chiudiamo l’attività con il racconto dell’esperienza personale di ciascun bambino , o se si ritiene opportuno, solo di quelli che hanno voglia di condividere;  chiediamo loro di dirci il nome del Super Sauro, di mostrarcelo e di raccontarci quali sono le caratteristiche vincenti di questo animale che lo proteggeranno dall’estinzione.

Una mostra temporanea dei lavori è vivamente consigliata.

Buon lavoro!

“Pinocchio” al cinema: dal 1911 a oggi

in Pensare con gli occhi by
Carlo Ridolfi ci parla di “Pinocchio” dalla prima versione cinematografica del 1911 a quella di Matteo Garrone, al cinema in queste settimane.

Il Pinocchio di Matteo Garrone – interessante, personale, ma che a parer nostro non aggiunge granché all’immortale personaggio creato da Carlo Collodi. Il film, al cinema in queste settimane, non è che l’ultimo in ordine di tempo. Già se ne annuncia una prossima versione di Guillermo Del Toro, di una lunghissima serie di interpretazioni cinematografiche.

Già a partire dal 1911 il regista Giulio Antamoro realizza un primo film (durata: 42 minuti), muto e in bianco e nero, affidando a Ferdinand Guillaume la parte del protagonista.

Nel 1947, sempre in bianco e nero ma con una durata di 100 minuti e il sonoro, Giannetto Guardone dirige Le avventure di Pinocchio. Si ricorda per l’interpretazione di Alessandro Tommei, primo bambino sullo schermo nei panni del burattino, e, come curiosità, di Vittorio Gassman come Pescatore Verde.

In mezzo fra i due c’era stata, nel 1940, l’indimenticabile, se pure strana e di ambientazione tirolese, versione disneyana. Il lavoro collettivo di grandi registi della factory statunitense come Ben Sharpsteen, Hamilton Luke, Norman Ferguson e Wilfred Jackson. Fondamentali i disegnatori animatori come Ward Kimball e Ollie Johnston (ma l’elenco dovrebbe essere molto più lungo). Con le canzoni e le musiche di Leigh Harline e Paul J. Smith.

Di grande interesse è la versione animata realizzata nel 1971 da Giuliano Cenci, Un burattino di nome Pinocchio, e le musiche di Vito Tommaso e Renato Rascel.

Per restare nel disegno animato è necessario ricordare l’ottima produzione del 2012 diretta da Enzo D’Alò, con le musiche di Lucio Dalla.

Ma non andrebbe sottovalutato neppure un titolo come Le avventure di Burattino, diretto nel 1959 in Unione Sovietica da Dmitriy Babichenko.

Per tornare alle realizzazioni in live action, detto del Pinocchio diretto e interpretato nel 2002 da Roberto Benigni, che si fa ricordare per essere a tutt’oggi il film più costoso (45 milioni di euro) realizzato dall’industria nazionale, continuiamo a prediligere la splendida versione televisiva diretta nel 1972 da Luigi Comencini, con Andrea Balestri nei panni di Pinocchio, Nino Manfredi in quelli di Geppetto e le fondamentali musiche di Fiorenzo Carpi.

Che dire della versione di Garrone?

E’ del tutto rurale, in alcuni momenti quasi documentaristica, con un racconto che scende pian piano verso Sud, iniziando in piena toscanità in location scelte nei dintorni di Siena e spostandosi man mano il racconto verso la Puglia.

Così come nelle scelte degli interpreti, che nella prima parte sono di parlata fiorentina (come il Mangiafuoco di Gigi Proietti) e poi diventano quasi esclusivamente napoletani.

Questo Pinocchio ha dei punti di forza innegabili: primo fra tutti, a parer nostro, la miglior coppia di Gatto & Volpe mai vista da molto tempo, grazie al lavoro di recitazione di un sorprendente Massimo Ceccherini (Volpe) e di Rocco Papaleo (Gatto).

C’è uno straordinario lavoro di trucco, realizzato da un grande maestro come Mark Coulier, che ha al suo attivo film come quasi tutta la saga degli Harry Potter o Grand Budapest Hotel.

Coltissimo dal punto di vista iconografico, il Pinocchio di Garrone fa riferimento ai primissimi illustratori dell’opera di Collodi, a partire da Enrico Mazzanti, privilegiando lo zoomorfismo e disseminando la vicenda di esseri umani con aspetto di cani, gatti, scimmie, pesci, uccelli e così via.

La parte più debole sono le musiche, davvero troppo invadenti e poco originali, di Dario Marianelli. Il momento migliore è quello della scuola, con un maestro  (Enzo Vetrano) davvero pedagogico nel suo essere tutto ciò che non bisogna fare per insegnare e un omaggio evidente e azzeccato a Zero in condotta di Jean Vigo.

Ma il bilancio generale è di un’opera che non aggiunge nulla di nuovo e che non risulterà indimenticabile, richiamandoci tuttavia all’attualità senza fine di un racconto fondamentale.

Strategie didattiche del WRW: lo schema a Y

in Fra cattedra e finestra by
Sabina Minuto ci racconta del metodo WRW e dello schema a Y: un organizzatore di pensiero e non solo.

“Lo studio di strategie letterarie e dei  componenti (del testo) non deve essere autoreferenziale e fine a se stesso, ma deve offrire un ulteriore supporto per la relazione fra la letteratura e chi legge. Il nostro obiettivo non è quello che gli studenti identifichino trama, personaggi…. ma piuttosto quello di aiutare i lettori a usare queste strutture letterarie per costruire interpretazioni approfondite e più ricche sui testi letterari che incontrano”.

(Frank Serafini “Lesson in comprehension” Heinemann 2004)

Qui sopra ho citato un passo da uno dei testi base per costruire  un laboratorio di lettura secondo il metodo del WRW. Ora leggete qui.

“Il gusto per la lettura resta un obiettivo primario dell’intero percorso di istruzione, da non compromettere attraverso una indebita e astratta insistenza sulle griglie interpretative e sugli aspetti metodologici, la cui acquisizione avverrà progressivamente lungo l’intero quinquennio, sempre a contatto con i testi e con i problemi concretamente sollevati dalla loro esegesi. A descrivere il panorama letterario saranno altri autori e testi, oltre a quelli esplicitamente menzionati, scelti in autonomia dal docente, in ragione dei percorsi che riterrà più proficuo mettere in particolare rilievo e della specificità dei singoli indirizzi liceali”.

(Indicazioni nazionali per i Licei . Licei! Avete letto bene!)

Non stiamo parlando o leggendo della stessa cosa? Non si sta forse sostenendo, negli stessi due testi, che la comprensione vera di un testo non è la semplice individuazione di elementi base, precostituiti da docenti o più spesso da antologie?

Che per scendere in profondità nella lettura e appropriarsi di strumenti di consapevolezza e comprensione non servono o non bastano “astratte griglie interpretative”?

Quante delle mie lezioni passate si basavano solo su questo! Ora il WRW ha cambiato del tutto il mio approccio anche all’insegnamento della letteratura. Ho imparato ad usare, fra i tanti, due strumenti importantissimi.

Di uno di questi, che oramai è molto conosciuto, vorrei parlare. Lo uso sempre. I miei studenti oramai lo conoscono a menadito. Anche nelle lezioni di storia ha trovato il suo spazio e lo uso in  pratica ogni volta che ho bisogno di farli pensare, cioè sempre. Si tratta dello schema a Y.

Gli statunitensi hanno un enorme pregio: sono concreti. Io lo trovo fantastico. Anche nelle loro lezioni, a scuola, non si perdono tanto in ciance, ma elaborano ed usano strumenti grafici di supporto al pensiero: i graphic organizers.

Lo schema a Y è uno di questi. È banale a pensarci bene. Visto a posteriori, dopo l’uso di anni, mi viene spesso da chiedermi perché io non ci abbia mai pensato prima. Perché, in fondo, cosa rende “ buona” una scelta didattica? La capacità di in-segnare a tutti in modo profondo, di essere incisiva, pratica, utile. Lo schema a Y fa tutto questo. In pratica serve a suddividere lo spazio del foglio in tre parti. In ognuna di esse poi si scrivono (annotano) tre elementi diversi: connessioni, impressioni, domande.

Ora, a pensarci bene, sono proprio le tre procedure mentali che il nostro cervello mette in atto durante una lettura profonda come ci dimostrano le neuroscienze ( vedi il fondamentale testo di Marianne Wolf “Lettore vieni a casa”).

In pratica mentre si legge ognuno di noi applica questi meccanismi di comprensione base: si fa domande, attua connessioni con la sua esperienza personale ( di vita e di lettore), rimane stupito o “impressionato” da alcuni passaggi, da alcuni vocaboli, da alcune sfumature o dettagli. Quello che conta, tuttavia, è esserne coscienti e saperne prendere nota e ragionare poi insieme con altri lettori nella comunità della classe. ( una vera, in questo caso, pungola comunità ermeneutica). Quello che conta dunque è anche insegnare davvero la meta cognizione.

Per esperienza so che all’inizio non è affatto semplice. Non a tutti riesce di annotare. Specie fra i miei studenti che sono poco allenati al pensiero astratto. Così, negli anni, ho modificato il mio modo di proporre lo schema a Y. Ora, inizialmente, lo propongo a tappe. Faccio tre ML singole per ogni “buco “ da riempire e modello su di me il loro lavoro. Uso moltissimo il “thinking aloud” (di cui parlerò in altro articolo) per mostrare loro come io procedo per completare il mio personale schema a Y. Una volta le domande (“dal testo o dalla testa”), una volta le connessioni (mondo/ io/ altri testi) una volta le impressioni che per lettori fragili sono sempre la parte più complessa.

Dopo anni di esperienza devo dire che questo approccio funziona. Certo non è una bacchetta magica. Ma quanta differenza con le mie astratte lezioni di una volta! Quanta più comprensione vera.

Il miracolo, chiamiamolo così, avviene quando lo schema diventa proprio di ogni alunno che lo rielabora in modo personale. Allora io posso vedere davvero la differenza: prima tutto passava sulle loro teste, inesorabilmente lontano e poco interessante. Ora invece anche gli studenti sono padroni della interpretazione di quello che leggono. Riescono a farsi domande sul testo da soli, a condividerne i risultati a discuterne. Riescono a scrivere dai testi riflessioni personali. Riescono a trovare tantissime connessioni.

Quando leggo ad alta voce lo schema a Y campeggia sui quaderni. Spesso le connessioni affiorano così potenti che i ragazzi stessi interrompono la lettura gridando: “Prof! Mi è venuta una connessione!”.

Allora ognuno di noi, comunità di lettori e scrittori, scrive per qualche minuto (tecnica del quick write) oppure semplicemente condivide ciò che ha pensato con la classe. È sempre un momento molto importante iniziare una discussione vera da un testo letterario.

Intendo con il vocabolo “vera”, una discussione frutto di pensiero originale non mediato dalle solite pagine studiate a memoria della storia della letteratura. Pagine che quando va bene sono ripetute sufficientemente a memoria, quando va male non sono nemmeno acquisite e ripetute perché non capite o estranee.

Ultimamente, ad esempio, sul canto III dell’Inferno di Dante le domande scaturite sono state moltissime. E anche le connessioni. “Perché Dante sviene?”. Oppure: “Perché Virgilio ha sempre il ruolo di difensore di Dante?”. O ancora: “Perché Caronte non ha l’aspetto di un diavolo tradizionale?”.
E via dicendo.

Le hanno fatte loro, queste domande. E ci hanno portato, ad esempio, a cercare sul telefono la foto dell’affresco del battistero di Firenze sul Giudizio Universale e a fare una piccola ricerca iconografica. Ci hanno suggerito anche altre connessioni con il nostro immaginario collettivo e non sulla figura del diavolo. Io non avevo pensato in precedenza ad approfondire questo aspetto. Sono i ragazzi che mi hanno guidato a farlo.

Insomma lo schema a Y è molto potente. È davvero uno strumento di pensiero efficace. Lo uso oramai anche in storia dopo la lettura ad alta voce e la visione di brevi video alla Lim. Lo uso in pratica sempre.

Ritornando a quanto scritto sopra, credo davvero di essere in linea con le indicazioni nazionali. C’è solo una piccola differenza: io non insegno in un liceo ma in un istituto professionale. Forse che i miei studenti hanno da invidiare qualcosa agli altri? O forse è che a loro la Divina Commedia non serve a nulla? Non credo proprio.

Basta allontanarsi da “astratte griglie interpretative”. Del resto io chiamo la mia scuola il Liceo del lavoro.

Crediti foto: Lubomir Simek

Catalizzatori di lettura: come e perché

in Fra cattedra e finestra by
Sabina Minuto ci racconta il suo ultimo “Reading Workshop”: catalizzatori di lettura, strumenti replicabili da pensare e reinventare per le proprie classi.

Con Sara Moretti e Teatro21 abbiamo vinto il bando Cepell Educare alla lettura. Il percorso pensato (incontri con autori, corsi per docenti, incontri con illustratori, teatro sociale) sta volgendo al termine. A Loreto il 23 novembre scorso c’è stato uno degli ultimi incontri, dedicato ai docenti, sul Reading Workshop.

Le linee guida del laboratorio sono state poche ma calibrate per dare ai docenti strumenti replicabili da pensare e reinventare per le proprie classi. Troppo spesso infatti anche corsi di aggiornamento molto interessanti peccano nel non fornire ai docenti degli strumenti pratici e delle indicazioni concrete.

L’inizio è stato come sempre una pratica riflessiva comune su spunti teorici  da vari autori: Massimo Recalcati, Umberto Galimberti, Marielle Macé, Marianne Wolf, Bernard Friot.

Ci siamo interrogati su cosa voglia dire “insegnare a leggere”, individuando ciò che per esperienza non funziona e ciò che invece potrebbe funzionare.

L’origine innaturale dell’alfabetizzazione significa che i piccoli o grandi lettori non hanno un programma su base genetica per lo sviluppo delle connessioni cerebrali del cervello che legge. Tali circuiti sono plasmati e sviluppati da fattori naturali e ambientali incluso lo strumento attraverso il quale la lettura viene acquisita e si sviluppa.

Marianne Wolf (da “Lettore vieni a casa”) suggerisce profonde riflessioni per chi vuole avvicinare lettore e libro. Lo stesso strumento con cui io vorrei insegnare a leggere ai miei studenti è portatore di significato a prescindere e sortirà effetti positivi o negativi. Anche solo per essere quello strumento e non un altro.

Non basta infatti, anche nelle scuole superiori, mettere in mano ad un ragazzo un libro e dirgli: “leggi”. Non può bastare. Se le sue esperienze di lettura pregresse non hanno sortito effetto; se non hanno attivato alcuna mappa neuronale, ma anzi magari sono state fonte di frustrazione e fatica, quel ragazzo non leggerà mai. Ossia non diventerà un lettore per la vita ma semmai un lettore solo per la scuola o per il voto che l’insegnante assegna.

Noi invece come docenti dovremmo procurare agli studenti altre esperienze di lettura che nutrano e facciano crescere lettori autonomi e consapevoli. Lettori in grado di scegliere quale libro leggere e di utilizzare strumenti di comprensione profonda cioè quello che nel Reading Workshop si chiama Deep Reading.

La comprensione, infatti, è sempre un processo e non un prodotto: non deve essere considerata un qualcosa che si ottiene quando si finisce di leggere. La comprensione è un processo. Cioè un’attività che viene esercitata sempre mentre si legge e deve essere supportata e sostenuta in classe.

Nella seconda parte, dunque, ci siamo chiesti soprattutto come fare, non solo cosa.

L’obiettivo è stato attraversare i sette elementi della lettura attiva attraverso organizzatori grafici del pensiero.

I sette punti sono: predire, visualizzare, inferire, identificare, fare domande, connettersi e valutare.

Per ognuno di questi abbiamo visto, e applicato ad un incipit di racconto, letto da me ad alta voce, degli organizzatori grafici di pensiero. Gli organizzatori grafici si sono rivelati interessanti anche per gli adulti lettori esperti.

Al livello visualizzare, ad esempio, abbiamo sperimentato come anche il disegno sia un modo per entrare profondamente nella comprensione di un testo. Se il lettore riesce a visualizzare una parte del testo che ha letto o gli viene letto, riferirlo agli altri con parole o disegni, applicare su questa attività meta cognizione, la comprensione risulterà supportata e quindi più facilmente assunta come propria.

In pratica si impara a leggere, come dice Aidan Chambers, da adulti che leggono (“Il lettore infinito”); ma anche da adulti che esplicitano ad alta voce e con il loro personale esempio il processo che avviene nella mente del lettore in un determinato momento.

In ultimo, ma non per importanza, ci siamo concentrati sugli albi illustrati come attivatori di lettura e di scrittura per tutte le età.

Divisi in gruppo abbiamo lavorato su un singolo albo fra quelli a disposizione seguendo una scheda preparata in precedenza. La scheda era semplice, ma poteva fornire spunti interessanti per collegare il  leggere allo scrivere e per usare gli albi in classe come inizio di percorsi di lettura tematici o di genere. Le quattro attività proposte sono state svolte con entusiasmo dai docenti perché cimentarsi in una didattica che produce idee e si confronta con quelle degli altri è sempre entusiasmante.

Credo che l’incontro abbia avuto una certa ricaduta sui colleghi, almeno abbia dato loro idee su cui ancora lavorare e ancora riflettere.

Non c’è mai nulla di acquisito per sempre nell’insegnare come nel leggere. Come afferma Frank Serafini (“Around the Reading Workshop in 180 Days: A Month-by-Month Guide to Effective Instruction”) infatti la domanda giusta dalla quale partire non è solo “Come insegnare a leggere”, ma più esattamente “Quali tipi di lettori vogliamo creare e supportare?”.

E solo dopo che avremo descritto i tipi di lettori che vogliamo che i nostri alunni diventino allora il Reading Workshop potrebbe essere considerato uno dei modi più efficaci  di insegnare la lettura. Così come pensando a quale tipo di insegnanti di lettura vorremmo  essere, potremo davvero diventare incisivi all’interno delle nostre classi.

I “Promessi Sposi”: un approccio WRW al romanzo di Manzoni

in Fra cattedra e finestra by

Sabina Minuto ci racconta alcuni metodi per approcciare in classe i “Promessi Sposi” di Manzoni.

C’è un romanzo che io non amo affatto: “I Promessi Sposi” di Manzoni. Credo me lo abbia fatto odiare la scuola. L’ho sempre letto per obbligo.
Pur gustandomi alcune parti in seguito, da adulta, non sono mai riuscita ad apprezzarlo davvero. Questo però non influisce affatto sulla mie scelte didattiche. Mi sono spesso chiesta: è necessario farlo conoscere? Farlo leggere? E in che grado di scuola? Anche alle medie o solo al biennio? La mia risposta è sì. È necessario. Mi sembrerebbe di togliere ai ragazzi qualcosa che poi rischiano di non ritrovare mai più.

Certo i modi con cui proporlo sono tanti e multiformi: un modo per ogni classe, sempre diverso, sempre adattabile ad alunni diversi per età e per ordine di scuola.

Se c’è una cosa che ho imparato nella mia pratica laboratoriale del WRW è che la lezione perfetta per tutti non esiste. Non esiste nemmeno il percorso perfetto. Nessuna didattica laboratoriale che si rispetti è monolitica: cambiano gli studenti e così cambiano gli approcci.
La metodologia tiene, è solida,  proprio perché ha una forte cornice che la sostiene. Al suo interno le vie da seguire sono invece molteplici.
E adattabili e perfettibili sempre.

Per questo il WRW non richiede in fondo l’uso di nessuna antologia. Ognuno imposta la didattica con le proprie mini lezioni e con i testi mentore che ritiene utili ogni volta come esemplificativi. Ed è libero di apportare ogni variazione possibile, ogni sostituzione di brani con altri brani sia in lettura che in scrittura.

Anche per i “Promessi Sposi” vale la medesima riflessione. Di anno in anno, dalle medie al biennio, ho trovato linee di percorsi diversi utilizzando il romanzo di Manzoni come testo mentore per la scrittura e per la lettura.

Due esempi.

Manzoni in scrittura è stato oggetto di ricalco. Abbiamo preso “l’addio ai monti”, l’abbiamo analizzato, fatto nostro e riscritto. Ognuno ha fatto il suo addio al suo luogo del cuore. Utilizzando in sostanza lo scheletro di Manzoni, ma sostituendo le parole di Lucia con le proprie. Ecco che Alessandro diventa maestro di scrittura anche in una classe della scuola media.

La storia di Gertrude è diventata nel biennio spunto di un testo argomentativo sotto forma di lettera. Abbiamo elaborato una risposta al padre della sventurata, trasportando la storia nella contemporaneità.

Ognuno a suo modo ha provato ad elaborare una breve argomentazione a sostegno della propria tesi: non voglio obbedire a un ordine che mi distruggerà la vita. In questo modo, utilizzando varie ML sulla struttura del testo in oggetto,  Manzoni è diventato da un lato oggetto di studio, dall’altro motivo di riflessione. “Io, Gertrude” era il titolo del lavoro elaborato in una classe tutta maschile.

Se passiamo al Reading invece i percorsi da fare all’interno del romanzo sono molteplici. Io ne ho sperimentato uno in particolare quello della scelta.

Molti personaggi scelgono nel testo. Per svariati motivi e in situazioni diverse. La scelta è in realtà uno dei motori di questa storia come di tutte le storie. Analizzarne i contorni è stato oggetto di studio e di svariate mini lezioni di deep reading (lettura in profondità).

Insegnare la comprensione vera di un testo, negoziando significato e non porgendone uno precostituito è fondamentale. Chi sceglie in questo romanzo? Don Abbondio ovviamente. Don Rodrigo. Fra Cristoforo. Gertrude. Renzo a Milano. Tutti scelgono in certe occasioni condizionati o meno, liberamente o meno. La costruzione dei personaggi in Manzoni sembra un meccanismo da orologio svizzero e per insegnare alcune tecniche di analisi  testuale il testo funziona benissimo. Persino gli studenti del biennio del professionale hanno colto la potenza di certe descrizioni o di certi dialoghi.

Ho usato anche per i “Promessi Sposi” la tecnica “Notice and Note” che prevede l’uso di “segna posto speciali” per riconoscere certe caratteristiche testuali ricorrenti. Funziona anche questa.

Lo so. Molti  si chiederanno dove rimangono  la storia della letteratura, di Manzoni, la sua biografia, il contesto. Ci sono. Solo sono scoperte. Non sono significati dati a priori da un prof o da un testo. Sono continue messe a punto dei ragazzi con l’aiuto di ricerche sul web e di brevi mini lezioni ad hoc. Come dice Recalcati noi siamo fatti di parole come i libri.

Anche quel monumento dei Promessi Sposi funziona allo stesso modo. Se riusciamo a costruire uno scambio tra noi e il testo in modo che il testo cambi noi e noi cambiamo un poco il  testo ogni volta che lo leggiamo, il gioco è fatto. Credo che ritrovando “ la gioia di leggere al di là di astratte griglie interpretative” potremo rendere anche al nostro Alessandro un buon servizio.

( indovinare da dove è tratta l’ultima citazione”)

“Klaus – I segreti del Natale” il nuovo film di Sergio Pablos su Netflix.

in Pensare con gli occhi by
Carlo Ridolfi ci racconta “KLAUS – I SEGRETI DEL NATALE” il nuovo film di Sergio Pablos disponibile su Netflix.

(Spagna, 2019)
Regìa: Sergio Pablos
Soggetto: Sergio Pablos
Sceneggiatura: Zach Lewis, Jim Mahoney
Musica: Alfonso G. Aguilar

Distribuzione: Netflix
Animazione
Durata: 96’

“Perché hai scelto di fare la maestra, se non per cambiare le cose?”, chiede ad un certo punto della storia il protagonista Jesper (voce italiana: Marco Mengoni) alla giovane Alva (voce: Ambra Angiolini), che sembra aver rinunciato ai suoi obiettivi e ai suoi sogni.

Domanda bellissima, in un film – uno dei tanti bei prodotti, distribuiti da Netflix – che risulta essere una vera e piacevolissima sorpresa.

L’idea parte da Sergio Pablos, già attivo in alcuni classici film del periodo Disney anni Novanta, che dopo aver costituito una sua società di produzione a Madrid ha immaginato e realizzato un film di animazione classica su Netflix. Ovvero a disegni, con il supporto non invasivo ma decisamente importante delle tecniche digitali.

Rischiare con un film sul Natale poteva essere impresa da far tremare i polsi, perché produzioni sul tema ne esistono millanta, raramente di primissimo livello.

Impresa riuscita (quasi alla perfezione, a parere di chi scrive, perché c’è un lato debole rappresentato da una colonna musicale e da alcune canzoni un po’ stucchevoli), tanto da rendere Klaus un piccolo gioiello davvero da non perdere.

La trama

Jesper è figlio scioperato di un papà che è altissimo dirigente della Reale Accademia Postale di un paese del Nord Europa.

Dopo una serie di insuccessi professionali e caratteriali, il padre lo spedisce in un remotissimo villaggio sull’ancor più lontana isola di Smmerebsburg, quasi al Circolo Polare Artico.

Vincolandolo a garantire da lì l’invio di almeno 6.000 lettere in un anno, pena l’esilio perpetuo.

Arrivato all’isola il giovane si rende conto della quasi impossibilità di riuscita, visto che gli abitanti sono talmente impegnati in una perenne faida gli uni contro gli altri.

Tanto da non aver neanche il tempo e la voglia di mandare i loro figli a scuola. (Di qui le difficoltà dell’aspirante maestra Alva, che si è ridotta a fare la pescivendola per sbarcare il lunario). L’incontro fortuito con l’anziano boscaiolo Klaus (voce: Francesco Pannofino) cambierà la sorte di Jesper, di Alva e di tutti gli abitanti del villaggio sull’isola. Grazie alla bella sceneggiatura di Zach Lewis e Jim Mahoney, il soggetto originale di Sergio Pablos si sviluppa con una serie di soluzioni originali, che attraversano molti registri narrativi – dal fiabesco al malinconico, dal poetico al fantastico, dal comico al sociologico – con un equilibrio nella miscela di divertimento e riflessione davvero rari di questi tempi.

Un film Netflix per famiglie

Si tratta, come sempre accade in questi casi, del miglior esempio di film “per famiglie”, intendendo con ciò una produzione che può esser vista da grandi e piccoli di ogni età, proprio perché ciascuno di noi – genitori, bambini, adulti, insegnanti, nonne etc. – ci potrebbe trovare qualche spunto di pensiero, molto divertimento e non poca commozione che tocca le corde più profonde dell’anima.

Se la prova della validità di una storia – sia essa per parola scritta o per suoni e immagini in movimento – sta nella maturazione che, seguendo le vicende raccontate, produce sia nei protagonisti delle stesse che in chi vi assiste, Klaus è un ottimo esempio di storia più che valida.

Non troviamo qui, per fortuna, nessuno degli stereotipi troppe volte riproposti sulle origini della leggenda di Babbo Natale. Ma una trattazione intelligente, e rispettosa dell’intelligenza anche degli spettatori più piccoli, di uno sviluppo di relazioni sociali che può diventare fonte di grandi e positive trasformazioni.

La presenza nella storia e nella splendida realizzazione visiva della popolazione Sami (o Lappone) aggiunge ricchezza antropologica e culturale.

I buoni sentimenti che vediamo crescere non sono la melassa spesso indigeribile, che viene proposta sotto le feste, ma il prodotto di un processo di crescita e maturazione di tutti coloro che vengono inseriti nella vicenda.

Cambiano le cose in meglio grazie alla consapevolezza di tutti: quale miglior augurio per il Natale?

A Natale giochi “anche” per la classe

in Giochi senza frontiere didattiche by
Giovanni Lumini ci suggerisce alcuni giochi per la ludoteca di classe da mettere sotto l’albero di Natale.

Si possono regalare giochi anche alla propria classe o – follia! – decidere di “investire” parte della cassa scolastica per l’acquisto di giochi da tavolo.

Capisco che è una cosa rivoluzionaria, ma, se mi avete seguito fin qui, la proposta non è così sconvolgente, ma è funzionale allo sviluppo di relazioni positive fra i bambini e le bambine, fra le ragazze e i ragazzi, fra insegnanti e studenti.

Su quest’ultimo punto faccio una chiosa: sarebbe importante che una volta deciso di regalare o regalarsi i giochi, a questi giochi non partecipino solo gli alunni, ma che le/gli insegnanti, in prima persona. Che, oltre a dare una mano nella comprensione delle regole, si inserissero fisicamente nei gruppi di gioco, testimoniando così la “serietà” (nessuna ironia: le virgolette servono in questo caso per evidenziare) dell’operazione “ludoteca di classe”. Le/Gli insegnanti credono che il gioco da tavolo portato a scuola sia uno straordinario elemento di coesione, condivisione, crescita e come tale anch’essi sono pienamente coinvolti nel loro uso.

Sotto l’albero della propria classe quindi vi suggerisco di mettere alcune novità, giochi usciti quest’anno, piuttosto che i classici irrinunciabili di alcuni dei quali ho parlato negli articoli precedenti (e.g. Dixit, Kaleidos, Concept, Il Frutteto).

Per i piccoli suggerisco MONSIEUR CAROUSEL (Ed. ManCalamaro)

Un gioco collaborativo dai quattro anni in su, nel quale dobbiamo far andare sulla giostra tutti i bambini e le bambine, prima che la pioggia rovini la giornata.

Come si vede da questa presentazione video in francese, il gioco è immediato e i componenti sono fantastici, con una meravigliosa giostra in legno che gira, gira, gira…

Il gioco in sé è comunque impegnativo e, essendo un collaborativo, stimola la condivisione della memoria comune.

Per la scuola primaria (anche le prime classi) SPEED COLORS (Ed. DVGiochi)

Un gioco in cui si mette alla prova la propria memoria visiva, cercando nello stesso tempo di essere precisi. Ognuno ha una carta con un disegno colorato in sei colori per sei spazi: si dà il via al gioco e ogni partecipante, quando crede di aver ben memorizzato i colori, girerà la carta senza poterla più guardare. Sul retro c’è lo stesso disegno ma in bianco e nero. Rapidamente bisogna prendere i pennarelli e colorare, in maniera precisa, gli spazi secondo quanto ci ricordiamo. Le carte sono lisce e i pennarelli cancellabili. Gioco frenetico ma che presuppone attenzione perché gli spazi colorati male o incompleti non concorreranno al punteggio.

Uno straordinario gioco, ottimo sia per la scuola primaria che per la scuola secondaria, è SIMILO (Ed. Horrible Guild )

Un gioco collaborativo nel quale dobbiamo cercare di far indovinare agli altri un personaggio delle fiabe oppure storico, a seconda dell’edizione che scegliamo.

La modalità è semplice: sistemiamo dodici carte-personaggio in una griglia e chi conduce sa quale è il personaggio da far indovinare. Ad ogni step verrà dato un indizio proponendo un altro personaggio fra ulteriori cinque che si hanno in mano. La logica è: se il personaggio-indizio è simile lo sistemiamo in verticale; se non è simile in orizzontale. A questo punto tutti gli altri discutono su quali personaggi eliminare, pur senza sapere per quale motivo chi conduce ritiene un personaggio simile o diverso, in quanto i criteri possono essere ad esempio: uomo/donna, con la barba/senza barba, scienziato, regina, appartenente alla stessa fiaba o meno, buono/cattivo. Gioco estremamente stimolante e bellissimo da osservare nelle dinamiche che si sviluppano, con le discussioni/accordi che ogni decisione via via comporta.

BANANAGRAMS (Ed. DVGiochi)

Questo è invece una versione dinamica e molto coinvolgente del classico SCARABEO, contenuta in un simpatico astuccio in stoffa (estremamente trasportabile) a forma di banana. Abbiamo a disposizione un certo numero di lettere che, al via, dovremo, contemporaneamente, comporre in un proprio schema di parole crociate. Nel momento in cui completiamo lo schema con tutte le lettere, chiamiamo “lettera!” e tutti dovranno aggiungerne una dal mucchio centrale, cercando di integrarla allo schema. Quando sono terminate le lettere del mucchio centrale, chi completa per primo il suo schema vince. È un gioco adatto per le ultime classi della scuola primaria e per la scuola secondaria di primo e secondo grado.

Chiudo questa carrellata o meglio questa “slittata” di giochi/regali con SLAPZI (Ed. Creativamente)

Un rapidissimo gioco di osservazione e reazione, adatto a tutti. A ogni giocatore vengono consegnate 5 carte di gran formato, quadrate, che riportano due fotografie, una sul fronte e una sul retro. Ognuno deve quindi gestire 10 immagini. Al via, un conduttore del gioco, magari nel caso di bambini e bambine più piccoli, o anche uno dei partecipanti gira una carta-criterio. Girando freneticamente le carte in mano si cerca un’immagine che possa soddisfare quel criterio e si “slappa” veloce sulla carta-criterio stessa. Solo chi mette per primo la carta se ne può liberare. Attenzione però: se la carta lanciata non soddisfa il criterio a insindacabile giudizio di tutti gli altri o anche per evidenza oggettiva, il giocatore troppo frettoloso, in questo caso, viene penalizzato riprendendo in mano sia la propria sia una nuova carta immagine. Vince il primo che si libera di tutte le sue carte. Ovviamente in questo gioco la dinamica e la varietà è data dai diversi criteri delle carte-criterio. Vediamone alcuni: Inizia con la lettera P, Non può scendere dal camino, È perlopiù di plastica, Inizia con la stessa lettera del tuo nome, Lo indossi, Vola, Non ci sta in uno zaino, Ha tutte le lettere diverse fra loro, Grida una parola che fa rima con una tua carta, etc. Vi sono ben sette varianti di gioco, indicate nelle istruzioni.

Regalare giochi alla classe è un ottimo modo per avere a disposizione degli straordinari strumenti da utilizzare durante la giornata, non solo a ricreazione ma anche e soprattutto in momenti dedicati.

Buon gioco e buone feste a tutte le classi!

Giochi collaborativi: team building ludico

in Giochi senza frontiere didattiche by
Giovanni Lumini ci porta alla scoperta di 4 nuovi giochi collaborativi per la nostra ludoteca di classe.

Sia chiaro: si gioca per vincere e non “l’importante è partecipare”, come diceva Pierre de Coubertin. Non si gioca mai per partecipare. Porto sempre con me un discorso che Alex Randolph fece al termine di una sua lectio magistralis.

“Si gioca per vincere, ma giocando per vincere si impara a perdere…. e se si è imparato a perdere, si impara a vivere”.

8 minuti di quella lezione sono raccolti in questo video un po’ rovinato ma illuminante.

Tenendo presente questo, e la competitività che permea ogni azione ludica, da molti anni sono usciti sul mercato internazionale una serie di giochi che rientrano nella categoria “giochi collaborativi” o “ giochi cooperativi”.

In questi giochi lo scopo dei giocatori è quello di collaborare insieme al fine, non di partecipare, ma di vincere tutti insieme. Vincere e “sconfiggere” il gioco stesso, che farà di tutto per farci fallire. Strategie, conversazioni, scambio di opinioni: sono tutti elementi che entrano in questa tipologia di giochi. In alcuni casi, aiutano nella “costruzione di un gruppo”, nel rinsaldare o scoprire modalità di lavoro comune. Per questo in una ludoteca di classe i giochi collaborativi dovrebbero esserci, senza peraltro cadere nell’errore che tutti i giochi debbano esserlo.

Più di una volta sia nel lavoro di negozio sia negli eventi di formazione che conduco da anni mi è capitato di sentire o di cogliere da certi commenti che i giochi collaborativi sono i migliori, sono i “più buoni”, ma non è così. Come in tutte le cose sicuramente vi sono giochi collaborativi eccezionali e anche giochi competitivi bellissimi e “indispensabili” da avere.

Questa categoria di giochi spazia da giochi adatti ai bambini e alle bambine della scuola dell’infanzia fino a giochi per giovani e adulti, e quindi si possono trovare strumenti per tutte le classi.

“IL FRUTTETO”

Della ditta tedesca Haba è una sorta di capostipite che ha qualche anno fa festeggiato i suoi trent’anni di vita. È un gioco dai 3 anni in su, molto coinvolgente. Qui trovate un’illuminante recensione di Silvia, 4 anni, della durata di 17 secondi.

Si gioca lanciando un dato che ci dirà quale frutto raccogliere dagli alberi del frutteto (Pera=Giallo, Mela=Verde, Prugna=Blu, Ciliege=Rosso). Ma il Corvo è in agguato e, ogni volta che sul dado uscirà la figura del Corvo, comincerà a comporsi in un puzzle di 9 pezzi posizionato al centro della scena.

Se riusciamo a raccogliere tutta la frutta prima che il Corvo sia completato abbiamo vinto, altrimenti avrà vinto lui facendosi una bella scorpacciata.

Come si vede nessun bambino interpreta il Corvo: il Corvo è il gioco ed è contro di lui che dobbiamo collaborare. Una volta capito il meccanismo i bambini e le bambine possono sviluppare piccole strategie. Infatti la sesta faccia del dado rappresenta un cestino con il quale raccogliere due frutti invece di uno solo. Bisogna decidere insieme quali frutti raccogliere. In modo da evitare che un albero rimanga troppo presto vuoto e che i successivi lanci di quel colore siano inutili.

“POTOMAC

Un gioco recentissimo della ditta francese Djeco che presenta ai piccoli giocatori (dai 6 anni in su) il “problema” di traghettare 6 simpatici animali dal pascolo al bosco. Passando sul fiume con l’aiuto di una zattera e stando attenti al lupo che imperversa sulla sponda opposta.

Più complesso del gioco precedente e meno dipendente dalla fortuna del dado. Potomac invita i bambini e le bambine a trovare le strategie migliori per non lasciare indietro nessuno. Qui sicuramente si parla e di decide di più. Si cerca il modo migliore per evitare che il lupo “divori” un animaletto o che perdiamo giù dalla cascata entrambe le zattere che abbiamo a disposizione, nel qual caso abbiamo perso.

“INSOLITI SOSPETTI”

Questo è un gioco collaborativo, pluripremiato, inventato da un autore parmigiano Paolo Mori che inserisce, nel meccanismo tipico del gioco conosciutissimo “INDOVINA CHI?”, un elemento di soggettività.

Facendo leva su pregiudizi, in realtà ha il pregio innegabile, essendo un gioco in cui si parla molto, di smontarli e di evidenziarli. Una persona a turno è il testimone, colui che ha visto compiersi un delitto (di qualunque tipo, non è importante) e sa chi lo ha commesso.

Vi sono dodici sospettati, su altrettante carte che riproducono unicamente il volto fino al mezzobusto, sistemati in una griglia di 4 x 3, all’interno dei quali c’è anche il colpevole. L’indagine si svolgerà su domande comuni che vengono poste dagli altri giocatori al testimone, il quale risponderà secondo il suo modo di pensare/vedere/interpretare i sospettati in gioco. “Ha fatto gli scout?”, “ È appassionato/a di fumetti?”, “Vive da solo/a?”, “Possiede una macchina sportiva?”, “Parla a voce alta?”, sono alcuni esempi delle domande alle quali il testimone dovrà rispondere SI oppure NO senza aggiungere nient’altro e posizionando la domanda nelle colonne apposite.

Come si vede la risposta del testimone è del tutto soggettiva e basata esclusivamente sull’osservazione di una faccia e di qualche elemento accessorio (cappello, vestiario, orecchini, segni del volto). Scatta quindi la discussione fra gli altri che dovranno di volta in volta eliminare i sospettati, sperando di ragionare come il testimone che a sua volta deve indirizzare i giocatori verso il colpevole, poiché anche lui vince se questo viene individuato.

Molto interessante in questo gioco è osservare le dinamiche e le discussioni che sorgono: perché un personaggio che indossa un velo dovrebbe essere per forza religioso? Perché un uomo con un tatuaggio sicuramente non vive con i suoi? Perché una vecchia signora dall’aria un po’ dimessa dovrebbe usare necessariamente i mezzi pubblici? Parlare di pregiudizi e preconcetti aiuta a superarli.  È un gioco che ho provato su tutte le età anche con bambini e bambine piccoli (5 anni) e ogni volta riserva sorprese e divertimento, soprattutto mettendo insieme adulti e ragazzi. In teoria può coinvolgere un numero illimitato di giocatori, se ad esempio la griglia dei sospettati viene proiettata su una LIM.

“JUST ONE”

Chiudo con l’ultimo arrivato, fresco vincitore del prestigioso premio Spiel des Jahres, premio di cui vi ho già parlato, edito da Asmodee Italia, che può coinvolgere fino a 7 giocatori. In questo gioco, a turno, dobbiamo indovinare una parola che gli altri giocatori sanno e che viene scelta ogni volta fra una lista di 5 parole.

Tutti i giocatori, tranne quello che è di turno, scrivono su un simpatico “cavaliere segnaposto” di plastica con un pennarello cancellabile, una e una sola “parola indizio”, senza mostrarla agli altri, per far indovinare la parola segreta. Ad esempio se la parola segreta è PITTORE, sul mio “cavaliere” posso scrivere PENNELLO oppure QUADRO oppure MONET etc. Il problema è però che nessuna parola indizio può essere uguale alla parola indizio che dà un altra persona e qui sta il segreto e la genialità del gioco. Prima di far vedere le parole al giocatore di turno infatti gli altri giocatori confrontano le parole indizio ed eliminano quelle identiche. Al giocatore di turno non resta che provare ad indovinare con gli indizi che restano.

Pensare con gli occhi | il cinema a scuola

in Pensare con gli occhi by
Carlo Ridolfi ci parla di cinema, tv, serie, supporti digitali, linguaggi e contenuti: conoscerli, per capire ed educare.

Immaginiamo uno zio e una nipote che tra loro abbiano una certa differenza di età. Il primo lo chiameremo Giovanni. Nato nel 1982, quindi ha 39 anni. La seconda la chiameremo Marta. Nata nel 2007, ha 12 anni. Quando Giovanni aveva l’età di Marta, quindi nel 1994, la sua condizione di spettatore di racconti per immagini in movimento e suoni era la seguente.

In casa c’erano tre apparecchi televisivi: uno in sala, uno in cucina, uno in camera dei genitori. Due di questi erano collegati a video-lettori, con i quali Giovanni poteva vedere le molte cassette VHS di film registrati dalla tv che c’erano in casa. Nello studio del babbo c’era un personal computer collegato a internet con un modem esterno. La connessione telefonica era quella con il doppino di rame, con una trasmissione di dati assai lenta. Per Natale Giovanni ricevette un Super Nintendo, con il quale diventò ben presto un campioncino di Super Mario World e The Legend of Zelda. Giovanni e i suoi genitori andavano al cinema in sala circa una volta al mese.

Qual è la situazione di Marta? In casa ci sono due televisori: una smart tv molto grande in sala, con Sky Q (e quindi anche la possibilità di vedere sullo schermo del televisore sia YouTube che Netflix) e un apparecchio collegato col digitale terrestre in cucina.

Entrambi sono collegati ad un video-lettore con il quale Marta può vedere film in dvd o in blue-ray. Sia nello studio del papà che in quello della mamma ci sono dei personal computer.

La connessione Internet è in fibra ottica. Mamma e babbo di Marta hanno uno smartphone, che ogni tanto Marta utilizza. All’età di dieci anni Marta ha ricevuto per il suo compleanno un tablet con connessione wi-fi. Per Natale Marta riceverà in regalo un abbonamento a Google Stadia e il relativo controller, con i quali, avvalendosi dell’offerta di giochi in streaming, potrà sfidare il cugino Antonio, che abita sullo stesso pianerottolo. Marta e i suoi genitori vanno al cinema in sala ogni tre mesi circa.

Sono passati 65 anni dal 3 gennaio 1954, quando la Rai cominciò le trasmissioni su scala nazionale con un solo canale in bianco e nero.

Sembrano passate sessantacinque ere. Il mondo è completamente cambiato e, di conseguenza, ha subito trasformazioni e complicazioni non da poco anche il compito educativo di genitori, insegnanti e quanti abbiano da incontrare generazioni sempre più connesse a dispositivi digitali.

L’offerta di contenuti a disposizione è pressoché infinita e non è certo facile districarsi in un oceano sconfinato di film, serie, video, spot pubblicitari, fulminee incursioni a disegni animati o con riprese dal vero in Instagram o Tik Tok.

L’atteggiamento degli educatori può oscillare tra la vertigine e il disorientamento, la resa incondizionata o l’accettazione supina. Talvolta, ma si tratta di minoranze, si arriva al rifiuto totale di qualsiasi utilizzo di supporti e linguaggi considerati dannosi e pericolosi.

Io credo sia prendere atto almeno di un paio di dati di fatto evidenti.

Il primo è che qualsiasi ragazzino dell’età di Marta (e anche di età inferiori) ne sa in materia molto di più e in maniera molto più approfondita della stragrande maggioranza degli educatori.

Il secondo, conseguente, è che o gli educatori si rendono disponibili ad una alfabetizzazione e a un aggiornamento costanti in merito a supporti, linguaggi e contenuti, oppure la forbice comunicativa tra generazioni sarà sempre più aperta, fino alla totale mancanza di intendimento reciproco.

Sarà proprio il caso di riparlarne.

La Preistoria nelle Mani: laboratori e strategie di archeo-didattica

in Archeodidattica: strategie e laboratori by
Un laboratorio di archeo-didattica per imparare a studiare le fonti di informazione.

Sono un’archeologa, ma da circa 20 anni mi occupo di laboratori di archeo-didattica, antichi mestieri ed educazione ambientale. “La preistoria nelle Mani” è uno dei percorsi più longevi con cui lavoro nelle scuole, nei musei e nelle strutture educative. Avere “La Preistoria nelle Mani” vuol dire conoscere e imparare anche attraverso le Mani. Toccando, riproducendo, sperimentando, costruendo… Una delle caratteristiche che ci hanno resi così intelligenti e abili è stata proprio la nostra capacità di imparare attraverso le mani e i sensi.

Le attività del percorso di archeo-didattica sono legate principalmente alla storia ma coinvolgono diversi obiettivi di apprendimento di Italiano, arte e immagine, scienze e geografia. Il percorso raccoglie al suo interno 7 diversi laboratori, per supportare l’attività didattica dell’insegnante.

Il primo laboratorio di archeo-didattica, “Andare alla Fonte: come imparare ad imparare”, sviluppa un tema che i bambini di terza incontrano subito:le fonti di informazione.

“Imparare ad imparare è una delle competenze chiave secondo l’Unione Europea, di fondamentale importanza per lo sviluppo dei cittadini. Andare in profondità e risalire alla fonte dell’informazione e, a volte, contribuire alla costruzione stessa dell’informazione.

I bambini imparano a scuola che le fonti d’informazione sono quattro: fonti materiali, iconografiche o visive, scritte e orali. Ma è importante sottolineare che non tutte le fonti sono fruibili sempre. Per il periodo più antico di tutti, quello che va dalla nascita della Terra fino alla comparsa dell’uomo, le uniche fonti a disposizione sono quelle materiali: i fossili o le rocce.

Con l’arrivo dell’uomo le fonti aumentano: prima oggetti costruiti (fonti materiali), poi opere d’arte prodotte (pitture rupestri, graffiti…), con fonti scritte ed infine quelle orali. Ognuna di queste ci parla in un linguaggio tutto suo, attraverso i materiali di cui sono fatte, i colori, le forme…

L’archeologo impara, nel suo percorso di studi e di lavoro, a capire il linguaggio degli oggetti e delle opere d’arte. Partendo da un semplice vaso e dal contesto di ritrovamento, riesce a ipotizzare la storia e il periodo dell’oggetto.

L’abilità di fare congetture e inferenze partendo da un oggetto conosciuto è importante non solo a scuola ma anche nella vita di tutti i giorni. Per questo ho pensato di proporre una attività\ gioco per sviluppare queste capacità.

Il gioco si chiama “Un sacco di Fonti” ed è una delle quattro attività proposte nel  laboratorio “Andare alla Fonte: come imparare ad imparare”.

Qualche giorno prima del laboratorio l’insegnante chiederà ai bambini di portare un oggetto della loro infanzia, nascondendolo, in modo che i compagni non lo vedano. Gli oggetti saranno raccolti in un sacco nero ( tipo quelli che per l’immondizia) mano  a mano che arrivano.

Nel giorno prefissato, dopo una bella introduzione sul discorso delle fonti e di come ci aiutano a ricostruire il passato, si comincia il gioco. L’insegnante tira fuori il primo oggetto e pone le seguenti domande: il possessore è maschio o femmina? Quanti anni aveva il possessore al tempo in cui usava o gli è stato regalato quell’oggetto? Che informazioni ci da l’oggetto sul possessore? Se l’oggetto non è fragile può anche passare di mano in mano ed essere toccato ed annusato.

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Dal momento che in questo gioco non ci sono risposte esatte l’insegnante dovrà fare da moderatore, dando la parola a turno e guidando la discussione. L’obiettivo è farli ragionare su come l’analisi sensoriale e ragionata dell’oggetto ci può dare informazioni su di esso e sul contesto da cui viene.

Se ad esempio dal sacco viene fuori una macchina molto rovinata possiamo ipotizzare che il proprietario sia un maschio, che possa avere un’età compresa fra i 3 e gli 9 anni. Ragioniamo anche sul fatto che ci sono dei giochi che normalmente sono attribuiti ai maschi e altri attribuiti a femmine. Ma che non è detto che solo i maschi giochino con le macchine e solo le femmine con i bambolotti.

Un altro esempio potrebbe essere quello di un dou-dou: di solito sono morbidi, senza cuciture a vista, senza occhietti o parti piccole che possano staccarsi. Spesso si usano i colori primari, ma a volte anche i colori secondari e pastello che non sempre sono legati al sesso dei bambini.

A seconda dell’attenzione che i bambini riescono a tenere e al livello di coinvolgimento, l’attività può durare dai 20 ai 30 minuti circa. Esplorando cinque o sei oggetti prima di perdere l’attenzione dei bambini. Sarà importante la qualità della riflessione e non la quantità di oggetti.   

Riflettere sulle fonti antiche ci porta ad osservare il mondo con occhi diversi, più curiosi ed attenti.

Come dice Jurgen Bey, famoso designer olandese: “tutto ha un valore, che può rendersi manifesto nel luogo e nel  momento giusto. Il problema è riconoscere questo valore, questa qualità, e poi trasformarla in qualcosa che si possa utilizzare”.

Buon lavoro a tutti!

La teatralizzazione a scuola come supporto alle lezioni

in Attività in classe/Ora di Alternativa/Tavola Rotonda by
La teatralizzazione a scuola può venire in soccorso degli insegnanti, permettendo agli studenti di appassionarsi alle lezioni e superare il “muro” con le materie.

Chi ogni mattina affronta il lavoro in classe si trova di fronte un ostacolo che pare insormontabile: come superare quel muro che separa dagli alunni? Che separa gli alunni dai contenuti che l’insegnante si trova a proporre e che non necessariamente incontrano il favore e l’attenzione degli alunni.

Sì perché la narrazione prevalente (o pericolosamente strisciante) in merito alla didattica vuole (impone?) che si vada incontro ai gusti e alle tendenze degli studenti. Ad esempio, liofilizzando i contenuti, spalmandoli in forme più attraenti, in modo da suscitare il tanto sospirato interesse e, di grazia, un po’ di partecipazione.

Narrazione pericolosa, a mio avviso, perché appiattisce il ruolo di docente, riducendolo a erogatore di un servizio che deve piacere. Invece una delle funzioni della scuola, dovrebbe essere quella di svegliare le parti assopite dell’alunno. I gusti, gli orizzonti e le aperture che a volte giacciono un po’ sepolte. E che con lo sforzo e col tempo – della scuola, appunto – possono riemergere (educere, appunto: tirar fuori da). Un tipo di narrazione sempre più vincente, purtroppo, anche a causa della competizione tra scuole e tra i docenti stessi. Le prime costrette alla corsa ai nuovi iscritti e i secondi chiamati a competere per aggiudicarsi il famoso bonus premiale; le une e gli altri, comunque, chiamati a “conquistare” il mercato, ovvero gli studenti.

Come superare allora quel muro di alterità tra gli studenti e le materie?

Basta guardare negli occhi uno studente per chiedersi: come potrà questo ragazzino dagli occhi assonnati, e che riflettono ancora le ore passate allo smartphone o a giocare a Fortnite, seguire una lezione sulla Guerra dei Trent’anni (che – chissà perché – rappresenta la noia per antonomasia: forse saranno le sue troppe fasi: danese, svedese, ecc.)?

Come potrà un alunno da cui mi separano decenni seguire le mie parole e i contenuti che – bene o male – esse cercano di rappresentare? Più passa il tempo e più mi faccio queste domande. Forse perché il tempo che passa spinge gli uomini (e anche gli insegnanti) a riflettere, a non dare nulla per scontato. Ciò che ha rappresentato una fonte di curiosità e di interesse, finanche passione, per me, non necessariamente potrà esserlo per uno studente di oggi. Studente da cui mi separano – ahimè – decenni e troppi cambiamenti socio-culturali, non sempre positivi. Un cumulo di pregiudizio e di stratificazione socioculturale, insomma, che alla parola scuola risponde: noia, noia, noia. Che fare?

Una risposta per me è stata la teatralizzazione: far rappresentare agli alunni le scene e le situazioni oggetto della spiegazione o della lettura.

Quella della teatralizzazione è stata una risposta istintiva, per me, forse nata da mie precedenti esperienze nel campo, che ha sempre riscontrato un grande interesse. Chiamare gli studenti a teatralizzare, a mettere in scena in forma sintetica e semplificata, ciò di cui si è solo parlato, permette di passare in una certa misura al vissuto, all’esperito e, forse, di superare quel muro.

Di far percepire, per esempio per quanto riguarda la Storia, che altre epoche, altre mentalità, altre abitudini sono esistite davvero e che il nostro, o il loro, non è l’unico né sarà l’ultimo. O che tante storie di cui parlano i testi letterari sono anche le nostre storie, quelle di persone che – come Lancillotto sul ponte della spada – si trovano di fronte a una paura irreale, fantasmatica (due leoni che l’attenderebbero passato il ponte), che sparisce se si ha il coraggio, come fa Lancillotto, di attraversare quel ponte e di constatare, poi, che i leoni non esistevano.

Nel vederli rappresentare quelle piccole scene, nelle mani alzate che fanno a gara per partecipare, mi pare a volte di avere visto occhi meno spenti e, forse, meno annoiati. Meno al di là del muro.

Non che tutto ciò non esponga a rischi e pericoli: nella teatralizzazione della defenestrazione di Praga (la solita, noiosissima, Guerra dei Trent’anni!) mi sono trovato di fronte alla spiacevole intenzione manifestata da un alunno, momentaneamente boemo e protestante, di buttare dalla finestra un suo compagno, altrettanto momentaneamente cattolicissimo rappresentante dell’impero. Ma basta stare attenti alle finestre, e riderci su, tutti insieme, come feci con i miei studenti anche in quell’occasione.

Idee da Essen: uno sguardo alla fiera del gioco da tavolo più importante del mondo

in Giochi senza frontiere didattiche by
Spiel, a Essen, è la fiera del gioco da tavolo più importante al mondo: punto di riferimento fondamentale per operatori del settore e appassionati.

Essen è una città della regione Ruhr, Germania, nota per essere la città della Krupp, una delle industrie siderurgiche più note e longeve. Nonostante sia al centro di un polo industriale importantissimo, questo non le ha impedito di fregiarsi del titolo di Premio Capitale verde europea nel 2017. Per me Essen significa soprattutto Spiel Internationale Spieltage: la fiera del gioco da tavolo più importante al mondo.

La fiera, aperta al pubblico e non solo agli operatori di settore, è una commistione di esperti, editori, designer, appassionati, nerd. Colpisce vedere intere famiglie che la frequentano, con l’unico straordinario e semplice scopo di condividere esperienze di gioco da tavolo. È una kermesse caotica, ricca di colori e rumori, di acquisti compulsivi e risate, e soprattutto di tante tante idee. Da quindici anni nel mese di ottobre mi organizzo con i miei più cari amici e partecipo. Ogni volta c’è sempre qualcosa di diverso, oltre ad esserci sempre qualcosa di molto familiare.

In questo articolo vi parlerò di alcuni dei giochi che ho provato e che potrebbero entrare di diritto nella nostra ludoteca di classe.

Dekalko

Partiamo con Dekalko, un simpatico party game nel quale dovremo rapidamente tracciare su un acetato trasparente i contorni di un’immagine/fotografia.

Successivamente saremo chiamati ad indovinare quali soggetti i nostri compagni di gioco hanno cercato di disegnare. Sembra semplicissimo, ma alla fine non lo è! Il gioco è molto stimolante perché obbliga a evidenziare in poco tempo degli elementi principali nell’immagine, che potrebbero essere cruciali per l’individuazione successiva. D’altro canto è un gioco in cui l’abilità nel disegno passa in secondo piano, è veramente alla portata di tutti. Consigliato anche a partire dalla prima classe della primaria. Il gioco arriverà in Italia nel 2020 grazie alla casa editrice ManCalamaro.

WordBank

Un altro bel gioco, in cui sono protagoniste lettere e parole, e che bene potrebbe essere utilizzato anche nello studio/gioco delle lingue straniere, è WordBank. Il gioco già disponibile grazie alla distribuzione della casa editrice Oliphante.

In WordBank sarà nostro compito trovare delle password per liberarsi di alcune ingombranti gemme che dovremo mettere in 7 casseforti, ognuna contraddistinta da una lettera. Più lettere riusciamo ad inserire nelle nostre password, più casseforti riempiamo e più gemme saremo in grado di scartare.

Le casseforti sono disposte in cerchio: questo ci obbliga a scegliere da quale lettera far partire la nostra password, decidendo se andare in senso orario o antiorario. Anche qui, come nei giochi presentati la scorsa volta, lessico e vocabolario la fanno da padrone. Infatti se si utilizza questo gioco con una lingua straniera diventa sicuramente importante conoscere lo spelling delle parole.

Obscurio

Concludo il mio excursus con Obscurio: un gioco collaborativo, interessante e piuttosto articolato (durata 30- 45 minuti), che riprende alcune modalità di gioco e dinamiche di Dixit.

Uno di noi è il Grimorio e deve guidare tutti gli altri verso l’uscita da una strana biblioteca, dando degli indizi sulla porta giusta da oltrepassare. I Maghi (il resto della squadra) cooperano per interpretare le carte indizio date dal Grimorio. Ma c’è un Traditore tra i loro ranghi, che deve cercare, senza farsi scoprire di rallentare e poi impedire l’uscita agli altri. Individuare elementi importanti nelle carte, osservare bene, collaborare, intuire: si tratta di un vero e proprio lavoro di squadra.

Obscurio è indicato per le ludoteche di classe della scuola secondaria di primo e secondo grado, è già in distribuzione da Asmodee Italia.

Quello che mi porto dietro di questa fiera è l’aver toccato, con le mani e con il cuore, l’idea che il gioco non è solo un passatempo. Il gioco è cultura.

La serietà con cui i bambini e le bambine affrontano un gioco che è ricco di regole ma anche di idee, è visibile anche a un osservatore disattento!Il gioco “mette in gioco” la parte migliore di noi: ci mette in relazione positiva con chi condivide con noi questa esperienza. E il gioco da tavolo lo fa con una naturalezza invidiabile.

Un salto a visitare SPIEL, a Essen, nel mese di ottobre, una volta nella vita, dovrebbero farlo tutti! Ve lo auguro con tutto il cuore!

“Non volevo far male a nessuno”: la differenza tra dolo e colpa

in Didattica e diritto by
Gianluca Piola ci introduce alla differenza tra dolo e colpa partendo da un verso di una demo di Salmo del 1999. Abbiamo sempre la consapevolezza di commettere un reato?

E’ solamente dolo e premeditazione”. Siamo nel 1999 e questo è il ritornello della demo Premeditazione e dolo del rapper Salmo realizzata con Bigfoot e Scascio (con i quali formava il gruppo omonimo, chiamato appunto Premeditazione e Dolo). Chissà se si sarebbero mai immaginati che sarebbe diventata spunto di dialogo per professori e studenti.

Di certo c’è che è molto importante tentare di comprendere cosa sia l’elemento soggettivo di un reato, ovvero la consapevolezza che la propria azione sia un reato e si determini o un danno a un bene o la sua messa in pericolo. Ma la consapevolezza delle reali conseguenze delle proprie azioni, non è sempre così scontata (la cronaca ce lo dimostra).

La base è ovviamente conoscere e comprendere la differenza tra il dolo e la colpa. Sappiamo tutti benissimo che intascarsi il portafoglio di un altro è un reato e determina un danno; il dolo è evidente (rubare senza farlo apposta sarebbe un po’ complesso da dimostrare, non trovate? Anche se… sicuri che ci mettereste la mano sul fuoco?).

Invece la colpa è un grado dell’elemento soggettivo più lieve: manca la volontà, ma si è posta comunque in essere un’azione contraria a una regola cautelare. Un esempio: un soggetto che guida ad alta velocità non lo fa perché vuole investire qualcuno (se così fosse ci sarebbe il dolo e verrebbe considerato omicidio volontario), ma semplicemente lo fa per abitudine, per sbadataggine, ecc…, tuttavia nell’istante in cui colpisce un passante che non conosce minimamente sarebbe assurdo non punirlo perché non lo ha fatto apposta e (nella mente del soggetto alla guida) “non voleva mica fare male a qualcuno”. In questo caso si viene puniti per lesioni colpose, ossia non per averle causate volontariamente (con dolo), ma per aver violato una regola cautelare (il Codice della Strada) che impone di mantenere una certa velocità in quel tratto di strada (se così avesse fatto, di certo le probabilità di cagionare le lesioni sarebbero notevolmente diminuite).

Ci sono però molte, moltissime situazioni in cui è oggettivamente complesso comprendere le conseguenze delle proprie azioni, soprattutto in ambito penale. Un test che sarebbe interessante fare a scuola riguarda un videogioco abbastanza noto tra i più giovani: Fortnite, che si fonda su account (i personaggi) connotati da varie skin (oggettistica di natura estetica). Esiste un mercato di vendita tanto degli account quanto delle skin per avere personaggi diversi ed esteticamente più piacevoli, particolari, belli. La vendita è molto semplice: bonifico o ricarica Postepay. Accade che qualcuno finga di vendere un account, riscuota la cifra stabilita e faccia perdere le proprie tracce senza portare a termine lo scambio. Non è una ragazzata, è un furto vero e proprio anche se la giustificazione è quasi sempre “non volevo mica fare male a qualcuno”.

Tra virtuale e reale spesso c’è un abisso. Potrebbe essere utile far fare una ricarica tra due compagni di classe, come se si giocasse a Fortnite e fingendo di avere un account da vendere. Nessuno in classe ovviamente è a conoscenza di tale transazione, poiché nessuno, salvo l’accreditante e il ricevente, hanno cognizione dello scambio. E se chi ha ricevuto il bonifico (per questo account Fortnite inesistente) invece a questo punto prendesse, davanti agli occhi di tutti, cinque euro dal portafoglio di colui che gli ha fatto il bonifico?

Ovviamente (è evidente e naturale) c’è una certa ritrosia a mettere la mano in un portafoglio, in più davanti a molti testimoni. Eppure in entrambi i casi si tratta di un furto: l’unica differenza è la consapevolezza di essere visti (beccati) oppure no, l’unica. Una questione sulla quale riflettere e discutere, no?

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