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Voci di insegnanti e formatori:  esperienze, storie, opinioni e visioni sulla scuola condivise da chi a scuola ci vive ogni giorno

I “giorni delle memorie”: in ricordo del genicidio dei nativi americani

in Ora di Alternativa by

Riflettiamo sui “giorni delle memorie”: per dare la stessa importanza a tutte le giornate in ricordo delle tragedie che purtroppo hanno segnato la storia.

La scuola italiana si impegna da anni (esattamente dall’anno scolastico 2000-2001, in virtù della legge n. 211 del 20 luglio 2000 promulgata in accordo con la proposta avanzata dal Parlamento europeo) a celebrare il ricordo della Shoah il giorno 27 Gennaio, data della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz da parte dell’Armata Rossa.

Opera quanto mai meritoria in un mondo che tende a dimenticare in fretta anche le tragedie più efferate. Esercizio tanto più utile e doveroso nella realtà di oggi.

Sempre più orientata verso i miti del consumo e dell’apparire e nella quale riflettere e ricordare rischia di risultare ai più una banale perdita di tempo. Con il conseguente e disastroso rischio di una perdita collettiva del senso del passato.

E il genocidio dei nativi americani?

Anche quest’anno, come tutti gli altri, nell’affrontare questo tema in classe, mi è tornata in mente la stessa domanda: ”E il genocidio dei nativi americani? Come mai non c’è un giorno della memoria anche per loro?”.

Perché i libri dedicano sì e no una pagina allo sterminio di un intero popolo, la cui sola colpa è stata quella di esistere e vivere in territori che gli Americani volevano conquistare, adducendo a motivo il diritto di una specie superiore nei confronti di una inferiore, incapace di costruire ferrovie, strade, città, e di usufruire di quelle così vaste ricchezze (oro, alberi) che solo la nostra civiltà poteva far fruttare?

Perché questa disparità?

Tutti gli anni mi torna il ricordo della risposta che mi diede, circa trent’anni fa ahimè, un mio vecchio professore all’Università:

«perché i Nazisti quello sterminio l’avevano progettato. Un piano premeditato, la creazione di una vera e propria fabbrica della morte che trovò piena attuazione con la Conferenza di Wansee del 20 gennaio 1942, nella quale fu decretata la Soluzione finale».

E quella spiegazione mi sono tenuto, per tanti anni, riportandola anche agli studenti.

Però adesso – ma a dire il vero da tempo – quella spiegazione non mi convince più. Non parlo, ovviamente, della veridicità del fatto: gli Stati Uniti non progettarono a tavolino il genocidio dei Nativi americani, i Nazisti sì. Parlo della domanda successiva: e quindi?

Fatta salva la riflessione storica di cui sopra, giusta, fondata, verissima, perché si continua a considerare un genocidio meno – molto meno – genocidio di un altro?

In che misura una differenza del genere – intellettualmente ineccepibile ma umanamente irrilevante – può giustificare una valutazione così diversi nei nostri libri, nella nostra collettività, nelle nostre coscienze?

Non sarà che sotto sotto alla società occidentale autoproclamatisi libera, buona, aperta e democratica, cova una buona dose di  spirito razzista (e, va detto, profondamente ipocrita) in base al quale le memorie e le persone di cui quelle memorie parlano non sono tutte uguali in quanto lette sempre e solo da una prospettiva, la nostra?

Resta il privilegio di chi, come me, da insegnante, può esercitare il proprio lavoro nella libertà, anche di farsi e fare domanda, la possibilità di esercitare la propria riflessione critica e di stimolarla nelle coscienze degli studenti.

Affinché – forse – proprio a partire dalla scuola si possa fare un passo avanti nel riconoscimento di una vera uguaglianza, nei diritti, nella considerazione, nella memoria, tra tutti gli abitanti del pianeta terra.

Giorno 4. Museo d’arte moderna

in Archeodidattica: strategie e laboratori by
Il 4° giorno del progetto “Il museo va a scuola”, è dedicato all’arte moderna: un’idea per un’attività con il gesso da fare in classe.

Mi capita spesso di constatare che i ragazzi e i bambini conoscano molto meglio l’arte antica di quella moderna; questo perché, a meno che i familiari non siano degli esperti per lavoro o passione, la formazione scolastica arriva raramente a trattare il ‘900 e si ferma spesso molto prima.

Partiamo con un “brain – storming”…

Per il giorno numero 4 ho pensato di partire quindi con un “brain – storming” sull’arte moderna chiedendo ai bambini che cosa si intendesse con questo termine.

Come sempre dalla discussione sono venuti fuori punti di vista molto interessanti fra cui l’opinione diffusa che ”arte moderna” fosse un po’ sinonimo di “voler guadagnare molti soldi facendo schizzi o buchi su di una tela”!

Per attivare ulteriormente la discussione, ho proposto la visione del silent book Museum” di J.S Castan e M. Marsol, un albo che sa essere contemporaneamente inquietante e divertente.

Penso che l’arte in generale sia uno dei modi che l’essere umano ha per esprimere ciò che ha dentro ma alcune modalità sono così distanti dal nostro modo di ragionare e sentire che è necessaria una mediazione.

Questa naturalmente può essere la guida del museo, che attraverso la visita guidata ci apre la porta ad un mondo nuovo: quello dell’autore, del suo modo di sentire, del suo modo di vedere e di trasmettere, attraverso tecniche e strumenti, il suo pensiero.

Anche il protagonista dell’albo “Museum” apre la porta di una strana casa in cima alla collina e, senza saperlo, comincia un’avventura straordinaria che lo porterà ad entrare ( nel vero senso della parola!) nell’immaginario dell’autore attraverso i suoi dipinti.

L’attività:

Volendo rimanere legata alla natura che circonda la scuola, ho pensato di creare degli stampi in gesso e argilla di composizioni botaniche realizzate con fiori e foglie raccolti nel giardino. Ho chiesto ai bambini di comporre, seguendo il proprio gusto, una composizione di fiori e foglie per realizzare un’opera d’arte che rispecchiasse loro stessi.

La ricerca dei materiali

Per prima cosa abbiamo passeggiato in giardino cercando alcune cose naturali ( rametti, foglie, fiori…) per realizzare una piccola composizione. Ho poi protetto i banchi con del cartone da scatolone e dato ad ognuno un panetto di argilla chiedendo di realizzare con essa un cerchio di circa 15 cm di diametro e alto almeno 2.

Questo cerchio d’argilla è la base per la nostra composizione perciò ogni bambino ci ha appoggiato sopra gli oggetti naturali raccolti e li ha schiacciati con delicatezza:  a questo punto l’argilla impressa è diventata il nostro stampo per il gesso.

Con una striscia di bristol ho circondato il cerchio d’argilla creando un cilindro che ci serve per contenere il gesso liquido.

Ho poi mostrato ai bambini come preparare il gesso in polvere mettendone un pò in un bicchiere di carta e aggiungendo l’acqua; una volta pronto il gesso, lo abbiamo colato nello stampo.

Il gesso catalizza in pochi minuti perciò, una volta pronto, abbiamo tolto la nostra argilla e pulito la nostra bellissima opera d’arte!

Concluso anche il 4° incontro, ci siamo preparati per l’ultimo dal titolo “ Il Museo delle Emozioni”.

I primi 3 appuntamenti hanno riguardato: il “Museo di me stesso”, “La Stanza delle Meraviglie”

Una favola d’amore come inno alla trasformazione

in Ora di Alternativa/Spunti di lettura by

Attraverso la Favola d’Amore di Hermann Hesse, Valerio Camporesi ci parla dell’importanza del trasformarsi nella vita e nel mondo della scuola, e dell’amore quale forza inspiegabile, misteriosa, di tensione verso l’altro.

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Affrontare il tema della morte con i bambini con l’aiuto dei cortometraggi

in Pensare con gli occhi by
C’è un tema sul quale noi adulti siamo spesso reticenti, se non addirittura impegnati in velocissime fughe per distanziarcene, e che invece sarebbe bene tener presente nelle nostre relazioni con i bambini e le bambine: la morte.

Quante volte i nostri figli e le nostre figlie (o i nostri alunni e le nostre alunne) entrano in contatto con la morte? Indirettamente, cioè attraverso linguaggi e apparati di mediazione (film, serie, cartoons, videogames, telegiornali etc.); o, anche, direttamente (la scomparsa di una persona cara, ad esempio un nonno o una nonna; oppure la morte di un cane, di un gatto, di un pesce rosso).

La morte fa parte della vita, questa è una considerazione elementare e propria a qualsiasi essere vivente. Quindi non sarebbe male, ogni tanto, provare a trattare anche questo tema con la serenità e la profondità emotiva che richiede.

Qualche cortometraggio, ma sono solo alcuni esempi, ci può aiutare.

I fantastici libri volanti di Mr. Morris Lessmore di William Joyce

I fantastici libri volanti di Mr. Morris Lessmore (è anche un magnifico albo illustrato) racconta di come la vita e la letteratura siano strettamente intrecciate, l’una producendo storie che vengono raccontate dall’altra, in un incessante vortice di esperienze e narrazioni che può andar oltre la fine dell’esistenza fisica.

La noria di Carlos Baena

Più adatto per i ragazzini e le ragazzine degli ultimi anni della scuola primaria o della scuola secondaria di primo grado è La noria di Carlos Baena.

Qui si parla, con alcuni risvolti che potrebbero sembrare horror, ma che contengono una enorme delicatezza e sensibilità, di un ragazzino che trova il modo di entrare in contatto con un padre morto in guerra. Storia, animazione e musica concorrono a creare un cortometraggio che non può mancare di emozionare e commuovere.

The Sinking of the Lusitania

Tornando indietro di più di cent’anni, e nella storia del cinema, è possibile proporre The Sinking of the Lusitania.

Realizzato nel 1918 dal grandissimo Winsor McCay (creatore del personaggio dei comics Little Nemo e della dinosaura Gertie nei disegni animati). Il cortometraggio ricostruisce l’episodio storico dell’affondamento della nave passeggeri Lusitania da parte di un sommergibile tedesco, il 7 maggio 1915, episodio che convinse definitivamente la politica e l’opinione pubblica statunitense a entrare direttamente nel primo conflitto mondiale.

Shoah di Giuliano Parodi

Infine – ma, come detto, le possibilità rintracciabili nel web e in home video sono moltissime – è sempre di grande valore la proposta di partire dai tre minuti e otto secondi di Shoah di Giuliano Parodi.

Per parlare con i bambini e le bambine dei campi di sterminio nazisti, non limitando la memoria ad un unico giorno previsto dalle ricorrenze istituzionalizzate, ma assumendola come bene essenziale per una educazione collettiva alla condivisione del comune destino di abitanti della Terra.

Spesso i film ci vengono in aiuto e ci permettono di affrontare temi delicati ed importanti con i più piccoli. Ne avevamo parlato anche qui.

Giorno 3. Il “ Museo dei tesori naturali” per esplorare e conoscere la natura intorno a noi

in Archeodidattica: strategie e laboratori by
Dal progetto “Il Museo va a scuola”: una nuova attività per scoprire tanti tesori naturali

Conoscete Kubbe? E’ un simpatico tronchetto-bambino che abita vicino al bosco e ama raccogliere, nelle sue passeggiate, tanti tesori naturali!

All’inizio del 3° giorno del progetto “Il museo va a scuola” abbiamo letto le sue avventure nell’albo illustrato “Kubbe fa un Museo”, di  A.K. Johnsen, dove si racconta di come il protagonista, costruisce un museo per condividere, con chi conosce, gli oggetti ritrovati durante le sue esplorazioni.

Dal momento che penso di condividere con la maggior parte dei bambini (ma anche con molti adulti!), l’abitudine e il piacere di raccogliere piccoli tesori naturali durante le passeggiate, ho pensato a Kubbe e alla sua bella storia per introdurre il laboratorio.

L’attività…

Per organizzare l’attività sono partita dal presupposto che, se poniamo ai bambini semplici domande del tipo “di che colore è una foglia?” o “che forma hanno le foglie?” otterremo, nella maggior parte dei casi, risposte stereotipate del tipo: “Le foglie sono verdi e tonde, un po’ ovali…”.

Credo che per “imparare” sia necessario osservare e fare reale esperienza delle cose, per questo attraverso il laboratorio, ho invitato i bambini ad avere uno sguardo più attento e scientifico sulle caratteristiche delle foglie!

Nasce il “Museo dei tesori naturali”!

In questo giorno dedicato al “Museo dei tesori naturali”, ho quindi chiesto ai bambini del gruppo di avventurarsi nel grande giardino della scuola, alla ricerca di foglie diverse per colore, forma e dimensione poi ci siamo seduti in cerchio e ho chiesto di mettere tutte la foglie nel centro in modo che tutti potessero raggiungerle; io ne ho aggiunte altre.

Abbiamo giocato per un po’ provando a trovare nel mucchio foglie di forme, colore e consistenza diversa poi ho chiesto ai bambini di sceglierne 3 per ciascuno: quelle che consideravano le più belle!

Dopo aver esplorato i nostri tesori in modo superficiale, è stato il momento di conoscere le foglie scelte in modo più approfondito creando un erbario. Per fare ciò ho utilizzato le schede usate per il laboratorio chiamato “ Foglie ai raggi x” di cui potrete trovare un articolo cliccando qui.

Per aiutarci nella catalogazione e nella conoscenza degli alberi del giardino ho portato diversi libri sulle piante e sugli alberi ; io ne avevo diversi a casa e potrete sicuramente rimediarne alcuni molto validi in biblioteca o a scuola.

Nel cartellone finale che è risultato dal nostro lavoro, abbiamo così potuto vedere, toccare, ricalcare… la varietà di colori forme e dimensioni delle foglie presenti nel nostro giardino e realizzare, come ci eravamo prefissati, un meraviglioso “museo di tesori naturali”!

Giorno 2 de “Il museo va a scuola: “La Stanza delle Meraviglie”

in Archeodidattica: strategie e laboratori/Attività in classe/Senza categoria by
Dal progetto “Il museo va a scuola”, parliamo de “La Stanza delle Meraviglie”: un’idea per un laboratorio da fare in classe.

Ogni volta che rileggo il titolo di questo laboratorio mi torna in mente l’immagine del mio primo “museo dei fossili e dei minerali”, visitato insieme alla mia famiglia quando avevo circa 8 anni.

Gli oggetti, riposti con cura sotto i faretti, sembravano voler raccontare ognuno la sua storia…Storie della Terra, storie di silenzio e profondità…I colori e le forme dei minerali erano sorprendenti e mai avrei pensato che delle rocce, dei semplici “sassi”, potessero essere così!
Quando poi il guardiano ci raccontò le loro storie la mia passione divenne Amore e decisi che da grande avrei senz’altro fatto la Geologa!

Non diventai in effetti una Geologa ma la curiosità per la Terra e tutto quello che conserva nella sua pancia, fa ancora oggi parte di me.

Per quel che mi riguarda quindi, per creare un meraviglioso museo o una stanza delle meraviglie, non basta una collezione di oggetti interessanti; certo questo aiuta senz’altro, ma la vera differenza la fa chi ci racconta le loro storie e come ce le racconta!

Come nasce l’idea di Museo?

Per sviluppare l’argomento con i bambini della classe, siamo partiti da una domanda: “come nasce l’idea di Museo?” (inteso come luogo dove vengono conservati oggetti che raccontino storie).

Andando indietro nel tempo, scopriamo che l’antenato dei nostri attuali musei furono le cosiddette  “Stanze delle Meraviglie” chiamate anche “Wunderkammer” o “cabinet de curiositè”; si tratta di collezioni private di oggetti fuori dal comune che suscitavano in chi le vedeva un sentimento di Meraviglia! Gli oggetti “meravigliosi” potevano essere di origine naturale ma a volte si trattava anche di oggetti bizzarri creati dall’uomo. Questi oggetti collezionati venivano mostrati agli ospiti ai quali si raccontavano le storie dei viaggi e degli oggetti stessi.

Come introdurre il tema…

Per introdurre il tema degli oggetti che raccontano storie, ho letto ai bambini l’albo illustrato La casa che un tempo” di J. Fogliano e L. Smith, che racconta l’esplorazione di una casa abbandonata da parte di due bambini; chi è vissuto in questa casa? chi ha mangiato in questa cucina? Chi era la persona ritratta in questa foto? Queste sono le domande che si pone l’archeologo quando ritrova oggetti e strutture durante gli scavi archeologici!

Proviamo allora a ricostruire, usando la fantasia e l’intuizione, alcuni frammenti di vasellame ritrovati in veri scavi archeologici!

L’attività:

Ho consegnato quindi ai bambini alcune stampe in A4 con disegni di frammenti e ho chiesto loro di sceglierne uno, ritagliarlo, incollarlo su un foglio più grande, formato A3 e provare a ricostruire l’oggetto originale.

Questo esercizio apparentemente semplice, chiede ai bambini di mettere in gioco capacità di inferenza che non sempre sono sviluppate o allenate: immaginare ciò che non c’è, pensare a come può continuare una linea, collegare la forma di un oggetto al suo uso… sono tutte azioni che non vengono spesso richieste ai nostri bambini ma che ritengo invece importanti per sviluppare in loro un pensiero divergente e creativo.

Abbiamo terminato il laboratorio con una carrellata di ipotesi davvero degne di un equipe di scienziati poi abbiamo appeso i nostri reperti alle pareti della nostra aula-museo.

Così si è concluso anche il giorno 2 del progetto e ci siamo preparati per il nuovo laboratorio intitolato: “Museo dei Tesori Naturali”.

Natale e dintorni: i film natalizi da guardare in famiglia

in Pensare con gli occhi by
A gran fatica, con una pandemia che non accenna ad esaurirsi e mille situazioni, piccole e grandi, di difficoltà sociale ed umana, si avvicina il Natale. Ecco alcune proposte di film da guardare in famiglia durante il periodo natalizio.

Un tempo, dal punto di vista cinematografico, la scelta per le famiglie era molto semplice: usciva nelle sale il film annuale della produzione Disney e l’appuntamento non si poteva mancare.

E’ evidente che oggi le cose sono molto diverse, non solo perché, purtroppo, la frequentazione di una sala cinematografica al tempo del Covid non è più così facile, ma anche perché l’offerta è molto più ampia e variegata.

Provo quindi a riepilogare alcune delle possibilità che genitori e ragazzi e ragazze hanno quest’anno per festeggiare il Natale anche cinematograficamente.

Encanto

Non manca il titolo Disney, che per il 2021 sarà Encanto, con la regìa di Byron Howard, Jared Bush e Charise Castro Smith e le canzoni di Lin-Manuel Miranda (che abbiamo già conosciuto come interprete de Il ritorno di Mary Poppins).

Ispirato al folclore colombiano, racconta di una famiglia in cui tutti hanno un particolare dono magico, tranne la giovane Mirabel, che riserverà però più di una sorpresa.

Sotto le stelle di Parigi

Sempre al cinema potremmo andar a vedere Sotto le stelle di Parigi. Diretto da Claus Drexel e interpretato da Catherine Frot e dal piccolo Mahamadou Yaffa, che ci commuove non poco descrivendo il rapporto tra una senza fissa dimora e un giovanissimo migrante in procinto di essere espulso, che per giunta non parla una parola di francese.

Le proposte di Netflix

Passando alle piattaforme di visione casalinga, oltre ai vecchi suggerimenti, Netflix propone Un bambino chiamato Natale. Regia di Gil Kenan col giovane attore Henry Lawfull nei panni di un ragazzino che si mette alla ricerca del padre.

La famiglia Claus, diretto da Matthias Temmermans, con il racconto di un ragazzino che scoprirà quanto le festività che lui odia siano invece parte della vita della sua famiglia e del mondo.

Il delizioso film di animazione Un pettirosso di nome Patty, nel quale l’uccellina (sarebbe una pettirossa, infatti, a dispetto del titolo italiano) Patty, cresciuta in una famiglia di topi, scopre la sua vera natura e l’aspirazione al volo.

Le proposte di Amazon Prime

Amazon Prime Video sembra non mettere in programmazione titoli nuovi, ma ci sarà ovviamente l’occasione per rivedere storie già conosciute come: La banda dei Babbi Natale con Aldo, Giovanni e Giacomo o Dickens – L’uomo che inventò il Natale, che ricostruisce in forma romanzata il processo di scrittura del Racconto di Natale del grandissimo romanziere inglese.

Mimi e Lisa: il mistero delle luci di Natale

Fra i moltissimi titoli che saranno programmati sui canali Rai, molti dei quali si potranno ritrovare su RaiPlay, segnalo in particolare Mimi e Lisa: il mistero delle luci di Natale, un delicato mediometraggio (25 minuti) di animazione di produzione slovacca e ceca. Diretto da Katarina Keresckova e Ivana Sebestova, racconta di come Lisa e la sua amica non vedente Mimi si apprestino a festeggiare la scadenza più attesa dell’anno.

E a me, per quest’anno, non rimane che augurare a tutte e a tutti voi un Felicissimo Natale e un Anno Nuovo che ci porti, finalmente, salute e serenità!

Facciamo il punto sulla scuola media oggi

in Ora di Alternativa by
Riflessioni di Valerio Camporesi su quanto emerso dall’indagine della Fondazione Agnelli sulla scuola media.

Ha suscitato una certa eco l’indagine sulla scuola Secondaria di primo grado (evidentemente continuare a chiamarla scuola media non era abbastanza à la page) recentemente pubblicata a cura della fondazione Agnelli: ne emerge un quadro pressoché disastroso, caratterizzato dall’ulteriore perdita di abilità e conoscenze, anche in relazione agli standard europei e dall’accentuarsi di quei divari sociali e regionali già fotografati dalla precedente indagine del 2011.

La scuola media (io continuo a chiamarla così) come un vero e proprio buco nero in cui improvvisamente sembrano piombare gli alunni che, fino alle elementari (Primaria, secondo il nuovo corso terminologico), registrano livelli di apprendimento, almeno in matematica, al di sopra degli standard internazionali.

Sarà veramente così, e se sì, perché?

Sia concesso, come premessa, osservare come ad occuparsi di scuola sia un economista, Andrea Gavosto, fatto assai indicativo di come la scuola sia intesa oggi soprattutto in relazione all’economia e finalizzata ad essa, tanto da assumerne anche il vocabolario (standard, target, ecc.): dobbiamo per forza rassegnarci a questa visione per lo meno unilaterale o è forse possibile valorizzare l’aspetto dell’istruzione come scienza umana in primo luogo e poi, anche e forse, economica?

Venendo ai contenuti dell’analisi, appare evidente che l’esplodere dei divari e delle difficoltà (e anche dei crolli) negli apprendimenti si spiega anche e forse soprattutto col passaggio, a volte un po’ brutale, da una scuola – come quella Primaria – in cui l’alunno viene generalmente più protetto (basti pensare all’assenza delle bocciature) e lo stesso livello delle richieste non fa emergere gli eventuali deficit e lacune, che tuttavia sono già presenti (lo studio evidenzia una differenza in media di 26 punti tra uno studente figlio di laureati e uno studente i cui genitori hanno la licenza elementare).

Il passaggio alla scuola media risulta a volte brutale, si dice.

I tanti insegnanti, le pagelle a volte piene di insufficienze, le scuole non sempre accoglienti: su quest’ultimo aspetto l’analisi della Fondazione Agnelli coglie senz’altro un punto essenziale, ovvero la mancanza di un’offerta formativa puntuale in relazione al recupero scolastico, spesso demandato alla buona volontà e agli spesso esigui fondi a disposizione delle scuole.

Opera quanto mai urgente e meritoria sarebbe quella di dotare ogni scuola degli strumenti e delle modalità che rendessero il recupero un’attività garantita e obbligatoria, con – anche – allungamento del tempo scuola al pomeriggio.

Ma questo, come si sa, richiede finanziamenti, e chi amministra l’istruzione e il paese non è sembrato particolarmente disponibile ad investirle.

Non si insisterà mai abbastanza sulla cecità (anche a livello di ritorno economico, per seguire il taglio di cui si parlava) di tale atteggiamento, manifestato in passato anche con scelte didatticamente disastrose e motivate unicamente dalla necessità di apportare tagli.

Come quella di abolire le compresenze nella scuola media, ore preziosissime in cui la classe poteva essere divisa per svolgere quel lavoro a gruppi di cui la stessa Fondazione Agnelli parla come una delle risposte ad un quadro così problematico. Così come sarebbe importante investire risorse per migliorare le condizioni di lavoro degli insegnanti e il loro spazio di incontro per discutere le problematiche degli alunni e della classe, spazio che nella scuola Primaria esiste (le famose ore di Programmazione) per poi ‘magicamente’ scomparire alle medie, ridotto a fugaci incontri nel corridoio tra professori sempre di corsa.

In questo quadro problematico va aggiunta la particolare fragilità di un’età: la pre-adolescenza, che negli alunni fa spesso esplodere conflitti interiori e non solo, tali da compromettere fortemente l’apprendimento scolastico.
Anche per questo servirebbe la presenza di uno psicoterapeuta, presenza che però ci tocca solo invidiare ai paesi più avanzati e che investono assai più nella scuola, come quelli scandinavi.

Se proprio il fare non è possibile, ma solo il parlare, almeno una cosa si eviti di farla: prospettare, come apparso in un recente intervento su ‘‘La tecnica della scuola”, La crisi della scuola media e il modello tedesco), l’adozione di modelli di scuola che fin dalle medie selezionino gli alunni in base alle loro capacità e competenze, indirizzandoli verso sbocchi professionali reputati a loro adatti.

Modello tremendo, perché cristallizza e dà per definitive attitudini che a 12 o a 13 anni nessuno può ancora ben conoscere.

Ogni strada, nella vita e anche e soprattutto nella scuola, deve restare aperta, nessuna porta chiusa. Mai.

Giorno 1. Il Museo di “me stesso”: per imparare a conoscersi meglio

in Archeodidattica: strategie e laboratori by
Vi siete mai chiesti a cosa serve un museo?
Perché gli oggetti sono disposti in quel modo e perché, fra i tanti pezzi ritrovati, vengono scelti proprio quelli?

Partendo da questa domanda, ho sviluppato questa estate 2021 un progetto intitolato “Il museo va a scuola” realizzato in collaborazione con i Musei Comunali di Santarcangelo di Romagna e con uno degli istituti comprensivi del mio territorio.
Oltre ad esplorare il tema del museo da tanti punti di vista, nel progetto si è pensato di valorizzare il grande spazio verde attorno alla scuola ospitante.  

5 giornate di lavoro, 5 tematiche affrontate, 5 albi illustrati, un bellissimo gruppo di bambini variegati in età e carattere, 5 articoli che spiegano gli obiettivi del progetto e il dettaglio delle attività svolte.

Buona lettura!

Giorno 1. Il Museo di “me stesso”

Gli oggetti raccolti nel museo non sono disposti in modo casuale ma vengono scelti accuratamente fra tanti per raccontare storie; come quando scegliamo le parole giuste per dire qualcosa, così è importante scegliere bene la disposizione degli oggetti nel museo e ci sono degli esperti che sanno metterli in ordine in modo che raccontino la storia giusta! Ad esempio potrebbero documentare l’evoluzione artistica di un pittore, o parlare di un ritrovamento archeologico…

Il primo giorno ho pensato di dedicarlo alla conoscenza degli altri, ma anche di noi.

La lettura dell’albo illustrato “La collezione di Joey”, di C. Fleming e G. DuBois, ci ha aiutato ad entrare nel tema: Joey è infatti un bambino curioso che raccoglie e colleziona oggetti trovati per caso; la sua collezione cresce negli anni fino a quando Joey decide di metterci mano assemblando fra loro i suoi tesori e creando delle vere e proprie opere d’arte.

Gli oggetti di cui ci circondiamo parlano di noi, dei nostri desideri e delle passioni

Così come gli oggetti raccolti da Joey, ad un certo punto, non sono più solo “oggetti” ma si trasformano nel messaggio che il bambino vuole condividere con chi gli sta attorno.

Prendendo spunto da questa lettura, ho chiesto ai bambini di raccontare di sé partendo da un oggetto  che amavano usare o che li rappresentava; i bambini non si conoscevano tutti fra loro e l’espediente dell’oggetto può aiutare a parlare di sé senza farsi prendere dalla timidezza:

qualcuno ha così raccontato del proprio animale domestico e della passione che ha per lui; qualcuno dei videogiochi che gli tengono compagnia e lo fanno divertire, qualcuno delle matite colorate e della passione per il disegno…

Inizia l’attività…

A questo punto ho dato, ad ogni bambino, un foglio A4 in cartoncino leggero stampato con tante immagini di cornici in bianco e nero e ho chiesto loro di creare, partendo dall’oggetto con cui si sono presentati, un “Museo di Me stesso” disegnando l’oggetto scelto per primo e poi altri. 

Le cornici riempite con gli oggetti disegnati sono state poi ritagliate e incollate su un altro foglio che è diventato appunto il “museo di me stesso”, un’esposizione di opere che raccontassero di me.

Questo è il primo dei 5 incontri del percorso intitolato il “museo va a scuola”; a questo laboratorio segue “La stanza delle meraviglie”.

Stella: il nuovo gioco da tavola spin-off di Dixit

in Giochi senza frontiere didattiche by
Giovanni Lumini ci presenta un nuovo gioco sulla scia di DIXIT, ma più accessibile anche per i bambini dalla scuola primaria.

Uno dei primi articoli che ho scritto per questa rubrica riguardava uno dei giochi più premiati degli ultimi anni, DIXIT, ormai molto conosciuto (mai abbastanza!) anche in Italia. Se volete saperne di più trovate qui l’articolo.

Dixit ha avuto così tanto successo che ne sono state fatte 10 espansioni (ulteriori mazzi di 84 carte, la cui realizzazione è stata contesa da illustratori di tutto il mondo) per rendere il gioco sempre diverso e sempre nuovo. Mancava qualcosa però: un gioco altrettanto bello che si potesse fare utilizzando una logica simile a quella di Dixit.

E questo novembre 2021 ce l’ha portato, quasi in anticipo per un bellissimo regalo di Natale da giocare con gli amici e in famiglia.

Stella, questo il nome del gioco, ci apre nuove prospettive e soprattutto è una sorta di conseguenza di Dixit con la possibilità straordinariamente intelligente, di poter essere giocato con le carte di Dixit che già possediamo, oltre al nuovo mazzo presente nella nuova scatola. Il retro delle carte e il formato sono esattamente gli stessi!

Stella mette in gioco qualcosa che già conosciamo di Dixit con qualcosa che invece ancora Dixit non presentava.

Ma andiamo con ordine. Sistemiamo in una griglia 5 x 3, 15 carte Dixit visibili a tutti i giocatori. Ogni giocatore ha in mano una plancia/tabella che riproduce gli spazi della griglia stessa. Su questa tabella si agisce con un pennarello cancellabile.


Viene sorteggiata una parola, da un mazzo molto corposo di possibilità: COMPLEANNO, AUTUNNO, SINCERITA’, etc.


Tutti i giocatori, a questo punto, segretamente tracciano tante croci sulla propria tabella quante carte della griglia ritengono che possano andare d’accordo con la parola sorteggiata, fino ad un massimo di dieci carte (croci).

Quando tutti hanno compiuto questa azione, a partire dal primo “Esploratore delle stelle”, ogni giocatore a turno chiama una carta. Se qualcuno ha scelto la stessa carta scocca la scintilla e si segnano punti; se soltanto uno fra gli altri giocatori ha scelto la stessa vostra carta scocca la super-scintilla (!) e si segnano più punti di prima.

Attenzione però… se nessuno ha scelto vostra carta… ahimè… cadete! … e non riuscirete a guadagnare più alcun punto ulteriore, per quel turno.
Stella mette quindi in campo le stesse capacità di astrazione e di collegamento fra parola e immagine che possa evocarla, che trovavamo in Dixit, ma introduce anche un elemento importante: quali sono le carte, le immagini che tutti o quasi tutti hanno scelto? Qual è la scelta più comune?

Nel chiamare le nostre carte, quelle che abbiamo segnato sulla tabella, dobbiamo fare molta attenzione a questo aspetto, perché se partiamo con quelle più “originali” il rischio è non trovare compagni di strada per far scoccare le “scintille” e quindi… cadere!

Entra sicuramente in gioco anche la conoscenza delle altre persone, un modo nuovo di intendere immagini e parole, che amplia e rende molto interessante la dinamica di gioco.

Chi credeva che DIXIT fosse un gioco assoluto, dovrà parzialmente ricredersi, perché con STELLA si riesce ad avere un altro tipo di esperienza di gioco, non migliore, ma diversa e altrettanto stimolante. Ed è sicuramente un gioco e un’esperienza da proporre a scuola, già a partire dalla primaria, magari con l’ausilio della LIM che proietti a tutta la classe le quindici carte da osservare e da legare alla parola data.

Rispetto a DIXIT, nel quale i bambini più piccoli (prima, seconda e terza classe) potrebbero essere in difficoltà nel trovare ed articolare “la parola giusta”, STELLA risulta più accessibile perché è un semplice “lavoro” di scelta, di “accoppiamento” di una parola chiave conosciuta da tutti con le immagini che si ritengono adatte.

Ed è impagabile vedere i volti radiosi dei giocatori quando fra due persone scocca una super-scintilla: il senso è … lo sapevo che c’era una persona che la pensava come me!.. ed essendo solo una, avendo rischiato di “cadere” è ancora più bello guardarsi negli occhi ed esultare!
Non vi fate sfuggire STELLA: le scintille vi attendono!

Squid Game, la serie TV al centro delle polemiche

in Pensare con gli occhi by
Parliamo di Squid Game: la serie TV coreana che sta scatenando forti polemiche tra i genitori e non solo.

Capita, con ricorrenze che a volte sono da un decennio all’altro, che una produzione seriale per l’industria culturale di massa scateni furiose dispute etiche e pedagogiche. Anni fa furono gruppi di genitori che si scagliarono contro i (presunti) rischi di Goldrake, suggerendo a Gianni Rodari un memorabile articolo a difesa degli anime giapponesi. Quest’anno il pericolo sembra venire ancora da oriente, nei nove episodi della serie di produzione sudcoreana Squid Game. È quindi forse il caso di provare a fare un po’ di chiarezza.

Punto primo, o delle responsabilità degli educatori.

Squid Game è disponibile alla visione sulla piattaforma Netflix, con l’avvertimento di essere prodotto destinato ai maggiori di quattordici anni.

Ora, per vederlo, è necessario superare almeno tre livelli di difficoltà. E’ necessario cioè avere una connessione Internet (disponibile in casa o su tablet o smartphone in forma di dati per la Sim); è necessario avere un abbonamento a Netflix (che è piattaforma a pagamento e non gratuita); sarebbe necessario aver già compiuto il quattordicesimo anno di età. Se non si fosse sicuri che quest’ultimo requisito sia rispettato, è facoltà dei genitori di inserire una protezione aggiuntiva, sotto forma di un PIN a quattro cifre, scelto da loro e non conosciuto da figli e figlie.

Chi si lamenta del fatto che i propri bambini e le proprie bambine guardano un prodotto seriale non adatto a loro ha quindi la precedente responsabilità di non aver posto sufficiente attenzione alla salvaguardia dei livelli di accesso descritti.

Punto secondo, o delle conoscenze linguistiche degli educatori.

Come molto del cinema asiatico contemporaneo, Squid Game ha livelli di scrittura, di direzione della fotografia, di regìa altissimi. Purtroppo, come spesso accade, non simile al livello di preparazione di molti che lo criticano, lanciando allarmi di tipo etico e pedagogico e chiedendone anche, come anche stavolta hanno fatto alcune associazioni, l’oscuramento totale.

Punto terzo, o della coerenza pedagogica.

Ripetiamolo ancora una volta: Squid Game è “vietato ai minori di 14 anni”. NON è una serie per bambini e bambine.

Ribadito questo, coerenza pedagogica vorrebbe e che gli educatori (genitori, psicoterapeuti, insegnanti etc.) lo avessero visto prima di criticarne dei supposti effetti sociali e che gli stessi considerino nella discussione almeno due altri elementi, corollari di questo terzo punto:

1. Il fatto che la ripetizione ludica di scene viste al cinema o in televisione, anche per emulazione, è comportamento insito nel principio stesso della ricezione audiovisiva (nessuno di noi ha mai giocato a cowboy e indiani, terrestri e alieni, zorro e capitani spagnoli? Nessuno, davvero, ha mai ‘ucciso’ o è mai ‘morto’ giocando, naturalmente rinascendo un secondo dopo la fine del gioco?).

2. Il fatto che l’accusa fatta a Squid Game: “è diseducativo il messaggio che se perdi sei morto” (obiezione che personalmente potrei sottoscrivere del tutto) varrebbe se fosse applicata, con coerenza, a quasi tutto il senso comune che nella scuola e nella società si è diffuso almeno da trent’anni a questa parte. Cos’altro trasmette, a guardar bene, l’aver accettato che un brutto voto, un goal preso su un campetto di periferia, una esclusione da x-factor o simili siano indicatori di una sconfitta radicalmente esistenziale, quindi di una morte sociale?

Guardiamolo insieme, per favore, e discutiamone. È importante ed è un impegno che tutti e tutte dovremmo prenderci.

Leggere? Può diventare un bel gioco socializzante!

in Virgolette by
Ripercorriamo insieme le tante strategie per giocare con i libri: perché leggere può diventare un gioco spassoso, e non solo una bella attività individuale!

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Cenerentola: è uscito un nuovo film 2021

in Pensare con gli occhi/Senza categoria by
Cos’ha, ancora, da dirci, una favola come Cenerentola? Ce ne parla Carlo Ridolfi.

Cos’ha, ancora, da dirci, una favola come Cenerentola? Portato sullo schermo più volte, il racconto di Charles Perrault potrebbe apparire logoro e anacronistico.

Ma la forza dei classici è proprio quella di poter essere reinventati più e più volte, senza perdere in fascino e fantasia.

È il caso della versione sceneggiata e diretta da Kay Cannon e ora disponibile su Amazon Prime Video.

Prima di tutto Cenerentola (Camila Cabello) non è la solita infelice orfana che vive con matrigna e sorellastre e sogna di diventare una principessa. Adesso è una ragazza molto sicura di sé, che ha come obiettivo quello di diventare disegnatrice e realizzatrice di abiti.

Così come la stessa matrigna Vivian (Idina Menzel) ha in realtà un passato da musicista di talento, frustrato per le ristrettezze del ruolo casalingo che si è trovata a dover ricoprire.

E il principe Robert (Nicholas Galitzine) sarà così lontano dallo stereotipo del belloccio figlio di papà da rinunciare alla successione dinastica per vivere il suo amore con Cenerentola, seguendola nella sua attività professionale.

Giocato dall’inizio alla fine sul registro del divertimento e dell’ironia, il film di Kay Cannon è un musical che utilizza sia composizioni originali (di Mychael Danna e Jessica Weiss), sia riproposizioni di grandi successi della musica pop, come Somebody To Love dei Queen, Material Girl di Madonna o Seventh Nation Army degli White Stripes (resa famosissima come coro da stadio a partire dai mondiali di calcio del 2006).

E sono davvero irresistibili i momenti in cui compare in scena una fata madrina interpretata da una “fata” icona gay come Billy Porter.

Madrina che, a sua volta, trasforma i tre topolini amici di Cenerentola in tre nevroticissimi e pasticcioni e simpaticissimi valletti che la accompagnano al ballo (interpretati da Romesh Ranganathan, James Acaster e da quel James Corden, attore e presentatore inglese, di cui si possono trovare in rete spassosissime riproposte dei musical più famosi della storia, interpretate per strada).

Camila Cabello esce da X-Factor Usa. Tra i ballerini c’è anche Giuseppe Giofré, che ha cominciato la sua carriera in Amici di Maria De Filippi.

È la televisione che riproduce se stessa, rimanendo comunque a livelli di competenza artistica e professionalità che, soprattutto negli standard del grande spettacolo americano, sono irrinunciabili.

È intrattenimento di ottima qualità, che permette di passare un paio d’ore tra buona musica, coreografie coinvolgenti e sana, sanissima, ironia che decostruisce i luoghi comuni e le pigrizie intellettuali.

Il difficile rapporto Scuola-genitori

in Ora di Alternativa by
La riflessione di Valerio Camporesi, insegnante, sul rapporto tra la scuola e i genitori, scritta ben 3 anni fa, appare ancora molto attuale. 

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Le fiabe di un tempo, lette oggi!

in Maschile singolare by
Rivedere i finali, edulcorare i toni: sulle fiabe il dibattito è ancora acceso. Ma sicuri che la risposta sia, semplicemente, farne a meno?

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Luca, il nuovo film della Disney sulla diversità e l’inclusione

in Pensare con gli occhi by
Carlo Ridolfi ci parla di Luca, il nuovissimo film Disney da non perdere!

Chissà quante volte anche noi abbiamo usato l’espressione “né carne né pesce” per indicare qualcosa, o qualcuno, che non ha una identità definita. E chissà quante volte l’abbiamo usata sottintendendo una connotazione spregiativa. Luca (Usa, 2021) di Enrico Casarosa, un gioiello di inventiva e delicatezza, è partito, forse, dalla stessa frase per darne una rappresentazione affatto diversa.

Luca Paguro è un ragazzino-pesce che vive nelle profondità del mare con i suoi genitori, ma che è, come tutti i preadolescenti, affascinato dalle cose che gli sono proibite, primo fra tutti il fatto di mettere piede sulla terraferma.

L’incontro con il suo coetaneo Alberto Scorfano, che vive senza genitori, sarà il motore primo che lo spingerà a trasgredire il divieto, scoprendo che quando esce dal mare si trasformano, lui e il suo nuovo amico, in esseri umani. Sarà così che incontreranno Giulia Marcovaldo (il riferimento esplicito – e non sarà il solo – è chiaramente a Italo Calvino), ragazzina esuberante che ha come sua massima aspirazione quella di sconfiggere il presuntuoso Ercole Visconti nell’annuale gara di triathlon.

Questa, in poche parole, la trama di un film che ha nella storia l’impalcatura per una costruzione narrativa, visiva, psicologica e sociale davvero magnifica.

È decisiva l’ambientazione geografica: la Liguria delle Cinqueterre (da cui è originario Enrico Casarosa), con le sue piccole baie, le sue calette, i paesini che si inerpicano dal mare direttamente verso la collina. È altrettanto significativa la definizione del periodo storico: siamo all’inizio degli anni ’60, con tutta una serie di rimandi culturali, dalle insegne dei negozi e delle botteghe ai manifesti pubblicitari, dai cartelloni dei film in programmazione alle canzoni che punteggiano la colonna sonora (il quartetto Cetra, Gianni Morandi, Mina, Rita Pavone, con l’unico anacronismo de “Il gatto e la volpe” di Edoardo Bennato, che appartiene al decennio successivo).

C’è, soprattutto, tutta la passione e la sensibilità di raccontare una fase della vita dei ragazzi e delle ragazze, quella, appunto, in cui ciascuno di noi si è trovato ad essere “né carne né pesce”, con accenti di profondità e di delicatezza davvero rari.

Ultima produzione Pixar in ordine di tempo, realizzata con una qualità di animazione in computer graphic che ogni volta non smette di meravigliare (Casarosa aveva già realizzato nel 2011, per la casa di produzione statunitense, un magnifico cortometraggio come La luna) Lucaè un film che va visto, rivisto, gustato e approfondito.

Anche perché, non è che uno dei suoi moltissimi meriti, ma secondo me è importante sottolinearlo, è un film che racconta anche come la passione per lo studio e l’importanza della scuola siano elementi fondamentali per la crescita complessiva ed equilibrata di un ragazzo o di una ragazza.

Come sempre accade nei lungometraggi Pixar, lo si guardi fino alla fine dei titoli di coda, per non perdere un esilarante elogio della stasi della vita negli abissi che è, al contempo, la conferma di quanto necessaria e vitale sia la curiosità impertinente dei preadolescenti e la descrizione in due minuti di come gli adulti che pretendono di essere al centro dell’attenzione non possono che produrre danni gravi quando va peggio o, nonostante la cieca arroganza che è propria di qualsiasi cattivo educatore, al massimo una noia mortale.

(Luca è disponibile sulla piattaforma Disney+, ma l’auspicio è che, come meriterebbe, ne sia resa possibile anche la programmazione in sala e la visione su grande schermo).

Lo spirito di imprenditorialità alle medie

in Ora di Alternativa by
Lo spirito di imprenditorialità e la valutazione degli alunni agli esami di terza media.

A giugno si sono svolti gli esami di terza media (da anni definita un po’ pomposamente scuola secondaria di primo grado) e per fortuna in presenza, anche se soltanto orali come tutti ben sanno. Sarà stato forse per la semi-assenza dell’anno precedente, in cui l’esame si è limitato ad una chiacchierata online, che nel compilare la certificazione delle competenze (a proposito di termini pomposi) mi è risaltata agli occhi una dicitura che avevo dimenticato o che forse avevo voluto dimenticare: spirito di imprenditorialità.

Proprio così, né più né meno, anche se fa effetto a dirlo: un alunno che esce dalla scuola media viene valutato per la sua capacità imprenditoriale, non si sa bene in quale contesto dimostrata (chissà, forse nel gestire lo scambio di figurine o nell’organizzare una festa di successo).

Dopo aver steso un velo pietoso sulle modalità di attribuzione dei voti (assolutamente casuali e privi di senso, perché senso non ne potevano avere), viene da chiedersi da chi e da cosa derivi una simile aberrazione che per qualsiasi persona sana oltrepassa il normale senso del ridicolo.

Per quanto riguarda il chi andrebbe ricercato il nome del ministro a cui attribuire tale gloriosa innovazione, ma è compito da cui mi sottraggo volentieri in quanto il punto sta piuttosto nel cosa, e qui è più facile individuare il soggetto: lo si ritrova per l’appunto in quella intrusione violenta del pensiero unico economicista che attribuisce una valenza preponderante se non assoluta a quell’homo economicus posto da tempo al centro dei modelli collettivi di riferimento e anche dello sviluppo dei processi di conoscenza: perché vivere, perché imparare, studiare, se non per una finalità economica, o meglio imprenditoriale?

A tutto ciò fa da sfondo e da corollario una visione unilateralmente materialistica e utilitaristica della vita, deprivata di ogni senso e di ogni finalità che non siano appunto quelle suggerite o meglio imposte da questo modello unico al cui rispetto e alla cui osservanza si vuole coartare la mente delle persone a partire dall’età più giovane.

Se seguissimo queste ed altre indicazioni ministeriali (e non solo, perché la pressione finalizzata ad orientare la scuola è sempre più vasta), più o meno coercitive, la scuola risulterebbe davvero deprivata delle sue funzioni più proprie che sono quelle di trasmettere saperi e di garantire la possibilità di sviluppo autonomo ed individuale (individuato) di ogni studente, così che ognuno possa, nel rispetto degli altri e della società in cui vive, costruire la propria vita e, perché no, la propria felicità (questa parola non si trova nella certificazione delle competenze); se seguissimo, appunto, perché  – come diceva Cechov, ”Io non ho nessuna fiducia nell’intellighenzia, io ho fiducia nei singoli individui’‘ – alla fine la scuola è (almeno per il momento) da persone, da luoghi e spazi in cui circolano emozioni e materia viva, bollente, che nessuna indicazione ministeriale potrà cancellare, e sta agli insegnanti in primo luogo orientare i propri studenti verso mete e spazi ben più alti di quelli determinati dall’alto.

E sarebbe bello che qualche volta quell’alto ascoltasse e vedesse davvero cosa accade nelle nostre aule, anche in quelle sedi d’esame in cui gli insegnanti assegnano stancamente, sopraffatti dal caldo, voti casuali ai futuri giovani imprenditori di tredici anni; magari, come si diceva un tempo, una risata li seppellirebbe, con grande giovamento collettivo.

Quando una classe diventa un laboratorio di gentilezza

in Sentieri tra i banchi by
Laboratorio di gentilezza: alla scoperta di parole gentili ed emozioni, con la I B della Scuola Secondaria di I Grado “G. Pascoli” di Grosseto

Quest’anno la IB della Scuola Secondaria di I Grado “G. Pascoli” di Grosseto, insieme alla sua insegnante di lettere, la professoressa Francesca Roggi, ha realizzato in classe un percorso originale, diverso, dedicato alla gentilezza. Un vero e proprio laboratorio di gentilezza.

Un percorso fertile, potremmo definirlo, che ha subito ricevuto il sostegno della dirigente scolastica, la dottoressa Laura Superchi, e che ha permesso di seminare tante parole nel cuore dei ragazzi. Parole che col tempo, ne sono certo, daranno i loro frutti.

Gli studenti hanno letto insieme Gentile come te, edito da Librì progetti educativi, per poi discuterne in classe le tematiche più importanti. Il momento conclusivo del percorso è stato il nostro incontro, durante il quale le ragazze e i ragazzi della I B hanno deciso di diventare rivoluzionari.

Sì, rivoluzionari, disposti a cambiare punto di vista, a vedere persone e avvenimenti da diverse angolazioni. Perché è questa la chiave per capire meglio gli altri, e di conseguenza anche noi stessi.

Proviamo dunque a essere rivoluzionari con le parole.

Diversità

Diversità, siamo partiti da qui. Una parola che fa paura, spesso usata in maniera dispregiativa, per attaccare, per allontanarci. Una parola che comunichiamo anche con i gesti, con gli sguardi, ogni volta che escludiamo qualcuno. Perché allora non provare a usarla in modo rivoluzionario?

La verità è che ognuno di noi è diverso dall’altro, dagli amici, dai familiari, perché ognuno di noi è unico e irripetibile. Abbiamo scoperto che anche la nostra Costituzione, all’art. 3, non ci dice che siamo tutti uguali, anzi!

Ci dice che, pur avendo pari diritti e pari dignità, abbiamo la libertà di essere diversi per sesso, razza, lingua, religione, opinioni, condizione personale o sociale.

Abbiamo pensato alla classe come a un habitat, un luogo dove tanti organismi diversi – gli studenti – vivono in equilibrio.

E con stupore ci siamo accorti che così come un habitat è più forte quando al suo interno c’è una maggiore biodiversità, allo stesso modo una classe diventa più forte e compatta – un luogo migliore – quando al suo interno si respira tanta diversità.

Solitudine

Solitudine è una parola che ci ha fatto riflettere, perché è un’emozione che accompagna molte ragazze e molti ragazzi di questa età. Sentirsi soli è la cosa più terribile che ci sia, dice la protagonista del libro, e tutti erano d’accordo.

È come una specie di virus, un male invisibile che ti entra dentro e ti si attacca alle cellule, succhiandoti la vita. E può avvenire sempre: anche quando siamo in mezzo agli altri.

Succede quando non ci sentiamo capiti, quando non ci sentiamo considerati, quando ci sentiamo esclusi e abbiamo paura di tirare fuori quello che abbiamo dentro.

Parlando di solitudine, abbiamo compreso – ecco cosa vuol dire essere rivoluzionari! – che il modo per contrastarla è allenarsi ad ascoltare gli altri. Quindi a usare la gentilezza, la solidarietà, valori che diventano bussole, strumenti per non perdersi nell’avventuroso percorso di crescita.

Aiuto

Aiuto è una parola che ha messo in moto tante emozioni. Tutti i ragazzi hanno detto di essere pronti ad aiutare i compagni in difficoltà, lo hanno detto con le parole e con lo sguardo. Ma siamo sempre in grado di capire quando qualcuno ha bisogno di noi?

Non sempre chi si sente in pericolo è in grado di chiedere aiuto: qualche volta lo fa solo con lo sguardo, con i gesti, con il comportamento, tendendo a chiudersi, a fuggire, oppure a diventare aggressivo.

Per aiutarlo, sta a noi diventare rivoluzionari e cambiare punto di vista, solo così possiamo vedere meglio quello che accade intorno a noi. Abbiamo capito anche che qualche volta, quando notiamo un campanello d’allarme, può essere una buona idea chiedere l’aiuto di un adulto, di un professore, di un genitore.

Bullismo è una parola che nasconde una terribile trappola: tutti pensiamo di esserne immuni, che la cosa non ci possa riguardare da vicino, che a noi non accadrà mai! Ma è veramente così?

O forse è meglio rimanere con gli occhi aperti? Parlandone insieme, ci siamo accorti che non sempre è facile comprendere la differenza tra uno scherzo e un atto di bullismo. Questo perché il bullismo ha varie forme, alcune più brutali ed evidenti, come una percossa: quelle sì che sappiamo riconoscerle! Altre invece sono più labili e invisibili.

E si possono nascondere dietro scherzi ripetuti, soprannomi, prese in giro all’uscita della scuola e nella chat di classe.

Essere rivoluzionario significa ricordarsi sempre che una cosa pericolosa non va mai sottovalutata. Perché il bullismo è capace di assumere strane forme, e può portare le persone a fare cose inimmaginabili, sia chi lo commette sia chi lo subisce.

Amore

Amore è una parola che non poteva mancare. Questa è un’età in cui cambia il modo di vedere il mondo, e cambiano anche gli occhi con cui guardiamo gli altri. Non è però sempre facile fare i conti con le proprie emozioni e con i propri sentimenti.

Ci possiamo sentire inadeguati, sia nel fisico sia nel carattere. Eppure, i sentimenti ci sono. Sbucano dal cuore e chiedono di essere ascoltati.

Con le ragazze e i ragazzi della I B abbiamo parlato della storia di Matilde, tratta da Gentile come te, e di come l’amore abbia sempre a che fare con il rispetto, un’altra splendida parola che ci ha permesso di parlare di pregiudizi, di tutto quello che infesta le nostre menti: e abbiamo scoperto che i pregiudizi più famosi e terribili a questa età sono quelli di genere, quelli che ci dicono cosa può fare e dire una ragazza, e cosa può fare e dire un ragazzo.

Essere rivoluzionari significa non dar retta ai pregiudizi che, vecchi di millenni, si attaccano alle cose più belle che abbiamo: all’amicizia, ai nostri progetti, all’amore. E li trasformano in cose brutte.

Gentilezza

Gentilezza è l’ultima parola di cui abbiamo parlato, perché ci sembrava giusto terminare con lei, che alla fine le abbraccia tutte. E davvero ci siamo accorti che si tratta di un antidoto portentoso: “La gentilezza è come un antidoto, una specie di vaccino capace di combattere non solo il virus della solitudine, ma anche quello dell’ignoranza, del razzismo, dell’indifferenza”.

Grazie alle ragazze e ai ragazzi della I B perché sapranno portare quello che hanno imparato fuori dalla loro classe, ne sono certo. Grazie alla dirigente scolastica Laura Superchi, per la fiducia che ci ha dato e per la capacità di immaginare una scuola migliore.

Grazie alla professoressa Francesca Roggi, perché sa coltivare le menti e i cuori dei suoi studenti, e questo significa davvero essere un insegnante. A presto.

A proposito di lettura: chi legge non è solo!

in Virgolette by
lettura a scuola
“Mi stupisce il solito stereotipo monacale della lettura come solitudine, come ripiegamento e riflessione e anche fantasticheria personale, fuga dalla realtà, pura evasione. La lettura è una forma di relazione, non soltanto banalmente tra scrittore e lettore, ma tra lettori”

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Estate: tempo di giochi all’aperto!

in Giochi senza frontiere didattiche by
Scopriamo, insieme a Giovanni Lumini, tanti divertenti giochi all’aperto, i cosiddetti giochi di lancio, per divertirci con gli amici e i compagni in questa lunga estate!

Lo scorso anno, immersi in un clima di grandi restrizioni dovute alla pandemia e al conseguente lockdown, Giovanni Lumini ci aveva consigliato una serie di giochi all’aperto davvero divertenti, e in tutta sicurezza!

Giochi di lancio, dalle origini antiche ma dal divertimento sempre molto attuale, e che rappresentano la soluzione perfetta per passare gli assolati pomeriggi estivi in compagnia degli amici!

I giochi di lancio

I giochi di lancio hanno un’origine antichissima. Non deve sorprendere che in tutte le culture, in qualunque parte del mondo, esistano tipologie di giochi nei quali l’attività principale è quella di lanciare qualcosa in direzione di qualcos’altro.

La prima cosa che viene da pensare è che tutti questi giochi all’aperto abbiano una radice comune: la necessità giornaliera, dalla preistoria in avanti, di colpire le prede necessarie alla sopravvivenza. Così come, probabilmente, la necessità altrettanto importante di allenarsi. È una suggestione probabilmente molto vicina alla verità, ma non è questo il luogo per una ricerca storica.

Viaggiando in rete è comunque estremamente affascinante trovare e osservare che i giochi di lancio sono una realtà diffusissima con mille sfaccettature. Tipologie, varianti, materiali sono i più vari e i più strani. E non è solo una ricerca sulla tradizione e sui giochi del tempo passato. Al contrario, il gioco di lancio conosce, al giorno d’oggi, una continua rivisitazione e aggiornamento. Alcuni dei giochi che troviamo hanno origine recente o recentissima, frutto di invenzioni moderne, non tradizionali.

Possiamo evidenziare alcune categorie, ovviamente non fisse ma liberamente utilizzabili, integrabili e modificabili, per ordinare tutti i tipi di giochi all’aperto di lancio che si possono trovare, ben sapendo che, oltre a quelli citati negli esempi, mille altri giochi ci aspettano in ogni angolo del mondo.

Lanci in orizzontale di distanza

I giochi in cui si lanciano corpi più o meno pesanti per raggiungere una distanza più lontana possibile. Essi richiedono tecnica e soprattutto potenza. Questo tipo di gioco di lancio si è trasformato ben presto (sicuramente già dall’antica Grecia, ma probabilmente anche nella Scozia di molti anni fa) in un’attività sportiva. Lo scopo è solitamente quello di stabilire un record, di migliorare, dal punto di vista numerico, una prestazione.

Tra gli esempi: lanci olimpici (disco, peso, martello, giavellotto), lanci negli Highlands Games, tiro della rulla o della forma di formaggio, tipica di alcune zone d’Italia.

Lanci in orizzontale di precisione

Questa tipologia raggruppa quei giochi in cui la precisione è fondamentale, quindi risulta vincente l’abilità più che la forza. In questi giochi si deve raggiungere qualcosa utilizzando un oggetto per lanciare.

Tra gli esempi: bocce/petanque; tiro degli anelli; ferri di cavallo; freccette; la grenouille; giochi con le biglie

Lanci in orizzontale contro ostacolo

Sono giochi di precisione con lo scopo di rovesciare un ostacolo, abbattere qualcosa. Essi comprendono le numerosissime varianti di giochi di birilli, diffusissimi in Spagna (ma anche in tutta Europa) e molteplici giochi di “palet” (Francia) o piastrelle.

Tra gli esempi: molkky; tiro ai barattoli; bowling.

Giochi di lancio complessi

In questa categoria sono compresi quei giochi che non implicano unicamente il lancio verso qualcosa, ma che inseriscono questa caratteristica in un gioco più complesso, solitamente disputato da squadre.

Tra gli esempi: cornhole, kubb.
Voglio dedicare all’ultimo gioco menzionato un po’ più di spazio.

KUBB

Dal 2006 in Italia è attivo il Gruppo Italiano Kubb, un’organizzazione formata da tutti coloro che conoscono e praticano il gioco del Kubb. Fra mille difficoltà, con l’aiuto dell’Associazione GiocOvunque di Firenze, il Gruppo ha organizzato ben 14 campionati nazionali, l’ultimo dei quali nel 2019. Al di là della dicitura “campionato”, l’obiettivo è sempre stato, anche in questi tornei, quello di mantenere vivo e inalterato il carattere di “gioco”, di libera attività, evitando la creazione di federazioni sportive o strutture simili.

Gioco

Il kubb è un antichissimo gioco vichingo. Storicamente, ha avuto origine sull’Isola di Gotland (la più grande isola svedese del Mar Baltico). Giocare a kubb era un passatempo molto diffuso all’epoca dei Vichinghi, durante le feste o semplicemente per divertirsi dopo le battaglie. Si usavano i ceppi di legno da caminetto.

Giocatori

Il numero dei giocatori varia da 1 a 6 per squadra.

Regole

Il kubb si gioca su un campo di gioco di 8 x 5 metri, a volte delimitato da bastoncini (4). Il terreno di gioco può essere il più vario: si gioca sul prato, sul cemento, per strada, sulla spiaggia, sulla neve, ovunque sia possibile segnare il campo.

Al centro del campo viene posta una figura di legno che rappresenta il re (1). Sulle linee orizzontali di fondo campo vengono sistemati 5 pezzi di legno più piccoli, i cavalieri, detti kubb (2). Per il gioco si usano 6 bastoni da lancio (3) che vengono passati da una squadra all’altra, dopo ogni turno di gioco.

Il gioco consiste nel cercare di abbattere tutti i kubb della squadra avversaria e,  successivamente, solo alla fine, il re. La partita finisce con la vittoria della squadra che consegue questo obiettivo. Attenzione però: abbattere il re prima del tempo comporta la sconfitta!

Per leggere le regole più in dettaglio, potete cliccare qui.

Si può sempre ridurre il campo di gioco e il numero di bastoni da lanciare e da abbattere per giocare con le bambine e i bambini più piccoli, come è possibile vedere in questo godibile, breve filmato.

E per chi volesse saperne di più:

Giocare all’aria aperta!, di A.J. Hanscome, edito da Il Leone Verde, per scoprire che il movimento e il gioco libero all’aperto sono vitali per lo sviluppo cognitivo e fisico dei nostri figli, e offrono strategie divertenti e coinvolgenti che li aiutano a trasformarsi in adulti sani, equilibrati e resilienti.

52 cose da fare all’aria aperta, di L. Gordon, edito da Salani, un mazzo di carte illustrato con tante attività e idee per giocare e stare all’aria aperta.

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Due film sulla famiglia da non perdere!

in Pensare con gli occhi by
Carlo Ridolfi consiglia due pellicole sulla famiglia che vale la pena vedere!

La famiglia è, naturalmente, uno dei soggetti preferiti da chi racconta storie per immagini in movimento. Le dinamiche tra genitori e tra genitori e figli si prestano benissimo, offrendo la possibilità di rappresentare conflitti, dispute, comprensioni e rappacificazioni, a sviluppare narrazioni spesso appassionanti e divertenti.

È il caso di due film che vorrei segnalare questo mese, entrambi disponibili su Netflix, quasi due gioiellini di comicità e tenerezza.

Over the Moon – Il fantastico mondo di Lunaria

Il primo si intitola Over the Moon – Il fantastico mondo di Lunaria, ed è una coproduzione statunitense-cinese, in animazione CGI, con la sceneggiatura di Audrey Wells e la regia di Glen Keane.

Over the Moon è la storia di una famiglia che deve ricostruirsi. Fei Fei, la piccola protagonista, vive col padre dopo che una malattia ha portato via l’amatissima madre e moglie. Il padre, che gestisce un piccolo negozio di cibo cinese, dopo qualche tempo si innamora di un’altra donna, che ha un figlio, Chin.

Il film vive quindi su un costante doppio binario narrativo: la passione di Fei Fei per la leggenda della dea della luna, Chang’e, e i suoi ricorrenti scontri col fratellino acquisito, che fatica moltissimo ad accettare.

Grazie ad un’altissima qualità di animazione e a una vicenda che si snoda senza intoppi, Over the Moon è un film che ci parla della crescita, faticosa ma decisa, di una bambina che davvero rimane presente nella nostra memoria come esempio di tenacia e di maturità.


I Mitchell contro le macchine

Il secondo film – devo dire che da tempo non si rideva così guardando un lungometraggio – è I Mitchell contro le macchine, scritto e diretto da Mike Rianda e Jeff Rowe, anch’esso in animazione CGI.

In questo caso il conflitto al centro della storia è quello tra Katie Mitchell, un’adolescente appassionatissima di realizzazioni cinematografiche e video, che sta per trasferirsi al college, e suo padre Rick, ancorato ad una vita analogica, che non riesce a comprendere le passioni della figlia. Insieme a loro vivono la moglie/madre Maya, il figlio/fratellino Aaron e il buffo cane Monchi.

Quando il mondo intero viene sconvolto da una ribellione dei marchingegni elettronici, a capo della quale sta una cattivissima “app” che non ha sopportato di esser stata relegata nei softares obsoleti, i Mitchell troveranno il modo di superare i loro conflitti e di allearsi per sconfiggere la minaccia di distruzione che incombe.

Pieno di trovare esilaranti e di battute di dialogo di grande intelligenza (cito solo la migliore, quando a Maya viene detto che si sta comportando benissimo nella durissima battaglia contro i robot, lei risponde: “Sono una maestra elementare, vedo di peggio tutti i giorni a scuola!”), I Mitchell contro le macchine è uno di quei, purtroppo rari, film, che può esser visto, come si sarebbe detto una volta, da grandi e piccini con pari divertimento e uguale possibilità di riflessione e analisi a diversi livelli di contenuto.

Due film che fanno pensare divertendo, come nei migliori casi della produzione cinematografica internazionale.

Falsi miti della Storia

in Ora di Alternativa by
Con Valerio Camporesi affrontiamo un tema cruciale di grande attualità: i falsi miti della storia

Nel mio lavoro di insegnante di Storia mi è capitato (non spesso, ma neanche così raramente) di imbattermi in affermazioni e proposizioni di temi, da parte dei manuali, assai poco convincenti. Falsi miti, interpretazioni e rappresentazioni che – pur coincidendo spesso con quelle assunte dal sapere e dalla coscienza collettivi veicolati dalla scuola stessa e dai media come il cinema – mostrano, alla verifica dei fatti, grossi limiti di veridicità.

Smontare questi falsi miti o luoghi comuni mi è sempre parso un obiettivo non secondario della mia professione, anche come stimolo all’esercizio di quella intelligenza critica e a quell’apertura verso il dubbio cui spesso ci hanno richiamato i programmi e le indicazioni ministeriali.

La Guerra di Secessione americana

Si prenda, per citare uno degli esempi più significativi, la tanto celebrata missione di civiltà portata avanti dai “buoni” nordisti contro gli schiavisti del Sud durante la Guerra di Secessione americana (1861-1865), vero e proprio totem di una narrazione che ha posto in risalto anche nella cultura di massa figure come quella del “liberatore” Lincoln, assunto a vera e propria icona dello spirito liberale americano.

Un mito diffuso anche dai manuali di scuola e nella cultura di massa, nelle canzoni (chi non ha mai ascoltato o cantato la famosa canzone su John Brown?) come nel cinema, ma un mito appunto.

La realtà, a dire il vero, appare ben altra: nel suo straordinario (per passione, coraggio, lucidità) studio pubblicato per l’Enciclopedia storica de ”La Repubblica” (che a suo tempo coinvolse le maggiori firme della storiografia moderna, italiana e non solo), Raimondo Luraghi – uno dei massimi studiosi del conflitto americano – ci apre gli occhi a una realtà assai diversa, nelle quali a essere prioritarie non furono certo certo le ragioni umanitarie ma quelle politiche ed economiche, e nella quale non si trova granché traccia dello spirito umanitario tante volte associato ai ‘liberatori’, per i quali il permanere della schiavitù negli Stati del Sud non costituiva certo l’argomento decisivo della guerra. Tanto che lo stesso Lincoln arrivò a sostenere che:

 Il mio obiettivo dominante in questa lotta è salvare l’Unione, e non è né salvare né distruggerela schiavitù. Se mi fosse dato di salvare l’Unione senza liberare nessuno schiavo, lo farei; e se potessi salvarla mediante la liberazione di tutti gli schiavi lo farei; e se per salvarla dovessi liberarne alcuni e lasciar stare gli altri, farei anche questo[1].

Ben altre furono le motivazioni e gli scopi di quella guerra, principalmente economici e politici: c’era da confermare l’egemonia politica ed economica del Nord industriale e capitalista contro il ‘barbaro’ mondo del Sud, per giunta contrario al protezionismo economico ad esso imposto dal governo federale al fine di garantire lo sviluppo di quelle fabbriche dove, sia detto per inciso, si sfruttavano i lavoratori senza alcun ritegno e nelle quali, evidentemente, lo spirito umanitario e liberale del civilissimo Nord conosceva una solenne amnesia.

Altri esempi si potrebbero fare, ma qui mi premeva sottolineare soprattutto come oggi, ancor più di prima, sia importante il ruolo dell’insegnante come di colui che mantiene le coscienze vigili, attente, propense a coltivare il dubbio.

Anche davanti alle asserzioni spacciate come verità assolute e inderogabili, ed è puramente voluto ogni riferimento al clima attuale nel quale – a proposito del tema Covid – si è voluta contrapporre una cosiddetta scienza (in verità molto più simile ad un insieme di dogmi monolitici che a quello spirito di ricerca richiamato da Il saggiatore di Galileo) a chi, a torto o a ragione, sosteneva posizioni diverse da quelle ufficiali, tutte accomunate in un fronte antiscientifico, retrogrado e anti moderno: sarà, anche questo, un mito o una verità?


[1] R. Luraghi, La secessione del Sud e la Guerra civile americana, p. 763, in La Storia, ed. L’Espresso, Roma, 2004

Imparare a osservare: il Colorario dei colori naturali!

in Archeodidattica: strategie e laboratori by
Con il Colorario dei colori naturali, imparare a osservare diventa un gioco divertente!

A proposito di colori naturali: se chiedo a qualcuno di che colore sono le chiome degli alberi, quasi sicuramente mi risponderà “verde”; se poi chiedo di che colore sono i tronchi la risposta è scontata: naturalmente marroni!

Se nessuno nella vita ci ha mai fatto “osservare” per davvero quello che abbiamo attorno, cresciamo in un mondo di stereotipi, in cui alcuni oggetti hanno alcuni colori: le fragole sono rosse, i pulcini gialli, le foglie verdi ecc..

Ma è davvero così? Tutti i pulcini sono solo gialli? E i tronchi, sono marroni?

Imparare a osservare

Credo sia importante allenare, fin da bambini, la capacità di osservare in modo critico ciò che ci circonda, per non ricadere negli stereotipi.

Un modo per farlo è quello di proporre ai bambini di disegnare dal vero quello che vedono: un paesaggio, un fiore, un piccolo insetto, aiutandoli ad osservare con attenzione forme e colori.

Questa primavera ho pensato di preparare, insieme alle mie due aiutanti preferite (le mie figlie piccole!), un gioco da realizzare all’aperto, che ci aiuta ad osservare con attenzione ciò che abbiamo attorno. Abbiamo chiamato questo gioco “ Colorario dei colori Naturali”.

Il nostro Colorario

Il “Colorario” può essere scaricato cliccando qui; vi consiglio di stamparlo su un cartoncino così da resistere meglio al gioco. E’ necessario stampare un disco per ogni colore che vorrete esplorare.

E ora cominciamo!

Prepariamo dei colori a matita con molte sfumature; consiglierei  una scatola da almeno 24 colori o, ancora meglio, 36; in commercio ho trovato alcune sotto- marche di ottima qualità a prezzi ragionevoli.

Sappiamo comunque che i colori a matita sono facilmente sovrapponibili perciò, se ci mancasse qualche sfumatura, la realizzeremo usando più colori.

Dopo aver stampato, ritagliamo il disco nelle parti indicate e facciamo un buco in alto sopra alla scritta “Colorario”, per poter successivamente tenere insieme tutti i “Colorari”.

A questo punto invitiamo i bambini  a scegliere il colore per il quale vogliono sviluppare il “Colorario”. Le mie aiutanti hanno scelto, ad esempio, il verde e il marrone, perciò abbiamo ritagliato un ”Colorario” per i verdi e uno per i marroni.

Ho chiesto alle bambine di scegliere fra le matite colorate quelle che, potessero anche vagamente somigliare a dei marroni e a dei verdi e di mettersele in tasca.

Comincia la caccia!

Esploriamo lo spazio naturale alla ricerca dei colori da inserire nel “Colorario” e ogni volta che troviamo un marrone o un verde appoggiamo il disco di carta all’oggetto e, guardandolo da una delle finestrine bucate, proviamo a trovare, fra i nostri colori a matita, quello che si avvicina di più.

Per essere precisi, scriviamo anche, nell’apposito spazio sul disco, il nome della pianta o dell’oggetto a cui il colore appartiene.

Otterremo così dei dischi con spicchi di colori diversi che ci saranno utili quando ad esempio dovremo disegnare qualcosa di verde o di marrone, per scegliere la sfumatura più giusta per il nostro progetto!

Ed ecco i primi meravigliosi “Colorari”!

Per continuare a giocare con la Natura ed i colori, potete esplorare il mio blog, maniingioco.blogspot.com o seguire il mio profilo Facebook, sia quello personale (Erica Angelini) che quello relativo al mio progetto “Mani in Gioco”.

Di recente ho aperto due nuovi # con l’intento di esplorare: Emozioni e natura #lapasseggiatadelleemozioni, Cultura ed arte #alfabetodeltempio!

Aprile è “Bella ciao”

in Pensare con gli occhi by
Credits fotoIstituto Luce
Il 25 aprile festeggiamo la Liberazione e la Resistenza: scopriamo con Carlo Ridolfi alcuni video da non perdere!

“Aprile è il mese più crudele“, dice Thomas S. Eliot iniziando così il suo meravigliosa poema La terra desolata. Per noi italiani, forse, non è proprio così. Aprile è il mese più felice, perché non smettiamo, non dobbiamo smettere, di ricordare che è il mese in cui, nel 1945, l’Italia fu definitivamente liberata dal nazifascismo.

Forse l’avverbio “definitivamente” non è correttissimo. Ancora oggi qualcuno insiste ad avere una efferata nostalgia di uno dei periodi più bui della storia umana. Non mancano le scorribande online di lestofanti che fanno irruzione in riunioni altrui scandendo slogan che inneggiano al nazismo e al fascismo, è quel triste fenomeno che si chiama zoombombing

Ma il nostro dovere di educatori è quello di aiutare le giovani generazioni a non dimenticare. Oggi che, per ragioni di anagrafe, se ne stanno andando quasi tutti i testimoni della Resistenza e della Liberazione.

Il cinema e i media digitali ci possono dare un grandissimo supporto, sia che li vogliamo utilizzare a casa, sia che ci servano come integrazione didattica in ambito scolastico.

In questo aprile, dunque, vorrei segnalare a genitori ed insegnanti alcuni dei, per fortuna, moltissimi materiali che si possono trovare nel Web.

Un lavoro prezioso, da vero servizio pubblico, lo sta facendo RaiPlay, che ha dedicato una corposa sezione  proprio alla ricostruzione documentaria di quel periodo decisivo anche per la nostra storia attuale.

L’Italia della Resistenza

Si intitola “L’Italia della Resistenza” e anche solo l’indice dei titoli a disposizione ci può raccontare quale patrimonio ci sia a disposizione.

25 aprile, la Liberazione (con testimonianze, fra gli altri, di Sandro Pertini, che diventerà uno dei più amati Presidenti della Repubblica); Italia libera (storia di una formazione partigiana nel cuneese, con esponenti del calibro di Duccio Galimberti e Nuto Revelli); La scelta (interviste raccolte oggi da Gad Lerner di donne e uomini che parteciparono alla Resistenza); Le radio clandestine nella Resistenza e Le radio nell’Italia liberata, per raccontare quanto importante fu l’uso di un mezzo di comunicazione che allora era diffusissimo e irrinunciabile; Gli scout e la Resistenza, esempi come quello delle Aquile Randagie milanesi o del gruppo romano di piazza Montecitorio, per raccontare quanto il movimento degli esploratori, sciolto d’imperio da Benito Mussolini che non poteva accettare la loro tensione all’autonomia dei ragazzi e delle ragazze, fu decisivo anche dal punto di vista politico.

Bella ciao

Ma aprile non può che essere, anche, il mese di Bella ciao. Sono innumerevoli, per fortuna, le versioni del canto partigiano più famoso del mondo.

Ne segnalo solo una, rintracciabile senza fatica su YouTube. Un gruppo di vigili del fuoco della Gran Bretagna, per inviare un messaggio di vicinanza e solidarietà ai loro colleghi italiani, in particolare in questo brutto momento di pandemia globale, hanno realizzato un video dove cantano proprio Bella ciao.

Qualcuno è un po’ stonato, ma non importa. Anzi. È ancora più commovente vedere e ascoltare come un canto di resistenza ha valicato epoche e confini nazionali, per diventare patrimonio comune che richiama alla solidarietà.

Come parlare di diversità con i libri!

in Sentieri tra i banchi by
6 storie per parlare in modo originale e divertente di diversità con le bambine e i bambini della scuola primaria

Un toro, un lupo, una capretta e un cane, ma anche una bambina fatta di burro e una fatta di carta, senza dimenticare le ragazze e i ragazzi della III C. Sono questi i protagonisti delle 6 storie che possiamo leggere in classe per affrontare in modo originale – e anche divertente – il tema della diversità.

Perché portare in classe questo tema?

La risposta è semplice: troppo spesso si tende a creare modelli, e quindi a omologare, a uniformare i gusti, i desideri. Così le diversità divengono qualcosa da allontanare, da coprire, nascondere, o addirittura di cui vergognarsi.

Il messaggio che passa alle bambine e ai bambini è chiaro: abituate i vostri occhi a riconoscere le somiglianze, cercate di essere il più possibile simili tra di voi.

Eppure, credo che i più piccoli debbano compiere il percorso inverso, che i loro occhi – più che le somiglianze – debbano formarsi a riconoscere le diversità, fisiche e caratteriali.

Perché imparare a cogliere le diversità è l’unico modo per comprendere meglio non solo il mondo intorno a noi, ma anche e soprattutto noi stessi. È un viaggio, che ci porta a riconoscere l’unicità di ognuno, ma anche l’unico modo per fare nascere conoscenza e rispetto.

«Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi», diceva Proust.

Che buffo, sembra di parlare della biodiversità. Ma non dobbiamo dimenticare che biodiversità significa ricchezza, perché è grazie a lei che un ecosistema è più forte. E questo, ne sono convinto, vale anche quando l’ecosistema di cui stiamo parlando è una classe.

Non a caso, prima, ho usato il verbo imparare – imparare a cogliere le somiglianze. Il motivo? Perché non è una cosa innata.

E come avviene per tanti altri valori, come la gentilezza, anche il riconoscimento e l’accoglienza delle diversità passano attraverso un’abitudine.

L’abitudine a saper vedere ciò che è differente, lontano, straordinario; e poi a comprenderlo, avvicinarlo e scoprirlo per quello che è; e infine a farlo entrare nella nostra realtà.

Ecco, questo è l’unico percorso per combattere il razzismo e la paura dell’altro, per far nascere nelle classi il rispetto e l’accoglienza.

Chi può aiutarci in questo viaggio? Un libro, naturalmente. Perché nessuno è più diverso, lontano e straordinario di un libro. Ecco allora 6 letture da fare in classe, per avvicinare i più piccoli a riconoscere la loro unicità, e a darle valore.

Per il primo ciclo della primaria:

Munro Leaf, La storia del toro Ferdinando, Fabbri 2017. La favola di Ferdinando, il giovane toro che preferisce il profumo di un fiore alla violenza della corrida. Un libro messo al bando nella Spagna di Franco e nella Germania di Hitler, che ha conquistato negli anni i cuori di grandi e piccini.

Yuichi Kimura, In una notte di temporale, Salani 2017. Il racconto di una sorprendente amicizia. Un lupo e una capretta si rifugiano in una capanna abbandonata. La tempesta infuria, la pioggia scroscia e il buio è totale: nasce così un’amicizia unica che dovrà resistere a mille avversità.

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Beatrice Masini, La bambina di burro e altre storie di bambini strani, Einaudi 2016. La bambina di burro che non può uscire perché rischia di sciogliersi, il bambino di carta che tende a volar via. Storie di bambini fuori dal comune, fatti di materiali poco bambineschi, che trovano sempre un modo brillante per essere se stessi.

Per il secondo ciclo della primaria:

Elisabetta Gnone, Olga di carta, Salani 2018. Olga Papel ha una dote speciale: sa raccontare incredibili storie, che dice d’aver vissuto. Finché un giorno, decide di raccontare la storia della bambina di carta che lasciò il suo villaggio per andare a chiedere alla maga Ausolia di diventare una bambina di carne e ossa.

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Fabio Leocata, Anna & Bibo. Un cucciolo da salvare, Bookabook 2021. Bibo è un cucciolo goffo, ha la forma di un salsicciotto ed è una vera peste. Così la famiglia Secchielli lo porta a scuola di buone maniere, nel prestigioso Istituto Svizzero per Cani. Una divertente storia sul valore dell’amicizia e sulla diversità.

Sabrina Rondinelli, Più unici che rari, Librì Progetti Educativi 2019. Le ragazze e i ragazzi della III C insieme parlano, scherzano, litigano, a volte soffrono, ma si sostengono e si vogliono bene. Una storia a più voci, in cui sarà proprio la diversità a trasformarsi in una ricchezza per il gruppo intero.

Regine e re delle scacchiere, non solo degli scacchi!

in Giochi senza frontiere didattiche by
Giovanni Lumini ci consiglia tanti idee-gioco con le scacchiere… e non parliamo solo di scacchi!

I Giochi astratti sono una categoria dei giochi di società/da tavolo. Caratteristica  principale di questi giochi è non essere ancorati a un tema o a un’ambientazione. Una buona parte dei giochi più antichi sono astratti. Ad esempio Scacchi, Dama, Backgammon, Mancala, Halma etc.

La cosa molto, molto interessante è che i giochi astratti non si sono fermati a quelli dei “bei tempi andati” ma sono invece proliferati e vi sono attualmente in commercio tantissimi giochi, con dinamiche molto particolari e originali e con la possibilità di essere appresi e giocati in breve tempo.

La serie Netflix “La regina degli scacchi” ha rilanciato il principale o meglio il principe di questi giochi, ma qui vorrei segnalarvi alcuni giochi astratti o di scacchiera, più moderni, che per la loro profondità, unita alla loro semplicità, potrebbero essere portati a scuola e proposti sostanzialmente a tutte le classi.

Le dinamiche, che questi giochi fanno scattare nelle ragazze e nei ragazzi, difficilmente non affascinano e la voglia di giocare e rigiocare, per capire meglio i meccanismi, è assicurata.

La maggior parte di questi giochi sono giochi che coinvolgono due persone anche se ci sono anche delle eccezioni.
Ve ne presento tre.

QUARTO!

Non posso non partire da QUARTO!, che ha appena compiuto 30 anni, essendo stato inventato nel 1991 dal matematico svizzero Blaise Muller.

Quarto! (edito da Gigamic), si gioca su un semplice tavoliere quadrato con quattro spazi per lato.

Vi sono a disposizione 16 pedine in legno che sono contraddistinte da quattro caratteristiche dicotomiche: pedina alta-pedina bassa; pedina chiara-pedina scura, pedina a base rotonda-pedina a base quadrata, pedina con la cima piena-pedina con la cima forata.

Le pedine non appartengono a nessuno dei giocatori in particolare: appartengono ad entrambi. Per capirsi non è che un giocatore tiene le pedine scure e uno le pedine chiare.

A turno si posiziona una pedina sulla scacchiera e nel momento in cui uno dei giocatori posiziona la quarta pedina di una fila (orizzontale/verticale/diagonale), se una di queste caratteristiche è soddisfatta per tutte e quattro le pedine può dire Quarto! e vincere.

Ad esempio vinco se metto la quarta pedina di quattro dello stesso colore, ma anche la quarta di quattro tutte basse, etc.

Detto così può sembrare poco interessante. In realtà l’aspetto geniale del gioco e il fatto che lo ha reso famoso in tutto il mondo è che è il giocatore avversario che ti dà in mano la pedina che devi giocare tu, è lui che decide quale pedina devi giocare.

Questo ovviamente ribalta tutto: bisogna in ogni momento essere ben attenti a non dare all’avversario la pedina che lo farà vincere.

ABALONE

Il secondo gioco è ABALONE, edito da Asmodee Italia, di qualche anno più “vecchio” essendo stato inventato nel 1987 dai francesi Michel Lalet e Laurent Lévi.

Il gioco si svolge su una particolare scacchiera esagonale in plastica, formata da 61 posizioni cave. Ogni giocatore, contrapposto all’altro, dispone di 14 biglie, bianche per uno dei giocatori e nere per l’altro.

Al proprio turno il giocatore può muovere una, due o tre pedine di una posizione in qualunque direzione, a patto che siano adiacenti fra loro. Il più delle volte ci si muove, diciamo così in verticale, “spingendo” le biglie, facendole scivolare sulla scacchiera.

Quando le nostre biglie, incontrano quelle dell’avversario, se siamo in posizione di superiorità (posizione chiamata sumito) possiamo spingerle. Dato che il numero massimo di biglie che si possono spostare è tre, appare chiaro che non si possono mai spostare più di due biglie avversarie.

Le tre combinazioni possibili per poter spingere l’avversario sono: 3 biglie contro 2, 3 biglie contro 1 e 2 biglie contro 1. Scopo del gioco è spingere fuori dalla scacchiera, in un apposito binario di raccolta 6 biglie avversarie.

È un gioco che affascina molto non solo gli adulti, ma anche i bambini e le bambine, per il movimento fluido delle biglie sulla scacchiera.

E’ però molto profondo e imparare a giocarlo bene richiede del tempo perché le considerazioni da fare sono molte, anche mettendo in campo la capacità di “vedere lontano” e non solo la mossa immediata.

HIVE

Per concludere questa breve carrellata vi propongo HIVE, edito da Ghenos, che, a differenza di molti astratti ha un’ambientazione che, in qualche maniera, risulta essere abbastanza funzionale alla comprensione del gioco e soprattutto lo reste più affascinante dal punto di vista estetico.

È il più recente dei tre, in quanto la prima edizione è del 2001.

Questo bellissimo gioco si differenza da molti perché non ha una scacchiera su cui agire ma il campo di gioco lo creiamo noi, di volta in volta, aggiungendo le pedine.

Queste pedine, di forma esagonale e molto piacevoli al tatto, rappresentano due schieramenti di insetti, uno bianco e uno nero.
Si parte dunque da un tavolo vuoto, dove, a turno, ogni giocatore aggiunge un insetto del proprio colore “all’alveare” o, se possibile, ne muove uno già presente. Le regole sono poche e semplici.

Ad ogni turno, infatti, un giocatore potrà  1) Far entrare in gioco un insetto (finché ne restano a disposizione) 2) Muovere un insetto già posizionato (se in grado di farlo).

La cosa veramente interessante è che, similmente agli scacchi, ogni insetto si potrà muovere secondo una sua caratteristica: la formica si muove ovunque, il ragno si muove sempre di tre mosse, lo scarabeo può anche salire sulle altre pedine e muoversi, per così dire, al piano superiore, la cavalletta salta ortogonalmente tutte le pedine che ha di fronte, etc.

Muovendosi, però non è consentito, “spezzare” l’unicità dell’alveare. Scopo del gioco è intrappolare l’ape regina avversaria. Anche questo gioco esercita un fascino notevole su tutte le fasce d’età e mette alla prova capacità di intuizione e deduzioni assolutamente non banali.

Vi sono anche tre “espansioni” con pedine Zanzara, Coccinella e Onisco, che apportano varianti alla composizione dei pezzi in gioco.

A titolo di curiosità vi riporto qua altri suggerimenti/titoli di altri giochi molto particolari di questa categoria, che potrete in autonomia cercare, nel caso suscitassero il vostro interesse.

Quoridor

Sempre di Gigamic, che ha creato una linea specifica, altro gioco direi “imprescindibile” è Quoridor, molto scacchistico, ma semplicissimo nelle regole e possibile da giocare in due, tre o quattro, oltre a Pylos e al recente Quantik.

Interessantissima è la linea GIPF PROJECT, nella quale troviamo giochi dai nomi improbabili (Zertz, Tzaar, Yinsch, Lyngk, Punct, Dvonn), tutti molto diversi tra loro e tutti con modalità di gioco originalissime e stimolanti.

Purtroppo le vicissitudini editoriali di quest’ultima linea non la rendono troppo facile da trovare sul mercato.

Nei miei sogni più reconditi vedo delle classi che, dotate di tante copie di questi giochi astratti, dedicano il tempo alla creazione di tavoli di gioco in cui, a due a due, i ragazzi e le ragazze si mettono alla prova, trovando ogni volta, per ogni gioco, le strategie giuste da adottare per risultare vincitori/trici.

Non solo scacchi allora: regine e re potrete esserlo ugualmente… e buon divertimento!

Gli “anime”: la passione dei nostri figli adolescenti

in Pensare con gli occhi by
Con Carlo Ridolfi ci addentriamo nel mondo degli “anime” giapponesi.

Vorrei rivolgermi a coloro che, come me, sono genitori di ragazzi o ragazze adolescenti. È un’età della vita, lo sappiamo sia per esperienza diretta che per acquisizione culturale, complessa e complicata.

La pandemia, inoltre, ha collaborato in negativo per renderla ancora più ardua sia per chi la sta attraversando, sia per mamme, papà, fratelli o sorelle che vivano insieme al ragazzo o alla ragazza adolescente.

La tendenza quasi spontanea a rimanere chiusi nelle proprie camerette, quasi sempre incollati a strumenti di comunicazione digitale vari (computer, tablet, smartphone, videogames), comunicando solo con i pari-età, è stata moltiplicata all’ennesima potenza dalle chiusure di vario tipo sofferte in questi mesi.

Cosa guardano, i nostri figli e le nostre figlie di 13-14-14 anni?

Non è facilissimo saperlo, perché molto spesso gli adulti vengono chiusi fuori dalle camerette in tutti i sensi: fisico, culturale, dialogico.

Possiamo provare, quindi, a fare un breve e certamente non esaustivo excursus sull’offerta a loro destinata, ipotizzando che si rivolgano principalmente ad essa.

Guardano di sicuro molte serie a disegni animati, quasi sempre di produzione giapponese.

Non sono più i tempi, vorrei sperare, di manifestazioni di genitori indignati contro Mazinga Z, come succedeva all’inizio degli anni Ottanta. Dovremmo aver imparato, anche perché molti che sono genitori oggi erano adolescenti proprio in quel periodo, che dal Giappone arrivano spesso anche produzioni di grandissima qualità sia visiva che narrativa.

Gli “anime”

Gli (mi raccomando, non “le”) “animegiapponesi sono tutt’altro che liquidabili con la  definizione di cartone animato, che sottintende quasi sempre sia una connotazione di “racconto per bambini”, sia quella di “racconto semplice e immediato”.

Ciò che i ragazzini o le ragazzine cercano e guardano non sono sicuramente né racconti semplici né produzioni per l’infanzia.

Serie come  Naruto, che deriva dal manga di Masashi Kishimoto (un dodicenne che aspira a diventare il ninja più importante) o L’attacco dei giganti di Hajime Hisayama (tre amici d’infanzia che lottano contro enormi nemici in un mondo apocalittico). Avvincono per complessità delle trame, caratterizzazione dei personaggi, identificazione possibile con i combattimenti simbolici con se stessi e con gli altri che sono propri di quella età.

Naruto

Non corrispondono esattamente ai gusti e alle preferenze di noi adulti? È normale. Anzi: quando mai i giornalini letti, i film visti, la musica ascoltata dagli adolescenti hanno avuto l’approvazione incondizionata di genitori e insegnanti? (Basta che ciascuno di noi torni con la memoria al se stesso a quella età e si avrà la risposta).

L’attacco dei giganti

L’importante, come sempre, è conoscere. Senza pregiudizi, senza paragoni privi di senso con presunte età dell’orto precedenti. (“Ai miei tempi sì, c’erano cartoni divertenti, fumetti interessanti, bella musica”, è frase sicura per chiudere qualsiasi tipo di comunicazione).

La scuola allo schermo: le iniziative di INDIRE

in Pensare con gli occhi by
Con Carlo Ridolfi scopriamo oggi un “La scuola allo schermo”, un’utile piattaforma educativa di INDIRE.

Sono molto contento di segnalare un’iniziativa di grande interesse, che ha origine da un struttura pubblica, che si chiama INDIRE (Istituto Nazionale di Documentazione Innovazione e Ricerca Educativa), e, in particolare, al suo interno, il progetto che si occupa delle piccole scuole.

Su www.piccolescuole.indire.it è possibile collegarsi ad una iniziativa veramente preziosa, che ha per titolo “La scuola allo schermo”.

Si tratta di una raccolta di risorse audiovisive rivolta a chiunque, in campo educativo, voglia approfondire temi culturali, sociali, economici.

Troviamo un repertorio di film, documentari, cortometraggi, interviste e altri materiali di finzione, per viaggiare tra diverse culture educative e metodi e strumenti didattici differenti.

Particolarmente indicato per la scuola primaria, ma utilizzabile a ogni livello scolastico, il “magazzino virtuale” coordinato da Pamela Giorgi e Giuseppina Rita Jose Mangione.

Il “magazzino” mette a disposizione una ricchissima bibliografia e sitografia e rimanda, tra le altre possibilità offerte, al sito www.cinemaperlascuola.it.

Il sito presenta anche il “Piano nazionale di educazione visiva per le scuole promosso dal Ministero dell’Istruzione e dal Ministero per i Beni Culturali”.

In più una ricca serie di webinar, davvero di grande interesse, in cui esperti e tecnici del settore raccontano le loro esperienze e riflettono sui possibili utilizzi nella didattica

Si va dalla introduzione al linguaggio cinematografico (Neva Cesari, Lanternemagiche) a “Capire, scrivere, fare il cinema a scuola” (Girolamo Macina, media educator), dal lavoro di regista di (bellissimi) documentari e in particolare del loro rapporto con la storia che propone Claudia Cipriani all’approfondimento sulla media education in ambito scolastico proposto da Alessia Rosa dell’INDIRE e dalla regista e docente di scuola secondaria di primo grado Elisabetta L’Innocente.

Questo, e molto altro, che si può trovare grazie ad un esemplare lavoro di servizio pubblico.

Programmi di carattere storico: perché piacciono?

in Ora di Alternativa by
Alessandro Barbero ma non solo: il boom della divulgazione dei programmi di carattere storico

Grazie anche alla presenza di una rete specialistica come Rai Storia, la divulgazione dei programmi di carattere storico sembra avere avuto negli ultimi anni un riscontro sempre maggiore, portando alla ribalta mediatica alcuni presentatori, primo fra tutti lo storico del Medioevo Alessandro Barbero, assurto a  vera e propria icona pop.

Sul web il suo nome è tra i più gettonati, e per dare un’idea del livello di popolarità raggiunto dal medievista, basterà citare la pagina Facebook a lui dedicata: Alessandro Barbero noi ti siamo vassalli. Titolo simpatico, e assai eloquente! Per chi non conoscesse ancora l’illustre storico, ecco una proposta di libri da lui scritti.

Occorre in primo luogo rendere merito a tali programmi di carattere storico, capaci – anche e soprattutto attraverso l’ausilio delle immagini e dei filmati – di restituire agli eventi e ai periodi storici quella concretezza e quella realtà che tanto spesso sfuggono a chi si avvicina alla Storia, finendo poi per allontanarsi e non appassionarsi; questo, proprio a causa di quel limite di astrazione che caratterizza i testi e le spiegazioni degli stessi insegnanti nelle aule di scuola: parole, solo parole, dietro le quali non è sempre facile intravedere la realtà di uomini e tempi lontani ed immedesimarsi in essi.

Le immagini, dunque, ma non solo: conta, eccome, anche la capacità di appassionare che viene trasmessa da molti dei nostri divulgatori, ognuno dei quali si caratterizza peraltro per un proprio stile.

Da quello più enfatico di Barbero (enfasi che non dispiace, visto che nasconde a fatica la passione per la Storia!), a quello più cattedratico del nostro storico forse più famoso, Franco Cardini (ma anche il suo è un cattedratico positivo, sempre arricchito da un approccio umano e coinvolgente, mai pedante o professorale), a quello affabile e colloquiale – al tempo stesso avvincente – di Cristoforo Gorno, che con le sue Cronache dal Rinascimento  riesce a far toccare con mano il fascino e la meraviglia di quel periodo storico così ricco e misterioso.

Interesse per la divulgazione storica, e di questo non si può che essere soddisfatti: ma quali ne sono le cause?

Una, forse, risiede in quel certo livello di coinvolgimento che appare intrinseco alla Storia, specie quella contemporanea, nella passione (anche politica) che la riflessione sugli eventi più recenti porta spesso con sé (si pensi al tema del Fascismo o delle guerre mondiali), suscitando dibattiti e contrapposizioni talvolta anche molto accesi e non solo tra specialisti o appassionati: quante volte tra amici si è discusso non solo di sport ma anche di Storia, e spesso dividendoci anche di più rispetto al calcio? Quante volte, per citare un esempio non facile, si è ascoltata la lamentela di persone del Sud contro il Nord conquistatore, che avrebbe asservito ai propri interessi politici ed economici il Meridione d’Italia, fino a determinarne l’attuale, gravosa condizione? E quante altre si è dovuto ribattere al famoso ”Si stava meglio quando si stava peggio” di nostalgica memoria?

La Storia scalda, provoca discussioni e quindi interesse e forse questo accade perché – nonostante l’odierno appiattimento su un presente atemporale votato solo alle leggi della produzione e del consumo – affiora  più o meno consapevolmente la percezione che il passato sia un ponte col presente, un passato che va dunque indagato e chiarito per avere ragione dell’oggi: a questa esigenza i nostri programmi sembrano rispondere in maniera efficace, e con ampio merito risultano seguiti, tanto da far scaturire reazioni veementi di fronte all’ipotesi di chiusura del canale tematico per eccellenza, Rai Storia appunto, ventilata mesi or sono.

I dubbi e le ombre, quelli non mancano mai: un primo interrogativo riguarda quell’eccesso di spettacolarizzazione che talvolta si avverte e che rischia di far perdere la dimensione umana alla rappresentazione degli eventi e delle persone, a volte un po’ troppo somiglianti ad un grande film hollywoodiano, ad una narrazione che trascura il dolore e la fatica degli uomini di cui spesso le vicende storiche sono intrise e che talvolta la sua riproduzione mediatica rischia di opacizzare.

Un’altra domanda, forse più provocatoria, riguarda la onniscienza che alcuni divulgatori sembrano sottintendere, un dubbio che viene allorquando notiamo lo stesso storico presentare un giorno una puntata su Giovanna d’Arco e un altro una ricostruzione della battaglia di Stalingrado: si può essere così specialisti di tutto? Forse no, ma resta solo una domanda all’interno di un quadro nel quale le luci, per una volta, hanno la meglio sulle ombre.

Giornata della Memoria: 3 film da non perdere in classe

in Pensare con gli occhi by
3 consigli cinematografici per affrontare in classe la Giornata della Memoria

Come ogni anno, il 27 gennaio celebriamo la Giornata della Memoria.

A volte, soprattutto a scuola, si usano film e filmati per parlarne coi bambini e con le bambine e con i ragazzi e con le ragazze. A volte, purtroppo, si usano incautamente.

Il tema è delicatissimo è trattarlo con una scelta filmografica sbagliata rischia di essere persino controproducente. Un esempio solo, fra i molti.

Proiettare Schindler’s List (Usa, 1993) importantissimo e anche durissimo film di Steven Spielberg, senza un’adeguata preparazione sul linguaggio cinematografico e sull’impatto emotivo di certe sequenze può causare, è successo, che nel momento in cui l’ufficiale nazista si mette a fare il tiro a segno dalla terrazza di casa sua usando come bersagli i prigionieri del campo di concentramento, scoppino applausi inneggianti alla (orrenda) mira del militare.

È necessario, quindi, essere molto attenti, informati, rigorosi e preparati.

Mi limiterò quindi a tre indicazioni filmografiche, fra le molte possibili,  precedute da un semplice ma fondamentale consiglio: non facciamo vedere ai nostri figli e ai nostri alunni nessun film che noi non abbiamo visto e sul quale non abbiamo a lungo riflettuto in precedenza.

Per le classi terze e quarte della scuola primaria

Un brevissimo ma efficacissimo corto di animazione: Shoah di Giuliano Parodi, che trovate qui sotto:

Dura 3 minuti e 8 secondi, ma ha una forza narrativa e un impatto visivo che non possono lasciare indifferenti.

(Conosco, anche qui casi rari ma che vanno segnalati, maestre che l’hanno fatto vedere a bambini e bambine di seconda e, una volta finita la visione, hanno esclamato: “Bene, la Giornata della Memoria l’abbiamo fatta. Adesso passiamo a matematica!”. Ecco, questo è un esempio perfetto di cosa NON bisogna fare).

Per le quinte della primaria e la prima e seconda della secondaria di primo grado

Non riesco a trovar di meglio che il fondamentale Il grande dittatore (Usa, 1940) di Charlie Chaplin, ora disponibile in una versione in dvd magnificamente restaurata dalla Cineteca di Bologna.

Per la terza della secondaria di primo grado e anche per le prime classi della secondaria di secondo grado

Un film davvero molto bello è Una volta nella vita (Francia, 2014) di Marie-Castille Mention-Schaar. Il film ricostruisce la vera storia di una classe di liceo della periferia di Parigi alla quale una bravissima insegnante assegna la sfida di partecipare ad un concorso nazionale sulla memoria della Shoah.

In qualsiasi caso e qualsiasi titolo si scelga, è essenziale che la presenza dell’adulto, insegnante o genitore, aiuti a riflettere meglio su una memoria.

Perché la memoria non può essere semplice ottemperanza didattica, ma che deve radicarsi nell’animo più profondo dei bambini e dei giovani.

Confliggere è inevitabile?

in Approcci educativi/La Facile Felicità by
Insieme a Giulia Lensi e Renato Palma parliamo di relazioni umane, chiedendosi se confliggere sia inevitabile o no.

Gli esperti dei Peace studies sostengono che i conflitti fanno parte della fisiologia delle relazioni umane (in pratica non è possibile “non confliggere”).

Se così fosse potremmo metterci l’anima in pace (scusate il gioco di parole) e pensare che il conflitto sia come il moto della Terra: è così e basta.
Poi viene da pensare che forse gli appartenenti a quel gruppo, solo qualche secolo fa, erano convinti, a ragione, visto che la maggioranza la pensava come loro, che la Terra fosse piatta e il sole viaggiasse su un carro.

Fatta questa breve premessa, occorre anche dire che una delle caratteristiche degli esseri umani a noi più care è il loro senso della possibilità, tanto che ci siamo inventati una serie di storie che hanno come protagonisti i Sissipole (in Toscana è così che si dice: sì, si può) ai quali dobbiamo la maggior parte delle scoperte e dei tentativi di miglioramento delle condizioni di vita. Il fuoco, le strade, le comunità, le case, l’infanzia, e chi più ne ha più ne metta.

Ci siamo immaginati che le condizioni di vita degli umani siano migliorate in questo modo. Una mattina, molti ma molti secoli fa, qualcuno (più probabilmente qualcuna) si sveglia e dice: “Ho dormito bene stanotte e ho fatto un bel sogno. Invece che sulla nuda terra avevamo organizzato un mucchio di paglia (l’idea che si potesse chiamare pagliericcio è successiva) ben delimitato sul quale dormire. Una meraviglia.

Il bello dei Sissipole era che l’idea era immediatamente accolta con entusiasmo e con una riflessione: vediamo come si può fare.

Naturalmente non tutti reagivano nello stesso modo. Qualcuno, o forse la maggioranza, scrollava le spalle, scuoteva la testa, disapprovava l’idea e se ne andava pensando: le solite donne. Erano gli Unsipole (non credo sia necessario spiegare perché li chiamavano così).

Vedete, l’espressione che più ci ha colpito nelle affermazioni rispettabilissime dei Peace studies è che la logica conseguenza del considerare fisiologico il conflitto è che, in pratica, non è possibile non confliggere.

Chissà allora quante altre cose non sono possibili, oltre a non confliggere. Se è fisiologico non avere ali, allora non è possibile volare.

Ma volendo giocare al gioco dei Sissipole, ci siamo chiesti cosa succede se non consideriamo né come fisiologico, né come inevitabile il conflitto, inteso come confronto nel quale vien fatto ricorso all’uso della forza da parte di chi sa già di essere più forte (una questione di fair play, se vogliamo), cioè nel mondo dell’educazione.

Poi ci siamo chiesti quale sia il momento di spostare una relazione dal campo affettivo a quello conflittuale, nel caso della relazione totalmente asimmetrica che si instaura tra adulti e bambini, e in questo caso ci siamo dati una risposta: il prima possibile, questo suggeriscono gli educatori più seguiti, in modo da evitare di farsi prendere la mano.

E in un certo senso li capiamo. Se si tratta di confliggere, meglio mettere subito in chiaro chi comanda.

Allora forse – un forse naturalmente gigantesco, perché i Sissipole sono pieni di possibilità e quindi di dubbi – abbiamo pensato che non è detto che tutti gli esseri umani abbiano come caratteristica fisiologica l’impossibilità di evitare il conflitto.

Così non ci siamo lasciati condizionare dai molti che sono convinti che i conflitti facciano parte della “fisiologia delle relazioni umane” e che, pertanto, ritengono che non sia possibile non confliggere.

Abbiamo solo pensato che, forse, sempre forse, è da questa loro convinzione che fanno derivare l’approccio conflittuale, e la sua giustificazione fisiologica, e anche che per questo il conflitto continua a essere, per loro, il modo in cui scelgono di educare i loro figli (o sono obbligati dalla fisiologia?).

E se invece i conflitti fossero riconducibili alle modalità con cui si stabiliscono le relazioni umane, e venissero trasmessi attraverso l’esempio delle persone di riferimento (educatori e genitori, nonni e zii e così via), che sono certi che non si possa fare altrimenti e, ovviamente, non amano essere contraddetti?

Cioè: e se il conflitto si apprende dall’esempio, come la lingua e molti altri comportamenti?

In questo caso il conflitto diventa soltanto una risposta adattiva a una relazione basata sul conflitto fin dai primi momenti dell’accoglienza. Bene, il fatto che si possa imparare a essere, generazione dopo generazione, sempre più umani, è un’idea che ci piace molto, certamente che ci rende più liberi e quindi più responsabili: i nostri comportamenti dipendono dalla cultura che creiamo o alla quale aderiamo.

È vero, siamo molto ottimisti, e pertanto, come dice Guenassia, certamente abbiamo torto, ma noi abbiamo deciso di impegnarci in una direzione del tutto diversa.

Ci siamo svegliati una mattina e ci siamo detti: secondo te è possibile immaginare un mondo senza conflitti?

Ovviamente abbiamo risposto: Sissipole!

Per questo non consideriamo i conflitti fisiologici, a un punto tale che cerchiamo di non crearne le condizioni, soprattutto nelle relazioni in cui si trasmette la cultura, e quella forma meravigliosa e molto raffinata della cultura che si chiama affetto. In questo modo quando il conflitto fa parte della relazione lo consideriamo una fase transitoria, un deficit di cultura, frutto di quel modo di vedere che lo considera inevitabile, e finisce per renderlo inevitabile.

Potremmo tentare un esperimento, ci siamo detti. Per rendere il conflitto evitabile non alleviamo le nuove generazioni nell’idea che il conflitto sia inevitabile, solo perché è uno strumento che noi scegliamo di usare. Ci è parso ovvio pensare che se semini conflitto raccogli conflitto. Proviamo, invece, a verificare la possibilità di creare un mondo nel quale la relazione, almeno quella tra due esseri umani, può diventare il luogo nel quale sia facile non ammettere l’uso neanche di una dose minima di forza, e quindi di maltrattamento.

Questo ci impegna a trattare ogni essere umano, a prescindere dall’età, come uno che ha gli stessi nostri diritti a essere trattato bene, senza quelle deroghe che sembrano necessarie a educarlo. Che dire, forse litigare per educare educa a litigare? In questo modo non sentiamo, per cominciare almeno nella relazione educativa, l’esigenza di imporre il conflitto come inevitabile. Questo perché non vogliamo giustificare in alcun modo la nostra sordità ai segnali di arresto, e quindi la scortesia, la mancanza di gentilezza.

Il conflitto, per noi, non è mai qualcosa da trasmettere “a fin di bene” o da utilizzare se “porta a una crescita”. Solo cambiando il nostro approccio, possiamo evitare di far sperimentare ai nuovi arrivati il conflitto come normale, persino utile e fisiologico. Ovviamente si può eccepire che non tutti i litigi sono conflitti, e noi, per superare queste utilissime osservazioni, preferiamo parlare di uso della forza, che viene percepita come fatica.

Se l’educazione viene percepita come faticosa da chi educa e da chi è educato, è ovvio che si sta o usando la forza o resistendo all’uso della forza. In più, quando la forza entra nel tessuto della relazione ha come conseguenza la creazione di un sentimento che certamente non facilita lo stare insieme: la paura.

I bambini hanno paura dei loro educatori, così come all’inizio gli educatori avevano paura dei bambini. Paura significa non fidarsi. Non fidarsi obbliga a difendersi e dà una brutta piega all’affetto, che comunque fa parte dello scambio di esperienze. Si può volere bene e confliggere? Per molti la risposta è ovviamente sì. Ma la domanda dovrebbe essere: si può trattarsi bene e confliggere? Qui la risposta non è così immediata.

Il conflitto non è mai un modo di trattarsi bene, o di trattare bene.

Il conflitto rompe i legami di fiducia, genera paura e distanza, rende difficile la comunicazione, impossibile l’intimità. Allora, come sanno molti, anche nelle relazioni è meglio prevenire, se possibile, i conflitti e quelle forme di maltrattamento che generano sofferenza. Non dimentichiamo che stiamo parlando di relazioni di prossimità che sono la matrice della relazione con sé stesso.

Pertanto preferiamo chiederci come fare per evitare una sottovalutazione di qualsiasi uso della forza. È successo così.

Un’altra mattina qualcuno si è svegliato e ha detto: abbiamo già fatto tanto a inventare la scuola, la famiglia. Che ne pensi se troviamo il modo di rendere la scuola, e in generale la relazione educativa, uno spazio gentile?

La risposta potete immaginarla.

Rientriamo a scuola con gioia!

in Giochi senza frontiere didattiche by
Scopriamo in compagnia di Giovanni Lumini tanti giochi da tavolo e di società per programmare delle attività per il ritorno a scuola.

È stato – ed è ancora – un anno difficilissimo, per tutti ma soprattutto per i bambini, le bambine, le ragazze, i ragazzi, privati di quell’aspetto fondamentale della loro vita che è la frequenza scolastica, l’incontro con gli amici, la prossimità, la possibilità di manifestare fisicamente le proprie emozioni, con il corpo e gli sguardi.

Il gioco sempre, e il gioco in particolare a scuola, può essere uno straordinario strumento di socializzazione immediata, leggera e diretta, con cui ripercorrere con gioia una (speriamo) ritrovata socialità, non appena le scuole saranno definitivamente riaperte per tutti. Non mi resta quindi che, come lo scorso anno di questi tempi, illustrarvi una carrellata di proposte di giochi da tavolo e di società, da regalarvi e da regalare, se siete insegnanti, alla vostra classe.

Il mondo del gioco da tavolo ha rallentato ma non si è fermato: ha dovuto fare i conti, come tutti i settori, con la pandemia, ma ha continuato a produrre idee, novità, giochi veramente interessanti. Suddivido le mie indicazioni in due categorie: PARTY GAME ed ESCAPE GAME.

PARTY GAME – giochi da fare anche in gruppi numerosi

Fra le novità, vi segnalo El Maestro, edizioni ManCalamaro, un gioco in cui dovrete disegnare in aria delle figure che solo voi, quando farete il maestro (un vero direttore d’orchestra), vedete sul vostro “spartito”. Gli altri davanti a voi dovranno cercare di seguire le vostre indicazioni, rigorosamente silenziose, per riprodurre il disegno originale nella maniera migliore. Qui un mio video spiegazione creato durante il lockdown della scorsa primavera. Gioco adatto per la scuola primaria e secondaria di primo grado.

Un altro bel gioco uscito sotto il primo lockdown e sicuramente adatto per essere giocato in classe anche con tutti i ragazzi e le ragazze, in un gruppo unico, è Match Up, edito da Asmodee Italia, una sorta di quiz collaborativo, con ben cinque livelli di difficoltà. In questo caso non vince il più secchione, pronto a rispondere a tutte le domande: si vince tutti, collaborando, oppure perdiamo tutti se non riusciamo ad individuare la carta-chiave, soluzione di tutto il quiz. Vi sono due varianti, come tematiche: Viaggi e Cucina. Anche per questo gioco ho creato un video di spiegazione che può aiutare a chiarire come funziona il gioco. Gioco sicuramente più indicato per la scuola secondaria di primo e secondo grado, anche se il primo livello di ogni variante è affrontabile dalle ultime due classi della scuola primaria.

Per concludere questa sezione, vi consiglio caldamente Sogni per bambine ribelli, edizioni Cranio Creations, un bellissimo gioco collaborativo ispirato al best seller internazionale “Storie della buonanotte per bambine ribelli”. Anche in questo caso non ci sono un vincitore e dei perdenti, ma tutti insieme cercheremo di individuare e riconoscere le donne famose, via via messe in gioco, attraverso la condivisione di indizi/suggerimenti, suggerimenti dati attraverso carte con illustrazioni alla DIXIT, gioco di cui abbiamo parlato all’inizio del viaggio di questa rubrica. Consiglio questo gioco anche perché si apprendono le note di vita, lavoro, curiosità di tantissimi personaggi femminili che hanno attraversato la storia del mondo, cambiandolo. Ottimo gioco per scuola primaria e secondaria di primo grado, con la possibilità di legarlo a doppio filo con il libro a cui il gioco è ispirato.

ESCAPE GAME – giochi ispirati alle Escape Room

Il 2020, pur nelle sue difficoltà, ha visto il proliferare e il definitivo affermarsi di giochi, quasi sempre collaborativi, nei quali tutti insieme cerchiamo di risolvere enigmi via via più difficili per uscire da una situazione, da una storia, da un luogo. Mi limito a indicarvi alcuni dei titoli più significativi, lasciando a voi il compito di fare approfondimenti. Vi segnalo in ogni caso che sono di difficoltà diverse ma tutti molto interessanti, e sarebbe bello sperimentarli con un gruppo classe.

Unlock! edito da Asmodee Italia è un gioco nel quale è necessario osservare via via le carte numerate e cercare di collegarle fra loro: collegando due carte (ad esempio un rampino con una finestra dentro cui dobbiamo salire ed entrare) e sommando i loro numeri, troveremo un altro numero che corrisponderà a una carta da cercare nel mazzo per andare avanti. Per giocare ad Unlock è necessario utilizzare un’App gratuita che scandirà il tempo di gioco (che deve risolversi in un’ora, altrimenti perdiamo tutti) e sbloccherà di volta in volta meccanismi e nuove carte. Questo aspetto digitale sicuramente è una carta (sic!) da giocare in più per far apprezzare il gioco.

Di livello decisamente superiore come complessità sono i casi di Sherlock Holmes: Consulente investigativo (sempre Asmodee Italia) nei quali diventiamo in tutto e per tutto aiutanti del celebre investigatori e dovremo leggere giornali, consultare mappe, osservare attentamente luoghi, fotografie e disegni, per venire a capo di casi, tutt’altro che semplici.

Anche Mystery House (Ed. Cranio Creations), premiato con il prestigioso TOY AWARD, nella categoria teenager e adulti alla fiera del gioco e del giocattolo di Norimberga 2020, è un gioco di enigmi successivi. L’originalità del gioco è che la scatola diventa realmente e fisicamente una casa da esplorare da ogni lato, e nella quale entreremo progressivamente risolvendo gli enigmi e le sfide visive.

Infine segnalo anche la serie dei Deckscape (Ed. DVGiochi) agili Escape Game, contenuti in piccole scatole molto gestibili e pratiche, costituiti da mazzi di carte da scoprire via via che si risolvono i passaggi e gli indovinelli proposti, sia visivi sia codificati.

Mi sento di consigliare gli ultimi due giochi anche alle due ultime classi della scuola primaria, mentre i primi due funzionano sicuramente a pieno se utilizzati nella scuola secondaria.

I “cattivi propositi” di un maestro per il 2021

in Maschile singolare by
Con la fine dell’anno che si avvicina, scopriamo i “cattivi propositi” del maestro Ivan Sciapeconi

Io lo so qual è il problema. Il problema è che a scuola a me piace organizzare una festa di Natale con tutti i crismi. I bambini con la maglietta bianca, il cappellino rosso e Imagine di John Lennon cantata sulla base musicale tirata giù da Internet. È tradizione. Sempre Imagine di John Lennon, guai a cambiare. L’anno scorso mi sono buttato su Astro del ciel e guarda com’è andata a finire: una iella pandemica che non ti dico. Astro del ciel porta male.

Ecco, il problema è che io, con le feste di Natale, faccio un pieno di bontà che mi basta per l’anno intero. Vedo i bambini lassù, sul palco, con le tonsille a bellavista e penso: “Ma sì, dai. In fondo l’anno prossimo andrà meglio. Possiamo continuare, così: il bene vincerà.”

E invece niente, quest’anno la festa di Natale non si può e ho la netta impressione che non ce la posso proprio fare con i buoni propositi.

Non senza le tonsille dei bambini che cantano Imagine di John Lennon.

Sarà un anno di cattiverie.

Farò le linguacce da sotto la mascherina, che dà tanta soddisfazione e non ti beccano neanche con il metal detector. C’è un sacco di gente che se le merita, le linguacce e poi ho gli arretrati: tutti gli anni che per colpa delle feste di Natale mi son tenuto buono. Quella maestra che mi riprende ogni volta perché dice che non posso tappezzare il corridoio con i cartelloni…

Anzi, no, ho un’idea migliore: insegno a far le linguacce da sotto le mascherine anche ai bambini, perché una linguaccia va bene, ma ventisei vanno ancora meglio.

E poi, pensaci bene: in classe, se uno interviene ma non alza la mano, mica lo sai chi ha parlato. Il più delle volte, io faccio finta, perché mi dispiace chiedere: “Eh? Che hai detto? Chi ha parlato?”.

Bella, la didattica in presenza, ma da quando non sono più buono, questa cosa di stare tutti insieme dietro una mascherina e non sapere che cosa dice l’uno o l’altro mi sembra un po’ come la Corazzata Potëmkin per Fantozzi. Lo scrivo? Lo dico? Ma sì, dai, che inauguro l’anno: una cagata pazzesca.

Allora, ho pensato che tanto vale insegnare ai bambini anche a fare le pernacchie, da sotto la mascherina, o a dire le parolacce. Così, quando passiamo per il corridoio, a quella maestra lì viene l’ulcera e per tutto il venti-ventuno ci lascia stare.

Poverina, però. La maestra non è cattiva… è solo che ha tanti problemi già di suo. Ecco, lo sapevo: subisco ancora gli effetti di bontà della festa di Natale del ’19.

Lo so, devo reagire. La scuola primaria è un terreno infido. Se cediamo noi, gli ultimi buoni che credono nella magia del Natale, resteranno solo loro: quelli che ti guardano storto per ogni passo dritto o rovescio che fai.

E allora sì, reagisco. Telefono ai genitori dei miei alunni, uno a uno.  Telefono a quelli che, mentre io mi godevo, beato e rilassato, le canzoncine, le recite, se ne stavano al buio a far le riprese con il telefonino. Mi lascio per ultimo l’asso, il professionista, quel papà che viene tutti gli anni munito di due telecamere, una su cavalletto e una in mano. Tutta gente che si sarebbe potuta godere lo spettacolo in diretta, ma che ha preferito farsi venire un crampo per registrare i figlioletti in maglietta bianca e cappellino rosso che cantano Imagine di John Lennon.

Telefono, la dico chiara, e loro sono comprensivi. Bravi, i genitori, mica come certe maestre che conosco io. Mi mandano le riprese di tutte le feste di Natale passate ed esagerano, pure, perché ci aggiungono pure quelle dei fratellini e delle sorelline, dai tre ai quattordici anni. Tutte. Tutte, tranne quella dell’anno scorso con Astro del ciel. Lo sanno che abbiamo fatto un passo falso ed è ora di cambiare rotta.

Fate come me. Fate i buoni.

Pensare con gli occhi: schermi che educano!

in Pensare con gli occhi by
Scopriamo insieme a Carlo Ridolfi i palinsesti di reti tv e piattaforme web dedicati ai più piccoli: un modo diverso per educare e pensare con gli occhi.

Palinsesti di reti tv e piattaforme web dedicati ai più piccoli: un modo diverso per educare e pensare con gli occhi.

Viviamo in un’epoca difficile, non c’è dubbio. Ma è anche un’epoca, nelle difficoltà, che offre opportunità inedite anche fino solo a pochi anni fa.

A scorrere i palinsesti di reti televisive e piattaforme nel web, raggiungibili comunque tutte con qualsiasi supporto di connessione (smart tv; pc; tablet; smartphone), possiamo infatti trovare un elenco vastissimo di produzioni per bambini e ragazzi, spesso di notevole qualità sia tecnico-artistica che di contenuto.


Non è qui possibile elencarle tutte, perché sono davvero moltissime. Mi limiterò quindi ad una veloce rassegna di alcuni titoli, lasciando la curiosità e il piacere della scoperta a chi legge.

Netflix

Su Netflix, nell’area “bambini”, possiamo trovare, ad esempio, la riproposta completa di due serie fine anni Novanta, già note al grande pubblico delle emittenti private, ma che conservano ancora tutto il loro valore. Sto parlando di Siamo fatti così-Esplorando il corpo umano e di Grandi uomini, grandi idee, serie di produzione francese che ci introducono alla scienza e alla storia. Di produzione più recente invece, provenienti dagli Stati Uniti, sono Chi era? Lo show e Piccoli geni, che dalla storia ai social media, dai germi alle emozioni raccontano e approfondiscono in modo fresco e familiare.

Prime Video

Prime Video si dedica molto alle fasce di età più piccole, prescolari o dei primi anni della scuola primaria. Anche qui potremmo rivedere serie già molto note in tv, come Pimpa Giramondo, Bing o Pocoyo, o grandi capolavori del cinema di animazione come Il flauto magico di Mozart rivisitato da Gianini e Luzzati o La grande avventura del piccolo principe Valiant di Isao Takahata. 

Molto interessanti, soprattutto per bambini e bambine più piccoli, sono Tumble Leaf, nella quale una piccola volpe azzurra scopre il mondo insieme ai suoi amici e ai suoi telespettatori; Creative Galaxy, viaggi nella galassia di una coppia di bambini extraterrestri che risolvono i problemi con l’arte; Dino il dinosauro, con il cucciolo protagonista che manipola oggetti e scopre spazi come fanno davvero i bimbi piccoli.

Disney +

Disney +, oltre a riproporre tutte le serie presenti nei canali Disney delle tv tematiche, offre la possibilità di un’ampia scelta fra documentari naturalistici di ogni tipo.

Rai Play

Notevolissima è, infine, l’offerta di Rai Play, che nella sezione La scuola non si ferma propone un elenco ricchissimo di documentari sull’arte, il cinema, la letteratura, la musica, la natura, la società, la storia, il teatro, i viaggi. Non dimenticando, perché rappresenta un esempio virtuoso di servizio pubblico per l’approfondimento culturale, che sul sito di rai scuola (piattaforma tematica raggiungibile anche al canale 146 del digitale terrestre o al canale 33 della tv satellitare) è a disposizione un patrimonio preziosissimo di programmi, lezioni, speciali che spaziano in ambito multidisciplinare.


ARTE, un canale gratuito da scoprire

in Pensare con gli occhi by
Uno dei migliori canali gratuiti per bambini e ragazzi, ARTE ci propone documentari, fiction, informazione e spettacoli dal vivo, tutti disponibili con sottotitoli in italiano

In questo periodo difficile, nel quale anche cinema e teatri sono chiusi e l’unica possibilità per vedere storie e racconti per immagini in movimento è quella di ricorrere a schermi televisivi o supporti digitali, a volte con necessità di abbonamenti e pagamenti vari, c’è un canale gratuito, raggiungibile con un semplice clic, che va ricordato, sostenuto e utilizzato da genitori e insegnanti.

Sto parlando di ARTE, sigla che sta per Association Relative à la Télévision Européenne, un progetto nato nel 1992 e sovvenzionato con il canone delle reti televisive pubbliche tedesche e francesi, con una programmazione che si compone per il 55% di documentari, per il 25% di fiction, per il 15% di programmi di informazione e per il 5% di musica e spettacoli dal vivo.

Tutto questo prezioso materiale è disponibile su www.arte.tv e tutte le produzioni che vengono proposte hanno i sottotitoli in italiano e possono essere quindi utilizzate sia a scopo didattico che per intrattenimento (ma le due dimensioni non sono in contraddizione fra loro) per bambini e ragazzi a partire dal secondo ciclo della scuola primaria.

Grazie all’offerta produttiva e tematica di ARTE è possibile spaziare dalla storia alla filosofia, dalle scienze alla storia dell’arte, con materiali che vanno dai quattro minuti al lungometraggio o alla ripresa di opere e spettacoli musicali fino a tre ore di durata. Ne ricordo qui solo alcuni, che danno una parziale idea di quante cose si possano trovare e della qualità davvero di altissimo livello con la quale vengono prodotte.

Potremmo vedere, ad esempio, un interessantissimo documentario (durata: 53 minuti) del regista francese Raphael Hitier, dal titolo Crescere davanti a uno schermo, che indaga implicazioni ed effetti della esposizione a smartphone, tablet e supporti di varia natura di bambini e bambine, a volte anche in tenerissima età.

Oppure vedere (e ascoltare) i concerti “casalinghi” che il violinista Daniel Hope (un cognome ben augurante, visto che in italiano significa “speranza”) ha organizzato durante il primo lockdown generale, permettendo a musicisti e spettatori di eseguire ed ascoltare alcuni capolavori della musica classica.

O, ancora, e non è affatto una proposta funerea come potrebbe apparire, un’escursione nel Cimitero del Pére Lachaise a Parigi, grazie a un documentario di 44 minuti diretto da Christophe d’Yvoir e Augustin Viatte, che ci portano in un viaggio al contempo geografico, botanico e storico, dato che in quel luogo sono innumerevoli le ultime dimore di personaggi illustri, da Gioachino Rossini a Georges Méliès, da Jim Morrison a Oscar Wilde.

Ma tutto il palinsesto, rinnovato di settimana in settimana, di ARTE merita di essere seguito, visto e utilizzato. È uno dei migliori esempi di servizio pubblico che l’Europa ci offe.

Scopriamo la pronuncia americana con Vincenzo Schettini… e gli altri video del venerdì

in I Venerdì di Vincenzo Schettini by
Gli ultimi video del venerdì realizzati dal professor Vincenzo Schettini, per parlare di pronuncia americana, body shaming e tanti altri argomenti

Torna, come ogni mese, l’attesa rubrica curata da Vincenzo Schettini, uno dei professori più amati del web, per parlare con studenti e insegnanti di tanti nuovi argomenti. Il professore infatti, oltre a spiegare online i temi più difficili di fisica e matematica, e aiutare i ragazzi a svolgere i loro compiti, affronta in alcune lezioni speciali questioni vicine al mondo dei più giovani: i loro problemi, le loro aspirazioni, le emozioni, sempre in modo divertente e con il sorriso!

Anche questo mese nel suo canale La Fisica che ci Piace – che ha toccato l’incredibile quota di 70.000 iscritti… – il professor Vincenzo Schettini ha parlato di argomenti molto interessanti, che vanno dallo studio della lingua inglese al body shaming, fino all’importanza di sapersi rialzare dopo i piccoli e grandi fallimenti.

Salve prof, e ben ritrovato! Partiamo con un video molto interessante dedicato allo studio della lingua inglese, o meglio alla famosa pronuncia americana, scoprendo anche tre canali molto utili…

Come sapete io sono un appassionato di lingue, e sono sempre stato dell’avviso che una lingua si possa acquisire ovvero assorbire esattamente come fa un bambino. È un passaggio importante, questo, per potersi approcciare alla lingua in maniera immediata e pratica. A proposito della lingua inglese, in questo video ho suggerito tre interessanti canali YouTube portati avanti da tre ragazze americane, che con il loro entusiasmo trasmettono la passione di vivere una lingua esattamente come un bellissimo viaggio, emozionante e ricco di spunti.

Nel prossimo video, è stato toccato un argomento molto attuale e delicato, per le ragazze ma anche per i ragazzi: il body shaming, cioè il fatto di essere deriso per il proprio aspetto fisico…

Sono stato molto colpito dall’intervista che Vanessa Incontrada ha rilasciato a proposito dell’accettazione della propria forma fisica, un percorso lungo, durato anni, che l’ha portata alla consapevolezza che amare se stessi va al di sopra del giudizio degli altri. Ispirato da questa meravigliosa energia ho pensato di fare un video dedicato a questo strano fenomeno che ora viene chiamato body shaming ma che in realtà esiste da sempre. Semplicemente adesso i social media lo enfatizzano e lo rendono più pesante da sopportare.

Questo mese hai realizzato un video intitolato fallire e rialzarsi, dedicato ai piccoli fallimenti di ognuno di noi, ma soprattutto alla spinta motivazionale che possono darci, perché è importante dire a tutti gli studenti di non arrendersi mai!

Esattamente! A volte ho l’impressione che specie le nuove generazioni, proprio perché sottoposte a migliaia di input giornalieri, vedano il percorso di crescita come qualcosa che deve proseguire in maniera lineare, senza deviazioni, appunto senza possibilità di fallire. È esattamente il contrario! Il fallimento fa parte della crescita, fa comprendere, ci mette in gioco e ci dirige verso quello che davvero vogliamo. Nel video ho mostrato tre importanti ragioni per le quali vale la pena fallire.

Nel prossimo video hai parlato di amicizia tossica, un tema molto delicato e sentito dai ragazzi, ma soprattutto del modo in cui possiamo riconoscerla…

Io da giovane ho avuto un rapporto molto complicato con questa parola: amicizia. Anche ora ho pochi amici, veri, che mi aiutano e che sono concretamente presenti nella mia vita. L’argomento dell’amicizia passa attraverso la crescita personale e impariamo ad apprezzare i rapporti con gli altri solo quando ne vediamo chiaramente la natura. In questo video ho condiviso tre segnali che mostrano chiaramente quando un’amicizia non è sincera.

Infine, nel giorno contro la violenza delle donne, un video dedicato a come liberarsi da un amore tossico: ecco cinque segnali che possono diventare campanelli d’allarme…

Questo video è capitato per caso nella settimana contro la violenza sulle donne: dico per caso perché avevo programmato di parlare di amore esattamente dopo la settimana in cui ho parlato di amicizia. L’ho dedicato alle donne, al loro mondo, alla loro sensibilità. Ho parlato di quegli amori che fingono di essere tali, che si trascinano, che intossicano chi spera in qualcosa di genuino, che spesso sono pericolosi.

Giovani e salute mentale: una giornata da ricordare

in Ora di Alternativa by
Perché è importante parlare in classe di disagio psichico e corretto uso dei social, con la Giornata Mondiale della Salute mentale

Passata (almeno in Italia) quasi totalmente inosservata, il 10 ottobre scorso si è celebrata la Giornata Mondiale della Salute mentale. Istituita nell’ormai lontano 1992 dall’OMS, essa si prefigge di sensibilizzare l’opinione pubblica relativamente al tema dei disturbi mentali e di promuovere lo sviluppo di forme di cura e di assistenza nei vari Stati, che generalmente non dedicano risorse sufficienti ad affrontare una problematica che, stando ai dati Unicef, sta facendosi sempre più grave anche e soprattutto tra i più giovani. Per citare un dato tra i più impressionanti, il 20% dei giovani è affetto da patologie psichiche, e nella fascia d’età 15-19 il suicidio è la seconda causa di decesso.

Tema delicato, quindi, perché chiama in causa parole tabù come disagio psichico e – all’opposto – felicità, termine quasi scomparso dal vocabolario di una società sempre più orientata verso i valori del raggiungimento del successo, dell’immagine e della funzionalità socio-economica dell’individuo.

Colpevolmente ignorata anche dal sottoscritto fino a non molto tempo fa, quest’anno mi sono deciso – per quel moto fulmineo che ogni tanto prende anche l’insegnante – di parlare in classe della Giornata del 10 ottobre, anche attraverso l’ausilio di una striscia assai simpatica con protagonista una coppia di orsi, Milk and Mocha bear, e che – nonostante i miei cinquant’anni suonati, o proprio per quello – seguo costantemente. Per vedere la striscia, basta collegarsi alla pagina Facebook di Milk and Mocha bear.

La strip ideata per celebrare la Giornata ritrae la piccola orsa bianca vittima di bullismo via internet: coperta di insulti e di immagini offensive, l’orsa piange, e solo l’abbraccio del suo compagno orso la protegge. A giudicare dalle reazioni degli alunni, mai – posso dire – tempo fu meglio speso in classe: traspariva dai loro volti il senso di una liberazione, del ”finalmente se ne può parlare”, di una partecipazione e forse anche di un vissuto, come se improvvisamente si fosse messi davanti a grida di dolore mute, inascoltate, un dolore che in molti casi può risultare difficile da sostenere, specie per i più fragili .

I più fragili e i più soli, verrebbe da dire, perché la prima ancora di salvezza – come illustrato dalla striscia e dall’indagine dell’Unicef – è sempre la relazione affettiva, specie in ambito familiare, mancando la quale si aprono le voragini di un abisso difficile poi da risalire. Nell’inchiesta Unicef appare interessante anche la scarsa importanza attribuita dai ragazzi all’uso dei social media per raggiungere un adeguato livello di felicità, mentre un ruolo di primo piano sembra avere la frequenza del gioco all’aperto, pesantemente penalizzato dalle attuali norme di confinamento, il che darebbe molto da riflettere agli assertori così rigidi del lockdown; così come dovrebbe darla la chiusura delle scuole, che recenti inchieste e denunce – come quella del nostro Comitato tecnico scientifico – denunciano come una vera e propria ”emergenza” in ordine al benessere e alla possibilità di evoluzione dei più giovani.

Per tornare al tema della striscia, il bullismo sui social, una delle maggiori fonti di disagio tra i giovani, verrebbe in prima istanza da osservare che gli sfottò e le prese di giro ci sono sempre stati: vero, ma altrettanto vero è che i social media amplificano la potenza di tali messaggi diffondendoli – e per scritto – a un pubblico potenzialmente infinito, tale comunque da creare ansia e soggezione in chi è vittima dell’offesa.

E si potrebbe intravedere una scia lunga, che parte dagli anni Ottanta e prosegue fino ad oggi, fatta di programmi televisivi che hanno sdoganato l’offesa gratuita, imbecille, che hanno premiato e premiano – come neirealitychi si dimostra più cinico, più capace di schiacciare l’altro e di inchiodarlo alla parete del pubblico ludibrio, osannato da una folla sempre più becera e disumanizzata. Proprio questa piaga della disumanizzazione di una società che rischia sempre più di diventare senza volto, vuota, preda di un nichilismo feroce, andrebbe combattuta insieme dalla scuola e dalla famiglia, tutte e due chiamate a educare e – nel caso della famiglia – a far stare quanto più alla larga i propri figli da certe fonti di vero e proprio veleno.

Per affrontare il tema del bullismo e dell’uso dei social, ecco alcuni libri rivolti direttamente alle ragazze e ai ragazzi:
Fabio Leocata, Gentile come te, Librì 2020, le avventure e i problemi di un gruppo di preadolescenti.
Sabrina Rondinelli, Camminare correre volare, Edizioni EL 2008, il bullismo raccontato dalla parte di una bulla.

Immagine di copertina: Zulmaury Saavedra

Le forme della gentilezza

in Sentieri tra i banchi by
Quali sono le forme che può assumere la gentilezza? Scopriamolo in un percorso tematico, da realizzare con le ragazze e i ragazzi della scuola secondaria di I grado

In occasione della Giornata Mondiale della Gentilezza, che si festeggia oggi 13 novembre, vi proponiamo un piccolo viaggio fatto di parole “gentili”, un percorso tematico che ogni insegnante della scuola secondaria di I grado potrà utilizzare per realizzare un’attività extracurriculare con i suoi studenti. Ogni parola è introdotta da una frase e si chiude con alcune domande che saranno di stimolo alla discussione o alla compilazione di un elaborato.

Dopo il primo percorso dedicato alla scuola primaria, ecco il secondo appuntamento, riservato alle scuole secondaria di I grado!

Per festeggiare con voi siamo riusciti ad attivare un super sconto riservato agli insegnanti sull’acquisto de “La Gentilezza vola lontano” (scuola primaria) e “Gentile come te” (scuola sec. I grado). In fondo all’articolo tutte le informazioni per usufruire del codice sconto.

Diversità

“Ognuno all’interno di un gruppo recita la sua parte, anche se non lo sa. C’è quello simpatico, quella cool, quella che fa la pazza, quello studioso, quella carina, quello timido.”

Le ragazze e i ragazzi sono tutti accomunati dalle stesse fragilità, dagli stessi problemi, dai medesimi dubbi. Eppure sono tutti così diversi! È proprio questa diversità che la scuola dovrebbe riuscire a preservare e a trasformare in una ricchezza per il gruppo. In una società che tende ad appiattirci e a creare competizione, l’unicità di ognuno deve diventare la base dello stare insieme, della cooperazione, della solidarietà.

Riesci a descriverti in poche parole? E riesci a descrivere le tue compagne e i tuoi compagni? Quali sono le cose che di te e di loro cambieresti?

Solitudine

“Sentirsi soli è la cosa più terribile che ci sia. È come una specie di virus, un male invisibile che ti entra dentro e ti si attacca alle cellule, succhiandoti la vita”

La preadolescenza è un momento splendido, ma anche difficile. I rapporti interpersonali e l’accettazione da parte del gruppo giocano un ruolo importante nel benessere delle ragazze e dei ragazzi. Per questo è fondamentale educare alla gentilezza, all’ascolto attivo, alla solidarietà. Tutti valori che i ragazzi possono usare come bussole per combattere il terribile morbo della solitudine, per non perdersi in questo avventuroso percorso di crescita.

Ti capita mai di sentirti sola (o solo)? Quali sensazioni provi? Pensi che qualcuno tra i tuoi compagni ne soffra in silenzio?

Accettarsi

“Penso a quando rivedrò i miei amici. Sarà tutto come prima? E loro, cosa penseranno di me? Ti sembro la stessa di sempre? E se sono cambiata, sembro più brutta o antipatica o noiosa?”

La preadolescenza è il momento del cambiamento. Cambiano i gusti, cambiano i modi di relazionarsi con gli altri. E soprattutto cambia il corpo. Talvolta questi cambiamenti possono creare imbarazzo o un senso di spaesamento, e ci chiediamo come reagiranno i nostri compagni.

Ci sono stati ultimamente dei cambiamenti nel tuo corpo? Pensi che siano una cosa positiva o negativa? Come ti immagini alla fine delle medie?

Bullismo

“Mi sono passate per la testa le raccomandazioni degli insegnanti e dei genitori, quando ci dicevano di stare attenti, di tenere sempre gli occhi aperti, di essere sempre gentili e disponibili con gli altri, e io che dentro di me ogni volta pensavo: a me e ai miei amici non accadrà mai!”

Non è sempre facile comprendere la differenza tra uno scherzo e un atto di bullismo. Il bullismo infatti ha varie forme, alcune più brutali ed evidenti, come una percossa. Altre invece sono più labili e invisibili. E si possono nascondere dietro semplici scherzi ripetuti, soprannomi, prese in giro all’uscita della scuola come nella chat di classe. Il bullismo è pericoloso e non dobbiamo mai sottovalutarlo: può assumere strane forme, e può portare le persone a fare cose inimmaginabili, sia chi lo commette sia chi lo subisce.

Sei mai stato vittima di bullismo? E qualche tua amica o amico? Credi che, se dovesse accadere a te, saresti in grado di parlarne con un insegnante, un compagno o un parente?

Aiuto

“È successa una cosa brutta a una mia amica. Io vorrei aiutarla, ma lei mi ha detto che adesso ne è uscita e non ha più bisogno del mio aiuto. Io non so cosa fare, perché non so se è vero”.

Non sempre chi ha bisogno di aiuto è in grado di chiederlo. O meglio, non sempre è in grado di farlo con le parole. Qualche volta le ragazze e i ragazzi lo fanno solo con lo sguardo, con i gesti, con il comportamento, tendendo a chiudersi o fuggire, oppure a diventare aggressivi. Dall’altra parte, l’esperienza insegna che non è facile aiutare una persona – soprattutto se si tratta di un problema importante – e che spesso, se ci accorgiamo di qualcosa, è meglio rivolgersi a un adulto.

Come ti comporti quando hai un problema? Ti è mai capitato che un amico o un’amica ti chieda aiuto? Bullismo, problemi alimentari, familiari… qual è il modo migliore per aiutare una persona?

Amore

“Cosa mi ero messa in testa? Davvero pensavo di potergli piacere? Perché mai un ragazzo come lui doveva interessarsi a una tipa insignificante come me?”

La preadolescenza è il momento delle grandi “cotte”. Cambia il modo di vedere il mondo e cambia anche il modo in cui si vedono quelli dell’altro sesso. Spesso però non è facile fare i conti con le proprie emozioni e con i propri sentimenti. Ci possiamo sentire inadeguati, sia nel fisico sia nel carattere. Eppure, i sentimenti ci sono. Sbucano dal cuore e chiedono di essere ascoltati. È adesso che si può educare al rispetto verso gli altri e verso se stessi.

Ti è mai capitato di provare un forte sentimento per una persona? È qualcosa di piacevole o no? Come si esprime, secondo te, il rispetto all’interno di una coppia?

Social

“Credo si debba fare molta attenzione a quello che si posta sui social e anche a quello che si scrive. Davvero, bisogna stare attenti!”

I preadolescenti trascorrono molto tempo sui social. Li usano per rimanere sempre in contatto, per scambiarsi informazioni, per scherzare o prendersi in giro, per chiedere consigli e aiuto. Non sempre però sono consapevoli di quello che stanno facendo ogni volta che scrivono o postano qualcosa. Pensiamoci bene ogni volta che diamo un giudizio su qualcun altro, che postiamo una foto, che raccontiamo qualcosa di noi.

Esiste un uso giusto e sbagliato dei social? Ti è mai capitato di sentirti offeso per qualcosa che ha scritto o postato un amico? Secondo te, la chat della tua classe potrebbe essere usata meglio?

Un antidoto

“La gentilezza è come un antidoto, una specie di vaccino capace di combattere non solo il virus della solitudine, ma anche quello dell’ignoranza, del razzismo, dell’indifferenza”.

L’abbiamo visto, tutte le ragazze e i ragazzi di questa età sono alle prese con un periodo incredibile della loro vita: con le amicizie, la scuola, il rapporto con i genitori, la scoperta dell’amore, il desiderio di essere accettati dal gruppo, il bullismo, il sesso, l’anoressia… eppure il modo migliore per affrontare tutto questo c’è. E si chiama gentilezza. Che non è un insieme di regole, ma è un atto rivoluzionario, di libertà.

“Mi tornano alla mente le parole che una mia amica mi ha scritto sul diario: Sii sempre gentile quand’è possibile. Beh, è sempre possibile


Le citazioni di questo articolo sono tratte dal libro per ragazzi Gentile come te, edito da Librì Progetti Educativi, 2020. Un diario che narra le vicissitudini di un gruppo di preadolescenti, alle prese con le difficoltà e gli ostacoli di tutti i giorni, affrontando temi importanti e delicati.

Per tutti gli insegnanti abbiamo attivato un pacchetto super scontato per l’acquisto di 8 copie a scelta fra La Gentilezza vola lontano” (scuola primaria) e Gentile come te” (scuola sec. I grado) con uno sconto del 40%! Vai sulla pagina dedicata di Librì Progetti Educativi e usa il codice: Gentilezza

Se desideri consigliarlo alle famiglie scrivici un’e-mail e ti forniremo le indicazioni per l’acquisto scontato per i genitori: scuola@progettiedu.it

Solitudine, friendzone… e gli altri video del venerdì

in I Venerdì di Vincenzo Schettini by
Rivediamo insieme al professor Vincenzo Schettini i video del venerdì di questo mese, per parlare di metodo di studio, alimentazione, friendzone e solitudine.

Torna la rubrica del prof Vincenzo Schettini, uno dei più amati del web, per parlare di tanti argomenti che stanno a cuore ai più giovani (ma anche agli insegnanti!). Sì perché nel suo canale La Fisica che ci Piace – che ha superato quota 61.000 iscritti… – non vengono trattati solo argomenti di fisica e matematica, ma si affrontano ogni volta questioni vicine al mondo dei ragazzi: i loro desideri, i loro problemi, le loro emozioni… sempre con il sorriso!

Questo mese il professor Vincenzo Schettini ha toccato degli argomenti molto interessanti, e anche molto differenti tra loro, che hanno creato un grande “traffico” nel suo canale e di cui vogliamo parlare: metodo di studio, alimentazione, friendzone e solitudine.

Salve prof, e ben ritrovato! Partiamo con un video veramente utile dedicato a un metodo di studio innovativo, che sta prendendo sempre più piede: la tecnica ACTIVE RECALL.

La mia curiosità nei confronti dei metodi di studio è fortissima, anche perché tanti mi chiedono come migliorare le prestazioni nello studio. Ma quando ho scoperto questo particolare metodo sono rimasto a bocca aperta anch’io, credetemi! Ho spiegato appunto nel video un approccio personalizzato che io stesso ho collaudato con questa metodologia chiamata “richiamo attivo” o se la vogliamo dire all’inglese active recall”.

Siamo arrivati a un argomento che, inutile negarlo, interessa veramente tanto alle ragazze e ai ragazzi che ti seguono: Friendzone o fidanzati? Che puoi dirci in proposito?

Quest’estate ho ricevuto un messaggio da uno dei miei followers che mi chiedeva di trattare proprio questo argomento. Ho cercato in rete la parola Friendzone scoprendo poi che era l’inglesismo della traduzione di uno stato d’animo davvero complicato, nel quale tutti quanti ci siamo ritrovati da adolescenti: corteggiare una persona senza mai dichiarare i propri sentimenti e alla fine venire etichettati come “semplici amici”. È una situazione davvero difficile: nel video ho dato tre consigli per superare al meglio questa situazione, uscendone vittoriosi!“.

Questo mese hai parlato anche di alimentazione, un argomento che a noi – da sempre rivolti al mondo della scuola – sta molto a cuore. Ma anche alle ragazze e ai ragazzi!

Non potevo non trattare questo tema. Quando ero adolescente pesavo 20 kg in meno: immaginate che già ora sono piuttosto magro! Quindi ho affrontato insieme alla mia famiglia un percorso per capire da dove iniziare, per migliorare il mio corpo e ho scoperto che tutto, o quasi, girava attorno al cibo. Nel video ho commentato cinque classici errori sull’alimentazione che specie i ragazzi fanno durante il periodo dell’adolescenza e che quindi sono assolutamente da evitare”.

Infine, tocchiamo un tema molto delicato, soprattutto per la fascia d’età adolescenziale: la solitudine, un sentimento negativo e pericoloso…

Siamo tutti soli, viviamo continuamente dei momenti di solitudine anche quando paradossalmente siamo circondati da tantissime persone e sommersi da messaggi attraverso i social. La solitudine ci accomuna, forse è il sentimento più condiviso al mondo. Sono particolarmente orgoglioso di questo video anche perché moltissima gente lo ha commentato condividendo la propria personale esperienza, rivelando ai lettori le tante facce della solitudine. Scoprite guardando questo video i cinque step per superarla!“.

Halloween: il brivido per bambini… e adulti!

in Pensare con gli occhi by
Film e cartoon per trascorrere in famiglia la serata di Halloween

Da qualche anno anche da noi in Italia ottobre è il mese che si conclude con Halloween. Festa di origine celtica, importata negli Stati Uniti e diventata un appuntamento fisso per ragazzini e ragazzine, per quelli della mia generazione era legata alle strisce dei Peanuts di Charles Schulz nelle quali venivano raccontate le peripezie di Linus alle prese con il Grande Cocomero.

La notte della vigilia di Ognissanti, per un particolare affastellarsi di tradizioni popolari, credenze precristiane ed elaborazioni narrative, è diventata sinonimo sia di divertimento che di racconto di paura.

Non dobbiamo stupirci, fatta la tara di tutto il calcolo commerciale che è stato evidentemente compiuto su questa scadenza, che i racconti di paura, o dell’orrore, rivestano un particolare fascino per ragazzini e ragazzine. La paura è emozione fondamentale per l’essere umano fin dalla notte dei tempi, perché è, al contempo, segnale di allarme che ci permette di allontanarci dai pericoli e sprone a misurarci per superarla.

Sarebbe sterminato l’elenco di film, serie tv, corti di animazione che hanno preso Halloween come tema portante. Non posso quindi che limitarmi a qualche accenno, fra le produzioni che ritengo più significative.

La leggenda della valle addormentata

Inizierei con un gioiellino del cinema di animazione Disney come La leggenda della valle addormentata (Usa, 1949), mediometraggio di una trentina di minuti tratto dal (bellissimo) racconto omonimo scritto nel 1820 da Washington Irving e diretto da un trio di maestri della bottega disneyana come Jack Kinney, Clyde Geronimi, James Algar. Dallo stesso racconto, nel 1999, Tim Burton trasse La leggenda di Sleepy Hollow, ottimo film adatto ai più grandicelli.

Nigthmare Before Christmas

Sempre Tim Burton firma, nel 1993, affidando la gran parte del lavoro di messa in scena a Henry Selick, Nigthmare Before Christmas, che è racconto natalizio con protagonista il delizioso Jack Skeleton, signore del paese di Halloween.

È presente in libreria una bella edizione molto curata.

Piccoli brividi 2 – I fantasmi di Halloween

Molto più recenti e facilmente rintracciabili , sono due divertenti lungometraggi come Piccoli brividi 2 – I fantasmi di Halloween (2018) di Ari Sandel e Hubie Halloween (2020) di Steven Brill, con Adam Sandler.

Ghosts

Infine, per concludere in musica, ricorderei Ghosts (1997) di Stan Winston, un mediometraggio che ha Michael Jackson come protagonista (sia nella parte del buono che in quella del cattivo, anche se i confini fra le due dimensioni morali sono qui davvero incerti). Non manca, ovviamente, una seconda parte ampiamente musicale con coreografie di grande suggestione. Va sottolineato che alla sceneggiatura hanno collaborato, oltre allo stesso Jackson, due scrittori di storie di paura come Mick Garris e, soprattutto, quello Stephen King che è ancora oggi l’insuperato maestro di una letteratura certamente non per bambini piccoli, ma che ha una sua grande dignità in qualità di scrittura e capacità narrative.

Buon Halloween a tutti!

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Racconti GiocOvunque: idee per una bella scuola

in Giochi senza frontiere didattiche by
Tanti episodi di scuola vera, idee e buone pratiche: è il nuovo progetto dell’Associazione GiocOvunque, realizzato da Giovanni Lumini e Rossano Dalla Barba.

Sono sicuramente tante/i, tantissime/i gli insegnanti in Italia che praticano una didattica meno tradizionale, che tolgono la cattedra, che evitano la lezione frontale, che fanno lavorare le bambine e i bambini in gruppo, che sperimentano insegnamenti alternativi, che non assegnano compiti a casa, che si muovono nell’ambiente e lo esplorano insieme agli studenti.

Non tutte queste esperienze però vengono adeguatamente raccontate o, quantomeno, portate alla luce. Certamente Occhiovolante dà il suo contributo alla diffusione di queste buone pratiche.

Noi, Giovanni Lumini e Rossano Dalla Barba, autori del documentario Basta compiti, uscito nel maggio del 2019, e del quale abbiamo fatto una presentazione qui su Occhiovolante, abbiamo deciso di partire con un nuovo progetto, Racconti GiocOvunque, con lo scopo di far emergere le migliori “idee per una bella scuola”.

Aiutati e sostenuti da Associazione GiocOvunque in collaborazione con Reservoir Film e Parpignol, abbiamo scelto un format che fosse agile e fruibile da tutti e che al tempo stesso stuzzicasse curiosità; magari invitasse all’azione e/o all’emulazione altre/i insegnanti!

Sul nostro canale youtube, pubblicheremo con cadenza ci auguriamo mensile (o al massimo bimestrale) un episodio di scuola vera e vissuta, della durata massima di 15/20 minuti.


Il primo episodio è già disponibile e racconta il progetto BimbiSvegli di Serravalle d’Asti, attraverso la testimonianza del suo insegnante ideatore e principale animatore, Giampiero Monaca.

siamo a disposizione di quelle/quegli insegnanti, di ogni ordine e grado, che abbiano voglia di raccontare, in un episodio, la loro esperienza e la particolarità della loro metodologia di insegnamento.

Ci potete contattare attraverso le pagine social Facebook e Instagram, facilmente rintracciabili, attraverso il canale youtube citato, alla email racconti.giocovunque@gmail.com  e al numero di telefono (anche whatsapp) 338/8180274.

Chi volesse sostenerci fattivamente, con un contributo continuativo anche minimo, può farlo seguendo questo link dove, fra le ricompense, è previsto anche l’invio di una copia del film Basta compiti.

Buona visione del primo episodio e iscrivetevi alle nostre pagine per sostenere il progetto. Grazie!

La storia negli oggetti

in Archeodidattica: strategie e laboratori by
Un laboratorio di archeo-didattica, ideato da Erica Angelini, per ricostruire la storia dei luoghi, attraverso lo studio degli oggetti

Vi è mai capitato di prendere in mano un oggetto trovato ad esempio in un mercatino dell’usato, e pensare con curiosità: “quanta storia avrà alle spalle”? A questo proposito, Pirandello scrive: “La fantasia abbellisce gli oggetti cingendoli e quasi irraggiandoli d’immagini care. Nell’oggetto amiamo quel che vi mettiamo di noi”.

La sensazione che avevo da bambina – che gli oggetti non fossero solo oggetti ma che prima o poi potessero prendere vita, come nei film della Disney – si è trasformata nella certezza, che ho da adulta, che gli oggetti possano davvero “parlare” e “raccontare” meravigliose storie!

Non tutti però sono in grado di capire queste storie, ci sono nel mondo alcune categorie di privilegiati:

– per primi i bambini, che guardano il mondo senza filtri e possono senz’altro parlare con pupazzi e bambolotti, certi che questi risponderanno.

– gli scrittori, inventori di storie, che osservando gli oggetti ne traggono ispirazione per un nuovo racconto.

– gli artisti, che attraverso la conoscenza delle tecniche e degli strumenti, trasformano le loro produzioni materiali in opere emozionanti.

– gli archeologi che, attraverso una lunga formazione, imparano a trarre informazioni utili dagli oggetti, dalle loro forme, dagli usi, dai materiali usati per costruirli ecc., per ricostruire la storia della Terra e quella dell’uomo.

Perché quindi non partire proprio da loro per cominciare un nuovo argomento? In fondo dagli oggetti costruiti e utilizzati da una società possiamo, anche senza essere archeologi, capire tante cose… faccio un esempio! Per introdurre la civiltà dei Villanoviani, ben rappresentati dai ritrovamenti archeologici conservati nel museo archeologico di Villa Verucchio (Rimini), comincio sempre con una serie di slide di immagini degli oggetti ritrovati durante gli scavi. Sono molti infatti i ritrovamenti villanoviani provenienti dalla necropoli del Verucchio.

Prepariamo un cartellone!

Prima di cominciare la proiezione, prepariamo insieme un cartellone, o predisponiamo la lavagna, per accogliere le nostre supposizioni, che verranno verificate in un secondo momento. Trattandosi di classi quinte della scuola primaria do per scontato che conoscano il concetto di traccia e di fonte storica, ma per essere sicura di lavorare su conoscenze pregresse ben sviluppate, per ogni immagine chiedo sempre: di che tipo di fonte si tratta e quali informazioni ci può dare?

Le fonti visive

Portare i bambini a ragionare sugli oggetti, e più in generale sulle fonti visive, ha molti vantaggi:

– per prima cosa permette a me di parlare meno lasciando più spazio a loro.

– permette di attirare subito l’attenzione anche dei più distratti, cosa che non farebbe invece la lettura sul libro o il racconto dell’insegnante.

– permette a ciascuno di essere protagonista attivo della lezione che richiede, per il modo in cui è strutturata, il contributo, le idee, le opinioni di tutti i membri della classe.

– permette ai bambini di collegare le immagini sullo schermo a oggetti della vita quotidiana e di fare supposizioni sui materiali e le tecnologie usati per costruirli, sull’uso, sull’estetica ecc., proprio come viene indicato negli obiettivi di apprendimento per l’insegnamento della Storia («Individuare le tracce e usarle come fonti per produrre conoscenze sul proprio passato, della generazione degli adulti e della comunità di appartenenza […] Ricavare da fonti di tipo diverso informazioni e conoscenze su aspetti del passato»).

Inoltre il lavoro svolto sulla Lim e non sul libro di testo (dove spesso si trovano immagini interessanti) produce, a mio modo di vedere, un senso di lavoro di gruppo che non si produrrebbe usando il libro personale. Questo lavoro di analisi accende i cervelli e la curiosità di sapere se le supposizioni fatte corrispondono alla realtà oppure no!

Laboratorio di archeo-didattica sui Villanoviani

Ecco alcune delle immagini che uso (scaricate dal WEB) per il laboratorio di archeo-didattica sui Villanoviani seguite da alcuni miei spunti di riflessione.

Le prime due immagini ci permettono di riflettere sul luogo in cui sorgeva la civiltà,

in questo caso un’altura da cui si poteva scorgere buona parte della valle del fiume Marecchia e anche il mare.

La riflessione sul luogo porta inevitabilmente a fare molti collegamenti con il territorio e le materie prime a disposizione della popolazione e di conseguenza sull’artigianato (prodotto con le materie prime del luogo) e ancora sui commerci. Questo modo di ragionare si collega molto bene con l’insegnamento della Geografia perché conoscere un territorio ci aiuta anche a capire gli usi e i costumi della popolazione che lo abita.

Queste figure rappresentano oggetti d’ambra, la resina fossile che si trova abbondantemente nei corredi funebri delle donne villanoviane; una riflessione, su cos’è l’ambra (gli amanti dei fossili sono sempre molto ben informati!) e da dove si estrae, ci porterà a fare considerazioni interessanti sui commerci e sulle mode.

Queste immagini rappresentano alcune fra le urne cinerarie ritrovate nelle necropoli villanoviane; la riflessione sui diversi modi di concepire la morte nelle civiltà è davvero interessante e riflette la psicologia e la cultura dei diversi popoli; per approfondire consiglio P. Ariès “L’uomo e la morte dal medioevo ad oggi”.

Queste immagini ci portano a scoprire una delle tecniche artigiane usate dai villanoviani: la tessitura con telaio verticale. Proviamo a scoprire di cosa si tratta osservando i disegni sul “tintinnabulo” (uno dei pesi usati per tenere i fili tirati) e, a proposito di storie, chiedendo ai bambini di raccontare cosa è raffigurato su questo oggetto, vengono fuori storie davvero interessanti e buffe!

Dopo aver visionato altre “immagini parlanti”, e aver raccolto tutte le supposizioni, proviamo a vedere quali sono vere, e quali invece non corrispondono alla realtà dei fatti. Poi proviamo a ricostruire la vera storia del popolo di cui stiamo parlando.

Concludo l’incontro (o gli incontri) sui villanoviani, con un laboratorio pratico di tessitura, non a telaio verticale ma orizzontale, dedicando del tempo a spiegare e a sperimentare diversi strumenti per tessere.

Approfondimenti

Per avere qualche spunto sulla tessitura a telaio, si trovano in commercio molti libri per principianti.

Per avere altri spunti sui laboratori di archeo-didattica o sulla tessitura vi consiglio di visionare il mio blog www.maniingioco.blogspot.com o il mio profilo Facebook “Mani in Gioco”. Buon lavoro a tutti!

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Un sogno nel cassetto… e gli altri video del venerdì!

in I Venerdì di Vincenzo Schettini by
Dopo la pausa estiva, torna l’appuntamento con il professor Vincenzo Schettini e i suoi seguitissimi video del venerdì

Anche se con tutte le attenzioni possibili, le scuole di tutta Italia hanno finalmente riaperto le loro porte agli studenti. E con l’inizio dell’anno scolastico, torna anche la rubrica con i video del venerdì, curata da Vincenzo Schettini, uno dei professori youtuber più famosi e seguiti d’Italia, nonché volto noto di programmi Sky e Rai.

Il successo del suo canale La Fisica Che Ci Piace ha contagiato non solo tantissimi studenti, che seguono i video e le dirette per prepararsi alle interrogazioni, ma anche moltissimi adulti affascinati dal modo semplice, chiaro e divertente con cui vengono trattati argomenti di fisica e matematica. Oggi gli iscritti sono saliti a oltre 55.000!

Il professor Schettini però, come sappiamo bene, con i video del venerdì condivide anche le sue esperienze e dà utili consigli agli studenti su tantissimi argomenti. Di cosa ha parlato nell’ultimo mese? Per scoprirlo, chiediamolo direttamente a lui…

Buongiorno professore e ben trovato! Innanzitutto, come ha trovato i suoi ragazzi dopo tutti questi mesi e cosa si aspetta dal mondo della scuola?

Ho avvertito una chiara voglia di ricominciare, di tornare a scuola, di rimettersi in gioco! Ho lanciato a metà agosto un sondaggio sul mio canale Telegram (a proposito, potete iscrivervi a questo canale entrando in Telegram e cercando “la fisica che ci piace”) chiedendo loro se preferivano ricominciare a distanza oppure in presenza. Due su tre hanno votato in presenza, chiaro segno di voler tornare alla normalità. La scuola sicuramente è in un momento molto delicato, si sono fatte tante cose quest’estate in tutti gli istituti italiani per rientrare in sicurezza e mi auguro, anche se sono convinto che ci saranno contagi qua e là, che si possa vivere un anno quanto più sereno possibile, ne abbiamo tutti bisogno.

Il primo video del venerdì è stato molto emozionante, perché è un argomento che ci interessa da vicino: come realizzare i propri sogni! Anche perché, come dice lei, avere un sogno è importante, ma averne tanti è ancora meglio…

Io praticamente vado avanti a botte di sogni! Ogni giorno spingo me stesso alla ricerca di obiettivi che rispondono sempre più alla domanda “chi sono veramente io”. In tantissimi hanno commentato il video “Avere un sogno”: scoprendo che un sogno corrisponde anche a tanto sacrificio, molti si sono ritrovati in questa lettura e hanno confessato nei commenti cosa pensano della propria vita e chi vogliono diventare! Consiglio non solo di vedere il video ma anche di leggere i commenti sotto il video: se volete, potete commentate anche voi e lasciare traccia dei vostri personali meravigliosi sogni.

In un altro video, parliamo di un argomento che interessa veramente tutti i ragazzi: imparare l’inglese con la fisica! Ma è possibile?

Certamente, anzi, diventa interessante, divertente e stimolante! Da tempo vivo personalmente un’esperienza forgiata con le mie stesse mani sull’acquisizione delle lingue straniere, in particolare dell’inglese. Non ho mai studiato inglese a scuola, ma con una tecnica completamente inventata da me ora sono fluente in inglese dopo appena due anni di pratica. Nel video “Impara l’inglese con la fisica”, ho descritto e lasciato i riferimenti di 3 canali YouTube a tema scientifico completamente in inglese, dando anche alcuni suggerimenti per vedere correttamente i video, migliorando il proprio livello giorno dopo giorno.

Ci sono comunque molti testi in libreria per imparare l’inglese attraverso lo studio delle materie, come

“Studiare è un gioco da ragazzi”

“Impara l’inglese leggendo dei brevi racconti”.

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Gianni Rodari e il cinema

in Pensare con gli occhi by
Breve storia di un rapporto mai sbocciato, quello tra il cinema e Gianni Rodari, ma che ci ha comunque regalato piccoli capolavori.

Giornalista. Scrittore. Intellettuale. Partigiano e poi militante del Partito Comunista Italiano. Maestro elementare, per un breve periodo. Maestro di fantasia per sempre. Questo e molto altro è stato Gianni Rodari, di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita. Quasi mai, purtroppo, preso in considerazione dal cinema e dalla televisione italiani.

È duro a morire, infatti, un pregiudizio di lontana ascendenza, secondo il quale se le espressioni artistiche non parlano direttamente della realtà non sono degne di molta considerazione. Dimenticando, come potrebbero dimostrare anche esempi di altissimo lignaggio – in fondo né il Dante della Commedia né l’Ariosto dell’Orlando furioso raccontano storie realistiche, ma risultano così universali da parlarci sia del loro tempo che del nostro – che la questione da considerare non è mai il tipo di linguaggio che si utilizza, ma come esso viene utilizzato.

Ecco quindi che delle opere di Rodari in Italia solo due hanno avuto trasposizioni cinematografiche.

La torta in cielo, un non memorabile lungometraggio in live action realizzato nel 1973 da Lino Del Fra e Paolo Villaggio come protagonista.

E La freccia azzurra, trasposto in animazione nel 1996 da Enzo D’Alò, con le voci principali di Dario Fo e Lella Costa, e un risultato artistico che ancora oggi regge al confronto del tempo che passa.

Molto interessanti, tanto da meritare una curata edizione italiana che speriamo prima o poi qualcuno si decida a fare, sono le versioni in animazione di racconti di Rodari prodotte in quella Unione Sovietica che per anni tributò, a volte mettendolo quasi in imbarazzo, grandi riconoscimenti allo scrittore piemontese.

Vanno quindi ricordati Cipollino e il cavalier Pomodoro(1961) di Boris Dezkin (uscito da noi in vhs solo nel 1997), quaranta minuti con disegni e narrazione davvero originali e avvincenti, e, sempre dalle storie del piccolo ortaggio ribelle, la commedia musicale Cipollino(1972, diretta da Tamara Lisitsian con attori e attrici e la voce fuori campo dello stesso Rodari come narratore.

Gianni Rodari collaborò come sceneggiatore anche alla realizzazione di un cortometraggio tratto dal suo racconto La passeggiata di un distratto realizzato in URSS da Anatoly Petrov. Infine, rintracciabile anche su YouTube, un corto di 15 minuti dal titolo Star Taxi che ha ancora origine dal mondo russo, non più sovietico, essendo stato realizzato nel 2016 da Jurai Krumpolec.

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La scuola al primo posto?

in Ora di Alternativa by
La riflessione di Valerio Camporesi sull’importanza, oggi, della scuola all’interno della società italiana.

Essendo la nostra una società dell’apparire, da giorni la scuola appare al primo posto sui media e nei dibattiti politici: ma lo è veramente? Lo è senz’altro in quanto a preoccupazione, visto che una falsa ripartenza pregiudicherebbe le sorti non solo del ministro ma forse dell’intero esecutivo: avendo avuto il governo mesi di lavoro a disposizione e non essendo i cittadini più in grado di far fronte a una scuola che non c’è, gli italiani non tollererebbero passi falsi. Pre-occupazione, dunque: ma occupazione? Quanto ci si è occupati veramente della scuola?

Non abbastanza, verrebbe da dire subito, a sentir parlare anche l’ex ministro Fioramonti, che ha più volte denunciato la carenza degli organici, in particolar modo di quello relativo agli insegnanti di sostegno, docenti la cui presenza è ancor più importante e necessaria in questo periodo emergenziale e che invece in molti casi non saranno disponibili alla ripresa della scuola. Non ci si poteva pensare prima, così come per il problema del trasporto degli studenti o per quello della carenza degli spazi? Faceva effetto, in questi primi giorni di ritorno a scuola, vedere i colleghi con i volti velati dalle mascherine, far fatica a sentire le voci “mascherate”. Faceva ancora più impressione sentir parlare di aule Covid, di misure da adottare in caso di sintomi, di un distanziamento che si cerca di attuare ma che, inevitabilmente e almeno in parte, non ci sarà.

È come se un linguaggio diverso, estraneo al mondo della scuola, fosse improvvisamente piombato all’interno delle nostre aule. E lo smarrimento di questi primi giorni è già non poca cosa: cosa sarà dopo, di fronte ai purtroppo prevedibili momenti di confusione, indecisione o – peggio ancora – panico che potrebbero scatenarsi durante il periodo delle inevitabili influenze stagionali? Saranno gli alunni e i docenti, il corpo della scuola tutto, in grado di reggere l’urto?

Il peso, effettivamente, sembrerebbe troppo, e per questo servirebbe – ma presto, molto presto – che le scuole venissero aiutate veramente, per esempio dotandole di personale medico adeguato (il vecchio medico scolastico, che soltanto ragioni di bilancio hanno a suo tempo eliminato). Ma di questo, almeno per ora, non c’è traccia. Eppure se ne avverte il bisogno fin da questi primi giorni, nei quali si intravede come, accanto al problema sanitario, ne possa emergere un altro, non necessariamente secondario: quello di un disagio psichico che la società già manifesta (valga per tutti l’indicatore dell’aumento spropositato del consumo di psicofarmaci). Ecco, di fronte a queste emergenze (purtroppo realistiche), la scuola non può essere lasciata sola e sarebbe bello se questa fosse l’occasione di un’inversione di rotta che mettesse l’istruzione al primo posto non nelle parole ma nei fatti.

Per ora, al di là della buona volontà dei singoli (ministri, sottosegretari, funzionari), si stenta a riconoscere il segno di un cambiamento vero. Prova ne sia la vicenda – davvero imbarazzante – delle elezioni fissate a ridosso della riapertura delle scuole, così da rendere zoppo e problematico il loro cammino fin dall’inizio in quello che si preannuncia come l’anno più tormentato della scuola italiana. Eppure sarebbe bastato poco, cosa costava anticipare l’appuntamento elettorale al 7? Ma sono le ragioni della politica, non la politica che si occupa della polis ma quella che si occupa degli interessi dei partiti e della loro sopravvivenza, a venire sempre prima; e la scuola, almeno per ora, a venire dopo.

Esplorazioni nel verde: foglie ai “raggi x”

in Archeodidattica: strategie e laboratori/Senza categoria by
Partiamo alla scoperta delle foglie, per imparare a osservare la natura con attenzione e meraviglia.

L’estate per me è la stagione delle vacanze, dello stare all’aria aperta, della libertà, del mare con gli amici, dei giochi fino a tarda sera, dei tempi lenti… L’estate, per me che sono mamma, rappresenta anche un tempo diverso da trascorrere con i miei figli. Mentre l’inverno, la primavera e l’autunno ci tengono chiusi in casa, non tanto per il clima quanto per i tanti impegni lavorativi e non, l’estate ci ferma e ci chiama fuori: e allora stiamo fuori!

Per me, che sono un’eterna curiosa (e anche un po’ iperattiva!), lo “stare fuori” non può ridursi a vivere passivamente gli spazi esterni. Così ogni occasione è buona per osservare, raccogliere, disegnare, catalogare… Naturalmente ho trasmesso questo “vizio” anche ai miei figli e a ogni passeggiata riempiamo la casa di “tesori ritrovati”!

Ho imparato molte cose utili osservando ciò che mi stava attorno con curiosità e attenzione. È per questo motivo che insegno ai miei figli, ai ragazzi e ai bambini che incontro a scuola, a non essere fruitori passivi di quello che li circonda. Nella mia esperienza personale, conoscere e imparare non devono essere azioni delegate alla scuola e ai libri di testo; al contrario, credo che la vera conoscenza si attui proprio attraverso le esperienze positive e meravigliose che si vivono tutti i giorni.

Di conseguenza tutti i laboratori che propongo nelle classi sono sviluppati attraverso una didattica di tipo laboratoriale e basati sull’esperienza attiva; sono creati per meravigliare e per suscitare nei bambini e nei ragazzi il desiderio di “saperne di più”.

Per riuscire a coltivare anche d’estate questo modo di vedere il mondo, ho pensato a un percorso di giochi di esplorazione, per vivere gli spazi del giardino, del parco, del mare, della montagna, della piscina (e chi più ne ha più ne metta!) con un atteggiamento di curiosità e meraviglia, quasi scientifico!

Non solo quindi “guardarsi attorno e giocare”, ma piuttosto “osservare per capire”. Non che la natura sia solo da studiare, o che non si possa godere di un panorama senza disegnarlo o fotografarlo; credo però che conoscere quello che ci circonda sia una delle strade per amarlo e rispettarlo.

Francis Bacon scriveva: “La meraviglia è il seme da cui si genera la conoscenza”, e osservare la natura da vicino non può che suscitare grande meraviglia! I giochi di esplorazione avranno quindi lo scopo di accompagnare voi, i vostri bambini e i vostri alunni durante l’estate, proponendovi attività per imparare giocando e meravigliandosi.

Cominciamo quindi con le Esplorazioni nel verde

La prima che vi propongo si intitola “Foglie ai raggi X”, titolo dell’omonimo percorso del progetto Mani in Gioco. Obiettivo del laboratorio in classe è riflettere, attraverso l’esplorazione sensoriale e la discussione nel gruppo, sulle caratteristiche visibili delle foglie cioè il colore, la forma, le venature e poi creare un libretto con le tracce del lavoro.

Per gli appassionati di albi illustrati, consiglio la lettura di Giocare fuori, di Laurent Moreau, ma anche l’interessante recensione realizzata da Roberta Favia in Teste Fiorite, che introducono perfettamente il tema di cui parlavo prima: stare fuori con uno sguardo curioso e attento. E ora cominciamo!

Per dare continuità alle nostre “Esplorazioni” ho pensato di creare dei file che, stampati in A4, poi piegati in due e incollati fra loro, creino un libretto a cui si possono aggiungere infiniti fogli. Stampate quindi il file “copertina” e “foglie ai raggi x”. Di “copertina” ne stamperete uno per ciascun bambino mentre per il file “foglie ai raggi x” ne stamperete uno per ciascuna foglia a cui vorrete fare i “raggi x”!

Gli altri materiali che serviranno per costruire il libretto e realizzare l’attività sono (fig. 1):

  • Alcune foglie di alberi, cespugli o piante varie… possibilmente raccolte da terra
  • Carta da lucido
  • Colori a cera
  • Carta bianca da fotocopia
  • Colla stick
  • Forbici
  • Matita
  • Pinzatrice

Prendete 2 fogli con lo spazio per la scheda della foglia e piegateli in due come per formare un libretto. Ora mettete la colla stick nella parte bianca fra un foglio e l’altro, per unirli insieme come nell’immagine (fig. 2, 3).

Questo passaggio lo potrete rifare tante volte quante sono le schede delle foglie a cui vorrete fare i “raggi x”; alla fine delle “Esplorazioni” aggiungerete il foglio “copertina” incollandolo al libretto già formato (fig. 4, 4 a e 5).

Una volta costruito il libretto e scritto il nome (fig. 6 e 7), procediamo raccogliendo alcune foglie e, come scritto nell’elenco dei materiali, se riusciamo prendiamo quelle già cadute così da non fare male alla pianta (fig. 8).

La forma

Chiediamo ai bambini di osservare tutte le foglie raccolte: in cosa sono diverse? Per quello che possiamo osservare a occhio nudo, le foglie sono diverse nel colore, nella forma, nelle venature. Il laboratorio che segue ci permetterà di collezionare foglie di colori, forme e venature diverse.

Chiediamo ai bambini di prendere in mano la prima foglia, quella che preferiscono, e di osservarla bene. Quindi chiediamo: qual è la forma della foglia? A questa domanda di solito i bambini, a seconda dell’età, toccano con il dito il contorno, che corrisponde proprio alla forma della foglia; se non lo fanno proviamo noi a far vedere loro con il dito qual è il contorno.

In rete si trovano tantissimi schemi con le forme delle foglie e i loro nomi, perciò a seconda dell’età dei vostri bambini si potrà stampare uno schema e provare a dare un nome a quelle forme che i bambini riconosceranno e ridisegneranno con la carta da lucido (fig. 9).

A questo punto chiediamo ai bambini di mettere la foglia sul tavolo, di prendere la carta da lucido e, appoggiandola sopra la foglia, di ricalcarne il contorno (fig. 10, 11, 12). Una volta finito, chiediamo loro di ritagliare la foglia e incollarla nel libretto nella pagina con il titolo “Che Forma!”.

Foglie ai raggi X

Durante il laboratorio svolto in classe utilizzo due grandi tavoli luminosi per far vedere ai bambini le foglie ai “raggi x” osservando quelle parti che normalmente non notiamo: le venature. Foglie diverse hanno venature diverse: alcune rettilinee e altre a rete.

Prendiamo la carta da fotocopia e, usando le cere, realizziamo il frottage delle venature della foglia. Prima di cominciare togliamo la carta ai colori a cera perché li useremo strisciandoli, piatti, sopra il foglio (fig. 13, 14, 15, 16).

Una volta terminato il lavoro pinziamo con una puntatrice la foglia vera nella prima pagina “foglie ai raggi x” e incolliamo a fianco la foglia realizzata con il frottage.

Questa tecnica si può realizzare in due modi: appoggiando il foglio bianco sulla foglia e colorare, magari sovrapponendo anche più colori; colorando con una cera (possibilmente di colore più chiaro della tonalità successiva) il foglio e poi facendoci sopra il frottage (fig. 17, 18).

Ho preparato infine una parte da compilare con il nome della pianta ed eventuali note che si vorranno aggiungere. Buon lavoro!


Approfondimento

Se ti interessa l’argomento e vuoi approfondire con degli strumenti, abbiamo pensato a una selezione per te.

Tre libri di scienze facili e divertenti

in I Venerdì di Vincenzo Schettini by
Alice nel paese dei quanti
Tre titoli di scienze appassionanti come romanzi, da leggere fino all’ultimo respiro… sotto l’ombrellone!

Estate significa da sempre un bel libro da leggere sotto l’ombrellone o all’ombra di un albero… e se i libri fossero addirittura tre e di scienze?
Sì, avete già indovinato: stiamo parlando dei consigli di lettura di Vincenzo Schettini, uno dei professori più amati e seguiti sui social da studenti, insegnanti e genitori di tutta Italia!

Il suo canale “La Fisica Che Ci Piace” ha superato addirittura i 51.000 iscritti! Niente male per un prof che parla di formule e leggi… Il suo segreto? Basta leggere i suoi post e vedere le sue lezioni on-line per capirlo!

Dopo gli ultimi articoli dedicati ai suoi incredibili e seguitissimi video del venerdì, che potete trovare nella sua rubrica di Occhiovolante, questa volta il professor Schettini ci ha dato appuntamento in riva al mare, davanti a una splendida scogliera pugliese, per darci dei consigli di lettura imperdibili: tre libri di scienza, facili da leggere, per grandi e piccoli lettori.

Allora, non resta che ascoltare dalla viva voce del professore i suoi consigli!

Per chi non avesse avuto carta e penna a portata di mano, mentre il professore parlava, ecco i tre titoli.

David Gilmore, Alice nel Paese dei Quanti. Le avventure della Fisica, Cortina Raffaello Editore

Richard Feynman, Sei pezzi facili, Adelphi Editore

Partha Ghose, Dipankar Home, Il diavoletto di Maxwell, Dedalo Editore

Buone vacanze e buone letture!

La scuola che verrà: i limiti e i problemi

in Ora di Alternativa by
Proviamo a far luce, insieme a Valerio Camporesi, sui limiti e i problemi della scuola. Ma anche a immaginare come sarà nel prossimo futuro.

Forse mai come in questo periodo si parla così tanto di scuola: lo si fa sull’onda dell’emergenza e dei pesanti dubbi su ciò che accadrà a settembre, tanto da riempire spesso le prime pagine dei giornali. L’emergenza Covid-19 ha fatto venire al pettine i tanti nodi irrisolti e i limiti del sistema Italia (come la Sanità). Nel caso della scuola, ha messo in luce in modo improcrastinabile i limiti e le difficoltà di un sistema gravato da miliardi di euro di tagli e da nessuna, o scarsa, considerazione in sede politica.

Trovare fondi per la scuola appare oggi un’impresa titanica, laddove ne sono stati stanziati molti di più per altre cause, sempre più importanti, sempre più indifferibili, o a volte già perse (come per Alitalia). La scuola all’ultimo posto, potremmo dire per rovesciare – in modo ahimè ben più realistico – uno slogan oggi ricorrente.

A differenza di altre volte, però, c’è qualcosa di diverso. O la scuola riparte, e riparte sul serio, oppure il Paese si fermerà, e non sarà una fermata breve. Non è possibile infatti immaginare milioni di famiglie impossibilitate a lavorare a causa di una scuola che non c’è, né milioni di studenti che, confinati nelle loro case, saranno destinati ad accumulare ritardi incolmabili nei programmi e nella didattica, con danni irreparabili per i destini individuali e collettivi.

Per fare ripartire la scuola occorre però un cambio di paradigma, a partire da una centralità non più solo esternata verbalmente ma praticata nei fatti, iniziando dalla restituzione di tutti quei fondi tagliati; a partire dai famosi tagli ”lineari” della non rimpianta ministra Gelmini.

Senza di ciò la scuola non ripartirà, perché le misure di distanziamento non potranno essere applicate in classi di venticinque o trenta alunni, così come le altre norme. C’è voluto il Covid-19, forse, per fare emergere la realtà delle aule sovraffollate, in cui i docenti non sono in grado di fare lezione. A volte ci vuole un evento forte per illuminare le cose.

Dovremmo smettere di dire che la scuola può ricominciare con tutta quella serie di misure.

Quelle misure infatti non saranno mai adottate per il semplice fatto che non sono realizzabili in strutture scolastiche: dalle mascherine al distanziamento, dagli alunni fermi sei ore sui propri banchi, sui quali dovrebbero consumare anche la propria merenda, fino alle ineffabili barriere di plexiglas. Perché non dire la verità? La scuola deve ripartire con le modalità tradizionali perché è l’unico modo di fare scuola, dai tempi dei tempi: alunni (nel numero giusto), un’aula, un insegnante. E invece no: dalle lezioni nei parchi a quelle nelle piazze, nei teatri o in strutture non meglio specificate, che i presidi dovrebbero (con quali poteri?) individuare, è stato tutto un profluvio di immagini, narrazioni, discorsi irrealistici.

Non si può non riconoscere l’oggettiva difficoltà di chi ha dovuto e deve prendere decisioni in campo scolastico partendo dalle indicazioni degli organismi sanitari non sempre chiare e coerenti. Però vorremmo più ragionamenti seri, basati sulla realtà: ad esempio (e a proposito di tagli), non sarebbe forse questa l’occasione per ripristinare le ore di compresenza alla scuola media? Si trattava infatti di uno spazio che funzionava benissimo, circa quattro ore a settimana in cui la classe veniva divisa in sottogruppi ognuno dei quali assegnato ad attività specifiche e ad hoc (recupero, potenziamento), purtroppo eliminato dalla riforma Gelmini che altro non era che un corposo piano di tagli generalizzati.

Crediti immagine di copertina: Roel Dierckens

Ci siamo dimenticati di ascoltare i bambini!

in Giochi senza frontiere didattiche by
Dopo l’emergenza legata al Covid-19, Giovanni Lumini ci ricorda con un po’ di amarezza quello che di importante le istituzioni si sono dimenticate in questo difficile periodo: ascoltare i bambini.  E poi ci racconta tanti giochi divertenti che potranno riempire le loro vacanze!

Ancora una volta non siete riusciti ad ascoltare i bambini, a comprenderli. Non nel senso di “capirli”, perché quello non lo fate da un po’, ma nel senso di farli rientrare nelle decisioni importanti. Di far sì che siano “compresi”. Ancora una volta non li avete visti, ve li siete lasciati scivolare accanto, perché piuttosto che incrociare i loro sguardi era comunque meglio non guardarli. Ancora una volta li avete affidati in toto a quella micro-società che è la famiglia... Perché non siete stati in grado di capire il loro ruolo nella macro-società dello Stato. Ancora una volta avete pensato “che ci pensa mamma”, un po’ maestra, un po’ gendarme. Ancora una volta li avete riempiti di incarichi, compiti, incombenze... Perché credete che il loro tempo vada riempito, proprio fino all’orlo, piuttosto che vederne le esigenze e i sogni. Ancora una volta non avete visto che “uscire fuori” non è una cosa astratta, ma, per loro, è motivato solo e semplicemente dall'”incontro con”.

Ancora una volta (l’ennesima volta) li avete considerati i “cittadini di domani“. Ancora una volta li avete inseriti in una categoria, piuttosto che vedere il quadro globale.

Ancora una volta avete deciso che questa categoria poteva essere quella nella quale, con un colpo al cerchio del papà e un colpo alla botte della mamma, tutto sarebbe andato bene.

Ancora una volta le bambine e i bambini vi hanno urlato, con tutta la loro forza sommessa, che sono persone. E voi non li avete ascoltati.

Un lungo periodo è passato e tutti speriamo di essercelo lasciato alle spalle. Questa mia amara riflessione è stata per me la constatazione dell’incapacità di tener conto dei più piccoli. In ogni caso, giocare non è mai stato così importante come in questo particolarissimo momento della nostra vita.

La richiesta di giochi, di puzzle, di strumenti artistici, di laboratori si è fatta molto sentire poiché la segregazione obbligava ad aguzzare l’ingegno per promuovere un positivo tempo di vita.

Ho ricevuto tanti ringraziamenti da parte di famiglie che sono riuscite a rendere il momento un po’ meno difficile proprio grazie ai giochi. In particolare ai giochi da tavolo, che di volta in volta riuscivo a suggerire.

Quindi mi appresto a riprendere con i miei consigli indicandovi “a raffica” alcuni interessanti giochi che durante le vacanze potrebbero, ancora una volta, fare la differenza, rispetto ai famigerati “compiti per le vacanze”.

Hana-bi

Con Hana-Bi (ed. Oliphante) metterete alla prova la vostra capacità di collaborare senza imbrogliare perché questo gioco cooperativo, vincitore del prestigioso premio Spiel des Jahres nel 2013, crea già qualche primo imbarazzo da subito.

Le carte che vengono distribuite, infatti, dovranno essere tenute al rovescio; in tal modo le farete vedere agli altri, ma non potrete vederle voi…

Lo so, la tentazione di piegare un po’ le mani per dare una sbirciatina è forte, ma se riuscirete a dominarvi, il gioco si mostrerà in tutta la sua bellezza.

Si tratta di collaborare in maniera più logica possibile, tenendo conto anche di sottintesi o interpretazioni, per giocare le giuste carte nel giusto momento. Scopo del gioco è creare

5 bellissimi fuochi d’artificio (Hana-Bi appunto in giapponese) sapendo che potremo fare solo tre errori. Saremo in grado di “stupire il pubblico”? Il gioco è  adatto dagli 8 anni in su.

Ticket to Ride

Ticket to Ride (ed. Asmodee), anch’esso indicato dagli 8 anni in su, con la possibilità però di iniziare prima, è il classico gioco per famiglie che può tranquillamente mandare in pensione Monopoly e Risiko, permettendo partite dalla durata certa e limitata (massimo 45/50 minuti).

Invece di sfogare la propria brama di denaro e di costruzione di case e alberghi o la propria predisposizione alla distruzione bellica di armate più o meno colorate e alla conquista del mondo, Ticket to Ride vi propone di connettere, unire, mettere in comunicazione, con ferrovie, le città d’Europa (o degli Usa a seconda della versione base che scegliete) allo scopo di raggiungere degli obiettivi.

Dalla sua Ticket to Ride ha un sistema di gioco che è quasi completamente avulso dalla fortuna (non ci sono dadi) e dipende invece dalle nostre scelte, dalla nostra capacità di programmare, dalla nostra attitudine a mettere in pratica delle strategie.

Tutti elementi, se mi permettete di aggiungere, estremamente produttivi e di sicuro significato se calati anche nella dimensione scolastica.

La possibilità di aggiungere al gioco base delle espansioni accresce fisicamente la “geografia” del gioco stesso avendo l’opportunità di costruire ferrovie in Olanda, Pennsylvania, nella Gran Bretagna di fine 800, nell’Asia leggendaria, in Svizzera, in Italia, in Giappone e in tante altre mappe, ognuna delle quali svilupperà nuove regole di gioco e nuovi scenari.

La Scala dei Fantasmi

Come terza proposta, adatta anche alle bambine e ai bambini più piccoli (dai 4 anni in su), vi segnalo La Scala dei Fantasmi (ed. Devir) nel quale un classico gioco di percorso diventa un bellissimo e divertente esercizio di memoria visiva.

Con il nostro segnalino dobbiamo raggiungere la cima della scala, ma piano piano tutti i segnalini verranno “coperti” da fantasmi che nasconderanno i colori dei segnalini stessi.

Quando toccherà a me muovere, starò muovendo il mio segnalino o favorirò qualcun altro? E quando penso di essere arrivato in cima e rivelo il colore… potrei anche aver fatto vincere un’altra persona!

Per saperne di più ecco un video di un paio di minuti, della mia recensione durante il lockdown.

Vi segnalo una ricca playlist in cui potrete trovare le spiegazioni di altri giochi e idee interessanti… Magari da sperimentare a settembre a scuola, in quella vera scuola che o è in presenza o non è. Buone vacanze, buon gioco a tutte e a tutti!

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